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giovedì 19 marzo 2026

LA SOCIETA' LONGEVA

 



APPUNTI

 PER UN FUTURO 

CHE CI RIGUARDA


L’Italia invecchia più rapidamente del resto del mondo e i suoi territori si spopolano.

Mentre la politica rinvia le decisioni e la società si aggrappa a modelli del passato, Bandini e Manfredi guardano avanti con lucidità e passione, delineando la strada verso una società longeva che sappia trasformare la sfida demografica in opportunità di rinnovamento.

In un saggio che va oltre la diagnosi per proporre una visione concreta e operativa del cambiamento, gli autori identificano tre ambiti fondamentali su cui intervenire: il ripensamento del lavoro in un’epoca di carriere più lunghe e meno lineari, la valorizzazione dei territori come luoghi di nuove possibilità esistenziali, l’utilizzo consapevole della tecnologia come strumento di inclusione e sostegno alla longevità.

Non un manifesto utopico, ma un progetto di innovazione sociale che sollecita ciascuno a fare la propria parte.

Dalle imprese chiamate a superare l’ageismo ai giovani invitati a immaginare percorsi professionali più diversificati, dalle istituzioni spronate a politiche lungimiranti alle persone mature che possono reinventarsi in una seconda vita professionale.

La transizione demografica è inarrestabile. Questo libro ci mostra come viverla da protagonisti, costruendo insieme una società più libera, inclusiva e felice.

 

STEFANIA BANDINI , PAOLO MANFREDI

LA SOCIETA' LONGEVA

APPUNTI PER UN FUTURO CHE CI RIGUARDA

EGEA

 

venerdì 12 dicembre 2025

UNA SOCIETA' STERILE

           Non si genera futuro


NASCITE: Sempre più giù. 

In 15 il doppio dei centenari. 

 

 di LELIO CUSIMANO

 L’evoluzione demografica del nostro Paese continua a muoversi lungo due traiettorie divergenti: da un lato una natalità sempre più esile, dall’altro una longevità che avanza con forza.

È da quest’ultimo dato che conviene partire, seguendo le parole del presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, che ha sottolineato come «in quindici anni i centenari siano raddoppiati, passando da 10 mila a quasi 24 mila unità». È un segnale positivo, testimonianza dei progressi nella qualità della vita e nella medicina; sul versante opposto, però, le culle continuano a svuotarsi.

I dati provvisori relativi ai primi sette mesi dell’anno confermano un quadro ormai strutturale: le nascite rimangono sotto la soglia delle 200 mila unità, in ulteriore flessione rispetto al passato.

Un calo che non sorprende, perché ha radici profonde e lontane. Già alla fine degli anni Settanta il numero medio di figli per donna era sceso stabilmente sotto la soglia dei due necessari al ricambio generazionale. Da allora le nuove generazioni sono sempre più piccole di quelle dei loro genitori, mentre l’aumento della speranza di vita ha progressivamente gonfiato la fascia più anziana della popolazione.

Gli effetti li vediamo ogni giorno, non solo nelle statistiche: nel 2024 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,18, ritoccando al ribasso un record negativo che resisteva dal 1995. E l’età media alla nascita del primo figlio sfiora ormai i 32 anni.

 Le famiglie si fanno più piccole, gli orizzonti più incerti.

 Perché succede? Le ragioni sono molteplici e intrecciate: l’instabilità lavorativa e abitativa che pesa sulle nuove generazioni; la difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare; la percezione di un futuro fragile, poco accogliente. Ma sarebbe miope ignorare anche la dimensione culturale: la scelta di avere un figlio si colloca oggi in un contesto in cui autonomia, carriera e aspettative individuali hanno assunto un peso diverso rispetto al passato.

Frenare la denatalità non è impossibile, ma richiede un cambio di passo. Significa creare le condizioni perché chi desidera diventare genitore possa farlo davvero. Significa investire in politiche familiari stabili, rafforzare l’occupazione giovanile, ampliare i servizi per l’infanzia, sostenere la parità di genere. 

La sfida è duplice, perché riguarda anche il modello di Welfare: non bastano più asili nido efficienti, serve una rete che sostenga anche la crescente domanda di cura degli anziani, i nonni di domani.

La demografia non è un destino, ma una scelta collettiva.

E riguarda la qualità del Paese che vogliamo costruire. L’Italia potrà tornare a generare futuro solo quando smetterà di considerare la natalità un indicatore statistico e inizierà a riconoscerla come un traguardo comune.

Denatalità

 Immagine


 

 

sabato 3 dicembre 2022

UNA SOCIETA' "SENZA"

 Negli ultimi cinque anni gli alunni sono calati di oltre 400mila unità. 

Dispersione record al 12,7%, mentre chi non studia e non lavora è a quota 23,1%: primato europeo

Un'aula vuota: così sarà la scuola italiana a causa dell'inverno demografico

 Nell’Italia impaurita e malinconica fotografata dal Rapporto del Censis, la scuola è tra le agenzie che più stanno soffrendo soprattutto a causa degli alti tassi di abbandono e dell’inverno demografico che svuota le aule. Soltanto negli ultimi cinque anni, gli alunni sono calati di oltre 400mila unità (403.356 per l’esattezza), passando da 8,6 a 8,2 milioni. Per il momento, la dinamica demografica negativa si riflette soprattutto sulle scuole dell’infanzia (-11,5% di iscritti nel quinquennio) e sulla primaria (-8,3%). Immatricolazioni in calo anche nelle università: nell’anno accademico 2021-2022 si è assistito a una contrazione delle iscrizioni del 2,8% rispetto all’anno precedente. In termini assoluti si tratta di 9.400 studenti in meno circa.

 «Aule desertificate dallo tsunami demografico»

«In base alle previsioni demografiche – si legge nel Rapporto del Censis – si prefigurano aule scolastiche desertificate e un bacino universitario depauperato». Nel medio-lungo termine, le previsioni sono tutt’altro che favorevoli. Già tra una decina d’anni, infatti, la popolazione tra i 3 e i 18 anni scenderà dagli attuali 8,5 milioni a 7,1 milioni e tra vent’anni, nel 2042, potrebbe ridursi a 6,8 milioni, con una perdita secca di 1,7 milioni di individui rispetto ad oggi. Un vero e proprio «tsunami demografico» per i ricercatori sociali del Censis, secondo cui nel 2032 la popolazione tra i 6 e i 13 anni (primaria e secondaria di primo grado), calerà di quasi 900mila persone. Nel decennio successivo, l’inverno demografico aggredirà pesantemente anche la scuola secondaria di secondo grado, con un taglio secco di 726mila ragazzi tra i 14 e i 18 anni al 2042. Ancora più pesante sarà, tra vent’anni, il bilancio demografico per la fascia d’età compresa tra i 19 e i 24 anni: -760mila persone rispetto ad oggi. «A parità di propensione agli studi universitari – avverte il Censis – si conterebbero 390mila iscritti e 78mila immatricolati in meno rispetto ad oggi».

 Valditara: «I plessi non caleranno»

Nonostante il calo delle nascite, il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, rassicura le famiglie: a fronte di un taglio di 700 scuole in quanto “istituti giuridici”, i plessi rimarranno invariati. «Sono 40.466 e rimarranno 40.466 – ha sottolineato Valditara –. Gli studenti continueranno ad andare negli stessi luoghi fisici con gli stessi laboratori, le stesse aule, le stesse strutture».

 La dispersione avanza...

La scuola italiana, però, non è alle prese soltanto con il calo delle iscrizioni provocato dalle nascite sempre più scarse, ma anche con un ancor elevato tasso di dispersione. I giovani 18-24enni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione, si legge nel Rapporto, sono il 12,7% a livello nazionale e il 16,6% nelle regioni del Sud, contro una media europea di dispersione scolastica che si ferma al 9,7%. E ancora. Mediamente nei Paesi dell’Unione europea la quota di 25-34enni con il diploma è pari all’85,2%, in Italia al 76,8% e scende al 71,2% nel Mezzogiorno. È inferiore alla media europea anche la percentuale di 30-34enni laureati o in possesso di un titolo di studio terziario: il 26,8% in Italia e il 20,7% al Sud, contro una media Ue del 41,6%.

 ... e anche i Neet

«Il nostro Paese – ricorda il Censis – detiene anche il primato europeo per il numero di Neet, i giovani che non studiano e non lavorano: il 23,1% dei 15-29enni a fronte di una media Ue del 13,1%. Ma nelle regioni del Mezzogiorno l’incidenza sale al 32,2%».

Non va meglio nemmeno sul versante dell’integrazione degli alunni di nazionalità non italiana, che nell’anno scolastico 2021-2022 erano 872.360 (+0,8% rispetto all’anno precedente). Secondo un’indagine effettuata su più di 1.400 dirigenti scolastici, nelle scuole a elevata presenza di stranieri (oltre il 15%) solo il 19,5% dei presidi ritiene il livello di integrazione del tutto soddisfacente e solo per il 35,5% negli ultimi tre anni non si è verificata alcuna criticità.

 Manca la «coesione sociale»

Questi fenomeni sono strettamente legati alla scarsa «coesione sociale» osservata nei territori. Quella italiana è una società «senza», come l’hanno ribattezzata i ricercatori del Censis. In questo caso, una società senza coesione sociale con una scuola e un’università senza studenti. Al fondamento di questo andamento negativo c’è la «mappa delle nuove fragilità sociali» che, al primo posto, vedono le famiglie che vivono in condizione di povertà assoluta: sono più di 1,9 milioni (il 7,5% del totale), cioè 5,6 milioni di persone (il 9,4% della popolazione: 1 milione di persone in più rispetto al 2019). Di queste, il 44,1% risiede nel Mezzogiorno. Si tratta, spiega il Censis, di individui impossibilitati ad acquistare un paniere di bene e servizi giudicati essenziali per uno standard di vita accettabile. Tra questi rientra, senz’altro, anche garantire un percorso scolastico lineare ai figli.

www.avvenire.it



mercoledì 15 luglio 2020

RIMBOCCARSI LE MANICHE PER RIALZARE LA TESTA


L'attuale situazione sociale 
richiede

 scelte coraggiose e responsabili


di GIAN CARLO BLANGIARDO*

Ancora una volta si deve ammettere che le prime anticipazioni sul bilancio demografico del 2019, pur disegnando uno scenario che vedeva un ulteriore nuovo record al ribasso sul fronte della natalità, avevano peccato di ottimismo. Si pensava di poter chiudere il conto del 2019 con 435mila nati, ed invece, alla fine, ci siamo fermati poco oltre 420 mila. E stiamo ancora parlando di dati che si riferiscono a 'prima' della comparsa del Covid- 19, da cui dobbiamo aspettarci effetti verosimilmente al ribasso sulle scelte riproduttive di una popolazione destinata a vivere una stagione densa di paure e incertezze su diversi fronti.
Pochi giorni fa, in occasione della presentazione del Rapporto Annuale 2020 dell’Istat, avevamo sottolineato lo stridente contrasto tra il dato di fecondità del nostro tempo, circa 1,3 figli per donna, e il persistente desiderio di maternità/paternità che permea la popolazione italiana. I due figli mediamente desiderati dalle coppie si scontrano con quanto esse poi riescono concretamente a realizzare. Siamo in presenza di progetti incompleti che i dati statistici impietosamente sottolineano, rimandando alla ennesima consueta diagnosi sulle cause che stanno alla base di quei comportamenti destinati spesso a trasformare in rinuncia definitiva, ciò che inizialmente era solo un rinvio del progetto. Una scelta attendista dettata dalle numerose difficoltà che le famiglie vivono sul piano delle risorse, economiche e di tempo, nonché dell’organizzazione della vita – lavorativa, familiare e sociale – degli individui che ne fanno parte.
Se il tempo delle diagnosi è finito, la terapia fatica comunque ad avviarsi. Un Paese non può continuare a credere di avere un futuro se conta – come ci dicono i dati di oggi – su un flusso di tre morti ogni due nati.
La parola d’ordine dell’Italia post- Covid è 'rialziamo la testa', ma avremo, con questi numeri del bilancio demografico, la vitalità per farlo? 
Sono 42 anni che non riusciamo a raggiungere un livello di fecondità capace di garantire il semplice ricambio generazionale e anche l’illusione del contributo migratorio si è via via spenta con la progressiva contrazione del numero di nati stranieri – ancora il 3,8% in meno – a fronte di una popolazione più numerosa (+0,9%). Per altro, i dati del 2019 ci consegnano uno stato di crisi demografica che facilmente nel prossimo bilancio del corrente anno si manifesterà con ulteriori elementi di aggravio. Nel 2019 il saldo naturale, nati meno morti, è stato negativo per 214 mila unità – altro record nella storia del Paese – ma come sarà quello del 2020? Non soltanto per il noto aumento dei decessi, ma anche sul fronte dell’ulteriore prevedibile minor numero di nascite. Visto che paura e incertezza, uniti a disagio economico e occupazionale, possono diventare determinanti nell’accentuare gli ostacoli tradizionali alla fecondità, come il costo dei figli, le difficoltà di conciliazione tra vita e lavoro, la mancanza di supporti alla cura. Per 'rialzare la testa' occorre dunque anche 'rimboccarsi le maniche', a tutti i livelli, dimostrando impegno, coraggio e senso di responsabilità.
 Negli scorsi mesi abbiamo dimostrato di saper sacrificare gli interessi economici alla difesa della salute e della vita, ed è stato un segnale importante per riconoscerci in una scala di valori. E c’è da credere che se la pandemia ci ha dato l’occasione per condividere le priorità, i dati di questo bilancio del 2019 – anche nella prospettiva del 2020 – ce ne consegnano una, quella demografica, da cui non dobbiamo, né possiamo più, prescindere.

*Presidente Istat