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giovedì 8 ottobre 2026

DANTE PSICOLOGO

 


Dante è il primo

 grande psicologo 

della storia.

 




Perché, dopo oltre sette secoli, 

continuiamo a leggere Dante?

Non perché sia il padre della lingua italiana. Non perché la Divina Commedia sia il capolavoro della nostra letteratura. Non perché sia un monumento della cultura occidentale.

Continuiamo a leggerlo perché Dante ha compiuto qualcosa che pochissimi uomini nella storia sono riusciti a fare. Ha guardato l’essere umano fino in fondo. Ha avuto il coraggio di entrare nei luoghi più oscuri dell’anima e, una volta uscito, ci ha lasciato una mappa.

Noi la chiamiamo Divina Commedia. In realtà è la carta geografica della condizione umana. Ogni volta che apriamo quel libro crediamo di leggere il viaggio di un uomo vissuto settecento anni fa. Invece stiamo leggendo noi stessi. Dante non accompagna il lettore attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso. Accompagna ciascuno di noi dentro le nostre paure, le nostre passioni, i nostri errori, le nostre speranze.

 Per questo la Divina Commedia non invecchia. Perché non racconta un’epoca. Racconta l’uomo. E l’uomo, pur cambiando vestiti, tecnologie e linguaggi, continua ad avere lo stesso cuore.

Dante è il primo grande psicologo della storia. Molto prima di Freud. Molto prima di Jung. Molto prima delle neuroscienze. Aveva compreso che il male non nasce all’improvviso. Nasce da una piccola scelta. Da un desiderio che lentamente prende il controllo. Da una verità che decidiamo di non ascoltare. Da una coscienza che smette di parlare.

Per questo l’Inferno non è popolato da mostri. È popolato da uomini. Uomini che, un poco alla volta, hanno lasciato che una parte di sé prendesse il sopravvento su tutte le altre. L’avaro non è soltanto un uomo che ama il denaro. È un uomo che ha smesso di vedere tutto ciò che il denaro non può comprare. Il superbo non è semplicemente arrogante. È un uomo incapace di guardare negli occhi un altro essere umano senza sentirsi superiore. L’invidioso è condannato ad avere gli occhi cuciti. Perché aveva guardato tutta la vita soltanto la felicità degli altri senza riuscire a vedere la propria. Che intuizione straordinaria.

 La pena non è una vendetta. È la fotografia dell’anima. Paolo e Francesca. perché ancora oggi ci fanno piangere. Francesca non accusa nessuno. Non impreca. Non cerca giustificazioni. Parla con una dolcezza che commuove perfino Dante. «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende…» «Amor, ch’a nullo amato amar perdona…» «Amor condusse noi ad una morte.» Tre versi. Tre volte la parola “Amore”. È straordinario. Francesca continua a chiamarlo amore anche quando quell’amore l’ha condotta alla rovina. Ed è qui che Dante ci obbliga a riflettere. Esiste un amore che libera. Ed esiste un amore che imprigiona. Esiste un amore che fa crescere. Ed esiste un amore che divora. Quanto è moderno tutto questo? Quante relazioni, ancora oggi, vengono confuse con l’amore quando sono soltanto dipendenza, possesso, paura della solitudine?

Dante aveva già visto tutto. E poi arriva Ugolino. Qui la poesia raggiunge un’altezza quasi insopportabile. Dante non descrive. Fa vedere. Sentiamo il rumore della porta che si chiude. Vediamo gli occhi dei bambini. Ascoltiamo il silenzio. Poi il padre racconta: «Io non piangeva, sì dentro impetrai.» Non piangevo. Ero diventato pietra. Basterebbero queste poche parole. Esiste un dolore così grande da togliere persino le lacrime. Poi uno dei figli gli dice: «Padre, assai ci fia men doglia se tu mangi di noi.» È uno dei momenti più terribili della letteratura universale. Il figlio offre il proprio corpo al padre. L’amore supera persino l’istinto della sopravvivenza. Infine, arriva il verso che da sette secoli divide studiosi, filosofi e lettori. «Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno.» Che cosa significa davvero?

La fame uccise Ugolino? Oppure la fame lo spinse a nutrirsi dei corpi dei figli? Dante non risponde. Lascia la domanda sospesa. Perché sa che esistono dolori davanti ai quali nessuna parola è sufficiente.

Poi compare Ulisse. Ed è forse il personaggio che più mi affascina. Perché Dante lo ammira. Lo ammira profondamente. Gli affida il discorso più bello dell’Inferno. «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.» Ogni volta che leggo questi versi ho l’impressione che Dante stia parlando direttamente a noi. Non accontentatevi. Non smettete mai di imparare. Non rinunciate alla conoscenza.

Ma subito dopo arriva l’altra lezione. La conoscenza non basta. Ulisse fallisce non perché vuole conoscere. Fallisce perché vuole sostituirsi a Dio. Perché crede che il genio possa fare a meno della sapienza. Quanto è attuale questa domanda? Oggi siamo capaci di modificare il patrimonio genetico. Creiamo intelligenze artificiali. Mandiamo sonde ai confini del sistema solare. Ma ci stiamo chiedendo con la stessa intensità se tutto ciò che possiamo fare sia anche giusto farlo? Dante aveva intuito sette secoli fa il dilemma etico che oggi accompagna ogni grande conquista scientifica.

E poi, lentamente, il paesaggio cambia. L’Inferno lascia il posto al Purgatorio. Qui non si urla più. Si spera. È forse la cantica più vicina alla nostra vita. Perché tutti noi siamo incompiuti. Tutti sbagliamo. Tutti possiamo cambiare. Nel Purgatorio Dante scopre una verità immensa: nessuno è definito per sempre dai propri errori. Finché c’è vita, c’è possibilità di rinascere. È un messaggio di una modernità sconvolgente. Infine il Paradiso. Molti lo considerano difficile. Io credo che sia semplicemente troppo alto. Lì Dante tenta l’impossibile. Raccontare ciò che le parole non riescono a contenere. E quando arriva davanti al mistero ultimo dell’universo comprende che l’intelligenza, da sola, non basta più. È allora che conclude con quello che considero il verso più bello mai scritto da un essere umano: «L’amor che move il sole e l’altre stelle.»

 Non la forza. Non il potere. Non il denaro. Non la paura. L’Amore. Con una sola parola Dante capovolge ogni concezione della storia. Ci dice che l’universo non è governato dal caso, ma da un principio che unisce, crea e dà significato. Forse è questo il segreto della Divina Commedia. Non ci insegna come raggiungere il Paradiso dopo la morte.

Ci insegna come attraversare la vita prima della morte. Per questo, dopo oltre sette secoli, Dante continua a parlarci. Perché il suo viaggio non è terminato il giorno in cui pose l’ultima parola del poema. Continua ogni volta che un uomo, smarrito nella propria selva oscura trova il coraggio di rialzarsi, di guardarsi dentro e di riprendere il cammino verso quella luce che, da sempre, abita il cuore dell’umanità.

Dal web

domenica 16 agosto 2020

PIENI DI STEREOTIPI e PRIVI DI SENSO CRITICO .... DOVE CI PORTA IL "SENSO COMUNE" ...


Ci riteniamo tutti psicologi, sociologi e capaci di leggere il mondo.
Un libro di due studiosi della personalità mette in relazione quel che crediamo di essere  con ciò che siamo realmente e ne emerge una potente critica al cosiddetto senso comune e "buon senso".

di GIUSEPPE O. LONGO

Quello che siamo e quello che crediamo di essere. È il tema arduo affrontato in Si fa presto a dire psicologia (Il Mulino, pagine 184, euro 14). Un agile volumetto in cui gli autori Paolo Legrenzi, Alessandra Jacomuzzi mettono a confronto la psicologia spicciola, quotidiana, del senso comune e del buon senso con la psicologia scientifica, basata sugli esperimenti. La psicologia è una disciplina piuttosto singolare: mentre per leggere con profitto un testo di chimica o di matematica si richiede una qualche nozione di base, quando si tratta di psicologia ci sentiamo tutti un po’ psicologi. Presunzione giustificata dal fatto incontestabile che nella quotidianità il buon senso (che diviene senso comune quando sia condiviso) è più che sufficiente per farci condurre una vita generalmente dignitosa. Di fatto, a differenza di altre discipline, la psicologia popolare non ha bisogno della scienza: pertanto è sorprendente che, partendo dai comportamenti delle persone, si possano escogitare esperimenti in grado di mettere in luce meccanismi mentali inattesi. Si è quindi indotti a chiedersi se esista una realtà mentale più profonda di quella che ci guida abitualmente. E ancora: la nostra mente, in migliaia di anni di evoluzione, si è strutturata per cercare la verità, oppure per interagire in modo soddisfacente con gli altri, magari ingannandoli e ingannando persino noi stessi? E se è vera la seconda alternativa, quali svantaggi comporta nel mondo contemporaneo una mente che non si è selezionata per ricercare la verità?
Nel libro gli esperimenti che mettono a nudo i meccanismi profondi della mente sono suddivisi in sei capitoli, dedicati rispettivamente alle illusioni della percezione, della realtà, della razionalità, dell’emotività, della conoscenza e dell’autonomia. Il capitolo dedicato alle illusioni percettive, per esempio, raccoglie una varietà di esperimenti escogitati da vari studiosi, tra cui, a Trieste, Gaetano Kanizsa e Paolo Bozzi. Alla domanda soggiacente: come facciamo a formare di un oggetto un’immagine piuttosto che un’altra, diede una risposta Max Wertheimer, il padre della psicologia della Gestalt, secondo la quale il tutto è diverso dalla somma delle parti. Circa un secolo fa Wertheimer identificò alcune leggi grazie alle quali, quando siamo davanti a una molteplicità di stimoli visivi diversi, riusciamo a creare delle figure organizzate e autonome.
Merita soffermarsi sulle conclusioni del volume, ricche di osservazioni, di notizie e di aneddoti che aiutano a collocare in prospettiva l’impostazione del trattatello. Psicoterapia, ipnotismo, affabulazione, impostazione evoluzionista sono presentate con stringata efficacia e corroborano quello che agli autori appare come il punto cruciale del libro: il passaggio dal buon senso al senso critico. La psicologia quotidiana, o «ingenua», che corrisponde al senso comune, funziona molto bene in un mondo dove non occorre diffidare delle apparenze e domandarsi se il mondo è davvero quello che si presenta ai nostri occhi. Oggi tuttavia il mondo è molto più complesso del mondo che ha foggiato il nostro cervello, e uno dei caratteri degli oggetti complessi è che nessuna singola descrizione, nessun punto di vista particolare ne esauriscono la ricchezza. Gli esperimenti sono il miglior modo per verificare o confutare (Popper direbbe «falsificare») le ipotesi sul funzionamento del mondo. Se è vero che l’esperimento è lo strumento migliore per indagare la realtà, è anche vero tuttavia che gli strumenti non ci conducono mai a risposte complete e definitive e il buon senso riempie, per così dire, i buchi della nostra ignoranza.

Inoltre, osservano gli autori, la scienza ha un grande vantaggio sul buon senso: riesce a sorprenderci, e la sorpresa accompagna la scoperta della 'magia' della realtà, ma è anche legata ai dubbi, nel senso che avremmo meno sorprese se ci fossimo dotati di più cautele e di più dubbi. «Il buon senso tende a dare per scontato che il futuro sia una replica del passato e che le cose, quando cambiano, mutino molto lentamente. Oggi il mondo cambia molto più rapida- mente che in passato e una mentalità sperimentale, centrata sul dubbio, riesce a ridurre la quantità di sorprese, di situazioni cioè in cui ci accorgiamo che il senso comune non è sufficiente, che le idee dei più sono sbagliate». D’altra parte la conoscenza ricavata dagli esperimenti non deve farci abbandonare il buon senso, piuttosto deve contribuire ad arricchirlo. Il buon senso arricchito è spesso una buona difesa contro il senso comune, che tende ad alimentare i pregiudizi e gli stereotipi.
Da ultimo, Legrenzi e Jacomuzzi fanno alcune considerazioni penetranti sul dibattito relativo ai cambiamenti climatici. Mentre il nostro cervello è erede e specchio di un passato lontano e gli è difficile adeguarsi a un mondo che cambia tanto rapidamente, la scienza ci aiuta a capire e a misurare i cambiamenti, ma non ci dice che cosa dobbiamo fare in queste condizioni di rischio. Tuttavia combinando la scienza col buon senso, ricorrendo cioè al buon senso arricchito, possiamo comprendere perché si debbono adottare certi provvedimenti e anche perché la nostra mente, se abbandonata al buon senso spontaneo e ingenuo, non ci spinge ad adottarli.




giovedì 4 giugno 2020

CORONAVIRUS, SCUOLA, UN PATTO PER RIPARTIRE


Giovanna Perricone, presidente Società italiana di psicologia pediatrica: rifondare l’alleanza educativa Impossibile ricominciare come se nulla fosse successo. Le famiglie ora hanno una nuova consapevolezza.
«Ma ci rendiamo conto che abbiamo avviato una rivoluzione nel rapporto scuola-famiglia senza preoccuparci delle inevitabili inadeguatezze?»

di LUCIANO MOIA

«Non si tratta solo di capire se e quando riprenderanno le lezioni. Si tratta di ricostruire una comunità educante. Sarebbe un errore gravissimo ripartire come se non fosse successo nulla. Ma lo sarebbe altrettanto se facessimo finta che tutto quanto costruito in questi anni non contasse più nulla».
È un problema complesso ma ineludibile quello che pone Giovanna Perricone, presidente della Società italiana di psicologia pediatrica (Sipped), docente di psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Palermo. Prima di pensare agli aspetti pratici della ripresa, pur importantissimi – la sicurezza, il distanziamento, le aule più o meno sanificate, gli orari compatibili con presenze ridotte, la copertura delle cattedre – è fondamentale ridare senso a quello che stiamo facendo, offrire a genitori e insegnanti lo spunto per ricostruire un’alleanza educativa che, già vacillante prima dell’emergenza coronavirus, ora – sostiene l’esperta – è completamente azzerata. «Se non pensiamo a ricostruire dalle fondamenta un significato condiviso, l’apertura delle scuole finirà per risultare molto più difficoltosa e si apriranno nuovi spazi di disagio».
La tesi espressa dalla presidente della Sipped non nasce soltanto su presupposti teorici, ma è stata affinata in questi mesi dal contatto, pur in via telematica, con centinaia di genitori e insegnanti.
Tra aprile e maggio una quarantina di professionisti della Sipped – quasi tutti psicologi o neuropsichiatri infantili – hanno partecipato al Servizio di secondo livello del Numero verde di supporto psicologico organizzato dal ministero della Salute. Grazie al Servizio “Legàmi légami” sono stati realizzati in streaming, su una piattaforma dedicata, circa 600 incontri su più livelli. «Il nostro compito – riprende l’esperta – era tenere sotto osservazione il rapporto tra lockdown e difficoltà educative. Ci siamo chiesti insomma quanto la quarantena blindata avesse reso più acute quelle situazioni di vulnerabilità relazionali tra genitori e figli piccoli, motivo di ansie e, nei casi più gravi, di sintomi depressivi». Cosa è emerso? «Ci siamo subito resi conto che è l’ascolto è indispensabile per progettare una ricostruzione educativa non teorica, ma fondata sulle esigenze concrete delle famiglie e degli insegnanti ». Si tratta, come evidenziato dal confronto, di una consapevolezza profondamente condivisa. Nonostante il senso di fragilità e inadeguatezza sia un dato costante, gli psicologi responsabili dei vari gruppi hanno verificato come fosse tenace la volontà – spesso tacita – di recuperare valori e identità anche da parte di quei genitori non abituati a riflettere sulle funzioni sociali e civili della scuola.
«Se vogliamo riprendere le nostre attività senza limitarci a considerare le scuole poco più di un parcheggio – osserva ancora Giovanna Perricone – dobbiamo rendere abituale il confronto tra genitori e insegnanti, non stancarci di proporre gruppi di incontro, comprendere ansie e difficoltà per costruire percorsi adeguati alla nuova situazione che stiamo vivendo». Possibile avviare un’opera così impegnativa all’inizio di giugno in vista della ripresa di settembre? «Tutto è possibile, anche se ormai il tempo che ci resta non è molto. Aiutare i genitore nella ridefinizione del proprio ruolo e del rapporto con la scuola è un impegno che sarebbe dovuto partire già tre mesi fa, quando ci siamo resi conto che le scuole per un lungo periodo sarebbero state chiuse». Invece sono prevalse altre urgenze. I bisogni dei bambini e dei genitori che avrebbero dovuto occuparsi a tempo pieno di loro sono stati messi in secondo piano. Un vuoto gravissimo, di cui pagheremo lo scotto per un lungo periodo. «Ma ci rendiamo conto che abbiamo avviato una rivoluzione nel rapporto scuola-famiglia senza preoccuparci delle conseguenze e delle inevitabili inadeguatezze?».
Il pensiero della presidente Sipped è chiaro. In poche settimane siamo passati da una tacita e quasi totale delega educativa da parte della famiglia alla scuola, a una situazione inversa, in cui cioè è stata la famiglia a doversi riassumere un compito a cui non era preparata. Non si è trattato solo di un problema didattico, ma soprattutto educativo, di relazioni, di trasmissione di valori. «Per troppi anni, tante famiglie assorbite dal lavoro e da ritmi esistenziali assurdi, avevano rinunciato a svolgere funzioni pur profondamente connesse al ruolo genitoriale. Da un giorno all’altro tutto si è rovesciato». Ci sono stati problemi, certo, talvolta anche difficoltà gravi, soprattutto nelle situazioni di maggior vulnerabilità familiare. Ma nella maggior parte dei casi le famiglie, bene o male, ce l’hanno fatta. Spesso in rete tra loro, talvolta anche senza il sostegno della scuola, neppure da remoto. Ora non si può riprendere tutto secondo il vecchio stile, come se nulla fosse successo.
Anche perché, in questo periodo, è capitato qualcosa di assolutamente positivo. Uno dei effetti sorprendenti del lockdown. Tanti genitori hanno cominciato a interrogarsi sul proprio ruolo, e ora chiedono di essere ascoltati, di poter interagire, non sono più disposti a tornare all’insignificanza. «Anche grazie agli incontri on line che abbiamo organizzato nella maggior parte delle regioni – sottolinea Giovanna Perricone – ci siamo resi conto che esistono risorse preziose da valorizzare. Se invece ci arrendiamo all’idea che tanto tutto tornerà come prima, se rinunciamo a lasciarci provocare, perderemo un’occasione preziosa per quella regolazione della funzione genitoriale da cui anche la scuola potrebbe trarre grande giovamento. E avremo ricostruito su basi nuove quell’alleanza educativa che è stata frantumata nei mesi nella quarantena blindata».
Ci credono i genitori, gli insegnanti, gli psicologi. Ma le istituzioni? La presidente della Società di psicologia pediatrica scuote la testa. «Poche speranze, purtroppo. Il ministero della Salute ci ha dimenticati, anche se in questa crisi abbiamo fatto la nostra parte, scendendo in campo come tante altre professioni del resto. Ma in Italia manca ancora una legge che impone la presenza di uno psicologo in tutti gli ambiti sanitari ed educativi. Anche qui ci sarebbe molto da ricostruire»