sabato 13 giugno 2026

LO SGUARDO DI GESU'


 Lo sguardo intelligente 

e commosso di Gesù

 è il paradigma 

della missione ecclesiale


Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XI domenica del tempo ordinario (anno A)

Es 19,2-6a; Sal 99/100; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8

L’odierna pagina evangelica ci consegna il paradigma della missione ecclesiale. Il quale sembrerebbe impersonato dagli apostoli scelti e inviati per primi da Gesù ad annunciare la venuta del Regno di Dio. Da tutti loro, nessuno escluso: anche da «Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì».

Tramandare

È interessante, a tal proposito, notare la voce verbale usata dall’evangelista Matteo per dire che Giuda fu il traditore del suo Maestro: ho paradoùs autón, da paradoûnai, che vuol dire “trasmettere” e “tramandare” prima ancora che “tradire”. Del resto “tradire” equivale a fare una trasmissione distorta, non attendibile, di un insegnamento. Giuda tradì il suo Maestro non solo in quanto lo consegnò ai suoi uccisori (e nel greco neotestamentario pure “consegnare” è reso solitamente con paradoûnai) ma anche e soprattutto perché non ne comprese il messaggio e ne fraintese la missione messianica, presumendo probabilmente che Gesù avrebbe dovuto esercitare una leadership politica e persino militare, per guidare Israele alla riscossa contro i romani e i loro fiancheggiatori. Giuda non aveva capito la vera natura del Regno celeste e, di conseguenza, aveva fallito la missione – condivisa con gli altri apostoli – di predicarne l’avvento. Era stato un discepolo mediocre, non aveva ben appreso l’insegnamento del Maestro.

Gli inviati

Per compiere la missione ricevuta da Gesù, i suoi «apostoli» – da lui inviati, giacché questo significa letteralmente il termine apostoli – sono innanzitutto invitati a stare – come suoi «discepoli» – con il Maestro, a impararne la lezione, a lasciarsi avvincere dalla sua autorevolezza (nei vangeli si legge sempre exousía), a partecipare del suo potere (qui proprio exousía) di contrastare il Maligno e il male con cui gli «spiriti impuri» hanno contagiato il mondo. I discepoli sono chiamati, in particolare, ad assimilare il suo esemplare dedicarsi alle altrui debolezze, quelle fisiche non meno di quelle morali: «Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità».

Il rapporto che Gesù instaura con i suoi discepoli li prepara a essere apostoli, a svolgere la missione. Difatti, quello in cui il Maestro li coinvolge, non è un rapporto elitario, men che meno settario. Non è una relazione chiusa dentro la cerchia di coloro che sono stati scelti. È, piuttosto, aperta, estroversa, tesa giustappunto a tradursi in missione, a proiettarsi sulle strade, a perlustrare la realtà tutt’attorno, penetrandone ogni piega e ogni piaga.

In cammino

Gesù stesso sta continuamente in cammino, attraversa i villaggi e le città. Entra nelle case, si sofferma nelle sinagoghe e si concentra sui rotoli biblici che di volta in volta commenta, ma pure parla nelle piazze e slarga la vista sulle folle, percependone le preoccupazioni e intuendone le necessità, sentendo per questo «compassione» per le persone che va incontrando. Rivolge a tutti uno sguardo capace di oltrepassare le apparenze esteriori («idṑn», annota l’evangelista, usando una forma verbale che proviene da «horáō»: potremmo tradurlo come vedere oltre, guardando dentro): i suoi occhi scrutano e interpretano, scandagliano la realtà nel suo aspetto deteriorato e la ripensano per come dovrebbe davvero essere.

 Questa è la lezione di vita che Gesù propone ai suoi discepoli. Non è costituita soltanto da massime di cui un giorno ricordarsi. È un insegnamento vissuto più che impartito: ricco anche di gesti. Spesso, anzi, costituito da gesti non eclatanti, discreti, quasi impercettibili. È un insegnamento fatto di attenzione nei confronti di tutti: l’attenzione dello sguardo intelligente e dell’intima commozione. Per questo è un insegnamento difficile da apprendere. Per i discepoli, che si preparano a essere apostoli, si tratta d’imparare il modo di guardare di Gesù e, cosa ancor più straordinaria, di sperimentare il suo modo di commuoversi.

La missione

La missione, dunque, muove dalla persona di Gesù, dalla sua interiorità (splánchna nel contesto di questa pagina evangelica), dal suo cuore e dalla sua mente. Il vero paradigma della missione apostolica è impersonato da Gesù, prima e più che dagli apostoli. Per portare a termine la missione loro affidata dal Maestro, gli apostoli devono assomigliargli, facendo proprie queste sue singolari attitudini relazionali. Rispondere al suo appello non significa entrare nella sua corte e men che meno formare una sua coorte. Gesù non vuole un partito. Neppure un esercito. Al limite, nemmeno un seguito di alcun genere. Non trattiene presso di sé coloro che chiama. Vuole semmai compagni di strada, disposti a fare assieme a lui il suo stesso cammino lungo le vie del mondo. Per poi mandarli in ogni direzione, a due a due nel suo nome. Sarà lui a garantire loro la sua compagnia, poiché egli sarà sempre dove essi staranno – pregheranno e opereranno – uniti nel suo nome. Così potranno predicare – senza mai fermarsi, «strada facendo» – che «il Regno dei cieli è vicino». Dimostrando l’attendibilità di quest’annuncio con i segni messianici: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni».

Annuncio

Potrebbe sembrarci impossibile prolungare questa missione ai nostri giorni. Come guarire gli ammalati? Come far risorgere i defunti? Come sanare i lebbrosi? Come esorcizzare i diavoli? Come, perciò, rendere credibile l’annuncio del Regno? Interrogativi che potrebbero scoraggiarci. Ma che, invece, devono stimolarci a soppesare le parole del Maestro, per indovinarne il senso autentico. Possiamo e dobbiamo prenderci cura («therapeúein» nel testo greco di Matteo) delle ferite esteriori e di quelle interiori degli altri, delle loro tristezze non meno dei loro acciacchi. Possiamo e dobbiamo svegliare (questo vuol dire il verbo greco egheírō che troviamo in questo brano) chi sprofonda nella depressione reputando d’aver fallito su tutti i fronti, far vedere loro la luce in fondo al tunnel, aiutarli a capire che sono loro stessi la luce in fondo al tunnel. Possiamo e dobbiamo purificare le nostre comunità e la società intera dai pregiudizi che pesano su chi è scartato, estromesso, emarginato, rigettato, rifiutato, perseguitato, per cauterizzare così il tessuto ecclesiale e sociale che a causa di tali pregiudizi si riduce in brandelli. Possiamo e dobbiamo rintuzzare la violenza di Satana con la nostra umile preghiera al Signore, con il nostro sacrificio e con la nostra testimonianza possiamo e dobbiamo smascherare le forze occulte che vogliono strappare il mondo dalle mani paterne di Dio.

www.tuttavia.eu

 

 

 

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