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sabato 30 ottobre 2021

DDL ZAN, DOPO LA BOCCIATURA


 Reazioni opposte, 

ma tutte fuori misura 

Le reazioni, all’indomani dell’affossamento del ddl Zan al Senato, riflettono una radicale contrapposizione etica e politica.  «I diritti possono attendere», è il titolo de «La Repubblica». «Il Parlamento dei diritti negati» titola «La Stampa». «Vergognatevi», è il titolo di «Domani». Sulla stessa linea il commento del segretario del PD Letta, che scrive amareggiato su Twitter: «Hanno voluto fermare il futuro. Hanno voluto riportare l’Italia indietro».

Di segno opposto le reazioni dei giornali di destra. «Fine del delirio gender», titola «Il Giornale». «Affondata la legge bavaglio» è il titolo de «La Verità». «Libero» esulta, più che per il contenuto del ddl bocciato, per la sconfitta degli avversari politici: «Piange il PD. Che bello», titola in prima pagina. Così anche Salvini, soddisfatto soprattutto perché ha visto il ddl «affossato dall’arroganza di Letta».

In realtà, proprio alla vigilia della votazione che ha segnato la liquidazione del disegno di legge,  si era registrata, da parte del segretario del Partito democratico, una timida apertura. Letta aveva ipotizzato un’esplorazione con le altre forze politiche «per cercare di capire le condizioni che possano portare a un’approvazione rapida del testo». 

Mossa apprezzata da Renzi, che aveva ribadito la sua idea: «Se vogliamo che la legge passi, vanno cambiati i passaggi più delicati». A fare muro contro lo spiraglio aperto dal segretario del PD era stato però il mondo LGBT+, secondo cui il disegno di legge contro l’omotransfobia andava approvato così com’era, senza altre mediazioni e rinvii.

Davanti a questo spreco di depressioni, indignazioni e manifestazioni di esultanza, non guasta forse un momento più pacato di riflessione sul significato di ciò che è accaduto. 

La prima considerazione che si impone è l’enorme sopravvalutazione del ddl Zan – e quindi del suo  affossamento – sia da parte dei suoi sostenitori delusi, sia da quella dei suo oppositori esultanti. Basta rileggere (o forse, da parte di molti, leggere) il testo in questione per rendersi conto che esso non introduceva affatto la tutela dei diritti delle persone omosessuali e transessuali, ma si limitava a inasprire le pene per chi li avesse violati e a prevedere una giornata  all’anno dedicata alla loro valorizzazione.

Che poi il voto del Senato abbia posto fine al «delirio gender» è una evidente esagerazione retorica, visto che la questione non si esaurisce certo in una maggiore o minore tutela giudiziaria, come chiunque può constatare oggi davanti al moltiplicarsi – nella pubblicità, nei film, ma anche nella esperienza quotidiana – degli esempi di omosessualità e di transessualità.

Una tardiva apertura al dialogo 

Quanto alla tesi che il ddl costituisse una «legge bavaglio», essa ha certamente assai maggiore fondatezza di quelle precedenti. Non si può, però, ignorare lo sforzo fatto dai proponenti, con l’introduzione, in corso d’opera, dell’art.4, esplicitamente rivolto ad evitare questo effetto. Uno sforzo da molti giudicato (a ragione) insufficiente, ma da cui si poteva partire per un dialogo più costruttivo.

In realtà né dall’una né dall’altra parte questo dialogo è stato fermamente voluto. Solo tardivamente la Conferenza episcopale italiana è passata da una posizione di netto rifiuto dell’iniziativa parlamentare dell’on. Zan a una più possibilista e costruttiva, spiegando che non ne voleva l’affossamento, ma la modifica. E ancora più tardivamente, come si è appena visto, l’on. Letta si è mostrato disponibile  ad accogliere questa ipotesi di modifica.

Alla fine hanno vinto i “falchi” di entrambi gli schieramenti, portando a uno scontro frontale che ha visto la vittoria della destra, ma che in ogni caso è stato caratterizzato dalla incapacità, dell’uno e dell’altro fronte,  di uscire dai rispettivi schemi ideologici.

L’ideologia della sinistra… 

Perché di ideologia si tratta, quando si continua a vedere nella lotta – in sé sacrosanta – contro l’omofobia e la transfobia la questione centrale nella situazione odierna del nostro Paese e a farne, perciò, la punta di diamante della politica della sinistra. In una società che ha quasi 8 milioni (per la precisione 7 milioni e 734 mila) “incapienti” – cittadini, cioè, che  hanno un reddito complessivo non superiore a 8mila euro annui o con pensione fino a 7.500 euro –  il «futuro» a cui mirare non si può ridurre a inasprire le pene per chi incita alla  violenza contro gli omosessuali, per quanto giusto ciò possa essere, ma richiede una ridefinizione radicale dell’assetto socio-economico della nostra società neocapitalista, sostanzialmente ispirate, con delle occasionali attenuazioni, a quelle spietate di Squid Game. I «diritti che possono attendere», i «diritti negati», e la cui negazione merita il «Vergognatevi», rivolto alla nostra classe politica, sono “anche”, ma non “prima di tutto “ (e in definitiva quasi esclusivamente) quelli per cui la sinistra si è battuta in questi anni all’ultimo sangue e che, a quanti hanno il problema elementare di arrivare alla fine del mese, non possono non apparire un lusso.

… E quella della destra

Ma ideologico è anche l’appello ai grandi valori etico-religiosi della tradizione cristiana da parte di chi, in nome di essi, si è strenuamente battuto contro il ddl Zan. L’ostentazione del vangelo da parte di Salvini non può far dimenticare – anche se gli italiani ci sono riusciti, perché hanno poca memoria! – che la Lega è nata da una scelta religiosa che contrapponeva i valori pagani e il dio Po alla religione cristiana e al cattolicesimo in particolare. «Io ci credo, in Dio» – spiegava Bossi. «Ma non è il Dio che ci raccontano al catechismo. È un Dio che sta ovunque, nell’acqua e nel fuoco, nell’aria che respiriamo (…) Penso che il mio sia una specie di panteismo». 

Anche quando si è adattata alla visione cristiana, la Lega non è stata in linea con la visione del vangelo. Significativa la dichiarazione dell’eurodeputato leghista Borghezio, presidente dell’organizzazione “Padania cristiana” ed esponente di punta dell’anima cattolica della Lega, che ha ritenuto di poter circoscrivere il concetto evangelico di “prossimo” a «coloro che fuoriescono dal nostro stesso ceppo»: per lui, è «solo nell’ambito di questa ben delineata categoria di “prossimità” che deve intendersi il precetto dell’amore fraterno. Di conseguenza, per quanto mi riguarda, non è estendibile al vù cumprà o al vù lavà, certamente prossimi di molte altre persone, ma non del sottoscritto. Grazie a Dio».

Perciò non si può non condividere l’opinione del noto storico cattolico Franco Cardini: «Gli antiabortisti che auspicano l’affondamento dei gommoni dei clandestini e che vorrebbero escludere un bambino dal diritto ad avere una casa, a frequentare una scuola, a fruire di un posto-mensa, solo perché è extracomunitario, non sono cattolici nemmeno se riempiono la casa di crocifissi». 

Il discorso vale anche per la pretesa leghista di difendere, sul tema del gender, la visione cristiana della sessualità e della famiglia. E lo conferma la vita privata di Salvini, ispirata, al di fuori dei comizi, a ben altre prospettive. Come del resto quella (pubblicamente ostentata) di  Berlusconi e, in forme meno eclatanti, quella della Meloni. 

Ma dove sono i cattolici?

In questo contesto, la domanda che sorge spontanea è: ma dove sono finiti i cattolici (quelli che il vangelo non lo sventolano, ma lo leggono e cercano di praticarlo)? Dopo la fine della Prima Repubblica, sembrano scomparsi, inghiottiti, senza lasciare tracce, dai due poli che hanno dominato la Seconda. 

Avrebbero dovuto essere loro – i laici cristiani, non i vescovi! –  ad aiutare la sinistra a ricordare il primato del bene comune e dei valori in esso inclusi, a cominciare dalla giustizia, e la destra a capire che la difesa della vita nascente (nei confronti dell’aborto) o morente (nei confronti dell’eutanasia) e della famiglia (nei confronti delle teorie del gender) non ha senso se poi non si rispettano le persone già nate e non ancora moribonde, siano esse italiane (i poveri), siano straniere (i migranti). 

La presenza dei cattolici nei due schieramenti – sia a livello di vertice che di base – è risultata e rimane, invece, irrilevante. E c’è da temere che, quando il card. Bassetti apre le porte a un futuro testo che possa riproporre le esigenze contenute nel ddl Zan, sottolineando che esso dovrà però tenere conto anche della voce dei cattolici, quella a cui pensa sia la voce della Conferenza episcopale o della Santa Sede, non quella dei laici.

Dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose o possiamo sperare di cambiarlo? A spingerci ad preferire la seconda ipotesi non è la difesa degli interessi del cattolicesimo, ma la constatazione che entrambe le posizioni maturate in questa Seconda Repubblica senza il contributo del pensiero politico cristiano sono disastrose – non per la Chiesa, ma per le persone. Ma è plausibile un risveglio culturale e politico del laicato cattolico che, senza pensare a un “partito cristiano” – renda di nuovo rilevante il vangelo nella ispirazione delle scelte politiche? È una domanda a cui forse dovrebbe cercare di dar risposta il Sinodo che si è appena aperto.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 

www.tuttavia.eu 

sabato 26 giugno 2021

DDL ZAN. CHE LA RAGIONE PREVALGA!


 -        di Giuseppe Savagnone


«Concordo pienamente con il presidente Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento italiano. Per questo si è scelto lo strumento della Nota Verbale, che è il mezzo proprio del dialogo nelle relazioni internazionali». Così è intervenuto il card. Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, nel dibattito sul rapporto tra il Vaticano e lo Stato italiano.

Un intervento che in cui si manifesta l’evidente intento del Vaticano di abbassare i toni della polemica – e forse la presa di coscienza di avere fatto un passo controproducente, almeno davanti all’opinione pubblica –, come conferma anche la precisazione del “ministro degli Esteri” del papa, secondo cui la Nota era destinata a rimanere «un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni e non certo per essere pubblicato».

Peraltro, il cardinale ha ribadito ciò che già si sapeva: «Non è stato in alcun modo chiesto di bloccare il ddl Zan. Siamo contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale, come pure della loro appartenenza etnica o del loro credo. La nostra preoccupazione riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare nel caso fosse adottato un testo con contenuti vaghi e incerti, che finirebbe per spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è».

Un problema reale da discutere laicamente

Quale che sia la valutazione della opportunità o meno dell’intervento della Santa Sede, c’è almeno un punto su cui sarebbe bene riflettere, si sia o meno d’accordo con esso nel suo insieme. Discuterlo con equilibrio, al di là del coro di proteste che la Nota ha suscitato – alcune, per la verità, evocanti un laicismo vecchio stampo, come nel caso di Fedez – non è una rinuncia alla laicità, ma il rispetto della sua essenza, che è la disponibilità a confrontarsi razionalmente con chi la pensa in modo diverso.

Nel ddl Zan si prevede un aggravio di pena per chi «istiga a commettere o commette atti di discriminazione» nei confronti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Ora, come ha fatto notare Parolin, «il concetto di discriminazione resta di contenuto troppo vago. In assenza di una specificazione adeguata corre il rischio di mettere insieme le condotte più diverse e rendere pertanto punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna, con delle conseguenze che possono rivelarsi paradossali e che a nostro avviso vanno evitate, finché si è in tempo».

Basta cercare nel vocabolario «Treccani»: il significato di “discriminare” è «distinguere, separare, fare una differenza». Ora, è chiaro che chi – come la Chiesa cattolica, ma non solo – non condivide l’equiparazione piena tra i rapporti eterosessuali e quelli omosessuali, sta ponendo per ciò stesso una differenza, una discriminazione tra i primi e i secondi. Rientra per questo nella fattispecie criminale prevista dal ddl Zan?

È vero che, per rispondere alle preoccupazioni di chi accusava il ddl Zan di impedire ogni forma di dissenso rispetto alla dibattuta questione del gender, è stato inserito appositamente nel testo l’articolo 4, che esclude dalla punibilità «la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte». Ma anche questa precisazione contiene, alla fine, una postilla non insignificante: «purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

Mettendo da parte l’ipotesi estrema della violenza, un giudice non potrebbe considerare una omelia, una catechesi – o anche semplicemente una presa di posizione da parte di chiunque sostenga che quello tra uomo e donna è l’unico “vero” matrimonio – come manifestazioni di pensiero «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori», nella misura in cui destinate a convincere gli ascoltatori a fare una netta differenza, e quindi una discriminazione,  tra l’unione eterosessuale e quella gay?

Quand’è che la discriminazione – il “fare la differenza” – tra eterosessualità e omosessualità è l’implicazione di una visione dell’essere umano, del corpo, della sessualità, pur nel pieno rispetto delle persone, e quando invece comporta il proseguimento di una secolare, triste tendenza, ancora molto diffusa, a insultare, umiliare, perseguitare, emarginare chi è “diverso”? Questo il ddl Zan non lo precisa.

Il valore della differenza

Qualcuno dirà che già ammettere una diversità è una forma di emarginazione. Non è vero. È proprio questo l’equivoco delle gender theories, quando puntano a “decostruire”, o comunque a minimizzare, la differenza sessuale inscritta nella biologia e nella morfologia dei nostri corpi, considerandola automaticamente fonte di ingiustizia e di violenza. Non è vero che si può rispettare l’altro solo se si elimina la sua diversità. Al contrario, il vero rispetto nasce proprio dall’accettazione delle differenze. La reazione contro l’“omofobia” non può giustificare un’altrettanta disastrosa tendenza all’omologazione indiscriminata, peraltro già presente nella nostra società.

E finché non si faranno queste precisazioni, anche il messaggio culturale ed educativo che il ddl Zan vuole indirizzare alla società, e in particolare alle scuole, con l’istituzione di una “Giornata nazionale contro l’omofobia”, rischia di essere estremamente ambiguo e di trasformarsi, in molti casi – pur col lodevolissimo intento di combattere il bullismo e altre forme di cattiva discriminazione –, in un’ esaltazione della in-differenza tra maschile e femminile, tra omo ed eterosessualità, tra famiglie etero e famiglie gay, tra la generazione fondata sull’amore tra uomo e donna e quella che fa ricorso all’utero in affitto.

Particolarmente allarmante è che la prospettiva di questa propaganda capillare gravi su tutte le nostre scuole, di ogni ordine e grado, incluse le elementari. Un emendamento, che prevedeva l’introduzione nel ddl Zan del consenso dei genitori per i bambini della scuola primaria, è stato respinto. Come non vedere il pericolo di una ideologia di Stato, che scavalca la Chiesa, ma anche la famiglia?

Il pasticcio

Detto tutto ciò, bisogna prendere atto che la gestione “politica” di queste legittime esigenze, da entrambe le parti oggi in conflitto, ha lasciato molto a desiderare e ha impedito di affrontare i problemi reali. A lungo la posizione della Cei è stata del tutto negativa verso il ddl Zan, bollato in blocco come suerfluo e liberticida. Non si sono colte le esigenze in sé giuste che esso rappresentava e non si è fatto lo sforzo per distinguerle dalle formulazioni sbagliate. Solo in extremis – quando ormai era chiaro che il testo stava per diventare legge – in una battuta con i giornalisti il card. Bassetti ha precisato che l’intento dei vescovi non era di affossare il testo, ma di modificarlo. Come del resto oggi ribadisce la Santa Sede, che però è intervenuta troppo tardi per avviare un dialogo costruttivo e si è attirata, con il suo passo, accuse di ingerenza del tutto infondate (qui si tratta del rispetto di un accordo tra due Stati e del legittimo confronto tra essi quando nascono dei problemi), ma accolte in blocco da un’opinione pubblica poco abituata (ancora una volta) a fare distinzioni.

Dal lato del Parlamento si è lasciato che gli equivoci del ddl Zan permanessero, dando spazio alle fazioni che vedono nella battaglia sulle questioni etiche un modo per smantellare la tradizione etica del nostro Paese. Particolarmente assordante il silenzio dei deputati e senatori cattolici disseminati sia a destra che a sinistra, con la sola eccezione – purtroppo sospetta – di quelli che da tempo cercano di accaparrarsi l’elettorato cattolico, ostentando una ispirazione evangelica di cui il loro programma complessivo è una evidente smentita. E questa confusione (ancora una volta, si misconoscono le differenze) tra laicità e laicismo non poteva che portare allo scontro.

Il risultato è sotto i nostri occhi. Difficile dire come finirà. Ma non possiamo rinunziare alla speranza che la ragione – non la fede – prevalga, per migliorare il ddl Zan e far sì che le giuste esigenze che esso rappresenta si concilino con il rispetto di un pluralismo esaltato da tutti a parole, ma minacciato nei fatti.

 *Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

 

sabato 15 maggio 2021

L'AMBIGUA PEDAGOGIA DELLA LEGGE ZAN

 Un testo simbolico 

e pedagogico

- di Giuseppe Savagnone*

Il disegno di legge Zan è stato oggetto di innumerevoli commenti, favorevoli o negativi, concentrati, nella stragrande maggioranza, sugli effetti giuridici – opportunità dell’inasprimento delle pene nelle fattispecie indicate, rischio di censura delle opinioni divergenti – che esso avrà dopo la sua ormai probabile approvazione anche in Senato. E, su questo terreno, i difensori del provvedimento hanno abbondato nel fornire spiegazioni e garanzie a prima vista inoppugnabili.

Pochi, invece, per quanto ne so, hanno evidenziato il fatto che la vera posta in gioco, qui, non sono gli anni in più o in meno che un eventuale omofobo violento dovrebbe scontare, e neppure il diritto di chi non è d’accordo di dirlo apertamente, ma il carattere fortemente simbolico e pedagogico che la nuova legge avrà.

La legislazione di un Paese non mira solo a regolamentare singole situazioni, bensì a influenzare la mentalità e il costume, plasmando così il volto di una società e delle persone che vivono in essa. Le norme giuridiche, insomma, in quanto rendono lecito o illecito un certo comportamento, additandolo pubblicamente come espressione di un valore o di un di-valore, hanno anche una funzione educativa. Aristotele non faceva che dar voce al buon senso quando scriveva che «i legislatori rendono buoni i cittadini creando in loro determinate abitudini» (Etica Nicomachea, 1103 b).

I veri effetti del disegno di legge

Per questo, a quanti fanno notare che già nel nostro codice penale è ampiamente assicurata una tutela dei diritti delle persone – inclusi, ovviamente, gli omosessuali –, e che questa nuova normativa è dunque superflua, i sostenitori della legge Zan replicano che manca però una specifica menzione – con relativo aggravamento di pena – dei reati legati all’omofobia, che è presente nella legislazione di molti altri Paesi , e che è in gioco un problema di “civiltà”.

Non basta, insomma, che gli individui siano tutelati come persone: sono la loro «identità sessuale» e i loro «orientamenti sessuali» che devono esserlo, additandoli come valori riconosciuti dalla collettività e ormai indiscutibili.

Il problema della censura molto probabilmente non si porrà nemmeno. Che si levino ancora le voci scandalizzate dei reazionari e dei bigotti non potrà sminuire il salto di qualità che la figura di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali acquisterà, con una legge in cui se ne sancisce solennemente la perfetta “normalità” e la piena equiparazione dei loro comportamenti a quelli eterosessuali.

Con una immediata, evidente ricaduta sull’immagine condivisa della famiglia, prima ancora che sul suo regime giuridico, a cominciare dal diritto morale, proprio di ogni coppia, di avere dei figli. Con tutti i mezzi a disposizione, come si ritiene legittimo per gli sposi etero, e quindi, in linea di principio, anche ricorrendo a quello, già ampiamente usato in altri Paesi “civili”, dell’utero in affitto (nel nostro ancora escluso dalla legge).

Se si guarda alla legge Zan sotto questo profilo, cogliendone il significato “educativo”, si capisce che i suoi effetti non si manifesteranno nelle aule dei tribunali, ma in tutte le sedi in cui si realizza un’opera educativa.

Nelle scuole (elementari incluse), a tappeto

Acquista allora il suo pieno significato l’art. 6, che istituisce la Giornata nazionale contro l’omofobia – che sarà celebrata il 17 maggio – in cui saranno sono organizzate «cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile, anche da parte delle amministrazioni pubbliche e nelle scuole».

Quale messaggio sarà proposto in questa occasione e in tutte le alte che indubbiamente, all’ombra di quella, si moltiplicheranno? È abbastanza ovvio. Che è una questione di “civiltà” riconoscere la perfetta equiparazione etica e giuridica tra omosessualità ed eterosessualità. E poiché espressamente si è voluto che questo messaggio giungesse non solo agli studenti della scuola secondaria, maggiormente in grado di valutarlo criticamente, ma a quelli di ogni orine e grado, fin dalle elementari, gli effetti, in termini di condizionamento, sono garantiti. Né sarà possibile sottrarre i propri figli più piccoli a questa campagna “civilizzatrice”, perché in Parlamento è stato espressamente respinto un emendamento che chiedeva fosse introdotta la condizione del consenso dei genitori.

Dal rispetto per le persone omosessuali alla cultura dell’indifferenza sessuale

Si può capire l’impegno dei sostenitori del disegno di legge. La nostra storia passata e presente è piena di «pregiudizi, discriminazioni, violenze» nei confronti di gay, lesbiche, transessuali. Le persone omosessuali sono state – e spesso sono ancora – derise, umiliate, emarginate, a volte anche perseguitate. Le si è costrette a nascondersi, a mascherare la loro vera identità e a darle libera espressione solo nell’oscurità di ambienti ambigui e violenti, privati del diritto di avere una vita affettiva – non solo sessuale! – come tutti gli altri. E ancora oggi suscita scandalo in tanti la presa di posizione di papa Francesco, quando afferma che «gli omosessuali sono figli di Dio», esattamente come gli etero, portatori come loro dell’immagine di Dio impressa nei loro volti.

Si capisce allora che alla base del disegno di legge ci sia non solo e non tanto la volontà di combattere, assumendoli come reati formali, comportamenti spregevoli ancora tristemente riscontrabili nella cultura diffusa, ma quella di rivendicare la dignità umana di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Su questo nessuno, tanto meno i credenti, potrebbe e dovrebbero avere nulla da obiettare.

Il guaio è che, nel difendere i diritti degli omosessuali, il disegno di legge – come abbiamo appena visto – pone le basi per una educazione capillare e totalitaria alla cultura dell’indifferenza sessuale. Che non è soltanto in contrasto con le tradizioni morali degli italiani, ma porta in sé delle intrinseche ombre su cui sarebbe meglio riflettere.

L’«identità di genere» in discussione

Lo hanno denunziato ben 17 associazioni femministe, tra cui Arcilesbica, inaspettatamente contrarie all’approvazione della legge, che hanno sottolineato i pericoli insiti in un concetto cardine del testo (ma anche, in realtà, di tutta la teoria del gender), che è quello di «identità di genere».

«Per “identità di genere”», spiega il disegno di legge ««si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso». Ma, sganciando l’identità di genere da quella, biologica del sesso – dice un documento di queste associazioni – «si vuole che la realtà dei corpi – in particolare quella dei corpi femminili – venga fatta sparire. È la premessa all’autodeterminazione senza vincoli nella scelta del genere a cui si intende appartenere», rendendo insignificante il ruolo dei sesso biologico ed esponendosi ad ogni sorta di confusione.

«In California» – si legge nella stessa nota delle associazioni femministe – «261 detenuti che “si identificano” come donne chiedono il trasferimento in carceri femminili. Il “genere” in sostituzione del “sesso” diviene quindi il luogo in cui tutto ciò che è dedicato alle donne può essere occupato dagli uomini che si identificano in “donne” o che dicono di percepirsi “donne”».

Il racconto dei corpi

È in realtà un problema che i critici delle concezioni centrate unilateralmente sul “genere” hanno da sempre sollevato e che risorge ogni volta che, dal rispetto per le presone omosessuali, si passa alla teorizzazione dell’omosessualità come equivalente alla eterosessualità. I corpi, con la loro struttura biologica morfologica, hanno un loro racconto che deve essere ascoltato e non può essere messo tra parentesi, affidandosi solo a una esperienza soggettiva come «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso».

Forse su questo potrebbero trovare un punto d’incontro le associazioni femministe e la Conferenza Episcopale Italiana, se provassero a dialogare invece di ignorarsi (o peggio) a vicenda. Entrambi pensano che i corpi – quello delle donne come quello degli uomini – non possono essere liquidati come puri meccanismi biologici. Essi meritano di essere rispettati e valorizzati, nella consapevolezza che l’identità sessuale completa di una persona non dipende solo dalla sua struttura corporea, ma anche nella certezza che non può prescindere da essa.

È forse troppo tardi per fermare la campagna a favore dell’approvazione della legge Zan. Ora che Fedez si è pronunciato… Ma non lo è per riprendere, in un dialogo costruttivo – anche se affrontato con la chiara coscienza dei differenti punti vista – il punto centrale evidenziato nel documento delle associazioni femministe. Sarebbe un modo per i cattolici di uscire da un isolamento culturale che le apocalittiche denunzie, da parte di alcuni di loro, non fanno che evidenziare, e per chi ha a cuore l’identità della donna di confrontarsi con una tradizione di pensiero che forse, se si è capaci di superare radicati pregiudizi, ha qualcosa da dire anche a loro.

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 

www.tuttavia.eu

 

 

mercoledì 21 aprile 2021

IDENTITA' DI GENERE, OLTRE L'IDEOLOGIA


 Il ddl Zan sappia tener conto della complessità. 

NON SI PUÒ SCHERZARE CON L’«IDENTITÀ DI GENERE»

 

 -di LUCIANO MOIA

 Ci sono circa 7mila persone in Italia per cui la legge Zan potrebbe diventare un involucro rassicurante con un contenuto amaro. L’involucro è rappresentato dalla vulgata ideologica che accompagna la legge e dal lessico scelto per le definizioni di genere, orientamento sessuale e identità di genere: se quello sarà davvero il riferimento culturale, i rischi di fraintendimento e di letture banalizzanti sono dietro l’angolo. Il contenuto è invece rappresentato dai frutti che deriveranno da tale impostazione. Stiamo stretti, qui, su questo punto. Siamo certi che quelle 7mila persone che soffrono di disforia di genere – che affigge chi deve confrontarsi con un’identità di genere irrisolta – trarranno benefici autentici dall’ondata di strumentalizzazioni e di superficialità che si sta alzando per via mediatica e potenzialmente ope legis?

La questione è stata lasciata un po’ sottotraccia dalla battaglia politico-mediatica e da un confronto comprensibilmente concentrato su pur serissime questioni giuridiche, eppure è il caso di parlarne. L’articolo 1, comma d, della legge licenziata dalla Camera recita: «Per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione ». È uno dei passaggi più discussi di un testo che, al Senato, si dovrà 'unificare' con altre quattro proposte di legge. C’è l’occasione per riconsiderare in modo meno affrettato, tra gli altri punti contestati, anche le definizioni che fanno riferimento all’ambito antropologico. Soprattutto quella di identità di genere.

Sarebbe tutto più agevole se il testo che si propone di introdurre misure di prevenzione e contrasto contro omofobia,

misoginia e abilismo, parlasse in modo più esplicito di transessualità? Forse, ma anche qui occorre distinguere, con serenità e spirito propositivo, allontanando qualsiasi retropensiero ideologico. È indubbio che dietro il concetto di identità di genere si intrecciano diverse sfumature... Se il riferimento va a certa antropologia culturale che si richiama al sex gender system – la cosiddetta 'teoria del gender' – la contraddizione è dietro l’angolo. Ma esistono ancora lobby gender che puntano a sgominare il paradigma eterosessuale normativo e a favorire la dissoluzione della famiglia? Oggi anche la sociologa americana Judith Butler, considerata a lungo la 'profetessa del gender', è andata oltre questi schemi – forse perché ne ha intuito la fragilità – e si dedica a studiare temi come inclusione e violenza. Certo, introdurre come fa il comma d dell’articolo 1 la specificazione «indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione» complica ancor di più le cose. Al di là delle pretese gridate da alcune frange dei gruppi Lbgtq, il fatto di aver avviato un 'percorso di transizione', non basta affatto a definirsi uomo o donna. Né per la legge, nonostante alcune sentenze contraddittorie, né per l’equilibrio e il benessere delle stesse persone coinvolte. Forse basterebbe ricordare che nel nostro Paese la «rettificazione anagrafica del sesso» è ancora regolata dalla legge 164 del 1982, tra le più rigorose, giustamente, nell’indicare tempi e modalità di un percorso che non è mai senza inciampi e senza sofferenze. Qui entriamo nell’ambito della sessuologia clinica dove l’«identità di genere» ha, invece, un significato ben preciso. Si mettono da parte finalmente le ambiguità dei riferimenti 'gender' – o dell’archeologia ideologica residua – per approdare, con tanta fatica e tanta sofferenza, all’evidenza scientifica. Per la sessuologia l’«identità di genere», quando non s’identifica né con il sesso biologico né con l’orientamento sessuale, finisce per richiamare condizioni che, appunto, hanno un nome preciso: disforia di genere. Essa, detto in modo semplice, riguarda persone, che si sentono ingabbiate in un’identità diversa rispetto al proprio sesso biologico. Parliamo di circa 7mila casi perché le poche statistiche a disposizione stimano un caso su novemila persone. Un dato patologico costante, anche se in quest’ultimo decennio, caduto lo stigma sociale legato all’incertezza dell’identità sessuale, le richieste di 'transizione' si sono moltiplicate. Negare che esista, in questo chiaro senso, il problema dell’«identità di genere » vuol dire negare le sofferenze di persone che, quando il problema è reale e non ammantato di suggestioni ideologiche, finiscono per sperimentare un baratro di sofferenze, attese, delusioni, incertezze. Almeno la metà dei percorsi di transizione si interrompe quando le persone con disforia, o i loro genitori, si accorgono che non è quella la strada per la felicità. Non è mai facile, né banale, né privo di rischi il sogno di colmare la frattura tra il proprio sesso biologico e la percezione dell’identità personale.

Per questo, quando gli estensori della legge giustificano il richiamo all’«identità di genere» con precedenti riferimenti giuridici o alla Convenzione di Istanbul che ne fa cenno, dovrebbero rendersi conto che, né l’una né gli altri, offrono chiavi di lettura adeguate perché, in tutti questi casi, si liquida in poche righe una complessità profonda che implica tante domande, anche contraddittorie e disturbanti, a cui né la scienza né la morale offrono risposte davvero soddisfacenti. Ecco perché deve essere valutata con favore l’occasione di rivedere, approfondire, ricercare senza stancarsi soluzioni più condivise del cosiddetto ddl Zan.

Nel concetto di «identità di genere», fuori e lontano da strumentalizzazioni e semplificazioni improprie, e in un modo che il legislatore non sta cogliendo né rendendo chiaro, c’è un dolore che segna la carne viva delle persone.

 

 www.avvenire.it  



 

sabato 14 novembre 2020

OMOFOBIA. LA VERA DIFFICOLTA' DEL DISEGNO DI LEGGE ZAN


Una battaglia di civiltà?

  Giuseppe Savagnone

 Può sorprendere che il testo di legge  Zan «contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia», approvato alla Camera lo scorso 4 novembre – che, nel suo titolo, mira soltanto a «contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere» – continui ad essere oggetto di aspre polemiche. Chi si potrebbe opporre a un testo che sembra non far altro che sancire l’obbligo dell’elementare rispetto delle persone?  Così, appare comprensibile l’indignazione dei suoi più accesi sostenitori, che accusano gli oppositori di cieco conservatorismo, ricordando che la legislazione europea è da tempo su questa linea.

Siamo dunque davanti a una battaglia di civiltà? A far nascere dei dubbi su questa diffusa lettura dovrebbe indurre, invero, la sua semplicità un po’ manichea: il bene da una parte, il male dall’altra.

Al di là del manicheismo

In realtà, lo stesso manicheismo semplificatore – bene vs male – si può rilevare nelle argomentazioni di una buona parte degli avversari del disegno di legge, che vedono in esso solo un gravissimo attentato alla libertà di pensiero e di espressione.

Personalmente sono restio a dare credito alle posizioni che si demonizzano a vicenda. Mi sembra più realistico cercare di comprendere e di valorizzare l’“anima di verità” che si nasconde anche in quelle che appaiono meno accettabili e che io stesso magari non condivido.

Le motivazioni condivisibili del disegno di legge

Partirei dalle motivazioni che stanno dietro la proposta dell’on. Zan. È difficile negare che nella nostra storia ci siano stati, nei confronti di gay, lesbiche, transessuali, «pregiudizi, discriminazioni, violenze». Le persone omosessuali sono state derise, umiliate, emarginate, spesso anche perseguitate. Le si è costrette a nascondersi, a mascherare la loro vera identità e a darle libera espressione solo nell’oscurità di ambienti ambigui e violenti, privati del diritto di avere una vita affettiva – non solo sessuale! – come tutti gli altri. E ancora oggi suscita scandalo in tanti la presa di posizione di papa Francesco, quando afferma che «gli omosessuali sono figli di Dio», esattamente come gli etero, portatori come loro dell’immagine di Dio impressa nei loro volti.  Si capisce allora che alla base del disegno di legge ci sia la volontà di combattere, assumendoli come reati formali, comportamenti spregevoli ancora tristemente riscontrabili nella cultura diffusa.

Una minaccia ridimensionata

Esso però non si limita a questo. E francamente devo riconoscere che, al di là dei toni, le critiche nei suoi confronti a mio avviso sono fondate. Non tanto per la presunta minaccia alla libertà di pensiero e di espressione, a mio avviso molto ridimensionata dall’emendamento inserito nell’art. 4, che fa salve «la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

La visione ispiratrice di fondo: sesso e genere

La vera difficoltà che questo disegno di legge presente è di natura simbolica ed educativa e nasce dall’art. 6, dove si istituisce la Giornata nazionale contro l’omofobia – che sarà celebrata il 17 maggio – in cui saranno sono organizzate «cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile, anche da parte delle amministrazioni pubbliche e nelle scuole».

Quale messaggio sarà proposto in questa occasione? Mi piacerebbe prevedere che sia solo il rispetto di chi è diverso. Ma non posso chiudere gli occhi sul fatto che la giusta battaglia per il rispetto della dignità umana degli omosessuali è stata spesso identificata, da chi la conduce, con una critica alla visione tradizionale dell’identità sessuale delle persone, che la fondava sulla loro costituzione biologica. Da qui la tendenza a relativizzare drasticamente il dato fisico della mascolinità e della femminilità e a sottolineare, piuttosto, l’importanza dei fattori psicologici e sociali che determinano il “genere”.

Il misconoscimento della dimensione biologica

Ne è derivata la negazione del valore tendenzialmente normativo della sessualità biologica nello sviluppo dell’identità sessuale complessiva di un soggetto. Dalla giusta considerazione che uomini e donne non si nasce ma si diventa, si è passati alla scissione fra questo stato finale e il dato biologico originario – quello che risale alla nascita – dell’essere maschi e femmine.

In questo modo la definizione del proprio genere è stato visto come un risultato tutt’altro che scontato. Se la propria struttura morfologica e biologica non è più decisiva per la propria identità e il proprio orientamento sessuale – come la società tradizionalmente ha creduto e fatto credere – tutta l’educazione va radicalmente ripensata e ristrutturata, fin dalla più tenera età. Essa non può e non deve partire dalla presunzione che un maschietto debba avere una identità di genere di uomo e una femminuccia una identità di genere di donna.

L’equivoca campagna dell’UNAR contro il bullismo

È questa presunzione, secondo i sostenitori di questa linea, a rendere incapaci di capire e intolleranti verso coloro – transessuali e omosessuali – nei questa corrispondenza non si verifica. Bisogna perciò smantellarla. Ha già cercato di farlo un ufficio ministeriale, l’UNAR, nel 2013, senza passare da una legge, bensì diffondendo nelle scuole italiane di ogni ordine e grado delle nuove direttive ai docenti e facendole passare per una prevenzione del bullismo.

Partendo dalla premessa che «dietro gli episodi di bullismo omofobico e transfobico, vi sono altri problemi, quali quelli legati a una cultura che prevede soltanto una visione eteronormativa» – quindi al binomio uomo-donna fondato sulla diversità tra maschio e femmina – l’UNAR ha varato la diffusione di un opuscolo compilato dall’Istituto di psicologia Beck in cui si raccomandava di «non usare analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa (cioè che assuma che l’eterosessualità sia l’orientamento “normale”, invece che uno dei possibili orientamenti sessuali)». E si insisteva moltissimo sul fatto che si faccia presente ai bambini/ragazzi/adolescenti che «i rapporti sessuali omosessuali sono naturali», equiparandoli sistematicamente a quelli etero: «Quindi potremmo ribaltare la domanda chiedendoci: “i rapporti sessuali eterosessuali sono naturali?”».

Collegata a questa linea era la proposta di una metodologia che «aiuta gli studenti a comprendere più a fondo la definizione di famiglia e a capire che vi è una diversa varietà di strutture familiari». Perciò gli insegnanti dovranno, «nell’elaborazione di compiti, inventare situazioni che facciano riferimento a una varietà di strutture familiari ed espressioni di genere. Per esempio: “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”».

Un evidente salto logico

È evidente il salto logico tra la giusta esigenza di educare fin da piccoli al rispetto delle persone omosessuali e una campagna sistematica per “decostruire” l’identità sessuale di bambini, ragazzi e adolescenti, rimettendo in discussione il loro rapporto con la propria corporeità proprio in un momento della loro crescita in cui è più importante per loro consolidarlo. La prima vale per tutte le diversità, ma non implica l’accettazione delle visioni antropologiche ed etiche sottostanti, la seconda invece punta non solo sul rispetto, ma sulla affermazione della propria idea di sessualità. Come se, per combattere l’islamofobia e insegnare a rispettare i musulmani, si insegnasse nelle scuole italiane che la nostra idea di parità tra uomo e donna non è affatto scontata e deve essere messa sullo stesso piano di quella dell’Islam.

Un passo simbolico verso l’educazione pro-gender e l’esclusione dei genitori

Acquista un significato inquietante, alla luce di questi dati, il fatto che nel dibattito alla Camera sia stato espressamente previsto che le iniziative della Giornata contro l’omofobia coinvolgano le scuole elementari e che, viceversa, sia stato respinto l’emendamento che chiedeva che la partecipazione degli alunni – compresi i più piccoli – richiedesse l’autorizzazione dei genitori. Se è vero che le leggi hanno un valore simbolico e additano una direzione, il problema va ben al di là della singola “Giornata” e implica uno stile educativo che purtroppo è quello di cui abbiamo parlato.

Un’ esperienza inglese

Quanto ciò possa rappresentare un pericolo lo appendiamo proprio in queste settimane dall’esperienza di un Paese all’avanguardia in questo campo, come il Regno Unito. Alla fine di settembre il Dipartimento inglese per l’Educazione ha bandito dalle scuole statali ogni formazione sulla cosiddetta identità di genere. Una svolta che testimonia la diffusa preoccupazione per il dilagare, tra i minori, di transizioni da un’identità di genere a un’altra, che sono passate dalle 40 per le ragazze e 57 per i ragazzi del biennio 2009-2010, alle 1.806 per le femmine e 713 per i maschi nel biennio 2017-2018.

Non credo, francamente, che mettere in luce questi pericoli costituisca un messaggio persecutorio nei confronti degli omosessuali. Al contrario, sono convinto di aver messo in luce dei problemi su cui confrontarsi francamente, nella fiducia che la ragione umana e l’onestà intellettuale possono unirci al di là di tutte le diversità.

 *Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu. - Scrittore ed Editorialista.

 

 

 

sabato 9 luglio 2016

GENDER A SCUOLA. QUALI PROSPETTIVE?



Il Ministero lavora sul gender a scuola. 

Una bozza preparata dal Miur contiene passaggi ambigui su “stereotipi spacciati come naturali”. Si dà credito inoltre a un portale che vuole far salire in cattedra le associazioni Lgbt

Gender
Gender - Wikipedia Commons
“La differenza sessuale può essere vissuta in uno spettro ampio di inclinazioni, affinità, scelte”, perché “si può essere uomini e donne in modo libero e rispettoso di sé e degli altri senza costringere nessuno/a dentro un modello rigido di comportamenti e di atteggiamenti”.
C’è chi si ostina ad affermare che l’ideologia gender non esista, frutto di chissà quale fantasia perversa di qualche cattolico in preda ad ossessioni. Eppure, a leggere gli estratti di una bozza del Ministero dell’Istruzione delle linee guida su percorsi educativi da applicare alle scuole, sembra proprio che l’esistenza di un’ideologia intenta a destrutturare la differenza sessuale non sia infondata.
Il documento elaborato dalla Commissione del Miur incaricata ad applicare il comma 16, art.1 della legge “Buona Scuola” – ove si parla, appunto, di lotta alle discriminazioni sulla base dell’identità e dell’orientamento di genere – sarebbe dovuto esser consegnato ai presidenti delle associazioni di genitori Fonags.
Il Forum Nazionale delle Associazioni dei Genitori della Scuola è un istituto nato proprio per assicurare una “stabile consultazione delle famiglie sulle problematiche scolastiche”. I presidenti sono rimati tuttavia a mani vuote. Come denunciato da Massimo Gandolfini, rappresentante degli ultimi due Family Day, il documento non è stato loro consegnato giacché dovrebbe ancora “passare per l’approvazione dei competenti ministri, Pubblica Istruzione e Pari Opportunità”.
Gandolfini ritiene questo atteggiamento del Miur “palesemente irrispettoso nei confronti dei presidenti e delle associazioni da essi rappresentate”, ed esprime la preoccupazione che sia in atto un tentativo di “scippare i genitori del ruolo decisionale che in primis spetta loro, a vantaggio di impostazioni ideologiche tipiche del politicamente corretto”.
Della bozza in questione (che essendo un documento in itinere potrebbe ancora essere sostanzialmente modificata) è riuscito a prenderne visione ZENIT. Leggendola si evince che non è peregrino, in effetti, il timore manifestato da Gandolfini per conto di migliaia di altri genitori.
Nel testo si punta l’indice contro “modelli gerarchici” basati sul “patriarcato”, che hanno fatto “interiorizzare” le differenze come diseguaglianze. “Se c’è una differenza, allora qualcuno è meglio e qualcuno è peggio e, soprattutto, c’è una dimensione di potere dell’uno sull’altro”, la conclusione che sembra un estratto reinterpretato del “Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini” di Rousseau.
Questo retroterra culturale intriso di patriarcato, secondo gli autori della bozza, è fonte oggi di “pregiudizi e stereotipi che vengono spacciati come naturali”. Pur stigmatizzando quello che viene definito “il regime delle equivalenze”, atto a cancellare la differenza sessuale, il documento asserisce che una “autentica educazione di genere si può realizzare declinando insieme uguaglianza e differenza”.
In che modo? Attraverso una serie di linee di intervento “sulle quali incentrare la progettazione educativa e didattica sia curricolare sia extracurricolare”. Linee che convogliano tutte verso alcuni obiettivi: “decostruire pregiudizi e stereotipi”, “educare alle differenze” e anche “alle relazioni e alla affettività”. Proposito, quest’ultimo, che ricorda il progetto di legge sulla cosiddetta “educazione sentimentale”.
Al fine di realizzare questi obiettivi concorre poi il sostegno di associazioni esterne al mondo della scuola. Ecco allora che nella bozza in questione si parla di “capitalizzare, mediante la loro più ampia diffusione”, un “ricco patrimonio di esperienze” come quella del portale Noisiamopari.
Si tratta – come si legge sul sito – di “una pagina web dedicata alle Pari Opportunità a Scuola”, al fine di “adeguarla (la scuola, ndr) ai delicati compiti educativi a cui è chiamata”. Il metodo per perseguire questo adeguamento dell’istituzione scolastica proposto da Noisiamopari è presto detto: far salire in cattedra i rappresentanti dell’associazionismo omosessuale.
In uno specifico documento sull’omofobia presente nel portale si richiede infatti come misura “l’accreditamento delle associazioni Lgbt presso il  Miur in qualità di enti di formazione”. Una richiesta che volge – come segnalato appunto da Gandolfini – “a vantaggio di impostazioni ideologiche”. Ma c’è ancora tempo per modificare questa bozza. Chissà se c’è anche la buona volontà da parte del Miur.