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sabato 13 aprile 2024

MATERNITA' SURROGATA ?

QUESTIONE 
DI 
DIGNITA'

- di Giuseppe Savagnone

Il documento della Chiesa

 Uno dei punti più discussi del recente documento della Congregazione per la Dottrina della fede «Dignitas infinita» è stata la presa di posizione contro la pratica della maternità surrogata o gestazione altri (GPA), attraverso la quale si dice «il bambino diventa un mero oggetto». Nel testo si cita anche papa Francesco, secondo cui essa «è fondata sullo sfruttamento di una situazione di necessità materiale della madre» e che auspica «un impegno della Comunità internazionale per proibire a livello universale tale pratica». 

 Dure le reazioni negative. «Dire che chi ricorrere alla gestazione per altri considera i bambini come oggetti è svilente. E lo trovo un’offesa personale»,  ha commentato Andrea Rubera, portavoce dell’associazione cristiana LGBT “Cammini di speranza” e papà di tre bambini avuti con la GPA.

 Un atto d’altruismo o un business?

Alla gestazione per altri, in realtà, ricorrono più spesso coppie etero con problemi di sterilità. Ma per quelle gay, ovviamente, essa è l’unico modo di avere dei figli. Secondo Giuseppina La Delfa, figura storica di militante per i diritti degli omosessuali e fondatrice delle «Famiglie Arcobaleno», si tratta di una conquista fondamentale: «Secondo me il desiderio di genitorialità è un desiderio umano presente in ogni persona (…).

 Noi persone omosessuali per troppo tempo abbiamo dovuto rinunciare a essere genitori, non per indole personale ma perché ci era in qualche modo imposta una sterilità sociale obbligatoria. È stata difficile da combattere per tanto tempo ma per fortuna e grazie a Famiglie Arcobaleno, oggi tante persone omosessuali che desiderano avere figli riescono a concretizzare quel loro desiderio di famiglia».

 Questo grazie ad una donna che provvede alla gestazione cedendo in anticipo alla coppia committente, con un apposito contratto, il bambino. Sottoponendosi a una serie di regole di alimentazione e di comportamento, rigidamente previste nello stesso contratto, per tutelare la salute del nascituro. La fecondazione può essere effettuata con spermatozoi e ovuli sia della coppia sterile, sia di donatori e donatrici attraverso concepimento in vitro.

 È possibile trovare su Internet la pubblicità delle agenzie specializzate che cercano donne in giovane età e con particolari caratteristiche fisiche, disposte a prestarsi a questo scopo. La motivazione ufficiale è di solito di fare un gesto di altruismo. «La maternità surrogata non si fa per il profitto, la tua motivazione deve essere solo il desiderio di aiutare gli altri!», si legge, ad esempio, cliccando su X l’annuncio pubblicato dal British Surrogacy Centre.

 Su questa linea, l’Associazione Luca Coscioni, nel marzo del 2023, ha presentato una proposta di legge volta a disciplinare una forma di gravidanza altruistica. Come spiega la segretaria nazionale dell’Associazione, Filomena Gallo, «resta il divieto di Gestazione per Altri commerciale in conformità con il quadro normativo italiano ed è previsto il rimborso delle sole spese che riguardano la gravidanza».

 Per contro, c’è chi non condivide questa esaltazione della gratuità. Secondo la stessa La Delfa, «desiderare una GPA altruistica e senza scambi di denaro non solo è mostrare di vivere al di là del mondo reale, ma è anche un’opzione estremamente pericolosa: è solo dare l’opportunità ai delinquenti e criminali di ogni genere di schiavizzare davvero le donne e usare i loro grembi a fine di lucro. Che le femministe non lo capiscano mi è del tutto incomprensibile».

 Per lei, insomma, «la gratuità è una grande menzogna: c’è un prezzo da pagare per qualsiasi cosa, e il denaro non è sporco specie se serve a dare gioia e felicità».

 In effetti, basta andare sulla rete per rendersi conto che siamo davanti alla logica di qualunque prestazione commerciale. Se si scorre la pagina del British Surrogacy Centre sopra citata, si scopre che la “madre surrogata” può guadagnare da 25mila a 40mila dollari per la sua prestazione

 Alla stessa logica si ispirano i siti che offrono questa pratica alle coppie. Su uno di essi, «Success», si legge: «Noi offriamo programmi di maternità surrogata e donazione di ovociti, sperma ed embrioni, che siamo pronti ad avviare subito senza lista d’attesa, ai prezzi accessibili, con la garanzia della qualità e del successo»  Non è la terminologia del dono, ma quella del mercato.

 Così, negli Stati Uniti, dove la GPA è legale in diversi Stati, ci sono centri medici che garantiscono agli aspiranti genitori la possibilità di scegliere – sulla base di un catalogo in cui vengono raccolte le caratteristiche fisiche ed estetiche delle possibili donatrici di ovuli – il colore degli occhi, dei capelli e della pelle del figlio che si desidera avere.

 «A seconda della quantità e della complessità di scelte, il costo per la scelta del figlio “perfetto” varia: si parte da una base di 140 mila euro fino ad oltre 250 mila euro per un pacchetto super completo».

 Ormai, però, la pratica è diffusa in tutto il mondo e si espande velocemente. «Una stima del Global Market Insights, di dicembre 2022, valuta il mercato mondiale in 14 miliardi di dollari e stima che entro il 2032 arrivi a 129 miliardi di dollari».

 E il mercato, inesorabilmente, si basa sui meccanismi di una offerta e di una domanda determinate dal bisogno. Non a caso per quanto riguarda la prima, sono spesso i paesi più poveri a dare la disponibilità per questa pratica. In Europa, sono Ucraina, Grecia e Georgia le nazioni dove la maternità surrogata è più ampiamente praticata.

 Il dibattito all’interno del movimento femminista

Si capisce, allora, perché in realtà non sia solo la Chiesa ad essere molto critica nei confronti della maternità surrogata.

 Nel febbraio del 2016 si è tenuto in Francia un convegno per l’Abolizione universale della maternità surrogata («Assises pour l’Abolition universelle de la Gpa»), organizzato da Sylviane Agacinski, voce storica del femminismo francese.

 La Agacinski usava già allora espressioni molti simili a quelle che poi avrebbe ripreso la «Dignitas» infinita»: «È stupefacente, e contrario ai diritti della persona e al rispetto del suo corpo, il fatto che si osi trattare una donna come un mezzo di produzione di bambini.

 Per di più, l’uso delle donne come madri surrogate poggia su relazioni economiche sempre diseguali: i clienti, che appartengono alle classi sociali più agiate e ai Paesi più ricchi, comprano i servizi delle popolazioni più povere su un mercato neo-colonialista. Inoltre, ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana. Ma si tratta giuridicamente di una persona e non di una cosa».

 Anche in Italia una nota esponente femminista come Luisa Muraro, filosofa e fondatrice della «Libreria delle donne» di Milano, ha preso una posizione duramente negativa: «Non esiste un diritto di avere figli a tutti i costi, eppure ce lo vogliono far credere (…). L’utero in affitto si innesta in questa tendenza (…). È la strada attuale per lo sfruttamento del corpo delle donne»

 Nel dicembre 2015 l’Associazione femminista «Se non ora quando» ha lanciato un appello contro la maternità surrogata. A sottoscriverlo sono state persone dello spettacolo, come Stefania Sandrelli e Claudio Amendola, intellettuali come Giuseppe Vacca e Dacia Maraini, rappresentanti dell’associazionismo.

 «Noi rifiutiamo», diceva il testo «di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore (…). Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione».

 Su questa linea si pone la petizione intitolata «La maternità surrogata è una pratica che offende la dignità delle donne e i diritti dei bambini», rivolta al parlamento italiano, alla fine di maggio 2023, dalla rete No GPA, coordinata da Aurelio Mancuso, ex segretario Arcigay.

Il documento porta le firme di centinaia di persone appartenenti agli ambiti sociali e politici più disparati: psicologi, filosofi, avvocati, docenti universitari, imprenditori, amministratori. Ci sono figure di primo piano del femminismo, come Adriana Cavarero, Francesca Izzo, Alessandra Bocchetti, personalità politiche come Pierluigi Castagnetti e Goffredo Bettini, esponenti dell’associazionismo come Flavia Franceschini, Segreteria ArciLesbica Milano, e Cristina Gramolini, presidente ArciLesbica nazionale, persino attiviste di Resistenza Femminista.

 Nell’appello si ricordano le sentenze n. 272 del 2017 e n. 33 del 2021 della Corte costituzionale, secondo le quali «la gestazione per conto di altri (…) offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane, assecondando un’inaccettabile mercificazione del corpo, spesso a scapito delle donne maggiormente vulnerabili sul piano economico e sociale»

 In questa luce sembra ingiusta l’accusa, rivolta da molti alla «Dignitas infinita», di essere una obsoleta forma di chiusura al nuovo.

 Paradossalmente, su questo punto, essa rappresenta piuttosto una difesa, al fianco di qualificati movimenti femministi, dei diritti delle donne. Assolutamente in linea con la condanna, contenuta nello stesso documento, di ogni forma di violenza nei loro confronti. Perché forse anche ridurre il corpo femminile a una incubatrice è una violenza  – Marx aveva parlato di “reificazione” (riduzione a res, a “cosa”) dell’essere umano – , anche se a questa la società capitalista ci ha così abituato da farcela considerare una forma di progresso.

*Scrittore ed Editorialista. Pastorale della Cultura Arcidiocesi Palermo

www.tuttavia.eu


venerdì 7 aprile 2023

SE QUESTO E' AMORE !

 L'AMORE BUGIARDO

- di Giuseppe Savagnone*

Nessun problema

La notizia, apparsa su tutti i giornali di qualche giorno fa, che l’attrice spagnola Ana Obregón è appena divenuta madre di una bambina, con la tecnica della Gpa (gestazione per altri) o maternità surrogata, ha colpito un’opinione pubblica europea che sembrava ormai assuefatta a questo tipo di genitorialità. Forse perché la Obregón ha 68 anni. O forse perché ha rivelato che il seme impiantato nell’utero della donna che ha svolto il ruolo di madre surrogata era di suo figlio, deceduto nel 2020 per un tumore, cosicché legalmente la bambina che è nata risulta legalmente sua figlia, ma è biologicamente sua nipote.

Il tutto a fil di legalità, perché il parto è avvenuto in Florida, dove il ricorso alla gpa è permesso. «Legalmente è mia figlia, e così viene indicato sul suo passaporto. La registrerò presso il Consolato spagnolo e così potrò portarla a casa», ha detto l’attrice. Precisando che spiegherà tutto, appena possibile, alla figlia/nipote: «Le dirò: “Tuo papà è in cielo e prima che tu arrivassi era ciò che più desiderava al mondo, e tua mamma è una donatrice”, e basta. Che problema c’è?».

Già, che problema c’è? Dai sondaggi di opinione fatti nel nostro paese – il più legato, tra quelli europei, alla tradizione cattolica, risulta che la maggioranza dei cittadini italiani è favorevole alla Gpa. A differenziare gli elettori dei partiti al governo e quelli dell’opposizione (sia di centro che di sinistra) è solo il fatto che tra i primi la maggioranza è di coloro che la approvano solo nel caso di coppie eterosessuali sterili, mentre tra i secondi  prevalgono quelli che la vorrebbero anche per le coppie gay.

L’argomento, continuamente riproposto, è “l’interesse dei bambini”. Dove forse ci sarebbe da chiedersi se davvero l’interesse di una bambina sia di essere concepita e di essere fatta nascere in una famiglia dove non avrà padre e avrà per madre una anziana nonna.

Il gender fluid

Quello che conta, si dice, è l’amore. Una parola magica, che oggi viene utilizzata per giustificare come pienamente legittimo ogni sorta di comportamento. Perché non è solo la Gpa ad essere entrata nel nostro modo comune di pensare attraverso questa via. Penso – per citare un fenomeno ampiamente pubblicizzato nell’ultimo festival di Sanremo – , alla diffusione del gender fluid, che non è riconducibile né all’omosessualità né alla transessualità, perché entrambe queste tipologie implicano comunque una ben precisa identità sessuale, mentre il gender fluid rifiuta a priori, precisamente, ogni etichetta precostituita e affida le scelte sessuali alla più totale e imprevedibile libertà dei singoli che le fanno.

Qui è chiaro un salto di qualità rispetto alle caratterizzazioni precedenti. Sia il transgender che l’omosessuale insistono spesso nel sottolineare che la loro non è una scelta, ma una condizione in cui – per fattori biologici e/o psicologici – si trovano, a prescindere dalla loro visione delle cose e dalla loro volontà.

 La persona “fluida” esercita, invece, una forma di libertà assoluta, per cui le etichette “uomo” e “donna” sono intercambiabili in maniera del tutto arbitraria, e vede in questa apertura illimitata la garanzia di una maggiore ricchezza di esperienze.

Sempre in nome dell’amore. «L’amore non deve essere etichettato. Questo va portato dovunque, anche in televisione», ha detto nella conferenza stampa di apertura del festival il conduttore e direttore artistico, Amadeus.

Se questo è amore

Dove però il rischio è di usare come uno slogan una parola di cui non si precisa il contenuto. Rischio tanto più grande in quanto, in base  ad essa, si ritiene di poter rivendicare dei diritti  che  hanno una ricaduta sulla vita di altre persone e dell’intera collettività. Così dal modo di intendere l’amore della Obregón sarà segnata tutta l’esistenza di una bambina che la chiamerà “mamma”, sapendo però di essere stata concepita nell’utero di un’altra donna – con cui ha trascorso nove mesi nella simbiosi che unisce, biologicamente, la gestante e il nascituro – e dall’ovulo di una terza donna, la donatrice. E che apprenderà di essere nata non dall’amore di suo padre per sua madre, ma dalla volontà di un’anziana signora di perpetuare il ricordo del proprio figlio. Forse a questa bambina qualche spiegazione su che cosa la madre/nonna (in realtà la committente) intenda per “amore” sarebbe dovuta…

Come dovrebbe essere dovuta anche a coloro in cui il gender fluid in cerca di esperienze si imbatte e che magari si innamorano davvero di lui o di lei, prima di scoprire che la persona a cui si sono donati non è né un “lui” né una “lei”, ma un buco nero che attrae, inghiotte e consuma tutto ciò che gli capita a tiro.

Dove si evidenzia la falsità della formula secondo cui la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella dell’altro. La scelta della Obregón non ha invaso la sfera di nessuno, perché la bambina ancora non c’era. La scelta del gender fluid che ogni giorno può cambiare la sua identità sessuale riguarda la sfera più personale e intima della sua umanità. Eppure, in entrambi i casi, è evidente che la vita degli altri dipende anche dalle nostre scelte più private e che non esiste affatto alcun ambito della nostra libertà in cui possiamo credere di non doverne risponderne ad essi.

Soprattutto, però, si evidenzia che la parola “amore” non può essere invocata per giustificare la nostra irresponsabilità. Nel suo senso più antico e più profondo, essa non si è mai prestata ad indicare un qualunque arbitrario desiderio soggettivo, ma solo quello che ha come oggetto principale il bene dell’altro. 

L’esperienza di ogni giorno ci mostra la differenza tra questi due sentimenti. Il mondo è pieno di persone che “per amore” distruggono la vita altrui. “Per amore” si commettono i femminicidi del cui dilagare parlano le nostre cronache. “Per amore” accade che madri possessive soffochino la personalità dei loro figli.  Perfino i pedofili – leggiamo in un testo scientifico della Bollati Borighieri su «Pedofilia e psicoanalisi» – giustificano ai propri occhi le loro squallide violenze «appellandosi talora anche all’etimo per protestare la liceità del loro “amore per i bambini”».

 Ma l’amore autentico è un’altra cosa. Non si tratta, certo, di confonderlo con l’altruismo. Amare qualcuno non significa sacrificare il proprio bene a quello della persona amata, ma cercare l’uno nell’altro e sentirsi felici – realizzati veramente – perché la persona amata lo è.  Da qui l’impegno a fare tutto il possibile perché lo sia. L’amore – quello autentico – dà origine a doveri, prima che a diritti.

La strumentalizzazione dell’altro

Anche quando questa persona ancora non c’è – come nel caso di un bambino non ancora concepito –  , l’amore non può prescindere da questa intenzione. Oggi molte coppie, e non solo quelle omosessuali, vogliono dei figli per la loro gratificazione. Se ne sente la mancanza come una frustrazione e si crede che il desiderio di averne sia un diritto.  È qui che nasce la pretesa della legittimazione della gpa. Non ci si chiede se li si renderà felici. La genitorialità, invece di essere finalizzata al figlio, è vissuta come un’autorealizzazione.

La gpa porta a perfezione questa logica, consentendo anche di stabilire in anticipo le caratteristiche del “prodotto” che meglio risponde alle proprie esigenze.  Il problema non riguarda solo le coppie gay. E questa impostazione non influisce solo sulle modalità del concepimento e della nascita, ma peserà inevitabilmente in modo determinante sul rapporto tra genitori e figli per tutto il loro sviluppo, distorcendolo radicalmente.

Così pure, l’amore che vuole il bene dell’altro/a non può stabilire con lui/lei un rapporto che si sa in anticipo essere condizionato dalla propria volubile identità sessuale. Anche se l’altro/a accettasse consapevolmente fin dall’inizio questo rischio, è la logica oggettiva della relazione che è unilateralmente sbilanciata. La provvisorietà, fisiologica in ogni “stare insieme”, qui riguarda non solo i sentimenti, ma l’identità stessa di uno dei due, che rifiuta a priori a impegnarsi ad essere stabilmente se stesso/a. O, meglio, che ripone il suo essere se stesso/a in questa instabilità.  In un tale rapporto almeno uno dei due sa fin dall’inizio di non rispondere all’altro di quello che è. Se poi sono entrambi gender fluid, c’è da chiedersi se non si tratti soltanto del gioco tra due maschere. La parola “amore” potrà essere certamente esibita in televisione come etichetta di simili relazioni, ma significa un’altra cosa rispetto a quello che si intendeva e che nella tradizione l’ha resa degna di rispetto, quali che ne siano le condizioni. Paolo e Francesca erano adulteri, ma si amavano. Il cambiamento che oggi registriamo non ha a che fare con la morale, ma con il senso che diamo all’umano. 

Si presenta questo come un modo per scardinare i paradigmi e rendere libere le persone.  Senza rendersi conto che in questo modo si sta costruendo un nuovo paradigma, fondato, però, sull’autoreferenzialità invece che sulla relazionalità, sul capriccio del singolo invece che sul rispetto dell’altro.

Un paradigma, peraltro, in perfetta sintonia con la cultura di una società consumista, abituata a misurare il valore delle cose e della vita in funzione di un individualismo autoreferenziale, che abitua fin da piccoli a considerare gli altri solo in funzione di se stessi e dell’appagamento che se ne può trarre.

La sola difesa da questa deriva –dilagante sull’onda delle mode, della pubblicità e dei social – è la riflessione. A cominciare da quella sul senso delle parole che tutti usano. L’atto rivoluzionario per eccellenza, di fronte agli slogan oggi correnti, è chiedere: «Che significa?». E questo è anche il servizio più prezioso a chi li ripete.

 

* Pastorale della Cultura, Diocesi di Palermo

www.tuttavia.eu

 

venerdì 24 marzo 2023

IL PARTITO DEMOCRATICO AD UN BIVIO

 FARE CHIAREZZA 

E GUARDARE LONTANO

-di Giuseppe Savagnone*

 Il balzo della Schlein

Il balzo in avanti dei consensi (un milione e ottocentomila voti!) che il partito democratico ha registrato, secondo tutti i sondaggi, all’indomani dell’elezione di Elly Schlein alla segreteria, premia senza dubbio una scelta coraggiosa di rinnovamento che la figura della nuova segretaria sembra impersonare, non solo per la sua giovane età, ma anche per una “storia” personale che la colloca al di fuori delle logiche burocratiche dell’apparato del PD e la rende felicemente “alternativa”.

E ce n’era davvero bisogno, in una struttura partitica che da troppo tempo sembrava aver perso la carica innovativa delle origini e appariva a molti più la garante dell’esistente che non la promotrice del cambiamento. Significativo il suo declino elettorale, sia a livello nazionale che nelle ultime elezioni regionali, caratterizzate da un dilagante astensionismo – sei elettori su dieci! – che tutto lascia pensare abbia riguardato soprattutto l’elettorato di sinistra.

Già nella tornata elettorale del 2018 gli italiani avevano cercato altrove – nei 5stelle soprattutto – chi potesse far sperare in un rinnovamento radicale (che poi non c’è stato). Ora, dopo le delusioni di queste aspettative, si sono rivolti a un partito come Fratelli d’Italia (l’unico vero vincitore, stando al responso delle urne) e a un volto nuovo, com’era Giorgia Meloni, preferendo correre il rischio della novità che la certezza della routine.

È questa voglia di uno stacco dal passato che probabilmente ha giocato un ruolo decisivo anche nell’ascesa della Schlein. E lei ha subito corrisposto a questa istanza della base assumendo atteggiamenti ben più dinamici di quelli a cui ci avevano abituato gli ultimi segretari del PD e interpretando con maggiore decisione  il suo ruolo di leader dell’opposizione.

È in questo contesto che si colloca anche la partecipazione, a Milano, alla manifestazione di protesta contro le restrizioni imposte dal nuovo governo alla registrazione dei figli delle coppie gay.

Problemi di stile

Ma proprio quest’ultima mossa, insieme all’annuncio di una prossima proposta di legge del PD per riconoscere i diritti delle famiglie omogenitoriali, ha suscitato una serie di riserve non solo e non tanto da parte della destra, quanto di personalità della stessa sinistra e di osservatori indipendenti.

Alcune di queste riserve si riferiscono al metodo. È il caso dei bonari, ma espliciti, avvertimenti provenienti dal “padre nobile” del PD, Romano Prodi, alla nuova segretaria: «Se riduciamo tutto a una piazza finiamo male», ha detto l’anziano leader.  Ricordando che «la piazza è anche un modo di rincuorare, è un modo di stare insieme, è importante. Ma guai alla piazza sola».

 Un monito che appare particolarmente significativo in un contesto in cui la nuova segretaria, sull’onda dell’entusiasmo del raduno milanese, ha affermato che «è già pronta una legge per il Parlamento scritta assieme alle associazioni», senza neppure aver avuto il tempo di consultare la nuova direzione, appena costituita, in cui sono rappresentate e avrebbero dovuto confrontarsi le diverse anime del partito.

Sono in gioco i diritti dei bambini o i desideri degli adulti?

Ma i problemi sollevati dalla presa di posizione della Schlein sono soprattutto quelli che riguardano il merito della sua iniziativa. La manifestazione di Milano ha avuto come bandiera la difesa dei diritti dei bambini delle coppie omogenitoriali. «Contro questi bambini e bambine crudelmente si sono scagliati coloro che oggi governano il paese, ma sono bimbi come tutti», ha detto la segretaria del PD al termine.

Il punto è che, per quanto riguarda i bambini già nati da queste coppie esiste una sentenza della Corte costituzionale che prevede la possibilità della cosiddetta step child adoption, l’«adozione in casi particolari», che, scavalcando tutti i criteri a cui devono sottostare normalmente le coppie eterosessuali, consente al giudice di dare in adozione un bambino anche in situazioni che non avrebbero consentito di giungere all’adozione piena, per tutelare il diritto del minore alla famiglia.

Sul terreno di una ragionevole sanatoria delle situazioni già in atto si possono naturalmente fare ulteriori passi, ma non è quello che chiedevano i manifestanti di Milano e a cui mira la segretaria del PD. Ciò che essi vogliono è piuttosto che sia garantito anche per il futuro un regime di automatica trascrizione delle genitorialità riconosciute all’estero, anche quando siano realizzate in forme contrarie alle leggi del nostro paese, com’è la maternità surrogata o “gravidanza per altri” (Gpa), una pratica vietata in Italia ma permessa in altri paesi, tra cui alcuni aderenti alla UE, anche se in questi ultimi solo a titolo gratuito.

Il problema riguarda dunque i bambini che ancora non sono nati (anzi, neppure concepiti) o, per essere più precisi, le coppie di adulti – siano esse omo o eterosessuali – intenzionate ad averli ricorrendo a questa pratica. È a tutelare queste coppie, non i figli (che ancora non ci sono), che è evidentemente volta la proposta di legge annunciata dalla Schlein. 

E quando si parla di “diritti”, non si parla di quelli indiscutibili (e indiscussi) dei bambini, ma di quelli, più problematici, degli aspiranti genitori, per cui vale evidentemente la logica oggi dominante secondo cui ogni desiderio viene trasformato automaticamente in un bisogno, ogni bisogno in una pretesa, ogni pretesa in un diritto.

Ora, come ha notato una nota femminista, Luisa Muraro, «non esiste un diritto di avere figli a tutti i costi», anche se «ce lo vogliono far credere». E il più che legittimo desiderio di averne non può essere realizzato attraverso una pratica che, per usare le parole di un’altra femminista militante, Sylviane Agacinski,  tratta «una donna come un mezzo di produzione di bambini» e che implica inevitabilmente «relazioni economiche sempre diseguali», tra un committente ricco e una donna che per denaro accetta di far crescere dentro di sé un bambino – stabilendo con lui quell’intimo rapporto che ogni gravidanza comporta, per poi essere obbligata a separarsene.

Il corpo in vendita

A questo punto si dovrebbe legittimare anche la vendita degli organi, magari invocando i “diritti” degli acquirenti ad essere sani. La verità è che la maternità surrogata o Gpa, la si chiami come si vuole, è la forma più estrema di mercificazione del corpo umano e l’ultimo atto di un neocapitalismo che, con essa, assoggetta alla logica mercantile perfino l’evento profondamente umano della maternità.

Che poi, in qualche paese, sulla carta ciò venga subordinato alla condizione della gratuità è, come è stato detto a chiare lettere da una sostenitrice di questa pratica, solo «una grande menzogna»: «desiderare una Gpa altruistica e senza scambi di denaro non solo è mostrare di vivere al di là del mondo reale, ma è anche un’opzione estremamente pericolosa: è solo dare l’opportunità ai delinquenti e criminali di ogni genere di schiavizzare davvero le donne e usare i loro grembi a fine di lucro».

Essere o avere?

In realtà, la nuova battaglia in cui Elly Schlein sta imbarcando il Partito Democratico non è affatto, contrariamente a quanto continuano a sostenere i giornali di destra, una forma di estremismo di sinistra. A dire il vero non è neppure una vera svolta nella linea di questo partito, che da molto tempo, ormai, si occupa molto più dei cosiddetti “diritti” individuali che delle questioni legate alla giustizia sociale.

Una linea che ha alle spalle una visione rigorosamente “di destra”, che si ispira alla definizione data da uno dei padri dell’ideologia liberale, il filosofo del Seicento John Locke, il quale propose di sostituire il concetto medievale di persona, caratterizzato dall’ “essere”, con uno fondato invece sull’ “avere”.

“Persona” vorrebbe dire, secondo lui, essere proprietari di se stessi, del proprio corpo, delle proprie facoltà, del proprio lavoro e poterli perciò dare liberamente in vendita o in affitto.

Coerentemente, anche la libertà del singolo – modellata sul concetto di proprietà privata – veniva definita in termini assolutamente insulari, come autonomia e potere di fare ciò che si vuole di se stessi senza doverne rispondere a nessuno. Una definizione perfettamente adeguata alle esigenze del capitalismo nascente, che si basò su di essa per giustificare la mercificazione degli operi salariati e del lavoro.

Lo stesso figlio concepito e generato in quest’ottica mercantile è ridotto a “cosa”.  Perché, come dice la Agacinski, «ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana». Altro che “diritti del bambino”!

La sinistra deve decidere cosa essere

È questa la “filosofia a cui si è sempre più ispirata la cosiddetta “sinistra” (ma il liberalismo è di destra!), nelle sue battaglie per l’aborto (“l’utero è mio e ne faccio quello che voglio”), per l’eutanasia e ora per la maternità surrogata.

 Questa linea ha progressivamente svuotato, negli anni, la concezione originaria del Partito democratico, nato dall’unione tra socialisti e cattolici democratici sulla base della comune battaglia contro quella che Marx chiamava la «reificazione» (riduzione a res, a “cosa”, dell’essere umano) e contro il selvaggio individualismo che, nella società capitalistica, la legittima, rompendo i legami di fraternità (secondo il cristianesimo) e di solidarietà sociale (secondo il socialismo) che rendono ogni essere umano responsabile nei confronti degli altri.

Da qui l’indebolimento della carica rivoluzionaria che sia il socialismo sia il cristianesimo dovrebbero avere nei confronti della società del profitto e della sopraffazione del più forte nei confronti del più debole. Sotto i governi di cui il PD è stato parte in questi ultimi anni si è arrivati in Italia a cinque milioni e mezzo di cittadini in condizioni di povertà assoluta ed è stato un ministro dell’interno di questo partito, Minniti, a inaugurare la politica di accordi con la Libia che ha dato luogo ai disumani campi di detenzione sul territorio africano. Senza dire che anche l’accoglienza verso i migranti che sono riusciti ad arrivare in Italia non si è finora mai tradotta in un progetto organico di integrazione.

A dire il vero la Schlein, proprio all’indomani della sua elezione a segretaria, ha parlato di problemi di giustizia sociale, come il salario minimo. Questa sì sarebbe una svolta rispetto al passato e un ritorno alle origini autentiche del PD. Ma siamo davanti a una filosofia opposta e incompatibile rispetto a quella dell’individualismo possessivo ed egocentrico che sta dietro la logica della maternità surrogata. 

Questa proposta porta all’estremo una tendenza già esistente ed evidenzia ancora più fortemente il problema.  È ora che il Partito democratico faccia una scelta coerente. Consapevole che, se essa fosse quella di continuare ad essere una riedizione del vecchio partito radicale (che di sinistra non aveva nulla), i cattolici e i socialisti degni di questo nome non potrebbero più considerarlo casa loro.

 

*Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.

Scrittore ed Editorialista.

 

www.tuttavia.eu

 

sabato 18 marzo 2023

MATERNITA' E FIGLI

 

- di Giuseppe Savagnone*

 

La bocciatura del certificato europeo di filiazione

 La bocciatura, da parte della maggioranza, della proposta, avanzata dalla Commissione europea, di istituire un certificato europeo di filiazione – in base a cui la genitorialità stabilita in uno Stato membro verrebbe automaticamente riconosciuta in tutti gli altri – ha suscitato un’ondata di indignazione. Si è parlato di un’Italia «che discrimina i figli delle coppie gay» e di «bimbi traditi» («La Stampa»), di un «salto all’indietro» con cui il nostro paese «si allontana dal cuore democratico del continente» («Repubblica»).

A difendere la decisione sono rimasti, oltre al giornale dei vescovi, «Avvenire», quelli della destra, gli stessi che hanno sostenuto la piena legittimità dell’azione delle istituzioni in occasione del tragico naufragio di Cutro e di quello, di poco successivo, verificatosi al largo della Libia. È forte, a questo punto, la tentazione, per chi su quelle vicende ha una visione diametralmente opposta, di collegare le due prese di posizione del nostro governo, condannandole entrambe con lo stesso sdegno.

Una reazione emotiva su cui però è giusto far prevalere la fedeltà ad uno spirito critico che esige di ascoltare le ragioni in campo in questa vicenda, come si è fatto in quella relativa ai migranti.

Secondo Eugenia Roccella, ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, che ha spiegato la linea del governo in un’ampia intervista al «Corriere della sera», «il problema è uno solo: la maternità surrogata, che – ha precisato – preferisco chiamare utero in affitto perché è più chiaro che c’è una compravendita della genitorialità, un vero e proprio mercato». E ha aggiunto: «Non è un problema di omosessuali o eterosessuali, è molto sbagliato pensare che chi è contro questo mercato voglia colpire gli omosessuali». E in effetti, la pratica del ricorso alla maternità surrogata è più diffusa tra le coppie eterosessuali che tra quelle gay. «È la pratica dell’utero in affitto – ha concluso – che va combattuta anche a livello internazionale».

Senza voler ridurre l’intera questione a questo punto, esso è dunque sicuramente un fattore importante di cui tenere conto nel valutare la situazione. Ma vediamo meglio di cosa si stratta.

La “maternità surrogata” o “gestazione per altri”

La “Surrogazione di maternità” o “gestazione per altri (Gpa)” è una tecnica di procreazione assistita in cui una donna, detta “gestante per altri”, o “madre surrogata gestazionale” provvede alla gestazione per conto di una o più persone, che saranno il genitore o i genitori del nascituro.

Il ricorso a tale tecnica di solito viene sancito attraverso un contratto di surrogazione gestazionale; in esso, il futuro genitore o i futuri genitori e la “gestante per altri” dettagliano il procedimento, le sue regole, il possibile contributo economico per le spese mediche della gestante e per l’impegnativo percorso della gravidanza da intraprendere. La fecondazione può essere effettuata con spermatozoo e ovuli sia della coppia sterile, sia di donatori e donatrici attraverso concepimento in vitro.

Si possono facilmente trovare su Internet delle accorate difese di questa pratica. Che cominciano solitamente col rifiutare sdegnosamente l’espressione “utero in affitto”. Leggiamo su uno di questi siti («Cliniche di fecondazione eterologa»): «L’uso del termine “utero in affitto” suggerisce che non siamo in un processo medico e sociale, ma prima in un semplice atto di acquisto-vendita … nulla di più lontano dalla realtà. La “maternità surrogata” (…) non è un atto commerciale o il noleggio di una parte del corpo altrui; è molto spesso un atto di coraggio e grande forza interiore, da parte della madre gestante, che desidera aiutare una coppia a diventare una famiglia; possiamo dire che è anche un grande gesto d’amore e sacrificio».

Per contro, c’è chi non condivide questa esaltazione della gratuità. Giuseppina La Delfa, in un articolo  su «Huffpost» del 6 dicembre 2016, dopo aver difeso la maternità surrogata dai tentativi di vietarla – : «volere impedire una pratica legale altrove (e che esiste dai tempi biblici) è pura fantasia strumentale e ideologica» -,  scrive che «desiderare una Gpa altruistica e senza scambi di denaro non solo è mostrare di vivere al di là del mondo reale, ma è anche un’opzione estremamente pericolosa: è solo dare l’opportunità ai delinquenti e criminali di ogni genere di schiavizzare davvero le donne e usare i loro grembi a fine di lucro. Che le femministe non lo capiscano mi è del tutto incomprensibile».  Per lei, insomma, «la gratuità è una grande menzogna: c’è un prezzo da pagare per qualsiasi cosa, e il denaro non è sporco specie se serve a dare gioia e felicità».

Questo secondo punto di vista sembra il più corrispondente alla realtà. Basta andare su Internet e ci si rende conto che siamo davanti alla logica di qualunque prestazione commerciale. Siamo andati su uno dei siti che la propongono, «Success», dove si legge fra l’altro: «Noi offriamo programmi di maternità surrogata e donazione di ovociti, sperma ed embrioni, che siamo pronti ad avviare subito senza lista d’attesa, ai prezzi accessibili, con la garanzia della qualità e del successo». È la terminologia del mercato.

E non a caso il mercato si basa sull’offerta di chi ha più bisogno. Già prima della guerra un paese dove la maternità surrogata era permessa e diffusa, attraverso agenzie private, era l’Ucraina, dove il prezzo medio di un “pacchetto” variava mediamente dai 30mila ai 50mila dollari (un quinto del suo costo negli Stati Uniti). Ora il conflitto, rendendo ancora più precarie le condizioni di vita, ha incrementato il business.

Valutazioni contrastanti

Come valutare questa pratica? Le opinioni sono discordi. Filomena Gallo, Segretaria nazionale dell’Associazione “Luca Coscioni”, è nettamente favorevole. «Purtroppo c’è chi considera ancora la gestazione per altri una pratica “disumana”. Disumano è impedire di avere dei figli a chi non può portare avanti una gravidanza».

Ma ci sono state e ci sono organizzazioni femministe che criticano aspramente quella che giudicano una forma di sfruttamento e di avvilimento della donna. Nel febbraio del 2016 si è tenuto in Francia un convegno per l’Abolizione universale della maternità surrogata («Assises pour l’Abolition universelle de la Gpa»), organizzato da Sylviane Agacinski, voce storica del femminismo francese, e docente all’«Ecole des hautes études en sciences sociales». A conclusione dei lavori dell’assemblea, è stata formulata la richiesta formale perché la pratica della maternità surrogata venga proibita e resa illegale in tutto il mondo. Riassumendo le motivazioni di questa richiesta, la Agacinski, spiegava: «È stupefacente, e contrario ai diritti della persona e al rispetto del suo corpo, il fatto che si osi trattare una donna come un mezzo di produzione di bambini. Per di più, l’uso delle donne come madri surrogate poggia su relazioni economiche sempre diseguali: i clienti, che appartengono alle classi sociali più agiate e ai Paesi più ricchi, comprano i servizi delle popolazioni più povere su un mercato neo-colonialista. Inoltre, ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana. Ma si tratta giuridicamente di una persona e non di una cosa».

Anche in Italia una nota esponente femminista come Luisa Muraro, filosofa e fondatrice della «Libreria delle donne» di Milano, ha preso una posizione duramente negativa: «Non esiste un diritto di avere figli a tutti i costi, eppure ce lo vogliono far credere (…). L’utero in affitto si innesta in questa tendenza, anche se è nato prima, negli Usa, con gli effetti che sappiamo. È la strada attuale per lo sfruttamento del corpo delle donne».

Le posizioni del Parlamento europeo e della Commissione europea

La posizione dell’UE sulla questione è stata contraddittoria. Da un lato, il Parlamento europeo, nella primavera del 2022, ha condannato senza mezzi termini la maternità surrogata, affermando che essa «può esporre allo sfruttamento le donne di tutto il mondo, in particolare quelle più povere e in situazioni di vulnerabilità», sottolineando «le gravi ripercussioni della maternità surrogata sulle donne, sui loro diritti e sulla loro salute, le conseguenze negative per l’uguaglianza di genere».

Pochi giorni dopo, però, la Commissione europea, rispondendo a un’interrogazione fatta da alcuni eurodeputati a proposito della «Fiera dell’utero in affitto», tenutasi a Bruxelles il 6 e il 7 novembre 2021, rifiutava di prendere una posizione negativa e anzi preannunciava «un’iniziativa sul riconoscimento della genitorialità tra gli Stati membri che potrebbe includere anche questioni di diritto internazionale privato relative alla maternità surrogata». Iniziativa che si è concretizzata nella proposta del certificato di filiazione di cui si parlava all’inizio, che sdogana quella pratica a livello europeo, anche nei paesi dove non è ammessa dalla legge.

Che si tratti di coppie eterosessuali o di coppie gay, il risultato sarebbe comunque che chiunque abbia un figlio attraverso la maternità surrogata in un paese dell’Unione in cui questa pratica è ammessa, vedrebbe riconosciuta la sua genitorialità anche in quelli, come l’Italia, dove invece è vietata. A questo punto diventerebbe solo questione di possibilità economiche permettersi un viaggio all’estero, oltre al pagamento della prestazione da parte della donna, per acquisire tale certificato. Si incoraggerebbe e rafforzerebbe, insomma, il ricorso alla maternità surrogata. E, francamente, ci sembra che le argomentazioni critiche sopra riportate, peraltro da un punto di vista rigorosamente laico, siano sufficienti a dire che un simile esito non è auspicabile.

Il problema dei bambini che già sono nati con questa procedura esiste sicuramente. Ma è su questo, forse, che bisognerebbe lavorare. Senza farsene uno scudo per difendere una richiesta, com’è quella della Commissione europea, la cui logica implica la mercificazione capitalistica del corpo femminile e del processo generativo.

 * Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo. Scrittore ed Editorialista.

 

www.tuttavia.eu

 

venerdì 7 maggio 2021

MAMME IN ITALIA. LE EQUILIBRISTE


Una questione ineludibile

 per costruire il futuro

In vista della festa della mamma, domenica 9 maggio, Save the Children pubblica il Rapporto “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2021”, fotografando una situazione che si è aggravata durante la pandemia e le conseguenze sulla denatalità già vissuta dal Paese

 

- Debora Donnini – 

 

C’è un’emergenza cruciale in Italia e ha un nome: denatalità. La pandemia l’ha aggravata ma già imperversava: le nascite in Italia continuano a calare e relativamente all’anno scorso, il 2020, il tasso di fecondità è sceso ulteriormente a 1,24 figli per donna. In una parola: non si garantisce il ricambio generazionale che avrebbe bisogno di un 2,1%. Anche se si volessero prendere in considerazione solo i dati economici, è troppo basso per il sistema-Paese. Ma andrebbe anche rilevata la gioia che si sperimenta nella donazione di una nuova vita che apre orizzonti di eternità.

La questione natalità

Citati nel Rapporto di Save the Children, sono gli stessi dati statistici - dell’Istat, dell’Inps, di Eurostat e altri - a fotografare un’Italia dove la maternità viene ritardata o a cui spesso si rinuncia. E sono sotto gli occhi di tutti le varie difficoltà che contribuiscono a questo inverno demografico, come lo stesso Papa Francesco l’ha più volte definito. Dal report dell'Istat sugli indicatori demografici 2020, reso noto qualche giorno fa, le nascite risultano pari a 404mila mentre i decessi raggiungono il livello eccezionale di 746mila. Ne consegue una dinamica naturale - nascite/decessi - negativa nella misura di 342mila unità: in sostanza, 7 neonati e 13 decessi per mille abitanti.

Le Equilibriste

Lo snodo della natalità, della possibilità di crescita del Paese e di sostenibilità di welfare e pensioni, passa inevitabilmente per un altro grande tema dei giorni nostri: quello delle madri e del sostegno imprescindibile per invertire la rotta. Il titolo del rapporto di Save the Children “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2021” fotografa già solo con la parola “equilibriste” la condizione delle mamme italiane, che sono poco più di 6 milioni su una popolazione in calo, di 59 milioni e 259mila. Poche mamme, che fanno sempre meno figli e hanno il primo figlio sempre più tardi - in Italia il triste il primato delle più anziane d’Europa alla nascita del primo figlio con 32,2 anni contro una media di mamme in UE di 29,4 - e che, come emerge dai dati, sono effettivamente poco sostenute.

Le difficoltà

Basti pensare che nell’anno del Covid, in Italia su 249 mila donne che nel corso del 2020 hanno perso il lavoro, ben 96 mila sono mamme con figli minori e, tra queste, 4 su 5 hanno figli con meno di 5 anni. Una maternità ritardata o non praticata, per l’Organizzazione, “spesso a causa dell’impossibilità di conciliare vita familiare e lavorativa”. Ma non è solo questo. L’impatto della pandemia ha complicato le cose. Tra lavoro, cura dei figli piccoli e didattica a distanza, l’impegno si è moltiplicato, senza contare la dose di stress tanto che nel rapporto si parla proprio di “stress da conciliazione” che, in particolare, “è stato massimo tra i genitori che non hanno potuto lavorare da casa, né fruire dei servizi (formali o informali) per la cura dei figli: si tratta di 853 mila nuclei con figli 0-14enni”. “Le mamme in Italia hanno pagato e continuano a pagare un tributo altissimo a queste emergenze” mette in luce Antonella Inverno, responsabile Politiche per l’infanzia di Save the Children, ricordando la situazione vissuta con “i bambini a casa, il crollo improvviso del welfare familiare, dovuto alla necessità di proteggere i nonni dal contagio, il carico di cura” e altro. “Le misure per creare un ambiente più favorevole alle mamme possono essere molte e coinvolgere diversi settori dell’intervento pubblico, su vari livelli di governo – spiega l’Organizzazione nel suo Rapporto – ma devono seguire una politica organica per essere realmente efficaci”.

Sostegno per i figli

Lo sguardo viene anche allargato ai provvedimenti presi dal governo in tempo di pandemia e alla strada futura da percorrere. I decreti Cura Italia e Rilancio (e successivamente il DL 30/2021) sono andati a sostegno dei genitori lavoratori essenzialmente con l’introduzione di due misure: un congedo parentale straordinario e un bonus baby-sitter. Per il congedo straordinario, le donne che hanno fatto richiesta sono state quasi 4 su 5, il 78% dei richiedenti. A breve, si nota ancora, nel nostro Paese verrà introdotto l’assegno unico e universale approvato con legge delega il 30 marzo scorso, una misura di sostegno economico per i figli a carico che rappresenta il primo pilastro della più ampia riforma disegnata con il Family Act. “Una grande occasione – nota l’Organizzazione - per imprimere una spinta decisiva alle politiche a sostegno dei bambini e dei genitori, rispetto alla quale dobbiamo scongiurare il rischio che scoraggi l’occupazione femminile. Per questo sarebbe necessario introdurre anche una maggiorazione per il secondo reddito, che si applicherebbe a circa 4 milioni di famiglie dove entrambi i genitori lavorano”.

Al Nord le regioni più mother friendly

Il Rapporto, giunto alla sesta edizione, include come ogni anno, l’Indice delle Madri che, elaborato dall’Istat per Save the Children, identifica le Regioni in base al loro impegno sul fronte maternità. Valutando la condizione delle madri in tre diverse aree: quella della cura, del lavoro e dei servizi. Anche quest’anno, sono le regioni del Nord ad essere più mother friendly. Le Province Autonome di Bolzano e Trento seguite da Valle d’Aosta ed Emilia-Romagna, le più virtuose, mentre fanalino di coda sono Campania, Calabria, Sicilia e Basilicata.

Francesco aprirà gli Stati Generali della Natalità

 Proprio sul tema dei figli, venerdì prossimo il Papa aprirà gli Stati generali della natalità, organizzati dal Forum delle Associazioni Familiari. Interverrà anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Si svolgeranno prevalentemente on line. Il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, presenterà dati inediti e proiezioni sulla natalità in Italia nei prossimi decenni. Tre i tavoli tematici: uno dedicato al mondo delle imprese, uno alle banche e alle assicurazioni, uno al mondo dei media, sport e spettacolo. Un segno dell’attenzione crescente per affrontare una realtà, quella della natalità, che non si può più procrastinare.

Leggi:  Le Equilibriste: la maternità in Italia 2021

Stati generali natalità


Vatican News





mercoledì 8 gennaio 2020

ADOLESCENZA ZERO, HIKIKOMORI, CUTTERS, ADHD e la CRESCITA NEGATA

Gioventù bruciata nell’era dei farmaci

Sos della psicoanalista Laura Pigozzi, autrice di “Adolescenza zero”: «Siamo di fronte a una torva medicalizzazione della crescita, oggi a ogni disagio anziché con l’ascolto e il confronto si risponde con il farmaco»

Intervista di Luce Miele

Ragazzi che si auto segregano in casa, altri che ripiegano su se stessi fino a disanimarsi, altri ancora che si infliggono ferite, incidendosi la pelle. Se – come scrive Laura Pigozzi, psicoanalista, musicoterapeuta e insegnante di canto, nel suo Adolescenza zero. Hikikomori, cutters, ADHD e la crescita negata, Edizione Nottetempo, pag. 256, euro 17) – «ogni adolescente è un migrante per definizione, è colui che migra dallo stato infantile a quello adulto», oggi questa migrazione appare sempre più sfibrata, insidiata, minacciata. E quel «passaggio mortale», nel quale il bambino depone il suo corpo per diventare adulto, rischia di non avvenire.
In Adolescenza zero scrive che il «bambino è il sintomo della sua famiglia». Cosa ci racconta il disagio dei ragazzi? Che tipo di dinamiche familiari testimonia?
Oggi la famiglia è interessata da una mutazione genetica. Dentro questo riassetto, i ruoli genitoriali sono evaporati. Non ci sono più adulti, l’intero nucleo familiare si è infantilizzato. Per seguire i figli, i genitori stanno rinunciando al loro ruolo di guida. Non solo. L’asse della famiglia si è drammaticamente spostato: dalla coppia madre-padre a quella madre-figlio. Il risultato è che il padre viene sempre più marginalizzato, estromesso dall’educazione dei figli. E quella del «padre materno» è una stortura che conferma, anziché contestarla, questa mutazione.
Leggendo la geografia del disagio giovanile che lei traccia, si ha la sensazione di essere davanti al fallimento delle due agenzie educative che dovrebbero incaricarsi della cura dei ragazzi: scuola e famiglia. Sono due crisi intrecciate? Una è lo specchio dell’altra?
La famiglia si sta trasformando in un’agenzia di protezione. Come tale deborda, invadendo lo spazio della scuola. La famiglia pretende di annettersi il campo educativo. Sono sempre più frequenti i casi dei genitori che contestano gli insegnanti, entrando nel merito dei contenuti scolastici. Un’invasione che non si riesce a contenere perché la scuola non può permettersi di perdere alunni e, per non perdere alunni, deve accaparrarsi i genitori, tenerseli stretti. È una logica mercantile. Il risultato è che la scuola subisce la stesso processo della famiglia: si infantilizza. Ma offrendo ai ragazzi una protezione continua, viene preclusa loro ogni possibilità di crescita. È quella che chiamo «la pedagogia della protezione». Siamo impegnanti in un’opera di soccorso continua e pervasiva. I ragazzi così non solo non corrono e, se corrono, corrono con le stampelle, ma faticano anche a camminare. È un pericolo grave che minaccia il futuro. È una crisi anche più grave di quella ambientale.
Questa adesività dei genitori al corpo dei figli come si spiega? È una conseguenza dell’eclissi della famiglia tradizionale?
Il benessere dei genitori dipende oggi dal consenso dei figli. Siamo diventati dei vampiri: ci nutriamo del loro benessere, lo assorbiamo, lo prelogicatendiamo. Questo fenomeno non riguarda solo le famiglie monoparentali, nelle quali un solo genitore “amministra” la legge. Ma anche nelle famiglie più numerose la regola spesso non cambia. È un genitore, e uno solo, a dettare legge: la madre. È il plusmaterno. Ma il plusmaterno non è il trionfo della maternità ma la sua sconfitta. È un eccesso di materno che si traduce nel suo fallimento. Perché, ricordiamolo, la finalità ultima del materno è gestire l’assenza, la propria. Un figlio non nasce per soddisfare i nostri bisogni, la sua vocazione non è quella di gratificarci ma quella di diventare adulto.La sua vocazione è esplorare,
sperimentare il nuovo, cadere, farsi male, rialzarsi, inventare, congedarsi dai genitori, aprirsi al mondo.
Oggi i ragazzi sono soffocati dalle cose. Questa iper presenza delle cose non rischia di uccidere il desiderio?
Il soddisfacimento ottunde il pensiero. Il desiderio nasce, invece, dalla mancanza, dal vuoto, dalla fatto che manca qualcosa. Ma l’ansia di controllo dei genitori tende a riempire i ragazzi di oggetti. Si tratta di un’acquiescenza al sistema capitalistico e alla sua dell’eccesso.
La ribellione dei ragazzi ci spiazza. È come se noi adulti non sapessimo accettarla, vogliamo che tutto sia levigato, morbido, piatto. La rimozione del conflitto cosa ci dice?
Oggi gli adolescenti sono sempre più mimetici. Non confliggono più con i genitori, ma con se stessi. I sintomi di cui sono portatori preferiamo ignorarli. Se un ragazzo va male a scuola ci sta dicendo qualcosa. Il dislessico ci sta dicendo che nella sua famiglia esiste un disordine. Non stiamo più insegnando ai nostri ragazzi come si litiga. Nelle famiglia il conflitto è azzerato. Ma se il conflitto viene rimosso, esso riemerge come distruttività. Stiamo capovolgendo la storia del mondo che è una ininterrotta storia di conflitti tra le generazioni. Si cresce opponendosi. Non potendo più opporsi, i ragazzi configgono con se stessi. È impressionante la distruttività che portano dentro e che spesso si scarica sugli oggetti, sulle cose, perché manca un bersaglio vero.
Nel suo libro scrive che è in atto una sorta di psichiatrizzazione dell’infanzia. Tutto quello che fuoriesce dalla norma, viene ascritto al patologico. Come si spiega questo fenomeno?
Siamo dinanzi a una medicalizzazione torva: a un disagio si risponde con un farmaco. Se il sintomo parla, con il farmaco non lo si ascolta, lo si zittisce. Stiamo tornando a essere dei barbari: nel Rinascimento l’uomo era al centro delle dinamiche sociali, era generativo, creativo, oggi invece stiamo retrocedendo a una sorta di uomo-macchina deresponsabilizzato che, si pensa, possa essere riparato solo con il farmaco. E purtroppo questo assunto sta conquistando l’infanzia. Curare i sintomi dei bambini con gli psicofarmaci significa una cosa sola: non aver capito niente dell’infanzia. Significa non riconoscere due cose incontrovertibili. Primo: la struttura psichica dei bambini non è rigida od ossificata, ma fluida, in continua formazione. Secondo: significa non riconoscere al bambino, e all’essere umano in generale, la capacità di auto-ripararsi. Ecco la grande differenza tra il metodo farmacologico, oggi imperante, e quello praticato nella psicoanalisi. La psicanalisi chiede all’individuo quale sia la sua responsabilità. Perché è nella responsabilità che si diventa adulti.


mercoledì 17 giugno 2015

LA DIFFERENZA UOMO - DONNA, UNA RICCHEZZA PER I FIGLI

  Papa Francesco:
 la differenza tra uomo e donna è ricchezza per i figli
«L’essere genitori, ricorda la Bibbia, si fonda sulla diversità di essere maschio e femmina»
Da Avvenire 16.6.15

Pubblichiamo il testo integrale del discorso pronunciato dal Papa domenica scorsa in apertura del Convegno ecclesiale della diocesi di Roma.
Buonasera! Le previsioni ieri, a tarda sera, dicevano per oggi, per questo pomeriggio e questa sera: pioggia! Sì è vero, pioggia di famiglie in Piazza San Pietro! Grazie! È bello incontrarvi all’inizio del Convegno pastorale della nostra diocesi di Roma. Ringrazio tanto voi genitori, di aver accettato l’invito a partecipare così numerosi a questo incontro, che è importante per il cammino della nostra comunità ecclesiale.
Come sapete, da alcuni anni stiamo riflettendo e ci interroghiamo su come trasmettere la fede alle nuove generazioni della città che, anche a seguito di alcune ben note vicende, ha bisogno di una vera e propria rinascita morale e spirituale. E questo è un compito molto forte. La nostra città deve rinascere moralmente e spiritualmente, perché sembra che tutto sia lo stesso, che tutto sia relativo; che il Vangelo è sì una bella storia di cose belle, che è bello leggerlo, ma rimane lì, un’idea. Non tocca il cuore! 

continua : UNA RICCHEZZA PER I FIGLI