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venerdì 12 dicembre 2025

UNA SOCIETA' STERILE

           Non si genera futuro


NASCITE: Sempre più giù. 

In 15 il doppio dei centenari. 

 

 di LELIO CUSIMANO

 L’evoluzione demografica del nostro Paese continua a muoversi lungo due traiettorie divergenti: da un lato una natalità sempre più esile, dall’altro una longevità che avanza con forza.

È da quest’ultimo dato che conviene partire, seguendo le parole del presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, che ha sottolineato come «in quindici anni i centenari siano raddoppiati, passando da 10 mila a quasi 24 mila unità». È un segnale positivo, testimonianza dei progressi nella qualità della vita e nella medicina; sul versante opposto, però, le culle continuano a svuotarsi.

I dati provvisori relativi ai primi sette mesi dell’anno confermano un quadro ormai strutturale: le nascite rimangono sotto la soglia delle 200 mila unità, in ulteriore flessione rispetto al passato.

Un calo che non sorprende, perché ha radici profonde e lontane. Già alla fine degli anni Settanta il numero medio di figli per donna era sceso stabilmente sotto la soglia dei due necessari al ricambio generazionale. Da allora le nuove generazioni sono sempre più piccole di quelle dei loro genitori, mentre l’aumento della speranza di vita ha progressivamente gonfiato la fascia più anziana della popolazione.

Gli effetti li vediamo ogni giorno, non solo nelle statistiche: nel 2024 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,18, ritoccando al ribasso un record negativo che resisteva dal 1995. E l’età media alla nascita del primo figlio sfiora ormai i 32 anni.

 Le famiglie si fanno più piccole, gli orizzonti più incerti.

 Perché succede? Le ragioni sono molteplici e intrecciate: l’instabilità lavorativa e abitativa che pesa sulle nuove generazioni; la difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare; la percezione di un futuro fragile, poco accogliente. Ma sarebbe miope ignorare anche la dimensione culturale: la scelta di avere un figlio si colloca oggi in un contesto in cui autonomia, carriera e aspettative individuali hanno assunto un peso diverso rispetto al passato.

Frenare la denatalità non è impossibile, ma richiede un cambio di passo. Significa creare le condizioni perché chi desidera diventare genitore possa farlo davvero. Significa investire in politiche familiari stabili, rafforzare l’occupazione giovanile, ampliare i servizi per l’infanzia, sostenere la parità di genere. 

La sfida è duplice, perché riguarda anche il modello di Welfare: non bastano più asili nido efficienti, serve una rete che sostenga anche la crescente domanda di cura degli anziani, i nonni di domani.

La demografia non è un destino, ma una scelta collettiva.

E riguarda la qualità del Paese che vogliamo costruire. L’Italia potrà tornare a generare futuro solo quando smetterà di considerare la natalità un indicatore statistico e inizierà a riconoscerla come un traguardo comune.

Denatalità

 Immagine


 

 

venerdì 21 aprile 2023

SOSTITUZIONE ETNICA ?

 Due prese di posizione 

e il loro contesto

 

- di Giuseppe Savagnone*

 

«Non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica. Gli italiani fanno meno figli, quindi li sostituiamo con qualcun altro. Non è quella la strada». Sono le parole pronunciate dal ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, parlando, qualche giorno fa, al congresso nazionale della Cisal.

Gli ha fatto eco, nel discorso tenuto alla Fiera del mobile, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni: «Noi abbiamo sempre più persone da mantenere e sempre meno persone che lavorano (…). Questo problema si risolve in vari modi e il modo in cui lavora il governo non è risolverlo con i migranti: è risolverlo con quella grande riserva inutilizzata che è il lavoro femminile (…) e lavorando sulla demografia e quindi sull’incentivazione della possibilità delle famiglie di mettere al mondo figli».

I due interventi non si capiscono appieno se non si guarda al contesto in cui sono stati fatti. Il ministro aveva certamente presente la pressante richiesta di lavoratori stranieri da parte degli imprenditori italiani e la loro aperta insoddisfazione per i numeri ristretti che il governo prevede di far entrare legalmente nei prossimi mesi. Da qui il monito di Lollobrigida sul pericolo che una maggiore apertura comporterebbe per l’identità nazionale.

La Meloni, a sua volta, rispondeva, senza nominarlo, al presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che il giorno prima, in una intervista su «La Stampa», aveva affermato chiaramente che, per quanto riguarda il rapporto tra lavoratori e pensionati, con l’attuale andamento demografico «dopo il 2040 arriviamo alla soglia dell’uno a uno, un numero che definirei davvero critico» e aveva indicato come unica soluzione l’apertura all’ingresso degli stranieri: «Le economie ricche», spiegava il presidente dell’Inps, «hanno tutte molti migranti.

«Anche noi abbiamo l’esigenza di coprire lavori medio-bassi da Nord a Sud con gli stranieri. La soluzione non può che essere l’accesso di immigrazione regolare e fluida». E aveva aggiunto, citando il premio Nobel americano Paul Krugman: «Krugman segnala come negli Stati Uniti gli immigrati siano stati la leva più dinamica nel contributo alla crescita dell’economia».

In un momento in cui il governo, sotto la spinta della Lega, sta varando una serie di provvedimenti volti a rendere ancora più difficile di quanto sia già l’inserimento dei migranti nella società italiana, è chiaro che queste parole, pronunziate da un tecnico autorevole, sono state una doccia fredda, a cui la premier si è sentita obbligata a rispondere indicando un’alternativa.

Una linea politica inaccettabile dal punto di vista etico…

Le aspre polemiche suscitate soprattutto dal primo intervento, trovando una inaspettata sponda negli alleati di governo di Fratelli d’Italia – il leghista Centinaio ha definito le parole di Lollobrigida «veramente brutte» – sono state dovute al collegamento ideologico che spontaneamente richiamano alla mente. Era il fascismo a enfatizzare il problema della “purezza della razza” e a insistere sul tema della natalità in vista del sempre maggiore prestigio della nazione.

Incalzato dalle accuse di razzismo, il ministro si è scusato spiegando che non era al corrente della triste storia che stava dietro l’espressione da lui usata – “sostituzione etnica”. Non è una risposta rassicurante: un ministro ignorante del passato – a cui viene spontaneo, per interpretare il presente, utilizzare non tanto delle parole, quanto un concetto di casa negli ambienti del suprematismo bianco – , non sembra l’uomo più adatto a capire e governare il fenomeno migratorio.

Certo, è del tutto condivisibile l’esigenza di far uscire l’Italia dall’inverno demografico in cui si trova, incentivando la natalità con opportune misure, che il governo dice di stare studiando. Si parla, a questo proposito, di una riduzione delle tasse per ogni figli.
Vedremo, perché fino ad oggi ha realizzato ben poco di quanto aveva promesso. Ma, se procederà su questa strada, si potrà solo essergli grati di stare affrontando finalmente un problema gravissimo che finora in Italia è stato sempre trascurato, rendendola fanalino di coda, rispetto agli altri paesi europei, nelle politiche a favore della famiglia.

Quello che è inaccettabile è che questa prospettiva venga proposta come giustificazione dell’assurda politica anti-migranti che il governo, sotto l’impulso prevalente della Lega, sta conducendo fin dal suo insediamento e che ora sta conoscendo una ulteriore “stretta”.

Inaccettabile eticamente, soprattutto da parte di una destra che ha sempre preteso di difendere valori cristiani (vi ricordate quando Salvini si presentava ai comizi col vangelo e con il rosario?). La giustificazione spesso ripetuta secondo cui il prossimo di cui parla Gesù sono le persone a noi più vicine – i familiari e i connazionali – e non gli africani, rivela la scarsa familiarità con il testo sacro da parte di chi la sbandiera.

Quando Cristo enuncia quello che per lui è il cuore del suo messaggio, l’amore per Dio e per il prossimo, e un interlocutore gli chiede: «Chi è il mio prossimo?», la risposta del Signore è un racconto in cui si parla di un ebreo ferito ai margini della strada e di un samaritano che si ferma a soccorrerlo e se ne prende cura. Ora, ebrei e samaritani erano di stirpi diverse e avevano una lunga storia di inimicizia reciproca. Questa caduta dei muri che dividono i popoli è inscindibile dall’annuncio evangelico, che Salvini e la Meloni lo sappiano o no.

… E dal punto di vista economico

Ma la politica del governo è inaccettabile anche sotto il profilo utilitaristico. Le nostre imprese hanno bisogno di lavoratori oggi. Il sistema pensionistico andrà in tilt nel 2040 e già adesso è sempre più in affanno. Non possono certo aspettare che gli italiani e le italiane raccolgano l’appello del governo e si mettano a fare figli, che entreranno nel mercato del lavoro, nella migliore delle ipotesi, fra vent’anni. In ogni caso è molto improbabile che questo appello venga raccolto prima cambi davvero qualcosa, a livello legislativo, in favore della natalità.

Senza dire che alla radice della denatalità ci sono due fattori che né Lollobrigida né Meloni sembrano tenere in considerazione. La prima è una cultura individualista che subordina la generatività all’autorealizzazione e, soprattutto nelle nuove generazioni, porta le coppie – le donne in particolare – a limitare le gravidanze. Non sembra siano le esortazioni del governo a poter cambiare la situazione, almeno a breve. Si tratta di un costume radicato nella maggioranza.

A cominciare dalla Meloni, che punta sul rilancio dei valori della famiglia e sulla crescita demografica, ma nella sua vita privata convive senza esser sposata e ha voluto una sola figlia. Come Salvini, del resto, che è divorziato, con una figlia, e attualmente è solo “fidanzato” dell’ultima fiamma. Gli antichi dicevano: «Da che pulpito viene la predica!».

Il secondo fattore è la mancanza, nel nostro paese, di quella rete di servizi e di sostegni che altrove consentono alle future madri di guardare con fiducia alla possibilità di procreare. Per questo non basterà certo l’esenzione fiscale di cui si parla in questi giorni.

E da queste carenze è inficiata anche la carta del maggiore impiego delle donne nel mercato del lavoro. In mancanza di quei sostegni, così come quelle che lavorano non riescono a fare figli, quelle che fanno figli non riescono a lavorare.

La pretesa di fare a meno dei migranti è dunque infondata sia eticamente sia in una prospettiva meramente utilitaristica. Né questa ostilità può essere, in extremis, motivata almeno dal rispetto delle leggi, violate da chi entra come “clandestino”, perché le leggi – a cominciare dalla famigerata Bossi-Fini – le hanno fatte i partiti della destra, in nome di una pura ideologia.

Hanno creato i clandestini e ora si indignano perché la maggior parte dei migranti finisce per essere in questa situazione di illegalità. Ma la vera legalità è inscindibile dalla giustizia. Durante il nazismo era illegale nascondere un ebreo, ma chi in quegli anni tristi violò la legge, rispettò la propria umanità.

Alla fine, la realtà travolge le ideologie e prima o poi anche questa si rivelerà nella sua inconsistenza. Dispiace che essa stia finendo per distrarre il paese da problemi reali e molto più urgenti e che buona parte dell’opinione pubblica e ne lasci ipnotizzare. Ma la storia insegna che prima o poi tutti i muri sono destinati a cadere.

 * Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

 

domenica 10 luglio 2022

ISTAT . COME STA L'ITALIA?


PIU' ANZIANI E MENO GIOVANI, NATALITA' IN DIMINUZIONE, 
POVERTA' IN AUMENTO.CI SI SPOSA SEMPRE PIU' TARDI, 
CONVIVENZE E SEPARAZIONI IN CRESCITA ....

VARI PROBLEMI CHE INTERROGANO ANCHE LA SCUOLA E L'EDUCAZIONE.




venerdì 14 maggio 2021

NATALITA', INVERTIRE LA ROTTA

 Draghi: un'Italia senza figli è destinata a scomparire

Agli Stati Generali della Natalità, all’Auditorium di via della Conciliazione, il forte intervento del Papa, del premier Draghi, del presidente del Forum delle Associazioni Familiari, De Palo, che li ha organizzati. Ma anche di esponenti del mondo politico, istituzionale e del lavoro. Imperativo comune: sostenere la famiglia, pena la fine dell’esistenza dell’Italia

                                                                                                               Debora Donnini  

"Un'Italia senza figli è un'Italia che non crede e non progetta. È un'Italia destinata lentamente a invecchiare e scomparire". Queste parole del presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, esprimono una consapevolezza di cui nel Paese si sta prendendo sempre più atto. Una consapevolezza suffragata dai dati che da anni accendono l’allarme dipingendo un Paese morente, colpito ulteriormente dalla pandemia: nel 2020 sono nati 404mila bambini, il 30% in meno rispetto agli ultimi 12 anni, record negativo dall’unità d’Italia. Con 1,24 figli per donna contro i 2,1 che assicurerebbero un ricambio generazionale, l’Italia sta scomparendo progressivamente con ricadute drammatiche sul sistema pensionistico e sanitario ma anche con una penalizzazione del desiderio, che pure c’è, di avere figli: l’80 per cento dei giovani italiani vorrebbero due o più figli.

Draghi: assegno unico, misura epocale destinata a permanere

L'assegno unico per le famiglie - sul quale il Forum delle Associazioni Familiari si è impegnato fortemente - "è una di quelle trasformazioni epocali” destinate a permanere, promette Draghi. Da luglio la misura entrerà in vigore per i lavoratori autonomi e i disoccupati, che oggi non hanno accesso agli assegni familiari. Nel 2022, la estenderemo - afferma - a tutti gli altri lavoratori, che nell’immediato vedranno un aumento degli assegni esistenti. 

La questione giovani, segnati dalla precarietà

Ricordate anche le misure, previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, per giovani, donne e famiglie, tra cui "la realizzazione di asili nido e scuole per l'infanzia, l'estensione del tempo pieno e il potenziamento delle infrastrutture scolastiche". Investimenti nelle politiche attive del lavoro, nelle competenze scientifiche e nell'apprendistato. Nel complesso, misure da "venti miliardi" circa. Prevista anche una clausola per incentivare le imprese, come condizione per partecipare al Piano, "a assumere più donne e giovani". E' proprio l'incertezza a pesare fortemente, segnala ancora. Per decidere di avere figli, i giovani hanno bisogno di un lavoro certo, una casa e un sistema di welfare e servizi per l’infanzia mentre in Italia il percorso è segnato dalla precarietà. La spesa sociale per le famiglie è, inoltrre, molto più bassa che in altri Paesi come la Francia e il Regno Unito.

Individualismo non è una vittoria

Un percorso che dunque non può non passare dalle madri. Il discorso di Draghi arriva a uno dei punti decisivi: "Si è guardato - afferma - alle donne che decidevano di avere figli come un fallimento, e all'individualismo come una vittoria”. Per il premier, “la consapevolezza dell'importanza di avere figli è un prodotto del miglioramento della condizione della donna, e non antitetico alla sua emancipazione” ma lo Stato deve accompagnarla questa nuova consapevolezza.

Da Palo: senza figli non c'è sviluppo sostenibile

Le parole di Draghi e del Papa sono state precedute dall’introduzione del presidente del Forum delle Associazioni Familiari, Gigi De Palo, che con passione solleva da anni una questione, molto sentita a livello sociale, che oggi si concretizza con questi Stati generali della Natalità. Con il declino demografico che vive l’Italia, non ci sarà alcuno sviluppo sostenibile. Con la realtà dipinta dai dati si evidenzia, dunque, “un terremoto” che viene sottovalutato ma che ha già compromesso l’architrave della casa. “Ormai fare figli è diventato un lusso, se è vero che è una delle prime cause di povertà”, nota De Palo. Quello che prima era ricchezza, che lo è sempre stato, quando i Paesi sono cresciuti economicamente, oggi di fatto in Italia viene penalizzato. Si tratta dunque di “una questione sociale universale”, rimarca De Palo, anche di chi non ha figli perché avrà bisogno delle generazioni di domani per poter vivere. Senza contare che sono proprio i giovani di domani che porteranno innovazione. È dunque urgente cambiare mentalità: non si tratta di spesa ma di investimento. E rivolgendosi a Draghi, a nome di milioni di famiglie italiane, si appella: “facciamolo bene questo assegno” unico e universale. Bisogna quindi invertire la rotta, restituire speranza la Paese: “i figli – conclude – sono il segnale di un Paese che torna a desiderare e amare”.

Dati sulla natalità caleranno ancora

Ma i dati sulla natalità sono destinati a essere rivisti al ribasso, avverte il presidente dell'Istat, Gian Carlo Blangiardo, intervenendo all’incontro: "Nel 2021 - spiega - il confine dei 400mila nati raggiunto nel 2020 e' destinato a essere superato al ribasso" con tre possibilità per il domani: la più pessimistica che è quella su cui ci sta incamminando “con 350mila nati in un Paese di 60 milioni di abitanti".

Sostenere le donne e misure globali

Da parte sua la ministra della Famiglia, Elena Bonetti, richiama l’Italia a un nuovo inizio, che passa anche per le donne: per loro “libertà significa scegliere insieme lavoro e maternità e non essere costretta a scegliere tra le due", afferma. Centrale, in questo senso, una intera riforma delle politiche familiari, “la prima della nostra storia, il cosiddetto Family Act,il Family Act”, ha rimarcato la Bonetti, scelto come asse nel percorso di ripartenza per rimettere al centro i bambini. Con l'assegno unico e universale - ha proseguito – li si riconosce come bene comune. Si esigono investimenti per la loro educazione, si investe nel lavoro femminile e insieme nella valorizzazione della maternità.

Vatican News

 

Francesco: senza natalità non c'è futuro. Se la famiglia riparte, riparte tutto

 

https://www.statigeneralidellanatalita.it/

Discorso di Papa Francesco

 

Discorso del Presidente del Consiglio, Draghi

 

 

 

 

 

venerdì 7 maggio 2021

MAMME IN ITALIA. LE EQUILIBRISTE


Una questione ineludibile

 per costruire il futuro

In vista della festa della mamma, domenica 9 maggio, Save the Children pubblica il Rapporto “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2021”, fotografando una situazione che si è aggravata durante la pandemia e le conseguenze sulla denatalità già vissuta dal Paese

 

- Debora Donnini – 

 

C’è un’emergenza cruciale in Italia e ha un nome: denatalità. La pandemia l’ha aggravata ma già imperversava: le nascite in Italia continuano a calare e relativamente all’anno scorso, il 2020, il tasso di fecondità è sceso ulteriormente a 1,24 figli per donna. In una parola: non si garantisce il ricambio generazionale che avrebbe bisogno di un 2,1%. Anche se si volessero prendere in considerazione solo i dati economici, è troppo basso per il sistema-Paese. Ma andrebbe anche rilevata la gioia che si sperimenta nella donazione di una nuova vita che apre orizzonti di eternità.

La questione natalità

Citati nel Rapporto di Save the Children, sono gli stessi dati statistici - dell’Istat, dell’Inps, di Eurostat e altri - a fotografare un’Italia dove la maternità viene ritardata o a cui spesso si rinuncia. E sono sotto gli occhi di tutti le varie difficoltà che contribuiscono a questo inverno demografico, come lo stesso Papa Francesco l’ha più volte definito. Dal report dell'Istat sugli indicatori demografici 2020, reso noto qualche giorno fa, le nascite risultano pari a 404mila mentre i decessi raggiungono il livello eccezionale di 746mila. Ne consegue una dinamica naturale - nascite/decessi - negativa nella misura di 342mila unità: in sostanza, 7 neonati e 13 decessi per mille abitanti.

Le Equilibriste

Lo snodo della natalità, della possibilità di crescita del Paese e di sostenibilità di welfare e pensioni, passa inevitabilmente per un altro grande tema dei giorni nostri: quello delle madri e del sostegno imprescindibile per invertire la rotta. Il titolo del rapporto di Save the Children “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2021” fotografa già solo con la parola “equilibriste” la condizione delle mamme italiane, che sono poco più di 6 milioni su una popolazione in calo, di 59 milioni e 259mila. Poche mamme, che fanno sempre meno figli e hanno il primo figlio sempre più tardi - in Italia il triste il primato delle più anziane d’Europa alla nascita del primo figlio con 32,2 anni contro una media di mamme in UE di 29,4 - e che, come emerge dai dati, sono effettivamente poco sostenute.

Le difficoltà

Basti pensare che nell’anno del Covid, in Italia su 249 mila donne che nel corso del 2020 hanno perso il lavoro, ben 96 mila sono mamme con figli minori e, tra queste, 4 su 5 hanno figli con meno di 5 anni. Una maternità ritardata o non praticata, per l’Organizzazione, “spesso a causa dell’impossibilità di conciliare vita familiare e lavorativa”. Ma non è solo questo. L’impatto della pandemia ha complicato le cose. Tra lavoro, cura dei figli piccoli e didattica a distanza, l’impegno si è moltiplicato, senza contare la dose di stress tanto che nel rapporto si parla proprio di “stress da conciliazione” che, in particolare, “è stato massimo tra i genitori che non hanno potuto lavorare da casa, né fruire dei servizi (formali o informali) per la cura dei figli: si tratta di 853 mila nuclei con figli 0-14enni”. “Le mamme in Italia hanno pagato e continuano a pagare un tributo altissimo a queste emergenze” mette in luce Antonella Inverno, responsabile Politiche per l’infanzia di Save the Children, ricordando la situazione vissuta con “i bambini a casa, il crollo improvviso del welfare familiare, dovuto alla necessità di proteggere i nonni dal contagio, il carico di cura” e altro. “Le misure per creare un ambiente più favorevole alle mamme possono essere molte e coinvolgere diversi settori dell’intervento pubblico, su vari livelli di governo – spiega l’Organizzazione nel suo Rapporto – ma devono seguire una politica organica per essere realmente efficaci”.

Sostegno per i figli

Lo sguardo viene anche allargato ai provvedimenti presi dal governo in tempo di pandemia e alla strada futura da percorrere. I decreti Cura Italia e Rilancio (e successivamente il DL 30/2021) sono andati a sostegno dei genitori lavoratori essenzialmente con l’introduzione di due misure: un congedo parentale straordinario e un bonus baby-sitter. Per il congedo straordinario, le donne che hanno fatto richiesta sono state quasi 4 su 5, il 78% dei richiedenti. A breve, si nota ancora, nel nostro Paese verrà introdotto l’assegno unico e universale approvato con legge delega il 30 marzo scorso, una misura di sostegno economico per i figli a carico che rappresenta il primo pilastro della più ampia riforma disegnata con il Family Act. “Una grande occasione – nota l’Organizzazione - per imprimere una spinta decisiva alle politiche a sostegno dei bambini e dei genitori, rispetto alla quale dobbiamo scongiurare il rischio che scoraggi l’occupazione femminile. Per questo sarebbe necessario introdurre anche una maggiorazione per il secondo reddito, che si applicherebbe a circa 4 milioni di famiglie dove entrambi i genitori lavorano”.

Al Nord le regioni più mother friendly

Il Rapporto, giunto alla sesta edizione, include come ogni anno, l’Indice delle Madri che, elaborato dall’Istat per Save the Children, identifica le Regioni in base al loro impegno sul fronte maternità. Valutando la condizione delle madri in tre diverse aree: quella della cura, del lavoro e dei servizi. Anche quest’anno, sono le regioni del Nord ad essere più mother friendly. Le Province Autonome di Bolzano e Trento seguite da Valle d’Aosta ed Emilia-Romagna, le più virtuose, mentre fanalino di coda sono Campania, Calabria, Sicilia e Basilicata.

Francesco aprirà gli Stati Generali della Natalità

 Proprio sul tema dei figli, venerdì prossimo il Papa aprirà gli Stati generali della natalità, organizzati dal Forum delle Associazioni Familiari. Interverrà anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Si svolgeranno prevalentemente on line. Il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, presenterà dati inediti e proiezioni sulla natalità in Italia nei prossimi decenni. Tre i tavoli tematici: uno dedicato al mondo delle imprese, uno alle banche e alle assicurazioni, uno al mondo dei media, sport e spettacolo. Un segno dell’attenzione crescente per affrontare una realtà, quella della natalità, che non si può più procrastinare.

Leggi:  Le Equilibriste: la maternità in Italia 2021

Stati generali natalità


Vatican News





mercoledì 15 luglio 2020

RIMBOCCARSI LE MANICHE PER RIALZARE LA TESTA


L'attuale situazione sociale 
richiede

 scelte coraggiose e responsabili


di GIAN CARLO BLANGIARDO*

Ancora una volta si deve ammettere che le prime anticipazioni sul bilancio demografico del 2019, pur disegnando uno scenario che vedeva un ulteriore nuovo record al ribasso sul fronte della natalità, avevano peccato di ottimismo. Si pensava di poter chiudere il conto del 2019 con 435mila nati, ed invece, alla fine, ci siamo fermati poco oltre 420 mila. E stiamo ancora parlando di dati che si riferiscono a 'prima' della comparsa del Covid- 19, da cui dobbiamo aspettarci effetti verosimilmente al ribasso sulle scelte riproduttive di una popolazione destinata a vivere una stagione densa di paure e incertezze su diversi fronti.
Pochi giorni fa, in occasione della presentazione del Rapporto Annuale 2020 dell’Istat, avevamo sottolineato lo stridente contrasto tra il dato di fecondità del nostro tempo, circa 1,3 figli per donna, e il persistente desiderio di maternità/paternità che permea la popolazione italiana. I due figli mediamente desiderati dalle coppie si scontrano con quanto esse poi riescono concretamente a realizzare. Siamo in presenza di progetti incompleti che i dati statistici impietosamente sottolineano, rimandando alla ennesima consueta diagnosi sulle cause che stanno alla base di quei comportamenti destinati spesso a trasformare in rinuncia definitiva, ciò che inizialmente era solo un rinvio del progetto. Una scelta attendista dettata dalle numerose difficoltà che le famiglie vivono sul piano delle risorse, economiche e di tempo, nonché dell’organizzazione della vita – lavorativa, familiare e sociale – degli individui che ne fanno parte.
Se il tempo delle diagnosi è finito, la terapia fatica comunque ad avviarsi. Un Paese non può continuare a credere di avere un futuro se conta – come ci dicono i dati di oggi – su un flusso di tre morti ogni due nati.
La parola d’ordine dell’Italia post- Covid è 'rialziamo la testa', ma avremo, con questi numeri del bilancio demografico, la vitalità per farlo? 
Sono 42 anni che non riusciamo a raggiungere un livello di fecondità capace di garantire il semplice ricambio generazionale e anche l’illusione del contributo migratorio si è via via spenta con la progressiva contrazione del numero di nati stranieri – ancora il 3,8% in meno – a fronte di una popolazione più numerosa (+0,9%). Per altro, i dati del 2019 ci consegnano uno stato di crisi demografica che facilmente nel prossimo bilancio del corrente anno si manifesterà con ulteriori elementi di aggravio. Nel 2019 il saldo naturale, nati meno morti, è stato negativo per 214 mila unità – altro record nella storia del Paese – ma come sarà quello del 2020? Non soltanto per il noto aumento dei decessi, ma anche sul fronte dell’ulteriore prevedibile minor numero di nascite. Visto che paura e incertezza, uniti a disagio economico e occupazionale, possono diventare determinanti nell’accentuare gli ostacoli tradizionali alla fecondità, come il costo dei figli, le difficoltà di conciliazione tra vita e lavoro, la mancanza di supporti alla cura. Per 'rialzare la testa' occorre dunque anche 'rimboccarsi le maniche', a tutti i livelli, dimostrando impegno, coraggio e senso di responsabilità.
 Negli scorsi mesi abbiamo dimostrato di saper sacrificare gli interessi economici alla difesa della salute e della vita, ed è stato un segnale importante per riconoscerci in una scala di valori. E c’è da credere che se la pandemia ci ha dato l’occasione per condividere le priorità, i dati di questo bilancio del 2019 – anche nella prospettiva del 2020 – ce ne consegnano una, quella demografica, da cui non dobbiamo, né possiamo più, prescindere.

*Presidente Istat