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mercoledì 20 maggio 2026

I NOSTRI PUNTI CIECHI

 


 Talvolta non riusciamo a vedere

 i nostri limiti e vi restiamo impantanati. 

Ma c’è una buona notizia: 

insieme al Signore possiamo resistere.





di Mariapia Veladiano *

 

Ci sono dei punti ciechi nella nostra vita. La Bibbia lo ha scritto tante volte. Davide, che pure è un grande re, non vede il suo peccato. Ha circuito Betsabea, ha fatto morire suo marito Uria eppure si indigna, sinceramente a quanto possiamo leggere, quando il profeta Natan gli pone il caso di un uomo che si comporta come lui. Davide non vede se stesso. Proprio non si vede. In Matteo 7, Gesù mette in guardia dall’ipocrisia di chi osserva la pagliuzza nell’occhio di chi ha davanti e non vede la trave che oscura la sua vista. E ancora più drammatico è Giovanni 8, nel quale viene narrato l’episodio dell’adultera, dove questa cecità (collettiva, di un gruppo socialmente accreditato) sta portando alla morte di una donna. Cecità che uccide. E solo il brusco rovesciamento dello sguardo (un selfie dell’anima, potremmo dire) che Gesù regala con semplicità disarmante a scribi e farisei riesce a ripristinare la verità e a salvare la vita. E permette a tutti, da allora fino a noi oggi, di capire l’enormità che si sta commettendo. 

A volte ci sembra di vedere bene il mondo, ma invece non è così, crediamo di vederlo ma abbiamo la trave davanti. La paura? Il pregiudizio? Il buon nome? Quello che pensiamo essere il bene della Chiesa? Serve un percorso intimo, una volontà di sé, un voler davvero capire. Non c’è niente di più difficile del mettersi in discussione, soprattutto quando si è adulti. I ragazzi invece ci riescono. Chi ha abitato a lungo le aule ha visto quanto sia possibile cambiare, da giovani. Ragazzi e ragazze che arrivano già sfiduciati e disillusi riprendono fiducia in se stessi e si espandono, diventano curiosi del mondo e si spendono per cause che nemmeno «vedevano» prima. Ragazzi e ragazze che cambiano completamente il proprio pensiero rispetto ai ruoli famigliari e sociali. Un ragazzo di quarta liceo artistico, tornato da uno scambio culturale di quindici giorni in un Paese del Nord Europa, che in classe dice: «Nella famiglia che mi ospitava, padre madre e due bambini piccoli, la madre aveva un lavoro che la teneva fuori anche per qualche giorno, lui faceva tutto come una cosa nomale, cucinava, giocava con i bambini, li portava al nido, li faceva addormentare. Io ho capito che voglio essere così». Questo ragazzo si è visto nello specchio dell’altro, è cambiato. Forse aveva dei pregiudizi o forse no, forse semplicemente non aveva mai messo a fuoco il tema dei ruoli e avrebbe riprodotto in assoluta buona fede quello (unico) che conosceva. Ma ha scoperto una realtà nuova e questo lo ha trasformato profondamente. L’altro ci espande lo sguardo. Incontro folgorante. 

Il nostro spirito è conteso tra un trascorrere dei giorni rassicurante e conosciuto e invece un originario (cioè che è dentro di noi, nel punto più profondo del nostro essere persone) desiderio di un nuovo che ci orienti, sempre, ogni giorno, verso la vertiginosa possibilità di amare senza limiti. 

La nostra zona cieca non è (solo) rispetto al nostro universo morale ma è anche nei confronti di quel che ci circonda. Lo sguardo di un Dio che ci ama, tutti, che vede sempre il bene di noi e dell’altro, è per noi cristiani la buona notizia attraverso la quale guardare noi stessi e il mondo. A volte non sappiamo davvero che cosa fare, e allora scatta la nostra zona cieca. Rassicurante, come un recinto chiuso dentro il quale poter circoscrivere il bene e il male. 

La buona notizia è che tutti i recinti sono stati aperti e che al male possiamo, insieme al Signore, resistere.

«Messaggero di sant'Antonio»! 

*Mariapia Veladiano, scrittrice, laureata in filosofia e teologia, ha lavorato per più di trent’anni nella scuola, come insegnante e poi come preside. Collabora con la Repubblica e con la rivista Il Regno.

 

sabato 7 marzo 2026

AMA IL TUO NEMICO

 


"Educare all’odio?"

 



Massimo Recalcati 

 L’odio è il fondamento passionale di ogni guerra. Nel mondo animale non esiste né crimine né guerra perché non esiste la passione dell’odio. L’istinto aggressivo si scatena solo per la difesa del proprio territorio, per la sopravvivenza della propria esistenza o di quella del proprio branco. In ogni caso, essa non assume mai il valore irresistibile di una passione destinata a durare nel tempo e a corrompere la vita. In uno straordinario romanzo come I duellanti di Joseph Conrad si può vedere bene quanto questa passione possa consumare un’intera esistenza. Non a caso Lacan la definisce una carriera senza limiti. Ci sono vite individuali e vite collettive che sostengono la loro identità sulla mobilitazione permanente dell’odio. Gli psicoanalisti sanno bene quanto l’odio possa dare senso a una vita che al suo centro è abitata da un vuoto profondo. Ho assistito più volte allo sprofondamento depressivo di persone che, per ragioni diverse, avevano perso contatto con il loro oggetto d’odio. Era la passione dell’odio a mantenerle in vita. 

Il pregiudizio

Nella dimensione collettiva della vita umana, l’educazione all’odio è il primo passo che rende possibile e motiva il pregiudizio, la discriminazione, giustificando lo scatenamento della violenza. La passione dell’odio è infatti passione dell’Uno che vorrebbe escludere il Due sino al colmo della sua distruzione. Dove c’è odio l’esperienza virtuosamente traumatica del Due viene sempre rigettata nel nome dell’Uno. Distruggere il nemico significa infatti distruggere innanzitutto l’esperienza del proprio limite che il Due costituisce. Per questa ragione, il gesto di Caino trova il suo fondamento nel mito di Narciso: amare la propria immagine, porsi come un Uno-tutto-solo, adorare il proprio Io, comporta la soppressione di tutto ciò che è altro da me. 

 I cattivi maestri

I cattivi maestri di ogni tempo incitano all’odio, armano le mani dei loro figli o dei loro allievi, soffiano sul fuoco nichilistico della distruzione del nemico. Per lo più, come accadde anche nel nostro paese negli anni Settanta, nascondendo le proprie responsabilità. 

È infatti sempre l’uso irresponsabile della parola da parte dei cattivi maestri a promuovere la violenza. L’ebbrezza del passamontagna calato sul volto che preparava lo scontro armato con le forze dell’ordine, raccontata con pathos da Toni Negri, resta nel mio ricordo di quegli anni come un invito irresponsabile all’odio che ha spinto molti giovani verso una lotta destinata a sconfinare nell’arbitrio assoluto della violenza. Ma come si può interrompere la catena dell’odio? Quando il magistero di Gesù evoca l’amore come antidoto radicale della passione dell’odio non concede nulla alla retorica dei buoni sentimenti. La sua parola non sospinge infatti ad amare il simile, ad amare chi ci ama, ma, in modo inaudito, ad amare il nemico. È il passaggio vertiginoso del suo pensiero che nemmeno Sigmund Freud può accettare. Eppure il suo messaggio resta oggi più che mai tanto scabroso quanto essenziale: la fratellanza non è affatto un’esperienza di assimilazione, di uniformazione e, a rigore, nemmeno di condivisione. 

Con l’invito paradossale ad amare il nemico Gesù intende piuttosto sconvolgere ogni concezione ingenuamente armoniosa e pacificata dell’amore per metterne in luce il lato più indigesto. Amare il nemico significa infatti amare chi non è a nostra disposizione, chi sfugge al nostro governo, chi non può mai essere assimilato al nostro Io. In questo senso la passione dell’amore è una passione di decentramento, mentre quella dell’odio è, al contrario, una passione di accentramento. Il nemico diventa un bersaglio, un’alterità da disprezzare o da annientare, di fronte alla quale ribadire la propria superiorità morale, etica, razziale o culturale. Saremo dunque responsabili davanti alle nuove generazioni di avere sostenuto una cultura della guerra e dell’odio al posto di una cultura radicale dell’amore? 

Le ideologie  e l'educazione

Non è forse questo il grande, immenso, compito dell’educazione? Non a caso guerra e Scuola sono profondamente antagoniste. La funzione prima della Scuola non è infatti quella della trasmissione del sapere, ma quella della formazione della vita alla sua dimensione costitutivamente plurale, all’esperienza del Due e non dell’Uno-tutto-solo. Per questo, tutte le ideologie totalitarie snaturano la vocazione democratica della Scuola facendone un’officina di guerra e di indottrinamento, sottomettendola così al servizio dell’odio. 

 Non sorprende che sia stata la filosofia dell’odio dell’hitlerismo a rendere possibile l’orrore della Shoa e della Seconda guerra mondiale. La passione dell’odio si nutre infatti della certezza dogmatica di possedere la Verità. Essa esclude per principio il dubbio e la contraddizione perché vive di un ideale integralista e fondamentalista di purezza. È nel nome di questa purezza che Hitler ha legittimato l’odio feroce per gli ebrei, per il bolscevismo e per le democrazie liberali. I misfatti più crudeli ed efferati nella storia sono sempre stati giustificati nel nome della Verità. Ecco perché l’odio è il nutrimento quotidiano di ogni ideologia settaria. Non a caso Freud afferma che l’odio è un’espressione diretta della pulsione di morte, della pulsione che non alimenta la vita ma la sua distruzione. 

 La scuola

In ogni regime totalitario, la missione democratica della Scuola viene avvelenata e distorta dal virus dell’ideologia. I totalitarismi del Novecento sono stati esempi storici sconvolgenti di come l’indottrinamento possa prende il posto dell’educazione alla legge plurale della parola, alla legge del Due. Il nostro tempo ripropone traumaticamente la stessa sfida sull’orlo di una guerra che rischia di divenire mondiale: sarà la passione dell’odio a trionfare o sapremo trovare nella fratellanza – nell’amore per il Due – un’alternativa etica a questa passione mostruosamente umana?

La Repubblica

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giovedì 21 gennaio 2021

SHOAH. LA MEMORIA SFIDA IL PREGIUDIZIO

 Lia Tagliacozzo: «L’Italia faccia i conti con il suo passato». 

Camillo Brezzi: «Più attenzione ai documenti». 

Saul Meghnagi: «Un metodo per l’educazione civica»

 -         di Alessandro Zaccuri 

 L’irruzione online risale al 10 gennaio: durante una presentazione del libro La generazione del deserto (Manni, pagine 256, euro 16,00), nel quale Lia Tagliacozzo ricostruisce le vicenda della sua famiglia di ebrei romani durante la Shoah, un gruppo di disturbatori è riuscito a intromettersi con insulti, slogan nazisti e immagini di croci uncinate. Se ne è parlato molto, anche se, commenta l’autrice, «è uno stupore che un po’ mi stupisce». A vent’anni esatti dalla prima celebrazione del Giorno della Memoria (istituita per legge nel 2000, la ricorrenza del 27 gennaio entrò ufficialmente in calendario nel 2001), i segnali di antisemitismo e, più in generale, di intolleranza tornano a manifestarsi con frequenza inquietante. Non è soltanto un retaggio del passato, se è vero che molti giovani ebrei italiani si trovano a fronteggiare i pregiudizi dei coetanei. Per venire incontro alle loro esigenze di chiarezza Saul Meghnagi e Raffaella Di Castro hanno curato per Giuntina L’ebreo inventato (pagine 320, euro 18,00), una raccolta di saggi che permette di ribattere ai luoghi comuni sull’argomento. Senza alcun intento polemico, ma nella prospettiva di quello che Meghnagi, pedagogista di formazione e consigliere dell’Ucei (Unione della Comunità ebraiche italiane) definisce «un metodo utile a tutti coloro che devono affrontare il pregiudizio». Compreso quello per cui tra storia e memoria verrebbe a prodursi un conflitto.

Non è di questa opinione Camillo Brezzi, che in L’ultimo viaggio (il Mulino, pagine 176, euro 15,00), ricostruisce le fasi iniziali della deportazione, servendosi delle testimonianze di figure significative come Liliana Segre, Sami Modiano, lo stesso Primo Levi e altri ancora. «Affermare che la memoria non è di per sé la storia – dice lo studioso– non significa negare che la memoria sia utile, e spesso addirittura indispensabile, alla storia». Sono prospettive diverse, quelle indicate dai libri che abbiamo appena elencato, ma niente affatto in contraddizione tra loro. «L’elemento irrinunciabile – sottolinea Lia Tagliacozzo – è rappresentato dal valore del Giorno della Memoria, che permette di parlare pubblicamente della Shoah. In precedenza non era così, anche all’interno di famiglie che, come la mia, avevano vissuto il dramma della persecuzione. Nei sopravvissuti prevaleva il desiderio di andare oltre, senza voltarsi a guardare indietro. Era un atteggiamento a suo modo generoso nei confronti delle nuove generazioni, ma nel quale giocava un ruolo non irrilevante anche il timore di non essere creduti o ascoltati. Ma la difficoltà degli scampati non può in alcun modo essere trasformata in alibi per quanti, invece, preferirebbero trincerarsi in un silenzio colpevole. La mia convinzione è che in Italia non si sia ancora sviluppata una coscienza storica e civile di quello che il fascismo ha rappresentato. So bene che è un discorso complesso, che coinvolge la cosiddetta “zona grigia” della quale ho cercato di dare conto anche nel mio libro. Ma questa mancata consapevolezza resta un fatto pericoloso, che ha molto in comune con le esplosioni di intolleranza che negli ultimi tempi si sono fatte solamente più rumorose rispetto a qualche tempo fa. Non ci si può illudere che l’antisemitismo sia un problema di oggi. Anche in Italia è sempre esistito, ora però ha conseguito una sorta di legittimità, che troppo spesso viene confusa con la libertà di espressione».

«Purtroppo – conferma Camillo Brezzi, storico di professione con una solida esperienza di assessore alla Cultura per la Provincia e il Comune di Arezzo – fin dal principio le celebrazioni del Giorno della Memoria sono state funestate da atti di vandalismo, intimidazioni, oltraggi. Qualcuno ha addirittura preteso che esi- stesse un rapporto di causa-effetto, come se l’intolleranza fosse l’esito di un eccesso di memoria. Non è affatto così e non solo perché l’antisemitismo è sempre esistito, appunto, ma anche perché è mutato e continua a mutare nel tempo, sollecitato da fattori diversi, di natura politica e sociale. Proprio per questo occorre soffermarsi ancora ad ascoltare la voce dei testimoni, i cui racconti costituiscono una risorsa irrinunciabile per la ricerca storiografica. Penso al patrimonio della Fondazione Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, nel quale sono conservati più di novemila tra diari, memoriali, autobiografie, epistolari. Nessuno di questi documenti, preso isolatamente, permette di ricostruire il periodo al quale fa riferimento, ma in ciascuno di essi sono presenti informazioni preziose, che rivelano episodi sconosciuti, contestualizzano dettagli, forniscono un punto di vista personale su vicende che altrimenti rischieremmo di valutare solo dall’esterno. La persecuzioni degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale è molto studiata, è vero, ma a un certo punto mi sono resto conto che i momenti cruciali dell’arresto, del viaggio nei treni blindati e dell’arrivo nei lager non erano ancora stati approfonditi. E per capire che cosa accadesse in quelle giornate terribili non si può fare altro che affidarsi alle testimonianze dei sopravvissuti».

«Il ricorso alla memoria corrisponde alla stessa esigenza di concretezza dalla quale ci siamo fatti guidare per L’ebreo inventato – spiega Saul Meghnagi –. Anziché partire da affermazioni astratte, abbiamo isolato una serie di casi esemplari, li abbiamo analizzati in modo sistematico e da lì siamo risaliti ai princìpi generali sanciti dalla Costituzione. Si tratta di un percorso molto articolato, che passa per snodi spesso delicati e che richiede un concorso di competenze diverse, di tipo sia storiografico sia sociologico. Sono convinto che sia un modello di educazione civica che può essere applicato con efficacia anche ad altre forme di discriminazione e pregiudizio, come quelle derivanti dai cambiamenti demografici in atto nel nostro Paese. Oggi l’intolleranza rischia di essere più accettata rispetto al passato, lo sappiamo, e l’affiorare di nuove forme di rivendicazione identitaria va di pari passo con il permanere, nella memoria collettiva, di zone d’ombra che pochi sembrano disposti a esplorare. Prendere in esame un caso per volta, così come prestare ascolto a una singola testimonianza, aiuta a uscire dalla vaghezza di una versione troppo semplificata della storia. Senza trascurare il fatto che, per fortuna, dal passato si può anche imparare qualcosa di buono. Pregiudizi che un tempo sembravano insuperabili, come l’accusa di deicidio che attribuiva all’intero popolo ebraico la colpa dell’uccisione di Gesù, è venuta a cadere grazie al cammino compiuto dalle Chiese dopo la Shoah, anche attraverso la riflessione del Concilio Vaticano II. Anche a questo serve l’alleanza tra storia e memoria».

 

www.avvenire.it

 

domenica 16 agosto 2020

PIENI DI STEREOTIPI e PRIVI DI SENSO CRITICO .... DOVE CI PORTA IL "SENSO COMUNE" ...


Ci riteniamo tutti psicologi, sociologi e capaci di leggere il mondo.
Un libro di due studiosi della personalità mette in relazione quel che crediamo di essere  con ciò che siamo realmente e ne emerge una potente critica al cosiddetto senso comune e "buon senso".

di GIUSEPPE O. LONGO

Quello che siamo e quello che crediamo di essere. È il tema arduo affrontato in Si fa presto a dire psicologia (Il Mulino, pagine 184, euro 14). Un agile volumetto in cui gli autori Paolo Legrenzi, Alessandra Jacomuzzi mettono a confronto la psicologia spicciola, quotidiana, del senso comune e del buon senso con la psicologia scientifica, basata sugli esperimenti. La psicologia è una disciplina piuttosto singolare: mentre per leggere con profitto un testo di chimica o di matematica si richiede una qualche nozione di base, quando si tratta di psicologia ci sentiamo tutti un po’ psicologi. Presunzione giustificata dal fatto incontestabile che nella quotidianità il buon senso (che diviene senso comune quando sia condiviso) è più che sufficiente per farci condurre una vita generalmente dignitosa. Di fatto, a differenza di altre discipline, la psicologia popolare non ha bisogno della scienza: pertanto è sorprendente che, partendo dai comportamenti delle persone, si possano escogitare esperimenti in grado di mettere in luce meccanismi mentali inattesi. Si è quindi indotti a chiedersi se esista una realtà mentale più profonda di quella che ci guida abitualmente. E ancora: la nostra mente, in migliaia di anni di evoluzione, si è strutturata per cercare la verità, oppure per interagire in modo soddisfacente con gli altri, magari ingannandoli e ingannando persino noi stessi? E se è vera la seconda alternativa, quali svantaggi comporta nel mondo contemporaneo una mente che non si è selezionata per ricercare la verità?
Nel libro gli esperimenti che mettono a nudo i meccanismi profondi della mente sono suddivisi in sei capitoli, dedicati rispettivamente alle illusioni della percezione, della realtà, della razionalità, dell’emotività, della conoscenza e dell’autonomia. Il capitolo dedicato alle illusioni percettive, per esempio, raccoglie una varietà di esperimenti escogitati da vari studiosi, tra cui, a Trieste, Gaetano Kanizsa e Paolo Bozzi. Alla domanda soggiacente: come facciamo a formare di un oggetto un’immagine piuttosto che un’altra, diede una risposta Max Wertheimer, il padre della psicologia della Gestalt, secondo la quale il tutto è diverso dalla somma delle parti. Circa un secolo fa Wertheimer identificò alcune leggi grazie alle quali, quando siamo davanti a una molteplicità di stimoli visivi diversi, riusciamo a creare delle figure organizzate e autonome.
Merita soffermarsi sulle conclusioni del volume, ricche di osservazioni, di notizie e di aneddoti che aiutano a collocare in prospettiva l’impostazione del trattatello. Psicoterapia, ipnotismo, affabulazione, impostazione evoluzionista sono presentate con stringata efficacia e corroborano quello che agli autori appare come il punto cruciale del libro: il passaggio dal buon senso al senso critico. La psicologia quotidiana, o «ingenua», che corrisponde al senso comune, funziona molto bene in un mondo dove non occorre diffidare delle apparenze e domandarsi se il mondo è davvero quello che si presenta ai nostri occhi. Oggi tuttavia il mondo è molto più complesso del mondo che ha foggiato il nostro cervello, e uno dei caratteri degli oggetti complessi è che nessuna singola descrizione, nessun punto di vista particolare ne esauriscono la ricchezza. Gli esperimenti sono il miglior modo per verificare o confutare (Popper direbbe «falsificare») le ipotesi sul funzionamento del mondo. Se è vero che l’esperimento è lo strumento migliore per indagare la realtà, è anche vero tuttavia che gli strumenti non ci conducono mai a risposte complete e definitive e il buon senso riempie, per così dire, i buchi della nostra ignoranza.

Inoltre, osservano gli autori, la scienza ha un grande vantaggio sul buon senso: riesce a sorprenderci, e la sorpresa accompagna la scoperta della 'magia' della realtà, ma è anche legata ai dubbi, nel senso che avremmo meno sorprese se ci fossimo dotati di più cautele e di più dubbi. «Il buon senso tende a dare per scontato che il futuro sia una replica del passato e che le cose, quando cambiano, mutino molto lentamente. Oggi il mondo cambia molto più rapida- mente che in passato e una mentalità sperimentale, centrata sul dubbio, riesce a ridurre la quantità di sorprese, di situazioni cioè in cui ci accorgiamo che il senso comune non è sufficiente, che le idee dei più sono sbagliate». D’altra parte la conoscenza ricavata dagli esperimenti non deve farci abbandonare il buon senso, piuttosto deve contribuire ad arricchirlo. Il buon senso arricchito è spesso una buona difesa contro il senso comune, che tende ad alimentare i pregiudizi e gli stereotipi.
Da ultimo, Legrenzi e Jacomuzzi fanno alcune considerazioni penetranti sul dibattito relativo ai cambiamenti climatici. Mentre il nostro cervello è erede e specchio di un passato lontano e gli è difficile adeguarsi a un mondo che cambia tanto rapidamente, la scienza ci aiuta a capire e a misurare i cambiamenti, ma non ci dice che cosa dobbiamo fare in queste condizioni di rischio. Tuttavia combinando la scienza col buon senso, ricorrendo cioè al buon senso arricchito, possiamo comprendere perché si debbono adottare certi provvedimenti e anche perché la nostra mente, se abbandonata al buon senso spontaneo e ingenuo, non ci spinge ad adottarli.




sabato 9 luglio 2016

GENDER A SCUOLA. QUALI PROSPETTIVE?



Il Ministero lavora sul gender a scuola. 

Una bozza preparata dal Miur contiene passaggi ambigui su “stereotipi spacciati come naturali”. Si dà credito inoltre a un portale che vuole far salire in cattedra le associazioni Lgbt

Gender
Gender - Wikipedia Commons
“La differenza sessuale può essere vissuta in uno spettro ampio di inclinazioni, affinità, scelte”, perché “si può essere uomini e donne in modo libero e rispettoso di sé e degli altri senza costringere nessuno/a dentro un modello rigido di comportamenti e di atteggiamenti”.
C’è chi si ostina ad affermare che l’ideologia gender non esista, frutto di chissà quale fantasia perversa di qualche cattolico in preda ad ossessioni. Eppure, a leggere gli estratti di una bozza del Ministero dell’Istruzione delle linee guida su percorsi educativi da applicare alle scuole, sembra proprio che l’esistenza di un’ideologia intenta a destrutturare la differenza sessuale non sia infondata.
Il documento elaborato dalla Commissione del Miur incaricata ad applicare il comma 16, art.1 della legge “Buona Scuola” – ove si parla, appunto, di lotta alle discriminazioni sulla base dell’identità e dell’orientamento di genere – sarebbe dovuto esser consegnato ai presidenti delle associazioni di genitori Fonags.
Il Forum Nazionale delle Associazioni dei Genitori della Scuola è un istituto nato proprio per assicurare una “stabile consultazione delle famiglie sulle problematiche scolastiche”. I presidenti sono rimati tuttavia a mani vuote. Come denunciato da Massimo Gandolfini, rappresentante degli ultimi due Family Day, il documento non è stato loro consegnato giacché dovrebbe ancora “passare per l’approvazione dei competenti ministri, Pubblica Istruzione e Pari Opportunità”.
Gandolfini ritiene questo atteggiamento del Miur “palesemente irrispettoso nei confronti dei presidenti e delle associazioni da essi rappresentate”, ed esprime la preoccupazione che sia in atto un tentativo di “scippare i genitori del ruolo decisionale che in primis spetta loro, a vantaggio di impostazioni ideologiche tipiche del politicamente corretto”.
Della bozza in questione (che essendo un documento in itinere potrebbe ancora essere sostanzialmente modificata) è riuscito a prenderne visione ZENIT. Leggendola si evince che non è peregrino, in effetti, il timore manifestato da Gandolfini per conto di migliaia di altri genitori.
Nel testo si punta l’indice contro “modelli gerarchici” basati sul “patriarcato”, che hanno fatto “interiorizzare” le differenze come diseguaglianze. “Se c’è una differenza, allora qualcuno è meglio e qualcuno è peggio e, soprattutto, c’è una dimensione di potere dell’uno sull’altro”, la conclusione che sembra un estratto reinterpretato del “Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini” di Rousseau.
Questo retroterra culturale intriso di patriarcato, secondo gli autori della bozza, è fonte oggi di “pregiudizi e stereotipi che vengono spacciati come naturali”. Pur stigmatizzando quello che viene definito “il regime delle equivalenze”, atto a cancellare la differenza sessuale, il documento asserisce che una “autentica educazione di genere si può realizzare declinando insieme uguaglianza e differenza”.
In che modo? Attraverso una serie di linee di intervento “sulle quali incentrare la progettazione educativa e didattica sia curricolare sia extracurricolare”. Linee che convogliano tutte verso alcuni obiettivi: “decostruire pregiudizi e stereotipi”, “educare alle differenze” e anche “alle relazioni e alla affettività”. Proposito, quest’ultimo, che ricorda il progetto di legge sulla cosiddetta “educazione sentimentale”.
Al fine di realizzare questi obiettivi concorre poi il sostegno di associazioni esterne al mondo della scuola. Ecco allora che nella bozza in questione si parla di “capitalizzare, mediante la loro più ampia diffusione”, un “ricco patrimonio di esperienze” come quella del portale Noisiamopari.
Si tratta – come si legge sul sito – di “una pagina web dedicata alle Pari Opportunità a Scuola”, al fine di “adeguarla (la scuola, ndr) ai delicati compiti educativi a cui è chiamata”. Il metodo per perseguire questo adeguamento dell’istituzione scolastica proposto da Noisiamopari è presto detto: far salire in cattedra i rappresentanti dell’associazionismo omosessuale.
In uno specifico documento sull’omofobia presente nel portale si richiede infatti come misura “l’accreditamento delle associazioni Lgbt presso il  Miur in qualità di enti di formazione”. Una richiesta che volge – come segnalato appunto da Gandolfini – “a vantaggio di impostazioni ideologiche”. Ma c’è ancora tempo per modificare questa bozza. Chissà se c’è anche la buona volontà da parte del Miur.

giovedì 17 dicembre 2015

BUONI, CATTIVI o COSI' COSI'

Pensieri alla vigilia del Natale

CHI e COME SONO GLI ALTRI PER NOI?lavagna buoni cattivi

Era abitudine, nelle scuole elementari di tanti anni fa, fare scrivere sulla lavagna – in due colonne ben separate – i buoni e i cattivi. Ero andato in una quinta classe per la periodica visita del direttore e, approfittando di una momentanea assenza dell’insegnante, un alunno mi fece notare che mancava la colonna dei “così-così”, perché egli quel giorno si sentiva proprio così. “Io, invece, sono sempre buono!” saltò in piedi, quasi urlando, con visibile aria di arroganza, il ragazzo ritenuto più bravo. Di contro, l’alunno ritenuto peggiore mi disse, con aria beffarda e spavalda: “Direttò, io sono sempre cattivo! Anche a casa mi dicono che sono un ‘malacarne’.”
La fine di ogni anno stimola persone ed istituzioni a valutare l’anno che sta per finire. Ognuno usa parametri diversi ....

venerdì 26 marzo 2010

MANDIAMOLI A CASA !


Immigrati in Italia - Razzismo e pregiudizi.

Gli italiani hanno la percezione che gli
immigrati siano il 23% della popolazione residente, ovvero pensano che gli stranieri presenti siano
quasi quattro volte quelli che risiedono realmente in Italia (il rapporto più alto di tutto l’Occidente).
In realtà le cose stanno diversamente ......  LEGGI