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giovedì 30 aprile 2026

LA BRIGATA EBRAICA

 L’esclusione

 della Brigata ebraica

 e lo spirito

del 25 aprile



-di Giuseppe Savagnone 

Una festa mancata dell’unità nazionale

Il colpo di scena che ha portato al fermo di Eithan Bondi – l’ebreo ventunenne che a Roma, il 25 aprile, ha sparato con una pistola ad aria compressa su una anziana coppia di appartenenti all’Associazione nazionale partigiani – viene a coronare, e al tempo stesso a ravvivare, l’acceso dibattito suscitato dai fatti di quella giornata, che avrebbe dovuto essere di festa nazionale, e che invece ha scatenato aspre divisioni.

I fatti sono noti. A Milano, la Brigata ebraica – benemerita della lotta per la liberazione dell’Italia dai nazisti e tradizionalmente protagonista, con tutte le alte forze antifascista, della sfilata che celebra la Resistenza – quest’anno è stata oggetto di violente contestazioni, al punto da spingere le forze di polizia incaricate di garantire l’ordine a chiederle di lasciare il corteo, per evitare il peggio. Fattore scatenante, le bandiere con la stella di David portate da alcuni suoi membri.

Una soluzione oggettivamente mortificante del diritto che queste persone avevano, come tutti gli altri, di manifestare senza nascondere la propria identità. In realtà non sono stati i soli a subire atti di intimidazione. Anche alcune bandiere ucraine, innalzate da sostenitori della causa di Kiev, sono state bruciate. Ma il punto più caldo dello scontro è stato senza dubbio quello che ha coinvolto i rappresentanti della comunità ebraica milanese, il cui presidente, Walker Meghnagi, ha accusato per questo l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) di antisemitismo: «L’ANPI», ha detto, «ha organizzato tutto questo perché sin dall’inizio aveva detto no agli ebrei (…). Siamo stati espulsi, cacciati dal corteo, in un modo assurdo, vergognoso. Siamo italiani di religione ebraica e siamo andati a onorare i caduti che hanno liberato l’Italia»

Dichiarazioni che, in risposta, il presidente dell’ANPI ha definito «farneticanti», promettendo querele. Ma il problema non riguarda solo l’ANPI, perché coinvolge tutta la sinistra. In corteo, con la Brigata ebraica, c’era anche Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele, che ha riferito con giusta indignazione di aver sentito gridare contro i manifestanti ebrei: «siete solo saponette mancate». Espressione inqualificabile dell’odio raziale di una sinistra con cui a questo punto – ha detto l’esponente PD in un’intervista al «Corriere della Sera» – per «le comunità ebraiche e i mondi a loro collegati» è «ormai impossibile» dialogare.

Lo stesso giorno, a Roma, un motociclista con casco integrale aveva sparato, colpendoli leggermente, a una coppia di anziani militanti dell’ANPI. Ma questo episodio aveva avuto assai minore risonanza, sia per la mancanza di elementi, sia perché la maggioranza di destra aveva soprattutto enfatizzato, come un ennesimo episodio di antisemitismo, i fatti di Milano. Al punto che la premier, nell’accusare in un post a fine giornata «quelli che dicono di difendere libertà e democrazia», al fatto di Roma non aveva neppure accennato.

Processo alla sinistra

Durissimi, invece, i commenti della stampa e della politica riguardo alla vicenda milanese. Sul «Corriere della Sera» Maurizio Caprara, in un articolo intitolato «Se la sinistra perde la bussola della memoria antifascista», ha scritto: «Quella del 25 aprile tra Corso Venezia e via Senato a Milano è stata una delle pagine più cupe nella storia della sinistra italiana. A chiedere di cacciare la Brigata ebraica dal corteo non erano solo fanatici invasati, ma donne dall’aria tranquilla, ragazze in abiti estivi che nella Gaza retta da integralisti islamici non sarebbero mai consentiti, popolo della sinistra (…). E preoccupante è sentir gridare “assassini” a italiani con la stella di Davide».

Netta la presa di posizione del governo. Riferendosi a quanto accaduto, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha criticato la cautela di alcuni commenti di fronte alla violenza subìta dai membri della comunità ebraica: «Trovo grave che non si parta dalla denuncia secca, ma si facciano manovre diversive», parlando della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce» – ha sottolineato – «perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».

Ed è di questi giorni un articolo di Massimo Recalcati su «Repubblica», intitolato «Complesso di superiorità», dove il quadro si allarga ulteriormente: «Esiste una tentazione ricorrente di una parte della sinistra italiana: quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera. Dovremmo rileggere oggi, dopo i fatti accaduti nella piazza di Milano in occasione della celebrazione del 25 aprile, la lezione profetica di Marco Pannella quando evocava l’esistenza di un “fascismo di sinistra”. Non è forse quello che inevitabilmente accade quando si pretende di essere i soli interpreti della verità? Di farsi giudici di chi ha o meno il diritto di partecipare a una grande festa nazionale?»

Per Recalcati quello che è accaduto a Milano è «la confusione delle gravissime responsabilità del governo Netanyahu con l’identità storica e morale del popolo israeliano». A questo punto, «la festa della liberazione non sembra riguardare il popolo italiano, ma solo una sua parte che si arroga il diritto di difendere in modo esclusivo i suoi valori invitando gli altri a disertarlo o più semplicemente a tacere», senza rendersi conto che così, mentre si protesta contro il totalitarismo, la festa della liberazione non sembra riguardare il popolo italiano, ma solo una sua parte che si arroga il diritto di difendere in modo esclusivo i suoi valori invitando gli altri a disertarlo o più semplicemente a tacere». L’autore concludeva osservando che «non c’è niente di più paradossale nel vedere che movimenti sorti nel nome della liberazione provochino fenomeni di negazione della libertà».

Alcune considerazioni

Condivido senza riserve le critiche ai limiti della cultura della sinistra, che sono stati probabilmente alla radice della sua incapacità, anche politica, di rinnovare il paese, quando i partiti che la rappresentano sono stati al governo, e che forse spiegano anche la sua scarsa incisività nel fare opposizione.

Una sola considerazione, ma di fondo, mi divide dal discorso di Recalcati. Egli cita più volte Pannella, il guru della cultura radicale, come figura alternativa all’attuale sinistra. In realtà, quella che noi chiamiamo impropriamente con questo nome, dopo la fine del marxismo ha finito per adottare precisamente il punto di vista radicale (da sempre catalogato come “di destra”), privilegiando i diritti individuali – cari soprattutto alla borghesia – e lasciando in secondo piano l’idea di una rivoluzione, o almeno di una radicale riforma, del sistema socio-economico, che portasse veramente al riscatto degli emarginati (in Italia ci sono cinque milioni e mezzo di persone sotto la socia di povertà!) e all’affermazione della giustizia. È questa la cultura – con le sue luci e le sue ombre – che continua a esercitare oggi, a volte anche con arroganza, la sua egemonia, malgrado gli sforzi (finora fallimentari) della destra di rovesciare la situazione.

Diverso, però, è attribuire alla cultura della sinistra i fatti del 25 aprile, come fanno Recalcati e tanti commentatori. Perché la protesta che ha portato all’allontanamento della Brigata ebraica dal corteo non è nata dal rifiuto del pluralismo e meno che mai dall’antisemitismo, ma dallo sventolio delle bandiere di Israele – diverse da quelle della stessa Brigata ebraica, come ha fatto notare l’ebrea Anna Foa e contrariamente a ciò che ha affermato il ministro Piantedosi – e dall’esibizione dei ritratti di Netanyahu.

Fermo restando l’esecrazione per l’infame riferimento alle “saponette mancate” (ma sembra accertato che sia stato opera di un isolato fanatico, o comunque di pochissimi), si possono veramente bollare le proteste nei confronti di questi simboli politici come l’arrogante pretesa di una fazione «che si arroga il diritto di difendere in modo esclusivo i suoi valori»?

Non possiamo chiudere gli occhi

Senza entrare nel merito delle ragioni e dei torti, noi oggi non possiamo più chiudere gli occhi sul fatto che Israele in questi ultimi anni ha combattuto  e continua a combattere le sue guerre “difensive” ignorando il fondamentale principio del diritto internazionale, che vieta di colpire intenzionalmente i civili, soprattutto le donne e i bambini e teorizzando il proprio diritto di sacrificare gli innocenti là dove i suoi nemici si “facciano scudo” di loro. Dove il “farsi scudo”, in un territorio ristrettissimo come la Striscia di Gaza – grande quanto la città di Las Vegas, ma con una popolazione tre volte più numerosa – , equivale in pratica a essere inevitabilmente mescolati con i guerriglieri di Hamas.

È così che, per ammissione dello stesso esercito ebraico, in due anni sono state uccisi 75.000 gazawi, di cui – sempre secondo la stessa fonte – 45.000 civili (su due milioni e mezzo di abitanti!), per la grande maggioranza donne e minori. Ed è così che, per ridurre allo stremo Hamas, sono state sistematicamente rase al suolo le case e le infrastrutture essenziali, e sono stati affamati, assetati, assiderati, privati di medicine e di cure mediche vitali gli abitanti, con l’intento preciso di rendere loro impossibile la vita, nell’esplicito proposito di costringerli ad andarsene “volontariamente”.

Niente di simile si è mai verificato dalla seconda guerra mondiale in poi. E si capisce perché secondo la Corte penale internazionale, secondo una autorevole Commissione indipendente dell’ONU, secondo tutte le organizzazioni umanitarie internazionali, secondo le denunce del giornale di Gerusalemme «Haaretz» e di autorevoli intellettuali israeliani, come David Grossman, Israele è colpevole di un vero e proprio genocidio o comunque di un massacro che gli assomiglia molto. E questo nel silenzio imbarazzato o con l’esplicita complicità dei governi democratici occidentali, che, di fronte all’invasione e alle violenze dell’esercito russo in Ucraina, hanno varato subito sanzioni durissime (venti pacchetti la sola UE), mentre fino ad oggi non ne hanno deciso neppure una per cercare di fermare lo Stato ebraico.

Una stessa logica

E in fondo rientra nella stessa logica il tentativo di legittimare, in nome dei «valori» della democrazia», la partecipazione alla Festa della Liberazione della bandiera di questo Stato e le immagini del suo premier, contro cui esiste un mandato di cattura per «crimini contro l’umanità». Gridando allo scandalo perché la gente comune – «non fanatici invasati», come ha sottolineato Caprara – si è ribellata, non contro la logica democratica della festa, ma per difenderla. Se al corteo si fossero presentate bandiere con la croce uncinata e i ritratti di Hitler, lo spirito del 25 aprile sarebbe stato rispettato accettando di sfilare tranquillamente sotto questi simboli? Ebbene oggi lo stile di Israele, con ala sua fredda razionalità e la sua implacabile determinazione, è il più simile che c’è nel mondo a quello nazista, come conferma del resto il pieno appoggio che riceve dal neonazista Alternative für Deutchland.

E aprire gli occhi su questo non è antisemitismo, come ci si vuol far credere. Altrimenti sarebbero antisemiti anche i tantissimi ebrei che coraggiosamente si battono, in Israele e fuori di esso, contro la politica del governo di Tel Aviv. È, piuttosto, rendersi conto che gli ebrei, come tutti gli esseri umani, possono essere generosi o spietati, rispettosi degli altri o violenti.

Speriamo non appartenga definitivamente a questa seconda categoria il ventunenne che a Roma ha sparato ai due anziani dell’ANPI, ancora abbastanza giovane da cambiare idea. Un episodio che evidenzia come anche tra gli ebrei della diaspora – le cui associazioni ufficiali purtroppo spesso hanno appoggiato Netanyahu – ce ne siano per cui il grande nemico non è più il nazi-fascismo, come ottant’anni fa, ma coloro che lo denunziano. Anche se ce ne sono invece per fortuna tanti – penso a persone come Gad Lerner, Anna Foa, Liliana Segre – che con la loro testimonianza ci ricordano la grandezza di questo popolo, che ha dato al mondo moltissime personalità di eccezione e che ancora sicuramente contribuirà, come ha sempre fatto, alla sua crescita.

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sabato 25 aprile 2026

LA LIBERTA' NON E' DI PARTE


 Il 22 aprile 1946 con un decreto legislativo, su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, fu istituita provvisoriamente la festività nazionale, «a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano». 

Nel 1949, con la legge n. 260 del 27 maggio, divenne definitiva, simboleggiando la Resistenza e la nascita della democrazia italiana.

Non si tratta quindi di una festa “di parte”, ma riguarda tutti gli italiani. Ed è ora che non venga strumentalizzata e trascinata verso significati diversi da quelli che effettivamente ha: Italia unita, italiani liberi e sottoposti a nessun altro potere o vincolo che non siano quelli sanciti della Costituzione repubblicana.

-di MARIAPIA GARAVAGLIA

Quest’anno ricorre l’80esimo anniversario dell’Assemblea Costituente, frutto del voto a suffragio universale del 2 giugno 1946. La storia, che non consente negazionismi, documenta come e da chi fu preparata, costruita e infine approvata la nostra meravigliosa Carta, che il Presidente Ciampi definì «Bibbia laica». Parteciparono all’Assemblea 556 rappresentanti del libero popolo italiano, tra cui 21 Madri costituenti. Le forze politiche presenti è noto che fossero non solo plurali e diverse ma anche radicalmente conflittuali: si pensi ai democratici cristiani e ai comunisti. I loro contrasti ideologici non impedirono tuttavia di affidarci una Costituzione condivisa e fortemente difesa. Fondamentalmente fu merito dell’apporto dei cattolici, come era stata di grande valore la resistenza cattolica. È ora anche di valorizzare gli studi, oramai storicamente molto ricchi e confermati, sull’apporto di molte centinaia di sacerdoti, religiosi e suore oltre alle migliaia di laici nelle diverse formazioni, senza distinzioni ideologiche.

I cattolici furono protagonisti della rete informativa della Resistenza, indispensabili mediatori per lo scambio di prigionieri. Il debito di sangue pagato da sacerdoti diocesani e religiosi fu alto: tra settembre 1943 e aprile 1945 si ebbero in Italia 425 sacerdoti uccisi (di cui 57 morti in combattimento e 49 nei lager tedeschi), dei quali 191 per mano fascista, 125 per opera dei tedeschi e 109 per mano partigiana. Alcuni sono già stati proclamati beati. Resistettero non per odio ma per amore della libertà e della dignità della persona. I cappellani delle brigate partigiane sono stati insigniti di 17 medaglie d’oro al valor militare, 31 d’argento, 46 di bronzo e 56 croci di guerra.

I costituenti, consapevoli che i lavori assembleari risentivano del clima del periodo precedente, forzarono certamente alcune parti della Carta relativi alla distinzione dei poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – per non dare peso superiore a nessuno dei tre. Ma i tempi cambiano, e furono previdenti nell’introdurre con l’articolo 138 la possibilità – e la metodologia conseguente – per modificarla quando fosse stato necessario intervenire. Si deve così ricorrere al referendum ogni volta che il voto del Parlamento non è stato ampio come richiesto dall’articolo 138. È un messaggio che i costituenti ci hanno lasciato, perché qualora si decidesse di modificare la Costituzione si usi quello stesso metodo costruttivo e inclusivo in grado di rappresentare la maggioranza assoluta degli italiani.

Il tempo che stiamo attraversando e la temperie bellica che ci circonda ci richiamano anche un altro articolo fondamentale della Costituzione, impegnativo e significativo, che appartiene alla prima parte, i “Princìpi fondamentali”, a tutela della pace: « L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo» (articolo 11). Anche rispetto a questa chiara e non manipolabile norma da oltre 75 anni siamo stati inadempienti, paghi della pace che in Europa nonostante tutto è stata garantita. Nonostante tutto, sì: avremmo avuto il tempo per costruire gli Stati Uniti d’Europa. La somma degli eserciti di ciascuno degli Stati europei costa di più e non è efficiente come fossero un unico esercito, la Comunità Europea di Difesa (Ced), sognata da De Gasperi e causa del suo dolore, fu bocciata dalla Francia. Nazionalismo e sovranismo possono appagare ansie di politica interna ma non costruiscono il futuro per le generazioni che seguiranno. Sono forme deleterie di egoismi istituzionali. Non basta l’informazione per raccontarci i danni del presente e del recente passato? Mi pare che ci sia sufficiente consapevolezza che basta un uomo a sconvolgere il mondo, se gli amici veri non sono sinceri nell’affrontarlo e nel preparare proposte alternative.

I sondaggi segnalano la paura degli italiani per una guerra troppo vicina mentre i carrelli della spesa dimostrano che c’è un risvolto della guerra che, anche senza missili e droni, “bombarda” l’economia di tutte le potenze, piccole e grandi. I poveri e i più vulnerabili diventano sempre più fragili e le istituzioni inadeguate a far fronte ai loro bisogni. Un algoritmo non sarà capace di dimostrare che si può essere floridi, aumentare la ricchezza (e quindi il potere) con commerci di pace e scambi senza armi? Il miglior algoritmo, però, siamo noi che scegliamo con il voto e la partecipazione – doni della democrazia – le classi politiche che ci devono tutelare.

La Festa nazionale del 25 Aprile, allora, ci ricorda oggi che è possibile sconfiggere i dispotismi, che negano libertà e uguaglianza dei cittadini.

Perché non consegnino loro il proprio destino.

*Presidente Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

www.avvenire.it

QUALE DEMOCRAZIA?

 


Hanno suscitato vivaci polemiche le parole del presidente del Senato, Ignazio La Russa, alla vigilia del 25 aprile. «Quando ero ministro della Difesa, nessuno mi obbligava, ma andavo a rendere omaggio al monumento che c’è al cimitero di Milano ai partigiani e portavo una corona, poi andavo al Campo 10 dove sono sepolti molti ignoti, diversi caduti della Repubblica Sociale italiana (…). Ci andavo in forma privata perché secondo me era un momento doveroso di una pacificazione. E lo rifarei».

-di Giuseppe Savagnone 

Dove è sicuramente encomiabile il rispetto per i morti in quanto tali, ma ha lasciato perplessi l’equiparazione tra quelli caduti in nome dei valori che l’Italia celebra solennemente con la festa della Liberazione, vedendo in essi il fondamento della sua identità democratica, e quelli che hanno perso la vita combattendo contro questi valori. I morti devono essere visti anche per ciò che rappresentano. Anche i caduti delle SS meritano il rispetto che si deve a tutti i morti, ma siamo sicuri che le comunità ebraiche apprezzerebbero un discorso come quello di La Russa, se fatto da un ministro del governo tedesco nei confronti del corpo speciale di Hitler?

Certo, di crimini in una guerra – e soprattutto in una guerra civile – ne commettono tutti. Sappiamo ormai con chiarezza che anche i partigiani se ne macchiarono. Resta la differenza tra chi si trova a fare la guerra per difendere la sua terra e chi la fa a fianco degli occupanti, e di occupanti come i nazisti.

La pace democratica instaurata con la nascita della Repubblica italiana non è stata il frutto di un’alleanza impossibile tra questi due contendenti, ma dalla vittoria dei primi contro i secondi. E il presidente del Senato – seconda carica di questa Repubblica – non rappresenta inclusivamente entrambi, perché non può non tenere presente le opposte cause per cui hanno combattuto. Né il fatto di averlo fatto «come privato» cambia le cose, perché averne parlato ai giornalisti, difendendo la scelta, ha fatto diventare pubblica questa scelta.

Una cultura estranea alla Costituzione

Il problema non riguarda però solo l’on. La Russa. La maggioranza oggi al governo è in larga misura costituita da persone che non si sono formate in base ai valori della Resistenza, perché erano gli eredi degli sconfitti e sono rimasti esclusi dalla Costituente, in cui sono confluiti gli apporti del filone di pensiero cattolico, social-comunista e liberale, ma non quello fascista.

Questo non può certo far mettere in dubbio la loro fedeltà alla Repubblica democratica, ma spiega le loro difficoltà a essere in sintonia profonda con una Costituzione che non rispecchia la loro tradizione di pensiero. Anche se questo non esclude il riconoscimento teorico degli errori del fascismo e l’adesione alla Carta costituzionale. Lo conferma, se ce ne fosse bisogno, un post nel quale, in occasione del 25 aprile, Giorgia Meloni sottolineava che «in questa giornata, la Nazione onora la sua ritrovata libertà e riafferma la centralità di quei valori democratici che il regime fascista aveva negato e che da settantasette anni sono incisi nella Costituzione repubblicana».

Il problema però, al di là delle dichiarazioni di principio, è culturale. La nostra premier ha respirato fin da giovanissima il clima politico di Azione studentesca, il movimento degli studenti di Alleanza Nazionale (erede del Movimento Sociale Italiano, dichiaratamente neofascista), del quale è diventata segretaria a 19 anni. E Ignazio La Russa è stato dirigente del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile dello stesso MSI. Giuste o sbagliate che siano, le loro posizioni hanno la loro radice in una storia che spiega perché essi le sostengano in perfetta buona fede.

La difficoltà è che, nel caso di Meloni e La Russa, essi, a differenza dei rappresentanti dell’opposizione, si trovano davanti il difficile compito di interpretare correttamente un testo costituzionale che non rientra nella loro storia. E lo si sta vedendo in modo chiaro in questo scorcio di legislatura.

Avrebbe dovuto essere il coronamento di una condotta di governo molto prudente – favorita anche dalla pochezza dell’opposizione, del tutto incapace  di proporre una seria alternativa – in cui, a dispetto di bellicose dichiarazioni iniziali, ad essere privilegiata è stata soprattutto la continuità col passato, tanto da spingere uno dei più autorevoli intellettuali della destra, Marcello Veneziani, a denunciare l’assenza, in questi anni di governo, di «qualcosa di rilevante che segni una svolta o che dica, nel bene o nel male, al Paese: da qui è passata la destra  (…)  e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo».

Forse è stata l’esigenza di lasciare «un segno inconfondibile» della sua matrice ideologica a indurre il governo a varare almeno una riforma, quella della giustizia. Ma è proprio in questa occasione che si è manifestata la lontananza ideale dell’attuale maggioranza dallo spirito della Costituzione.

Già nel modo di proporre la legge. La Carta costituzionale è scaturita da un lungo, paziente dialogo tra forze politiche di matrice molto diversa e in conflitto tra loro – democrazia cristiana, comunisti e socialisti, liberali –  , che avvertirono la responsabilità di convergere e ascoltarsi a vicenda, per elaborare un testo che fosse rappresentativo di tutto il paese.

La riforma della giustizia, invece, è stata proposta e approvata unilateralmente da una destra che ha evitato tutte le occasioni di confronto con l’opposizione, procedendo a colpi di maggioranza e forzando i tempi per vararla senza lasciare spazio alla discussione. Esultando, quando alla fine la legge è stata approvata, come si fa quando la squadra avversaria è stata battuta, e dedicandola al personaggio più divisivo della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, che in particolare nei confronti della magistratura aveva sempre mantenuto rapporti di forte conflittualità.

In realtà è stato tutto il contesto in cui la riforma è maturata a giustificare dei dubbi sulle sue motivazioni. Contesto caratterizzato da attacchi furiosi da parte del governo nei confronti della magistratura, accusata di essere ideologizzata – almeno in alcune sue componenti – e schierata contro la politica  della maggioranza democraticamente eletta verso i migranti. «Alcuni giudici vogliono governare: allora si candidino», era la risposta di Meloni alle sentenze che contraddicevano questa politica.

Argomento che in realtà rivela la profonda estraneità della nostra premier alla logica della nostra Costituzione, per la quale la divisione dei poteri serve precisamente ad evitare  che l’esecutivo, anche se democraticamente eletto, possa agire senza controlli esterni da parte di altro potere, non elettivo, incaricato di far rispettare la legge. Significativo che la riforma sia stata dalla stessa Meloni evocata, in uno di questi sfoghi contro una pretesa «invasione di campo» dei giudici, come l’atteso rimedio che avrebbe rimesso a posto le cose.

Non si può certo parlare di fascismo. È con i voti ottenuti in libere elezioni che questa maggioranza governa ed è in nome di questo appoggio popolare che rivendica il diritto di procedere nelle sua politiche – in particolare in quella migratoria – senza ostacoli. A rigore, in un sistema di democrazia pura, come Rousseau l’aveva concepita, Meloni avrebbe perfettamente ragione. Il suo ragionamento è logico: chi esprime la volontà popolare governa.

Solo che la nostra Costituzione è nata da una profonda diffidenza verso tutti i poteri assoluti e ha voluto perciò che essi si bilanciassero, combinando così la logica di Rousseau con quella di Montesquieu. E già questi continui attacchi di uno dei poteri nei confronti di un altro non rientrano nello spirito della democrazia come l’hanno pensata i nostri padri costituenti. Ma di questo la classe di governo sembra continuare ad essere ignara.

La norma sul “premio” agli avvocati

Una conferma di questa incomprensione culturale è l’emendamento, apportato al decreto sicurezza, con cui si attribuisce un premio di 615 euro agli avvocati di immigrati i cui clienti decidano volontariamente di lasciare l’Italia. Una norma che ha fatto infuriare unanimemente gli avvocati – che pur erano stati nella grande maggioranza dalla parte del governo nella campagna referendaria – i quali vi hanno giustamente visto un tentativo di manipolare la loro deontologia professionale, orientandola nella direzione della politica dei rimpatri. È chiaro, infatti, che il compito del difensore è di cercare di fare valere i diritti, veri o presunti, del suo cliente, non di indurlo a rinunziarvi. E anche il presidente della Repubblica ha visto in questo testo una minaccia al diritto alla difesa sancito dalla nostra Costituzione.

La reazione del governo è stata di sincera sorpresa di fronte a queste contestazioni. «Stiamo raccogliendo i rilievi tecnici che sono arrivati dal Quirinale e dagli avvocati – ha detto la premier – e li trasformeremo in un provvedimento ad hoc, ma la norma rimane perché è una norma di assoluto buon senso. Io non lo considero nessun pasticcio». 

Meno educatamente i quotidiani che fiancheggiano l’esecutivo hanno parlato di uno «sgambetto» fatto dal capo dello Stato e hanno esultato per la risposta di Meloni, considerata un modo per «rimpatriare» proprio Mattarella. Dove anche questo tono nei confronti della carica istituzionale che, sempre secondo la nostra Costituzione, «rappresenta l’unità nazionale» (art. 87) dice molto sulla sensibilità democratica di chi lo usa.

Il governo, comunque, intende tirare dritto, come si è vantato di fare anche in occasione della riforma della giustizia. Con i risultati che si sono visti e che forse avrebbero dovuto indurre a una riflessione. Perché l’esito immediato della norma sugli avvocati è stato di ricompattarli con la magistratura, dopo le divisioni nel dibattito referendario e di convincere anche loro che davvero si sta cercando di piegare il funzionamento della giustizia agli obiettivi della politica migratoria della maggioranza di destra.

Difficile prevedere come finirà. Ma resta la domanda a cui oggi gli italiani non possono sfuggire: quale democrazia? Quella prevista dalla nostra Costituzione o quella autoritaria di cui il regime di Orbán, apprezzatissimo da Meloni e appena caduto (dopo sedici anni), è stato un perfetto modello?

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lunedì 25 aprile 2022

VIVA LA LIBERTA'

Festeggiamo la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Ma il mondo si ritrova ancora carico di violenza.

Continuo a sognare il giorno della liberazione più bella, continuo a sperare che gli esseri umani sappiano finalmente liberarsi dalla guerra in tutte le sue forme e costruire un mondo di pace, di rispetto e solidarietà.

Una utopia? Certo. Ma l’utopia non è un sogno impossibile, è semplicemente un sogno non ancora realizzato, un progetto da costruire con l’impegno di tutti.

Gino Strada

DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA



venerdì 24 aprile 2020

SPUNTI DI EDUCAZIONE CIVICA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

- Il 25 aprile nel ricordo del prof. Luciano Corradini, uno dei maggiori pedagogisti italiani esperti di educazione alla cittadinanza.


di Luciano Corradini*

Data la mia età, assediata dalla strategia  utilizzata dal Covid-19 nel decimare la nostra “riverita specie”, mi permetto di ricorrere a qualche cenno biografico per condividere con i giovani un breve ricordo del 25 aprile, festa della Liberazione.

C’ero anch’io
Avevo 9 anni, il  25 aprile del 1945, quando fui svegliato da un rombo di un corteo di carri armati, che passavano a cinquecento metri dalla casa in cui ero sfollato con la famiglia, sull’argine del Po, nella bassa reggiana. Ci riempiva di curiosità e di emozione il vociare concitato dei contadini che dicevano che era vero, che la guerra era finita davvero, e non come il 25 luglio del 1943, quando “era andato giù il Duce”, o l’8 settembre, quando Badoglio aveva annunciato l’armistizio con gli americani, ma poi se n’era scappato a Brindisi col Re, lasciando l’esercito italiano allo sbando, e dicendo che la guerra continuava. In aprile gli americani erano venuti sul serio a liberarci, perché tutti me lo dicevano, anche se io non avevo le idee molto chiare in proposito.
C’era un sole radioso, perfino accecante, con l’aria fine e trasparente che si trova assai di rado da quelle parti. Mio fratellino ed io correvamo a perdifiato fra i campi, inseguiti da un branco di oche spaventate per il frastuono della colonna. Impolverati e sorridenti, i soldati americani ci salutavano con entusiasmo dalle torrette dei loro carri, talora fermandosi per regalarci cioccolate e gomme da masticare, e chiedendo in cambio insalata e rapanelli.
Avevamo vissuto le vicende dei bombardamenti, dei rastrellamenti, della comparsa più o meno inquietante di gruppi di tedeschi, di fascisti repubblichini e di partigiani, che alcuni chiamavano ribelli, nei tre anni della Resistenza armata. Ho saputo per caso, leggendo Avvenire, che il primo annuncio della Liberazione fu dato alle ore 22 del 25 aprile 1945 da una radio allestita alla meglio, che trasmetteva in onde corte.
Riascoltiamo quel messaggio, che iniziava con l’Inno del Piave: “Attenzione, attenzione. Qui Radio Busto Arsizio. Stiamo per trasmettere un importante comunicato: ‘Per proclama del Comandante della piazza militare di Busto Arsizio si dichiara decaduto il regime fascista repubblicano e si esorta la popolazione alla calma e al rispetto delle leggi civili e militari dell’8 settembre 1943 rientrate in vigore. Cittadino italiano, tu che hai sofferto per la tua Patria ancora una volta calpestata dal barbaro nemico, l’ora della tua liberazione è giunta! Lavoratore, ancora per qualche giorno controlla ogni tentativo di distruzione delle tue macchine, delle tue officine, delle centrali elettriche. Salva la tua ricchezza di domani… Industriali, disponete perché il lavoro continui, perché le mense aziendali non abbiano a subire interruzioni. Donne, siate degne dell’ora che volge, italiani tutti, al vostro posto di battaglia!”. Il giorno 26 aprile la notizia fu ripresa da radio e da giornali e fece il giro del mondo.

L’inizio di una presa di coscienza storica negli anni’50
Mi sembra di aver cominciato solo al liceo a rendermi conto dei fatti e dei problemi relativi alla guerra, alla resistenza, alla pace, alla difficile ricostruzione. Questo è avvenuto un giorno, quando il preside del Classico di Reggio Emilia, che si chiamava Ermanno Dossetti, ci convocò in Palestra, per parlarci della Costituzione, proprio alla vigilia del 25 aprile.
Allora ho avuto l’intuizione, anche se un po’ vaga, che la Costituzione fosse una cosa molto importante, un avvenimento che cambiava per sempre la nostra vita, un tesoro, che doveva essere conosciuto e messo a frutto non solo da parte delle istituzioni e dei politici, ma da tutti i cittadini, nella vita di tutti i giorni, se non si voleva tornare agli anni terribili della guerra. Negli anni successivi, anche come insegnante, sono tornato più volte su questo testo: sono restato e resto sempre più ammirato per la sua verità e la sua bellezza, ma anche amareggiato e deluso per il modo con cui in complesso l’abbiamo ignorata e trattata.
E’ come se avessimo tenuto in cantina, in mezzo ai topi, un capolavoro di Leonardo. O come se avessimo ricevuto in eredità una Ferrari e l’avessimo fatta marciare solo in prima e in seconda.
E’ stato detto che le Costituzioni sono gli strumenti che gli uomini si danno nei tempi della saggezza, a valere per il momento della confusione. Il “capolavoro di saggezza” della Costituzione è stato scritto in 18 mesi, dal 2 giugno 1946 al 22 dicembre 1947. Il 2 giugno si tennero le prime votazioni a suffragio universale, comprese le donne, sia per rispondere al referendum in cui si decise la nascita della Repubblica Italiana, sia per eleggere l’Assemblea Costituente. Appare perciò storicamente corretto riconoscere la radice della Costituzione nella Resistenza e nella Liberazione, che hanno nel 25 aprile la loro genesi storica e simbolica. E chiedersi le ragioni della mancata o parziale attuazione dei suoi principi e delle sue norme fondamentali, per cercare di avanzare nella via della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà e per evitare di soccombere  di fronte alle crisi epocali che dipendono in gran parte dalla nostra “dimenticanza” dei principi costituzionali.
Nulla è perduto con la pace, aveva detto Pio XII in un radiomessaggio del 1939, aggiungendo che tutto può essere perduto con la guerra. E’ possibile però anche dimenticare che allora una difficile pace è stata conquistata a prezzo di una guerra disastrosa; e che si può anche perderla di nuovo, se si dimentica quella terribile lezione della storia. Faccio ora un salto  in avanti di quarant’anni dalla fine della guerra.

Il 25 aprile ricordato a Milano nel 1986, per leggere 14 lapidi
Una mattina del 1986, quando abitavo a Milano, decidemmo, con mia moglie e mio figlio, che saremmo andati alla manifestazione organizzata dall’ANPI per ricordare il 25 aprile. C’erano solo 3 macchine con gli striscioni sul cofano, davanti alla sede del Consiglio di Zona di Porta Venezia. Col nostro arrivo, le macchine divennero 4 e così noi rappresentammo il 25% della delegazione che si preparava a visitare le 14 lapidi del Quartiere, per portare corone d’alloro ai martiri della Resistenza. Quando uno del gruppo, lamentando le assenze degli “altri”, disse che avrebbero potuto sfoderare le loro bandiere rosse, feci garbatamente valere le nostre ragioni di cittadini della parrocchia di San Gregorio. Sicché questo bastò a restituire al Tricolore il suo carattere di simbolo dell’unità nazionale.
Si prese atto che il nostro 25% in quel piccolo corteo possedeva due primati: mio figlio era il più giovane del gruppo e io ero il più alto. Lui ascoltò le commosse parole dell’anziano presidente dell’ANPI, che fu lieto di poter consegnare a un giovane il suo ricordo e il suo messaggio; io manovrai con discreta perizia il bastone che serviva per installare le corone vicino alle lapidi, poste molto al di sopra delle nostre teste, e forse per questo ignorate dai passanti e dagli abitanti del quartiere. Mia moglie, che aveva caldeggiato la nostra partecipazione, prendeva appunti. Registrava i nomi di quei giovani che erano stati fucilati a Milano o uccisi nei campi di concentramento, talora pochi giorni prima o dopo la Liberazione; e annotava le frasi con cui amici e parenti avevano voluto ricordare il senso di quei sacrifici.
Si scendeva dalle macchine, si sostava un istante, si poneva in alto la corona, come se si cercasse di cogliere il gesto, il sorriso, la smorfia di dolore di chi aveva offerto la sua vita perché noi potessimo conservare e sviluppare la nostra vita di cittadini liberi e democratici.
Poi si risaliva in auto e si ricominciava la piccola processione di quella via crucis civile che ci ha fatto sentire popolo italiano, come la via Crucis del Venerdì santo ci fa sentire popolo di Dio.
Fra una stazione e l’altra leggevamo qualche frase di un giornaletto dell’ANPI o ricordavamo qualche pensiero dei Condannati a morte della Resistenza. Sentivamo il bisogno di ringraziare il Signore, che aveva dato tanta forza a quei giovani, e di ringraziarlo per la libertà conquistata dal loro sacrificio, di cui molti hanno perso la memoria.
Al termine della visita, abbiamo aderito all’ANPI, per restare informati della loro attività e per condividere quel grande patrimonio di fede nella libertà e nella pace, che ha caratterizzato questo lungo dopoguerra.

La pandemia del Covit-19 e gli appelli del Papa e del Segretario dell’ONU per un’alleanza globale per l’unità e per la pace
La strage pandemica di questo 2020 mette a dura prova la nostra speranza di indefinito benessere, per l’inedito scenario di morte, di paura, di solitudine, di crisi economica e d’incertezza che grava sul nostro futuro. D’altra parte questa lotta contro uno sciame invisibile di microbi patogeni che involontariamente ci trasmettiamo con la prossimità, inducendo le pubbliche autorità a imporre, in ordine sparso, lunghi e incerti lockdown per attuare un “distanziamento sociale”, e cioè per sottrarre “cibo” al virus, sta affamando anche parte di noi, ma anche risvegliando in altri le migliori energie che hanno consentito all’Italia di riemergere, attraverso la Resistenza e la Costituente, dal “crogiolo ardente” della guerra mondiale degli anni ’40. Papa Francesco e Antonio Gutierrez invocano con accorata energia l’unità europea, la cessazione delle guerre e la pace, in nome di un’umanità che riconosca il comune nemico non in un popolo, in uno stato o in un’ideologia, ma in uno dei tanti virus che abbiamo inconsapevolmente risvegliato, nella nostra pretesa di sfruttamento incontrollato della natura.
Per questo alla Pasqua cristiana possiamo associare la Pasqua civile che il nostro Paese celebra, anch’essa per la prima volta per via telematica, a 75 anni da quell’evento.

 *professore emerito di Pedagogia generale nell'Università di Roma Tre





martedì 25 aprile 2017

25 aprile - FARE MEMORIA PER COSTRUIRE UN FUTURO MIGLIORE


Alle fronde dei salici
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
tra i morti abbandonati nelle piazze
sull'erba dura di ghiaccio, al lamento
d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese:
oscillavano lievi al triste vento.

Salvatore Quasimodo

sabato 24 aprile 2010

25 APRILE



25 aprile! Un rito che si rinnova ogni anno. Il rito non è solo sterile commemorazione. Il rito è riappropriazione e attualizazione di quel mito fondatore della nostra Repubblica. Significa in concreto che ciascuno di noi deve scegliere e portare avanti le sue resistenze quotidiane per la legalità, la difesa della costituzione e della dignità delle persone per un'economia attenta alla giustizia sociale e all'ecologia.
                                        Jean-Léonard Touadi