sabato 18 aprile 2026

LA GRAMMATICA DELLA POLITICA

 


La fine 

della 

grammatica

 politica


Percepiamo tutti di stare vivendo uno dei momenti più convulsi e drammatici della storia del mondo dalla fine della seconda guerra mondiale. Non molti, però, sembrano rendersi conto di quanto influisca su questa crisi epocale – al di là dei singoli nodi problematici – il deterioramento del modo stesso di fare politica.

- di Giuseppe Savagnone

Fino a ieri, esisteva una stessa grammatica che anche i nemici più acerrimi condividevano e rispettavano. Così, nei rapporti internazionali, perfino le fasi più critiche del rapporto conflittuale tra il blocco socialista e quello capitalista avevano potuto essere gestite e controllate in base a questa grammatica comune. C’erano  – a differenza di adesso – forti contrasti ideologici, visioni dell’uomo e della società opposte, ma tutti accettavano le stesse regole del gioco e chi cercava di violarle era costretto a farlo di nascosto, barando.

Oggi che non siamo più divisi dal conflitto delle ideologie, la perdita di questa grammatica ha determinato l’esplosione caotica e incontrollabile dell’arbitrio, che ci consegna alla hobbesiana lotta di tutti contro tutti. Ognuno pretende di stabilire le regole e, se è in grado di farlo, le impone agli altri. Il diritto coincide con la forza.

E con il diritto è sparito anche il pudore che spingeva a mascherare i propri disegni sforzandosi di farli apparire “giusti”. Ormai in politica nessuno si vergogna più di niente. E i suoi fans lo celebrano per la sua “sincerità”.

L’Italia è stata uno dei principali laboratori di questo imbarbarimento dello stile politico con due grandi campioni di spudoratezza come Berlusconi e Bossi, i primi a permettersi un linguaggio e comportamenti che hanno rotto con la grammatica della politica e hanno aperto la via, nella Seconda Repubblica a un clima di violenza verbale – e non solo – impensabile nella Prima. Sono loro che hanno dato una impronta indelebile alla nuova stagione – culturale, prima che istituzionale – con le loro forti personalità, a cui sul fronte opposto, il loro maggiore oppositore, Romano Prodi, pur con tanti pregi, poteva essere soprannominato dai suoi critici “mortadella”.

Dove il problema non è stato il prevalere della destra o della sinistra, ma l’affermarsi di uno stile che ha stravolto il senso della politica, sia nei partiti di destra che in quelli di sinistra.

Si può essere favorevoli o contrari al federalismo, ma dire come ha fatto Bossi pubblicamente, da senatore e leader di un partito di governo: «Mi pulisco il c… con il Tricolore», fa scendere il dibattito democratico al livello di una rissa di osteria.

E si possono nutrire forti riserve nei confronti della magistratura e del funzionamento della giustizia, ma se si è il capo indiscusso della maggioranza di destra in un paese che si fonda sulla divisione dei poteri, uno dei quali è quello giudiziario, non si può affermare, come ha fatto Berlusconi, che i giudici «sono doppiamente matti. Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana».

Così come, a livello dei comportamenti, non si può approfittare del proprio ruolo pubblico per ottenere dalla polizia il rilascio di una prostituta minorenne e poi far avallare in parlamento dalla propria maggioranza la tesi che lo si è fatto per salvaguardare le relazioni con l’Egitto, nella convinzione che la ragazza – in realtà marocchina! – fosse la figlia del presidente egiziano Mubarak.

Dal civile confronto alla violenza dello scontro

Se oggi in Italia il livello del confronto politico è quello che è lo dobbiamo a queste e altre “sgrammaticature”. Anche perché l’attuale maggioranza di governo, formata dai discepoli di quei maestri, li addita ancora oggi come “padri della patria” e ha celebrato con grande solennità la morte di entrambi – per Berlusconi addirittura con una settimana di lutto nazionale.

Così non stupisce che, mentre da un lato la presidente del Consiglio denuncia il diffondersi di «un clima di odio insostenibile», siano proprio i suoi sostenitori e lei stessa ad attaccare sistematicamente con violenza estrema non le idee – cosa legittima in un dibattito politico – , ma le persone e le istituzioni.

Emblematiche le parole del capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami, in occasione dell’assassinio di Charlie Kirk (che con l’Italia non c’entrava nulla), contro gli esponenti della sinistra, che ha accusato di essere «impregnati di odio, livore, rancore», aggiungendo: «Ringrazio Dio di non avermi creato come loro».

Sulla stessa linea il commento del direttore di «Libero», Mario Sechi – ex portavoce di Meloni e in forte sintonia con le sue posizioni – alla partenza della Flotilla, che si proponeva solo di portare viveri e medicinali ai civili di Gaza, rompendo l’inumano embargo di Israele: «Spero che le barche vengano affondate, così la prossima missione dovranno rifinanziarsela». Ancora una volta, una violenza verbale che va ben al di là del legittimo dissenso e trasforma il dibattito politico in cieco scontro.

Ed è su questa lunghezza d’onda che i partiti di governo hanno varato e difeso la riforma della giustizia (dedicata a Berlusconi), negando a parole che fosse punitiva nei confronti della magistratura, ma presentandola in realtà come una legittima difesa nei confronti di giudici ideologizzati e infedeli alla loro missione, al punto di sostenere – sono le parole della presidente del Consiglio nella sua disperata campagna elettorale – che una eventuale vittoria del No avrebbe dato il via libera a «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà», fino ad arrivare a «figli che vengono strappati alle madri».

Ma con questo linguaggio e questo stile la convivenza democratica, di per sé  basata sulla diversità delle posizioni, si trasforma, a prescindere dai torti e dalle ragioni, in una permanente guerra civile. Ed è interessante notare che, sia sul fronte Palestina che che su quello giustizia, i soli toni alternativi a quelli esasperati della destra non sono venuti dai partiti di sinistra, ben poco capaci di proporre modelli culturali diversi, ma dalla società civile, che ha saputo esprimersi per quanto riguarda il primo con le grandi manifestazioni di gennaio, per il secondo con la battaglia capillare dei comitati per il No. 

La presidenza senza regole di Donad Trump

Ma il problema non è solo italiano. Dopo l’ascesa alla presidenza degli Stati Uniti – fino a ieri la guida dell’Occidente democratico – di Donald Trump, per molti versi emulo di Berlusconi, la violazione di ogni regola e la spudoratezza sono all’ordine del giorno. Soprattutto in questo secondo mandato, il presidente americano non ha l’aria di preoccuparsi minimamente di controllare il suo linguaggio e le sue prese di posizione.

La prima a cadere è stata la regola di civiltà che impone al potere di astenersi dal procedere a colpi di minacce. Da quando è di nuovo alla Casa Bianca, Trump minaccia tutti. Lo ha fatto a livello internazionale, utilizzando l’arma dei dazi per costringere gli altri governi – a cominciare dai suoi più fidati amici e alleati – ad accettare le sue condizioni in campo sia economico che politico.

Oppure dispiegando il suo impressionante apparato militare per piegare alla propria volontà Stati tradizionalmente in contrasto con gli USA, ma che non mostravano alcuna volontà aggressiva. Così ha fatto col Venezuela, depredandolo del suo petrolio, così ha provato a fare con l’Iran, questa volta senza successo.

Ma anche all’interno lo stile di Trump è quello della minaccia. A cominciare dall’avvertimento lanciato, già prima della sua rielezione: «Se perdo, sarà un bagno di sangue». E anche dopo, il presidente ha esercitato una pressione incessante su chiunque ricoprisse cariche istituzionali, imperversando contro quanti, per senso di responsabilità, si rifiutavano di cedere supinamente ai suoi voleri arbitrari.

Una seconda regola, ormai ridotta anch’essa ad un ricordo, comportava il rispetto per le persone, anche quando se ne doveva criticare l’operato. Trump ha ampiamente insultato e deriso capi di Stato stranieri, artisti, funzionari pubblici, i suoi stessi predecessori nella presidenza. Ha fatto il giro del mondo il video, da lui diffuso, che ritraeva Obama e sua moglie in corpi scimmieschi.

Una terza regola infranta sistematicamente da Trump è stata quella di evitare di contraddirsi. In realtà chi governa deve spesso cambiare posizione in rapporto allo sviluppo degli eventi. Per questo, se è saggio, evita di pronunziarsi quando non è strettamente necessario. Il presidente americano invece parla e scrive continuamente, dicendo tutto e il contrario di tutto nel giro di poche ore e a volte, di pochi minuti. Col risultato di rendersi del tutto inaffidabile agli occhi del mondo e degli stessi americani.

Una quarta regola era di non mentire. Il potere non può sempre dire tutto e a volte è costretto a trincerarsi dietro bugie funzionali ai suoi piani. Ma fa in modo che le menzogne non vengano a galla e perciò le riserva ai casi di necessità. Trump è un bugiardo patologico e si lancia a fare affermazioni che risultano palesemente false. I quotidiani americani ogni tanto si divertono farne lunghi elenchi.

Una quinta regola per chi governa era di presentare anche le istanze legate agli interessi del proprio paese sotto una veste di universalità, che le rendesse accettabili agli altri. Trump, ispirando tutta la sua politica al proposito di «rendere di nuovo grande l’America», ha espressamente dichiarato di infischiarsene delle esigenze degli altri e voler curare solo quelle degli Stati Uniti.

Così, ha esordito, nel suo secondo mandato, enunciando il suo proposito di occupare la Groenlandia – proposito ribadito a distanza di alcuni mesi – con la sola giustificazione che ciò rientrerebbe negli interessi degli Stati Uniti.

E qualcosa di simile, questa volta raggiungendo lo scopo, Trump lo ha fatto costringendo il Venezuela a cedergli il controllo delle sue risorse petrolifere. Poteva mascherare il suo vero intento accompagnando questo con il ripristino della democrazia. Ha disdegnato di farlo. Non è un ipocrita. E non sente il bisogno di esserlo, perché manca del senso del pudore.

Una sesta regola era di non mescolare i propri interessi privati alla propria funzione pubblica. Di fatto, in tutte le occasioni in cui è intervenuto in questioni internazionali, Trump ha sempre curato, insieme  agli interessi economici dell’America, quelli della sua famiglia. Ed è una logica rigorosamente privatistica quella che ispira la creazione del Board of Peace, concepito come un comitato d’affari di cui lui stesso è il presidente a vita, a prescindere dal ruolo pubblico attualmente ricoperto, e in cui si entra versando un miliardo di dollari.

La settima e ultima regola della politica, per chi vuole farla degnamente, era ed è quella di non essere prigioniero di una bolla di vanità autoreferenziale. Trump è un evidente esempio di quel narcisismo solipsistico che impedisce di vedere, o almeno di ammettere, i propri limiti e di ascoltare gli altri. il suo delirio di onnipotenza lo rende furibondo di fronte d ogni diniego, a costo di rotture radicali (come nel caso della sua finora fedelissima fans Meloni). E la sua delusione per non aver ricevuto il premio Nobel per la pace è stata sincera, perché davvero non si rende conto di quanto la sua politica abbia peggiorato i già fragili equilibri internazionali.

Non sappiamo come finiranno le grandi crisi mondiali in corso. E neppure, per quanto riguarda l’Italia, come le forze in campo si muoveranno in vista della non lontana scadenza elettorale. Ma il problema più importante, sia al livello internazionale che a quello nazionale, non è quello che si farà, ma come lo si farà. Quella che abbiamo oggi davanti, sia dall’una che dall’altra parte in campo, è la caricatura della politica. Non possiamo rassegnarci a questo. Bisogna ripristinare una grammatica che ne sia all’altezza e che ci consenta di  uscire dal caos dell’arbitrio e della violenza. E a lavorare per questo tutti siamo chiamati, ognuno nel suo ruolo, come italiani e come cittadini del mondo.

www.tuttavia.eu

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