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sabato 16 marzo 2024

BAMBINI TRANS e IDENTITA' di GENERE



 L’identità di genere non si decide a tavolino

 Londra sospende la triptorelina per bloccare lo sviluppo puberale, Milano liberalizza il cambio di genere in Comune, a Roma prevale la ricerca

 

-         di Paola Binetti

 

“Stop alle prescrizioni del farmaco utilizzato nei centri che si occupano di disforia di genere per la sospensione dello sviluppo puberale in casi di pubertà precoce. Lo ha deciso il Servizio sanitario inglese (NHS)”. Stiamo parlando di triptorelina e la notizia, che appare netta e chiara sulla maggioranza dei giornali italiani, invita ad una riflessione molto seria, per molteplici aspetti. Vale la pena provare ad evidenziarne almeno alcuni.

La disforia di genere sembra decisamente in aumento e a Roma sia l’Università Cattolica che il Bambino Gesù hanno deciso di attivare dei servizi clinici che se ne occupano, impegnando professionisti di alta qualità e attivando contemporaneamente un centro di studio e di ricerca. L’approccio è evidentemente clinico e per affrontare il problema sembra richiedere un intervento decisamente specialistico.

A Milano, quasi contemporaneamente, l’8 marzo scorso, mentre nelle piazze sfilavano i cortei per festeggiare la Giornata internazionale della donna, il Comune ha diramato una circolare contenente le linee guida per l’attivazione e la gestione dell’identità alias a favore dei dipendenti che ne fanno richiesta. La delibera era stata approvata a fine 2023, il provvedimento era entrato in vigore dal 1° gennaio 2024 e le linee guida sulla gestione delle carriere alias nello stesso Comune sono state emanate l’8 marzo. Un iter velocissimo per chi conosce i tempi della burocrazia, reso necessario per favorire “la piena inclusione lavorativa di tutti coloro che intendono modificare nome e identità nell’espressione della propria autodeterminazione di genere, così come previsto dal contratto collettivo nazionale di riferimento”. Secondo il Comune di Milano quindi tutti questi passaggi possono essere fatti senza alcuna diagnosi o perizie mediche, in coerenza con gli orientamenti dell’OMS.

La disforia di genere è comunemente definita come la profonda sofferenza secondaria all’incongruenza tra l’identità di genere e il genere assegnato alla nascita. Le persone con disforia di genere sono descritte come una popolazione psicologicamente e socialmente più vulnerabile, in particolare quando attraversano i primi stadi dello sviluppo puberale.

Tre approcci decisamente diversi e per alcuni aspetti decisamente contraddittori: in Gran Bretagna l’uso della triptorelina è sospeso, a Roma si attivano centri di diagnosi e cura della disforia di genere in due degli ospedali a più forte caratterizzazione religiosa, entrambi considerati, a diverso titolo, gli ospedali del papa, a Milano invece ognuno può definire gli standard della sua sessualità e del suo genere come meglio crede, ottenendo piena legittimazione dal Comune, senza verifiche di alcun genere. A Milano quindi il tema della disforia di genere viene cancellato con una delibera comunale e l’unico parametro di riferimento diventa: non chi sono, ma chi credo di essere e soprattutto come voglio essere considerato nel contesto in cui vivo e lavoro. A questo punto, cancellata la disforia di genere, l’uso e l’abuso della triptorelina, almeno sul piano teorico, cessano di avere un qualsiasi interesse perché oggi o domani posso dichiarami come meglio credo, senza avere bisogno di una qualsiasi documentazione. Tutto si risolve nella mia soggettività e nella mia egoreferenzialità.

Ma ovviamente non è così. Sono ancora attuali i problemi relativi al vissuto della propria sessualità e alle sue possibili contraddizioni, resta il problema degli adolescenti, davanti a fisiologici dubbi ed incertezze sul proprio orientamento e soprattutto resta il problema dell’ideologia legata ad un tema che sottrae la stessa sessualità alle sue radici biologiche, che non ne esauriscono il senso e il significato, ma indubbiamente ne sono parte integrante. La triptorelina, vale la pena ricordarlo, è un farmaco utilizzato per la sospensione dello sviluppo puberale in casi di pubertà precoce, ed è stata a lungo utilizzata per il trattamento della disforia di genere, in attesa che il soggetto decida chi voleva essere o diventare: maschio, femmina o altro. Il Servizio sanitario inglese (NHS), dopo molti anni che lo aveva autorizzato, ha deciso di interrompere le prescrizioni di routine, poiché non sono stati trovati prove sufficienti riguardo alla sicurezza o all’efficacia del farmaco. In Italia il Comitato Nazionale di Bioetica in ​​un suo documento del 2018 ne aveva raccomandato l’uso solo in casi molto circoscritti, con prudenza, con una valutazione caso per caso e l’AIFA, nel febbraio 2029, sulla scorta della valutazione data dal CNB, aveva reso il farmaco prescrivibile e completamente a carico del SSN, precisando però: “per l’impiego in casi selezionati in cui l’identità di genere (disforia di genere) con diagnosi confermata da una équipe multidisciplinare e specialistica e in cui l’assistenza psicologica, psicoterapeutica e psichiatrica non sia risolutiva”.

Una “terapia” rischiosa e ideologica

I recenti accadimenti dell’Ospedale Careggi di Firenze hanno riaperto il problema, che merita ulteriori approfondimenti. La Gran Bretagna, infatti, ha bandito l’uso della triptorelina perché il farmaco non assicura né sicurezza né efficacia. In altri termini non è in grado di ridurre i problemi comportamentali ed emotivi degli adolescenti con una sindrome di disforia di genere; resta il rischio suicidiario e non si intravvedono segno di miglioramento del funzionamento psicologico generale. Nell’autorizzazione all’uso del farmaco, sia in UK che in Italia, mancava l’indispensabile riferimento al principio di precauzione, che esige una strategia complessa nella gestione del rischio, come avviene quando in medicina non si ha una conoscenza certa, scientificamente fondata, dei potenziali effetti negativi di una determinata attività terapeutica. Nel caso della triptorelina non ci sono mai stati studi di follow up che consentano di escludere il rischio di possibili conseguenze negative sulla crescita, sulla struttura scheletrica, sull’apparato cardio-vascolare, neurologico-cerebrale e metabolico e sulla fertilità dell’adolescente trattato, comprese le conseguenze sul suo sviluppo sessuale e su quello emotivo-cognitivo che lo accompagna.

Una sperimentazione poco chiara e rischiosa

Dopo anni di somministrazione senza reali prove di efficacia, dopo la denuncia degli abusi compiuti nel Gender Identity Development Service (GIDS) della Tavistock Clinic di Londra, denunciati dal suo stesso direttore, era naturale, auspicabile, che la Gran Bretagna mettesse la parola fine ad una sperimentazione in cui il fattore ideologico superava di gran lunga gli aspetti scientifici. Lo staff della Tavistock è stato accusato di aver adottato un atteggiamento superficiale, con un incoraggiamento indiscriminato verso la prospettiva di una transizione di genere anche di fronte a casi d’incertezza tipici nell’adolescenza rispetto alla propria identità; infatti in gioco non c’è solo la triptorelina, come farmaco, attualmente ritirata dall’uso, ci sono anche le forti criticità rilevate sulla verifica del consenso informato dei pazienti ammessi ai trattamenti di transizione da un sesso all’altro e la loro consapevolezza delle conseguenze relative all’assunzione del farmaco.

Necessaria la prudenza

Quanto accaduto nel Regno Unito mostra al di fuori di ogni dubbio la prudenza necessaria nel trattamento della cosiddetta disforia di genere, per saperne di più cogliere anche le naturali incertezze dell’adolescenza e saper impostare sul piano psico-pedagogico tutta una serie di interventi volti a rafforzare l’identità complessiva del soggetto; la sua maturazione progressiva, la sua sicurezza nel prendere decisioni che lo riguardano. Il problema non si esaurisce nell’alternativa triptorelina sì o triptorelina no; ha radici più profonde che coinvolgono anche il senso antropologico della differenza dei sessi, il suo rispecchiamento nel contesto sociale attuale, in cui sembra prevalere un approccio di tipo negazionista, che invece di sottolineare la differenza e coglierne valore e significato tende a ricondurla in un anonimato relazionale che rimanda ad un profondo senso di solitudine e di isolamento.

 

Il Sussidiario

 

 

 

giovedì 28 ottobre 2021

DDL ZAN. SERVE UN DIALOGO APERTO NON PREGIUDIZIALE

Il Senato con 154 voti favorevoli, 131 contrari e 2 astenuti ha bloccato l’esame degli articoli e degli emendamenti del controverso disegno di legge contro l'omofobia e l'omotransfobia. Per i vescovi italiani "una legge che intende combattere la discriminazione non può e non deve perseguire l’obiettivo con l’intolleranza"

 “L’esito del voto al Senato sul Ddl Zan conferma quanto sottolineato più volte: la necessità di un dialogo aperto e non pregiudiziale, in cui anche la voce dei cattolici italiani possa contribuire all’edificazione di una società più giusta e solidale”. Così il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, commenta - in una nota diffusa dai vescovi italiani -  lo stop del Senato al testo del ddl Zan in materia di violenza e discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere. Il passaggio in Aula è avvenuto con voto segreto: 154 i voti favorevoli, 131 i contrari e 2 gli astenuti. In questo modo quindi è stata accolta la proposta di non passaggio al voto degli articoli presentata da Lega e FdI in relazione al disegno di legge. Si interrompe così l’iter del provvedimento che aveva ricevuto una approvazione in prima lettura dalla Camera nel novembre 2020 e che tornerà in Commissione Giustizia con tempi lunghi, non meno di sei mesi.

I due interventi precedenti della Cei

La presidenza della Cei aveva espresso perplessità sul testo con due note, diffuse il 10 giugno 2020 e il 28 aprile 2021. Testi, peraltro, condivisi da tante voci di diversa sensibilità. In modo particolare, la controversa nozione di identità di genere poneva e pone tuttora una questione etica e culturale seria che non può risolversi in banalizzazioni ideologiche. “Il voto del Senato – sottolinea ancora il cardinale Bassetti – offre un’ulteriore considerazione nel segno del concetto stesso di democrazia: una legge che intende combattere la discriminazione non può e non deve perseguire l’obiettivo con l’intolleranza. Tra l’approvazione di una normativa ambigua e la possibilità di una riflessione diretta a un confronto franco, la Chiesa sarà sempre a fianco del dialogo e della costruzione di un diritto che garantisca ogni cittadino nell’obiettivo del rispetto reciproco”.


 COMUNICATO CEI




venerdì 28 maggio 2021

IL TRANSUMANO E L'IDENTITA' DI GENERE


 L’architrave del ddl Zan è solo l’esito ultimo di un’ideologia che punta a cambiare la nostra condizione

La cancellazione della differenza sessuale consegna al mercato un individuo perfettamente neutro, soggetto fluido, precario assoluto. Perfino nel suo corpo

-         - di MARINA TERRAGNI

-          

L’allattamento maschile è una pratica già piuttosto diffusa nel mondo occidentale, in particolare negli Stati Uniti: atto politico-performativo e/o feticismo autoginefilo, senza troppe differenze. Indurre la produzione di latte in un maschio non è così difficile, basta l’assunzione off label e in dosi adeguate di un gastroprotettore piuttosto comune. Esiste anche la chirurgia di 'nullificazione del sesso' per persone non-binary: interventi demolitivi che rimuovono del tutto i genitali senza nemmeno abbozzare quelli del sesso opposto, conferendo al pube l’aspetto di quello di una bambola. Venduta – a tariffe ragguardevoli – come libertà, ricorda l’orrore delle mutilazioni genitali. Ecco il transumanesimo. Meglio distrarsi dai dettagli, per quanto stupefacenti, e osservare il quadro d’insieme. L’ orizzonte transumano sembra orientare sempre di più la proposta progressista: il vuoto del fine-guerra fredda si è progressivamente colmato di un dirittismo individualistico ossessivo. Modello di ogni libertà diventa potersi resettarsi in radice, nel corpo, manipolando e riconfigurando i propri caratteri sessuali primari e secondari o avventurandosi in percorsi di ibridazione almeno simbolica con le altre specie, e perfino con il non-vivente.

Le geografie politiche otto-novecentesche – destra e sinistra – non danno adeguatamente conto del quadro. Prendiamo la Spagna. Il Psoe, maggiore partito della sinistra, si oppone alla libera identità di genere, o self-id, ma non al commercio di ovociti (quel Paese è il più grande fornitore d’Europa). Non è raro vedere nelle università grandi cartelli pubblicitari per cooptare ragazze che non riescono a pagarsi gli studi. D’altro canto l’utero in affitto è sempre stato un cavallo di battaglia di Ciudadanos, formazione di destra.

Sui temi transumani la faglia destra-sinistra si muove a zig zag. E non basta nemmeno, come per altri temi sensibili, parlare di trasversalità. La bandiera, certo, è tenuta più alta da una sinistra che a quanto pare non trova altri contenuti per significare la propria vocazione al progresso, e cavalca il transumano come un destino ineluttabile: si veda l’ultima, iconica cover dell’Espresso con il transman incinta. Il popolo di sinistra spesso non capisce ma si adegua, autocensurandosi ed evitando la rogna del libero pensiero ' uncorrect'. Dal canto suo, la destra tende ad arroccarsi su posizioni esasperatamente conservatrici che si spingono fino al rifiuto della 'semplice' omosessualità. L’alternativa al progetto transumano non può venire di qui. E da dove, allora?

Il fatto è che questo progetto è in larga parte business, il che complica ulteriormente il quadro. Qualcuno ha calcolato che ogni bambina/o transitato verso l’altro sesso può fruttare a Big Pharma una media di 1 milione e 300mila dollari in terapie ormonali a vita e per inevitabili patologie iatrogene (esclusi interventi chirurgici ed eventuali complicazioni). Non è strano che la propaganda dei transattivisti punti alle scuole per introdurre prima possibile la libera scelta del genere e la cosiddetta 'carriera alias', ovvero la possibilità di essere riconosciuti e chiamati con nomi e pronomi corrispondenti al genere di elezione, diversi da quelli anagrafici. In Canada, paradiso del transumanesimo, nelle scuole è stato ingaggiato Gegi, magico unicorno che non solo aiuta i bambini a scegliere ma insegna anche, da amico del cuore, come difendersi da genitori impiccioni che provino a mettere i bastoni fra le ruote.

I profitti di Big Pharma però sono il meno. La questione del business transumano è molto più complessa e nessuno l’ha spiegata meglio del filosofo Ivan Illich, padre dell’ecologismo contemporaneo, che nel 1984 in Gender aveva profetizzato il «sogno futurista di una società moderna in cui le persone sono plastiche, e le loro scelte di di- ventare dentisti, maschi, protestanti o manipolatori di geni meritano tutte il medesimo rispetto». Illich lo chiama «imbroglio unisex » e vede l’annullamento della differenza sessuale come «un cambiamento della condizione umana che non ha precedenti » e che si rende necessario perché la differenza sessuale, «segno caratteristico della civiltà tribale e contadina», è ritenuta un «ostacolo allo sviluppo». «La scomparsa del genere – aggiunge – è la condizione decisiva dell’ascesa del capitalismo e di un modo di vivere che dipende da merci prodotte industrialmente»: se all’economia di sussistenza corrispondono differenza sessuale e relazioni, il mercato chiede l’individuo neutro. Illich gli dà il nome di neutrum oeconomicum, «soggetto su cui si basa la teoria economica ». Un soggetto fluido, flessibile, fungibile. Un precario assoluto, perfino nel corpo, soggetto-oggetto perfetto per il neocapitalismo liberale, in una logica del profitto senza regole, limiti o contrappesi.

Tradizionalmente la difesa dei capitalisti e del business sarebbe un lavoro della destra, non della sinistra. Qui in apparenza sta capitando il contrario. Ma le cose sono ancora più complicate. In effetti i più grandi capitalisti che la storia umana abbia mai conosciuto, capi delle aziende hi-tech della Silicon Valley (Google, Amazon, Facebook...) – i cosiddetti capitalisti della sorveglianza, come li chiama Shoshana Zuboff –, ostentano un look decisamente progressista. Posizionandosi dalla parte giusta della Storia, Mark Zuckenberg alla fine ha bannato Donald Trump. Eppure non aveva disdegnato di farci affari, vedi lo scandalo Cambridge Analytica. Business is business.

       Il diritto di fare profitti multimiliardari sfruttando i nostri dati sensibili ( big data) fa leva su un perfetto indifferentismo politico rivestito di progressismo. In realtà destra, sinistra, perfino la democrazia non contano più nulla se provano a ostacolare il profittevole lavoro degli algoritmi. I nostri avatar social somigliano ai nuovi avatar di carne post-umani, corpi 'liberamente' smontati e riassemblati in identità alias.

Nel suo Il capitalismo della sorveglianzaZuboff chiarisce che il vero obiettivo delle aziende della Valley non è tanto scrutare i nostri comportamenti quanto piuttosto influenzarli e modificarli per massimizzare i profitti. A quanto pare lavorare sui comportamenti non basta più: anche i nostri corpi, come profetizzato da Illich, vanno modificati per le ragioni del profitto. I social ci fanno sentire liberi, e anche la guerra contro il corpo nella nuova dimensione onlife – definizione del filosofo della comunicazione Luciano Floridi –, ambiente delle nuove generazioni, viene venduta come libertà. I l transumanesimo si presenta come una cosa nuova: non lo è affatto. Appare come futuro ma è solo l’ultima – forse l’estrema – figura fenomenologica e glitterata di un passato brutale e arcaico. L’uomo che allatta è la perfetta rappresentazione di quel moto invidioso delle origini che ha dato vita all’oppressione patriarcale. La negazione della realtà del corpo – questa volta in direzione di un impalpabile percepito, l’«identità di genere» – è una mossa antica e reiterata nei millenni. È rinascere dalla testa maschile purificati dalla materia femminile. La stessa storia di sempre. Ma il transumanesimo non è affatto un destino ineluttabile. L’alternativa è lì dove è sempre stata, se la si fosse voluta vedere. È ricominciare dal punto in cui si è generato l’errore capitale: l’aver fatto della donna l’Altro, l’eccentrico e l’abietto, per fare largo a un unico Soggetto sessuato al maschile. L’alternativa è ripartire da quella relazione materna, aggredita ovunque, che oggi costituisce l’estremo punto di resistenza. Se il soggetto del transumanesimo è l’individuo assoluto irto di diritti, quello del neoumanesimo è più donna che uomo. Meglio: è l’inscindibile due rappresentato dalla relazione materna, l’atomo non divisibile di una nuova possibile civiltà umana a radice femminile. Ci si deve porre in ascolto autentico delle donne, non limitarsi alla graziosa concessione di diritti. Si deve guardare quello che stanno facendo in difesa delle bambine e dei bambini, figli reali e simbolici, di loro stesse, della continuità della vita. Si deve saper riconoscere che la posizione della donna non è ai margini, dove è stata sospinta. Che le donne non sono una minoranza – come la definisce strabicamente il ddl Zan –, bisognosa di tutela e di politiche inclusive. La natura ha collocato la donna al centro insieme al figlio. Ne ha fatto la madre del mondo. Sono capaci gli uomini di accettare questa centralità e questa autorità femminile, che è al contempo cura, e di mettersi in ascolto autentico delle donne? Perché altra strada non c’è.

Su questi nodi la faglia culturale destra-sinistra si muove in modo imprevedibile. Né l’ossessivo «dirittismo» individualistico né il rifiuto dei temi più controversi offrono risposte a un progetto di manipolazione senza precedenti L’estremo punto di resistenza è l’insuperabile relazione materna, fondamento di un neoumanesimo a radice femminile.

 

www.avvenire.it

 

 

sabato 15 maggio 2021

L'AMBIGUA PEDAGOGIA DELLA LEGGE ZAN

 Un testo simbolico 

e pedagogico

- di Giuseppe Savagnone*

Il disegno di legge Zan è stato oggetto di innumerevoli commenti, favorevoli o negativi, concentrati, nella stragrande maggioranza, sugli effetti giuridici – opportunità dell’inasprimento delle pene nelle fattispecie indicate, rischio di censura delle opinioni divergenti – che esso avrà dopo la sua ormai probabile approvazione anche in Senato. E, su questo terreno, i difensori del provvedimento hanno abbondato nel fornire spiegazioni e garanzie a prima vista inoppugnabili.

Pochi, invece, per quanto ne so, hanno evidenziato il fatto che la vera posta in gioco, qui, non sono gli anni in più o in meno che un eventuale omofobo violento dovrebbe scontare, e neppure il diritto di chi non è d’accordo di dirlo apertamente, ma il carattere fortemente simbolico e pedagogico che la nuova legge avrà.

La legislazione di un Paese non mira solo a regolamentare singole situazioni, bensì a influenzare la mentalità e il costume, plasmando così il volto di una società e delle persone che vivono in essa. Le norme giuridiche, insomma, in quanto rendono lecito o illecito un certo comportamento, additandolo pubblicamente come espressione di un valore o di un di-valore, hanno anche una funzione educativa. Aristotele non faceva che dar voce al buon senso quando scriveva che «i legislatori rendono buoni i cittadini creando in loro determinate abitudini» (Etica Nicomachea, 1103 b).

I veri effetti del disegno di legge

Per questo, a quanti fanno notare che già nel nostro codice penale è ampiamente assicurata una tutela dei diritti delle persone – inclusi, ovviamente, gli omosessuali –, e che questa nuova normativa è dunque superflua, i sostenitori della legge Zan replicano che manca però una specifica menzione – con relativo aggravamento di pena – dei reati legati all’omofobia, che è presente nella legislazione di molti altri Paesi , e che è in gioco un problema di “civiltà”.

Non basta, insomma, che gli individui siano tutelati come persone: sono la loro «identità sessuale» e i loro «orientamenti sessuali» che devono esserlo, additandoli come valori riconosciuti dalla collettività e ormai indiscutibili.

Il problema della censura molto probabilmente non si porrà nemmeno. Che si levino ancora le voci scandalizzate dei reazionari e dei bigotti non potrà sminuire il salto di qualità che la figura di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali acquisterà, con una legge in cui se ne sancisce solennemente la perfetta “normalità” e la piena equiparazione dei loro comportamenti a quelli eterosessuali.

Con una immediata, evidente ricaduta sull’immagine condivisa della famiglia, prima ancora che sul suo regime giuridico, a cominciare dal diritto morale, proprio di ogni coppia, di avere dei figli. Con tutti i mezzi a disposizione, come si ritiene legittimo per gli sposi etero, e quindi, in linea di principio, anche ricorrendo a quello, già ampiamente usato in altri Paesi “civili”, dell’utero in affitto (nel nostro ancora escluso dalla legge).

Se si guarda alla legge Zan sotto questo profilo, cogliendone il significato “educativo”, si capisce che i suoi effetti non si manifesteranno nelle aule dei tribunali, ma in tutte le sedi in cui si realizza un’opera educativa.

Nelle scuole (elementari incluse), a tappeto

Acquista allora il suo pieno significato l’art. 6, che istituisce la Giornata nazionale contro l’omofobia – che sarà celebrata il 17 maggio – in cui saranno sono organizzate «cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile, anche da parte delle amministrazioni pubbliche e nelle scuole».

Quale messaggio sarà proposto in questa occasione e in tutte le alte che indubbiamente, all’ombra di quella, si moltiplicheranno? È abbastanza ovvio. Che è una questione di “civiltà” riconoscere la perfetta equiparazione etica e giuridica tra omosessualità ed eterosessualità. E poiché espressamente si è voluto che questo messaggio giungesse non solo agli studenti della scuola secondaria, maggiormente in grado di valutarlo criticamente, ma a quelli di ogni orine e grado, fin dalle elementari, gli effetti, in termini di condizionamento, sono garantiti. Né sarà possibile sottrarre i propri figli più piccoli a questa campagna “civilizzatrice”, perché in Parlamento è stato espressamente respinto un emendamento che chiedeva fosse introdotta la condizione del consenso dei genitori.

Dal rispetto per le persone omosessuali alla cultura dell’indifferenza sessuale

Si può capire l’impegno dei sostenitori del disegno di legge. La nostra storia passata e presente è piena di «pregiudizi, discriminazioni, violenze» nei confronti di gay, lesbiche, transessuali. Le persone omosessuali sono state – e spesso sono ancora – derise, umiliate, emarginate, a volte anche perseguitate. Le si è costrette a nascondersi, a mascherare la loro vera identità e a darle libera espressione solo nell’oscurità di ambienti ambigui e violenti, privati del diritto di avere una vita affettiva – non solo sessuale! – come tutti gli altri. E ancora oggi suscita scandalo in tanti la presa di posizione di papa Francesco, quando afferma che «gli omosessuali sono figli di Dio», esattamente come gli etero, portatori come loro dell’immagine di Dio impressa nei loro volti.

Si capisce allora che alla base del disegno di legge ci sia non solo e non tanto la volontà di combattere, assumendoli come reati formali, comportamenti spregevoli ancora tristemente riscontrabili nella cultura diffusa, ma quella di rivendicare la dignità umana di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Su questo nessuno, tanto meno i credenti, potrebbe e dovrebbero avere nulla da obiettare.

Il guaio è che, nel difendere i diritti degli omosessuali, il disegno di legge – come abbiamo appena visto – pone le basi per una educazione capillare e totalitaria alla cultura dell’indifferenza sessuale. Che non è soltanto in contrasto con le tradizioni morali degli italiani, ma porta in sé delle intrinseche ombre su cui sarebbe meglio riflettere.

L’«identità di genere» in discussione

Lo hanno denunziato ben 17 associazioni femministe, tra cui Arcilesbica, inaspettatamente contrarie all’approvazione della legge, che hanno sottolineato i pericoli insiti in un concetto cardine del testo (ma anche, in realtà, di tutta la teoria del gender), che è quello di «identità di genere».

«Per “identità di genere”», spiega il disegno di legge ««si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso». Ma, sganciando l’identità di genere da quella, biologica del sesso – dice un documento di queste associazioni – «si vuole che la realtà dei corpi – in particolare quella dei corpi femminili – venga fatta sparire. È la premessa all’autodeterminazione senza vincoli nella scelta del genere a cui si intende appartenere», rendendo insignificante il ruolo dei sesso biologico ed esponendosi ad ogni sorta di confusione.

«In California» – si legge nella stessa nota delle associazioni femministe – «261 detenuti che “si identificano” come donne chiedono il trasferimento in carceri femminili. Il “genere” in sostituzione del “sesso” diviene quindi il luogo in cui tutto ciò che è dedicato alle donne può essere occupato dagli uomini che si identificano in “donne” o che dicono di percepirsi “donne”».

Il racconto dei corpi

È in realtà un problema che i critici delle concezioni centrate unilateralmente sul “genere” hanno da sempre sollevato e che risorge ogni volta che, dal rispetto per le presone omosessuali, si passa alla teorizzazione dell’omosessualità come equivalente alla eterosessualità. I corpi, con la loro struttura biologica morfologica, hanno un loro racconto che deve essere ascoltato e non può essere messo tra parentesi, affidandosi solo a una esperienza soggettiva come «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso».

Forse su questo potrebbero trovare un punto d’incontro le associazioni femministe e la Conferenza Episcopale Italiana, se provassero a dialogare invece di ignorarsi (o peggio) a vicenda. Entrambi pensano che i corpi – quello delle donne come quello degli uomini – non possono essere liquidati come puri meccanismi biologici. Essi meritano di essere rispettati e valorizzati, nella consapevolezza che l’identità sessuale completa di una persona non dipende solo dalla sua struttura corporea, ma anche nella certezza che non può prescindere da essa.

È forse troppo tardi per fermare la campagna a favore dell’approvazione della legge Zan. Ora che Fedez si è pronunciato… Ma non lo è per riprendere, in un dialogo costruttivo – anche se affrontato con la chiara coscienza dei differenti punti vista – il punto centrale evidenziato nel documento delle associazioni femministe. Sarebbe un modo per i cattolici di uscire da un isolamento culturale che le apocalittiche denunzie, da parte di alcuni di loro, non fanno che evidenziare, e per chi ha a cuore l’identità della donna di confrontarsi con una tradizione di pensiero che forse, se si è capaci di superare radicati pregiudizi, ha qualcosa da dire anche a loro.

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 

www.tuttavia.eu

 

 

mercoledì 21 aprile 2021

IDENTITA' DI GENERE, OLTRE L'IDEOLOGIA


 Il ddl Zan sappia tener conto della complessità. 

NON SI PUÒ SCHERZARE CON L’«IDENTITÀ DI GENERE»

 

 -di LUCIANO MOIA

 Ci sono circa 7mila persone in Italia per cui la legge Zan potrebbe diventare un involucro rassicurante con un contenuto amaro. L’involucro è rappresentato dalla vulgata ideologica che accompagna la legge e dal lessico scelto per le definizioni di genere, orientamento sessuale e identità di genere: se quello sarà davvero il riferimento culturale, i rischi di fraintendimento e di letture banalizzanti sono dietro l’angolo. Il contenuto è invece rappresentato dai frutti che deriveranno da tale impostazione. Stiamo stretti, qui, su questo punto. Siamo certi che quelle 7mila persone che soffrono di disforia di genere – che affigge chi deve confrontarsi con un’identità di genere irrisolta – trarranno benefici autentici dall’ondata di strumentalizzazioni e di superficialità che si sta alzando per via mediatica e potenzialmente ope legis?

La questione è stata lasciata un po’ sottotraccia dalla battaglia politico-mediatica e da un confronto comprensibilmente concentrato su pur serissime questioni giuridiche, eppure è il caso di parlarne. L’articolo 1, comma d, della legge licenziata dalla Camera recita: «Per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione ». È uno dei passaggi più discussi di un testo che, al Senato, si dovrà 'unificare' con altre quattro proposte di legge. C’è l’occasione per riconsiderare in modo meno affrettato, tra gli altri punti contestati, anche le definizioni che fanno riferimento all’ambito antropologico. Soprattutto quella di identità di genere.

Sarebbe tutto più agevole se il testo che si propone di introdurre misure di prevenzione e contrasto contro omofobia,

misoginia e abilismo, parlasse in modo più esplicito di transessualità? Forse, ma anche qui occorre distinguere, con serenità e spirito propositivo, allontanando qualsiasi retropensiero ideologico. È indubbio che dietro il concetto di identità di genere si intrecciano diverse sfumature... Se il riferimento va a certa antropologia culturale che si richiama al sex gender system – la cosiddetta 'teoria del gender' – la contraddizione è dietro l’angolo. Ma esistono ancora lobby gender che puntano a sgominare il paradigma eterosessuale normativo e a favorire la dissoluzione della famiglia? Oggi anche la sociologa americana Judith Butler, considerata a lungo la 'profetessa del gender', è andata oltre questi schemi – forse perché ne ha intuito la fragilità – e si dedica a studiare temi come inclusione e violenza. Certo, introdurre come fa il comma d dell’articolo 1 la specificazione «indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione» complica ancor di più le cose. Al di là delle pretese gridate da alcune frange dei gruppi Lbgtq, il fatto di aver avviato un 'percorso di transizione', non basta affatto a definirsi uomo o donna. Né per la legge, nonostante alcune sentenze contraddittorie, né per l’equilibrio e il benessere delle stesse persone coinvolte. Forse basterebbe ricordare che nel nostro Paese la «rettificazione anagrafica del sesso» è ancora regolata dalla legge 164 del 1982, tra le più rigorose, giustamente, nell’indicare tempi e modalità di un percorso che non è mai senza inciampi e senza sofferenze. Qui entriamo nell’ambito della sessuologia clinica dove l’«identità di genere» ha, invece, un significato ben preciso. Si mettono da parte finalmente le ambiguità dei riferimenti 'gender' – o dell’archeologia ideologica residua – per approdare, con tanta fatica e tanta sofferenza, all’evidenza scientifica. Per la sessuologia l’«identità di genere», quando non s’identifica né con il sesso biologico né con l’orientamento sessuale, finisce per richiamare condizioni che, appunto, hanno un nome preciso: disforia di genere. Essa, detto in modo semplice, riguarda persone, che si sentono ingabbiate in un’identità diversa rispetto al proprio sesso biologico. Parliamo di circa 7mila casi perché le poche statistiche a disposizione stimano un caso su novemila persone. Un dato patologico costante, anche se in quest’ultimo decennio, caduto lo stigma sociale legato all’incertezza dell’identità sessuale, le richieste di 'transizione' si sono moltiplicate. Negare che esista, in questo chiaro senso, il problema dell’«identità di genere » vuol dire negare le sofferenze di persone che, quando il problema è reale e non ammantato di suggestioni ideologiche, finiscono per sperimentare un baratro di sofferenze, attese, delusioni, incertezze. Almeno la metà dei percorsi di transizione si interrompe quando le persone con disforia, o i loro genitori, si accorgono che non è quella la strada per la felicità. Non è mai facile, né banale, né privo di rischi il sogno di colmare la frattura tra il proprio sesso biologico e la percezione dell’identità personale.

Per questo, quando gli estensori della legge giustificano il richiamo all’«identità di genere» con precedenti riferimenti giuridici o alla Convenzione di Istanbul che ne fa cenno, dovrebbero rendersi conto che, né l’una né gli altri, offrono chiavi di lettura adeguate perché, in tutti questi casi, si liquida in poche righe una complessità profonda che implica tante domande, anche contraddittorie e disturbanti, a cui né la scienza né la morale offrono risposte davvero soddisfacenti. Ecco perché deve essere valutata con favore l’occasione di rivedere, approfondire, ricercare senza stancarsi soluzioni più condivise del cosiddetto ddl Zan.

Nel concetto di «identità di genere», fuori e lontano da strumentalizzazioni e semplificazioni improprie, e in un modo che il legislatore non sta cogliendo né rendendo chiaro, c’è un dolore che segna la carne viva delle persone.

 

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domenica 29 novembre 2020

IDENTITA' DI GENERE A SCUOLA. PERCHE' E COME PARLARNE


 Sulla proposta della legge Zan di celebrare una Giornata nazionale contro l’omofobia

La posizione secondo cui non sarebbe corretto affrontare in classe determinati argomenti perché “divisivi” non regge: i giovani cercano informazioni, si guardano dentro per capire e per capirsi. Nella norma prevista si può cogliere un’occasione per capire e accompagnare il cammino dei nostri figli più disorientati.

I ragazzi oggi chiedono di non fingere indifferenza, e di essere aiutati a capire Ma chi ha le competenze e gli strumenti per farlo in modo coerente e sereno?

 di Luciano Moia *


L’articolo 6 della legge Zan approvata alla Camera stabilisce che il 17 maggio di ogni anno venga celebrata la Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, anche con iniziative organizzate dalle pubbliche amministrazioni e dalle scuole, comprese quelle primarie. Scelta ideologica? Tentativo di introdurre tra i bambini i veleni della cosiddetta cultura gender? Un rischio, certo. Nella lettera scritta al direttore di “Avvenire” il relatore della legge, Alessandro Zan, assicura tuttavia che «non si prevede in alcuna parte della legge l’introduzione di fantasmatiche “ore di gender”, né si espongono studentesse e studenti a chissà quali contenuti scabrosi. Si prevede semplicemente che, in occasione della Giornata nazionale contro l’omotransfobia, possano svolgersi nelle scuole iniziative dedicate a richiamare i valori del rispetto e del contrasto delle discriminazioni e della violenza motivate da orientamento sessuale e identità di genere». Obiettivi in larga parte condivisibili. Sarà però decisivo capire come verranno declinati questi propositi e, soprattutto, come potrebbe essere strutturato nelle scuole il percorso di avvicinamento a questa Giornata se la legge dovesse superare l’esame del Senato.

Un altro punto interrogativo è legato agli insegnanti. Quelli che dovessero affrontare la questione con serietà – certamente la maggior parte – non potrebbero evitare di confrontarsi con argomenti complessi come il corpo, la differenza, il rispetto, le emozioni, gli affetti, le relazioni. E dovrebbero farlo, come ha spiegato su queste colonne la pedagogista Livia Cadei, che è anche presidente della Confederazione italiana dei consultori di ispirazione cristiana, con la sapienza educativa del «giusto momento», sempre ponendosi dalla parte dei bambini, con un’opera di mediazione efficace e rispettosa delle diverse sensibilità. Occorrerebbero linguaggi adatti e vicini ma, soprattutto, nel caso sarà opportuno chiedere e offrire alle famiglie quella collaborazione giocata sulla reciproca fiducia e sulla trasparenza degli obiettivi che finora è troppo spesso mancata. E si tratta anche qui di un punto decisivo. Nessuna scuola può pensare, su un punto così delicato come l’educazione sessuale, di marciare in senso contrario alla sensibilità dei genitori.

Ma se ogni situazione è occasione, perché la legge Zan, pur con tutti i suoi aspetti problematici che abbiamo già messo in luce, non potrebbe rivelarsi un’opportunità anche in chiave educativa per ri- flettere, anche nelle scuole, su temi ormai irrinunciabili? La posizione secondo cui non sarebbe corretto affrontare a scuola questi argomenti perché “divisivi” o addirittura imbarazzanti non regge in alcun modo. I nostri ragazzi non solo ne parlano, cercano informazioni, si guardano dentro per capire e per capirsi, ma arrivano a definire come “normali” scelte che interrogano e, in molti casi, spiazzano noi adulti.

Nell’ultimo Rapporto Giovani della Fondazione Toniolo (Adolescenti e relazioni significative. Indagine generazione Z 2018-2019) che indaga, tra l’altro, sulle relazioni sentimentali della fascia d’età tra i 13 e 18 anni, si evidenzia che il 10,3 dei ragazzi e il 4,6 delle ragazze dichiara di avere un rapporto stabile omosessuale. I ricerca- tori che si sono trovati di fronte a queste risposte sorprendenti, non fosse altro per le percentuali, che tra i ragazzi non corrispondono a ciò che le statistiche hanno frequentemente indicato per quanto riguarda la consistenza numerica della popolazione non eterosessuale (3-5%), hanno cercato di capire quanto fossero credibili queste dichiarazioni. Ma da una parte la garanzia dell’anonimato, dall’altro l’esame di una serie di parametri che svelano la credibilità o meno delle risposte, non hanno potuto che confermarne l’attendibilità. Possiamo prendere questi dati come trascurabili? Possiamo fingere che non facciano emergere una tendenza o non rivelino nulla di significativo? Certo, possiamo farlo. Ma anche ammettendo il peso di curiosità. condizionamenti culturali e propensione, in alcuni, a farsi affascinare dalle tendenze più trasgressive, la libertà con cui una percentuale così rilevante di ragazzi ha messo nero su bianco all’interno un sondaggio le proprie preferenze sessuali, indica un livello di trasparenza – o un grido di aiuto – che forse pochi anni sarebbe stato impensabile. E questo non diventa interessante solo per i sociologi, ma rappresenta soprattutto per le famiglie un dato urgente su cui riflettere perché ripropone con la forza dei fatti, la questione dell’orientamento sessuale. Una questione “anche” educativa – oltre che esperienziale, ormonale, genetica, culturale, ecc. – che non può essere elusa né dai genitori, né dalla scuola.

Non basta ribadire come un mantra l’evidente suddivisione binaria della natura umana. Una parte dei nostri ragazzi vive anche “quelle” esperienze e ci chiede di non fingere indifferenza, di essere accolta e aiutata a capire. Ma chi ha competenze e strumenti per farlo in modo coerente e sereno? E in questo modo non si aprirebbero le porte ai propugnatori della cosiddetta cultura gender? Qualche considerazione è necessaria. Non tutti gli approfondimenti sulla questione del genere – come illustrato lo scorso anno dal documento della Congregazione per l’educazione cattolica, Maschio e femmina li creò. Per una via di dialogo sulla questione del gender nel- l’educazione – sono un cedimento alla cultura che, secondo la semplificazione corrente, vorrebbe appiattire la differenza sessuale nella logica di un’autodeterminazione senza limiti e senza barriere. Ma il documento vaticano spiega che è necessario fare una distinzione tra ideologia e studi sul gender. Mentre la prima, come ricordato anche da papa Francesco, nel «rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili», finisce per imporsi come «un pensiero unico che determina anche l’educazione dei bambini», non mancano ricerche sul “gender” che cercano di approfondire adeguatamente il modo in cui si vive nelle diverse culture la differenza sessuale tra uomo e donna. «In relazione a questi studi – si dice nel documento vaticano – è possibile aprirsi all’ascolto, al ragionamento e alle proposte».

E su questi aspetti, si ammette, ci sono alcuni elementi di ragionevole condivisione, come il rispetto di ogni persona nella sua peculiare e differente condizione, affinché nessuno, a causa delle proprie condizioni personali (disabilità, razza, religione, tendenze affettive, ecc.), possa diventare – scrivono gli esperti vaticani – oggetto di bullismo, violenze, insulti e discriminazioni ingiuste. Che è poi quello che papa Francesco scrive in Amoris laetitia (n. 250). Che sono, poi, le intenzioni migliori della legge Zan. Ecco perché, pur considerando i rischi ideologici oggettivi e già evidenziati, non è stravagante cogliere nell’articolo della legge che sollecita le scuole ad approfondire, insieme alla questione omofobia, gli indispensabili aspetti antropologici per comprenderne significati e relazioni, un’occasione per capire e accompagnare il cammino dei nostri figli più disorientati.

Sarebbe molto comodo concludere che questo disorientamento sia causato dalla persistente invasione del “gender”. Ma è davvero cosi? Non c’è una minima percentuale di responsabilità anche nel fatto che le famiglie, a loro volta confuse, hanno smesso di essere un riferimento educativo? E che nelle scuole e nelle altre agenzie educative sia così difficile organizzare progetti di educazione all’affettività e alla sessualità capaci di mescolare con saggezza la norma dell’ideale con l’umanità del bene possibile?

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*Luciano Moia, sposato, due figli, è da oltre vent’anni caporedattore del mensile di Avvenire dedicato alla famiglia, prima Noi genitori & figli, ora Noi famiglia & vita. Nello stesso quotidiano è stato anche responsabile della redazione Catholica (informazione religiosa) e della redazione Interni (cronaca e politica nazionale). In precedenza, ha lavorato per un decennio a il Giornale di Montanelli, poi a La Voce e L’Eco di Bergamo. Laureato in Lettere con orientamento storico, ha scritto una ventina di saggi tra cui: Famiglia, morale, bioetica con il cardinale Dionigi Tettamanzi (Piemme, 1999); Figli televisivi? (Edizioni San Paolo, 2001); Crescere insieme. Genitori e figli adolescenti alla scoperta dell’età adulta (Elledici, 2002) e La famiglia la parrocchia la pastorale. Storie vere di famiglie aperte alla Chiesa e al mondo con Paola Tettamanzi (Edizioni San Paolo, 2004). Ha curato gli ultimi due ebook di Avvenire, Le bugie del gender (2015) e Amoris laetitia. Un anno formidabile, 8 aprile 2016-8 aprile 2017.