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venerdì 19 luglio 2024

IDIOTA ??


 Vi siete mai chiesti cosa significa la parola idiota? 
Questa parola ha un’origine antichissima e una storia ancora più straordinaria!

 Vedete, gli antichi greci avevano una parolina curiosa: «idiotes» (da cui deriva appunto la parola idiota). L'idiotes nel mondo greco stava a indicare l’uomo privato, l'uomo che pensa soltanto al suo orticello. Non gli importa nulla di guardare oltre palmo del proprio naso, teme ciò non conosce, disprezza ciò che non gli è famigliare.

 Ma che c’entra con la stupidità? 

Ecco, un giorno Socrate fu avvicinato da uomo che gli disse: «devo dirti una cosa importante.»

 «Un momento», lo interruppe Socrate, «Prima vorrei farti tre domande. Dove lo hai sentito?»

«L'ho sentito in giro. Lo dicono tutti».

«Va bene. Sei certo di ciò che affermi?»

«Ne sono assolutamente certo!»

«Ti faccio un’ultima domanda allora, se ti portassi chi potrebbe smentire il tuo racconto, saresti disposto ad ascoltare?»

«Perché dovrei farlo!» gli rispose l’uomo sempre più seccato. «Sarebbe una perdita di tempo!»

Socrate allora si rivolse al suo discepolo: «Vedi, quest’uomo vuole riferirmi una cosa che è sulla bocca di tutti, una cosa di cui è assolutamente certo e non è disposto ad ascoltare nessuno che possa metterla in discussione. Ecco, quest’uomo è un idiota!»

 Beh, dopo quasi due millenni la situazione è la stessa: l'hanno detto in tv, lo dicono tutti è una delle frasi che mi capita di sentire più spesso! Assieme a «ne sono certo!» Pochi pensano, domandano, ipotizzano; tutti invece sanno e affermano. La nostra è la società delle certezze assolute, una società che ha fatto dell'idiozia un'arte e dell'arroganza uno stile di vita.

 Ci sono persone che sono dei muri. Letteralmente. È inutile parlare, argomentare, tentare di spiegare: loro hanno ragione e tu hai sempre torto. Ma sapete una cosa? Quando sto per perdere la pazienza, ripenso alle parole di Socrate: Non sa nulla, pensa di sapere tutto ed è convinto di avere ragione: ecco, quest’uomo è un idiota!

Dal web

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venerdì 22 ottobre 2021

NO VAX ? LIBERTA' SENZA CITTADINANZA

 


Responsabilità personale

 e collettiva. 

I «no-pass», libertà senza cittadinanza


È difficile trovare nella storia del pensiero un sostegno

 alle ragioni portate dai disobbedienti

 

-         di Simone M. Sepe

-          Il Green pass altro non è che uno strumento per 'promuovere' la vaccinazione di massa. Il problema è comprenderne il significato. Si tratta di un semplice incentivo? Oppure di qualcosa di più cogente che approssima l’obbligatorietà? Dipende ovviamente dalla posta in gioco; se il premio è una caramella, o una ciambella come Krispy Kreme qui in America regala a ogni vaccinato per colazione (e per tutto l’anno), siamo nel mondo degli incentivi. Se invece diventa un lasciapassare per lavorare, quella promozione assumerebbe un carattere più coercitivo, soprattutto quando l’alternativa alla vaccinazione è il test obbligatorio periodico, il cui costo (pecuniario e di tempo-opportunità) non è trascurabile. Il problema è dunque comprendere la compatibilità di questo meccanismo con la difesa morale e giuridica che i no-pass antepongono a giustificazione della loro protesta: la loro libertà. Libertà, una parola meravigliosa e al contempo misteriosa. Abbiamo cercato di riesaminare le varie declinazioni di libertà nella storia del pensiero per trovarne una – che fosse soltanto una – a difesa delle ragioni dei 'disobbedienti'. Non ci siamo riusciti. Ma procediamo con ordine.

Nella concezione degli antichi – ogni riferimento a Benjamin Constant è voluto – libertà significa assenza di turbamenti interni. L’individuo vittima delle proprie passioni, privo di autodisciplina, acratico appunto, non è libero. Per i greci la libertà non era separabile dalla razionalità. Ne consegue che l’esercizio della libertà si risolve in un processo rigoroso di deliberazione interna ( phronesis o saggezza pratica) in condizioni ideali. Se, per ipotesi, il piano delle nostre scelte possibili collassasse in un solo punto, potremo ancora dirci liberi purché quel punto rappresentasse l’unica scelta corretta. Per il pensiero antico, dunque, saremmo liberi anche di fronte all’obbligatorietà vaccinale. Fermandoci solo all’estetica dei comportamenti e all’apparato di suggestioni scomposte che i no-pass portano nel dibattito pubblico, ci sentiremmo di dire che la libertà da loro proposta non è quella degli antichi.

La libertà nel senso moderno assume invece un significato più politico, o se si preferisce negativo, spostando l’asse del concetto dalle costrizioni interne dell’individuo a quelle esterne. La libertà è quindi la capacità di scegliere tra un ventaglio di opzioni possibili, senza che forze esterne – come un governo – ne condizionino o addirittura ne coartino la decisione. Per inciso, questa è la libertà da sempre osteggiata da chi considera la società come un qualcosa di organicamente diverso e non riducibile agli individui solamente, come il fascismo appunto. Ma anche i fascisti, di ritorno da Marte, evidentemente sono cambiati. Tuttavia, anche volendo rimanere nel solco del pensiero esclusivamente liberale è difficile, se non impossibile, trovare una rappresentazione della libertà idonea a giustificare il 'gran rifiuto' dei disobbedienti.

Ci sarebbero infatti delle ragioni che sono libertà-dipendenti per restringere la libertà, proprio a difesa della libertà stessa. Non è un paradosso! Questo accade quando si rischia che le nostre scelte non siano adeguatamente informate oppure viziate nella struttura profonda dei processi cognitivi. Vizi e distorsioni che ancora una volta abbiamo visto con i nostri occhi, durante i fatti violenti di Roma del 9 ottobre 2021, quando quell’umanità arrabbiata e sofferente diceva 'gli italiani liberi vanno ad assediare la Cgil'. Così John Stuart Mill, che presume la libertà come condizione naturale, descrive i casi in cui questa presunzione possa essere legittimamente rigettata. Tra questi include la possibilità di restringere la libertà di oggi per proteggere quella di domani. Questa è la logica liberale che accetta l’obbligatorietà della cintura di sicurezza quando guidiamo: protegge la libertà del giorno dopo.

Il filosofo contemporaneo David Schmidtz, influente esponente del liberalismo classico, inquadra la libertà come potere di dire 'no', perché quel 'no' è la base su cui costruire relazioni umane e comunità fondate sul 'sì'. Quel 'no' non significa avere il diritto di espirare particelle di virus verso chi ci sta accanto. Quel 'no' potrebbe invece estendersi alla privacy quale incarnazione della libertà, laddove un governo volesse agire sul nostro corpo, imponendo la vaccinazione obbligatoria. Ma il green pass non è la vaccinazione obbligatoria. E quindi non vìola la privacy.

Ma anche se prendessimo quella che è forse la versione più radicale, non paternalista, di libertà negativa, quella del libertarianismo, si fatica a trovare argomenti a favore dei no-pass. Robert Nozick, sofisticatissimo pensatore contemporaneo e autore di 'Anarchia, Stato e Utopia', dice chiaramente che laddove l’azione individuale generi un rischio su altri, la pretesa della libertà come immunità diventa problematica. Si chiede allora come individui razionali e liberi risolverebbero il conflitto tra libertà e rischio in uno stato di natura, dove le istituzioni sono ancora da definire. Per Nozick semplifichiamo – ci sarebbero due possibilità: 1) vietare le azioni pericolose (il che equivarrebbe a giustificare la legittimità del Green Pass); 2) permettere le azioni pericolose (nel caso specifico, permettere di interagire nella società senza Green Pass), a condizione che gli agenti 'pericolosi' compensino gli altri (vale a dire richiedere ai no-vax e/o no-pass di risarcire in via preventiva la popolazione più responsabile). Ma Nozick con acuto pragmatismo si pone anche il problema di come amministrare il secondo regime, in un mondo in cui i 'pericolosi' (i no-pass) non abbiano le risorse per risarcire le 'vittime' o comunque non sia così semplice farli pagare. Senza compenso, infatti, il costo della libertà degli uni (quello di no-vax e nopass) verrebbe traslato sugli altri (i vaccinati), un’eventualità che Nozick non accetterebbe.

Sul piatto rimarrebbe allora solo la prima possibilità. Evidentemente i no-pass non conoscono Nozick, ma molti di loro intendono il Reddito di cittadinanza come 'meccanismo di risarcimento'; peccato che il pagamento vada nella direzione opposta. Se infine volessimo volare più alti e considerare la struttura metafisica della nostra libertà, i no-pass ancora una volta sono con le spalle al muro: la libertà è infatti la dimensione della nostra responsabilità morale. La dimensione della nostra partecipazione e compassione, come insegna l’illuminismo scozzese. Qualcuno direbbe della nostra coscienza. Più siamo liberi, più dobbiamo essere responsabili verso gli altri. Ma i disobbedienti non sembrano aver compreso questa proporzione: le responsabilità – per loro – sono da socializzare, a differenza dei benefici che invece vorrebbero mantenere privati.

È una brutta vicenda piena di contraddizioni, ignoranza e furbizia. Dove chi ne beneficia sono quei cinici senza virtù all’incetta di voti che sfruttano le contingenze della storia e le debolezze della gente. E giustificano i vizi umani, anche i più bassi, nel nome di un concetto di libertà senza cittadinanza. Fa bene il presidente del Consiglio Draghi a tirar dritto per la strada della responsabilità personale e collettiva, senza tentennamenti. Come un uomo libero farebbe.

*Giurista ed economista, University of Arizona (Usa)

 

www.avvenire.it

 

 

 

venerdì 29 novembre 2019

DEMOCRAZIA A RISCHIO. LA PRODUZIONE SOCIALE DELL'IGNORANZA

Un’intervista di Anna Spena al prof. Fabrizio Tonello, in vita.it del 27 novembre 2019
Nel libro “Democrazia a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza” di Fabrizio Tonello, professore di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Padova, l’autore si interroga: “Perché alcune società prendono decisioni disastrose?”. Undici capitoli intesi per capire come e perché viene prodotta tutta questa “ignoranza diffusa”.

La democrazia è veramente a rischio? «Certo», dice Fabrizio Tonello, professore di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Padova, che ha pubblicato il libro “Democrazia a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza”.
Un volume da leggere, che parte dal dibattito su ignoranza e democrazia e poi esamina il funzionamento dei media nel loro complesso. E poi i processi di infantilizzazione degli adulti, post – verità e fake news. Si indaga sul successo di leader politici come Donald Trump e Boris Johnson. Della scuola che rimane un’emergenza educativa forte. «Il nostro pianeta è a rischio», scrive Tonello. «Le democrazie sono a rischio. Il pianeta è a rischio perché le democrazie sono a rischio. Questa forma di regime politico sembra non garantire più le necessarie capacità di autogoverno alle comunità umane che non vogliono sparire. La domanda a cui bisogna rispondere è: “Perché alcune società prendono decisioni disastrose?”. Undici capitoli intesi per interrogarci su come e perché viene prodotta tutta questa “ignoranza diffusa”.

La democrazia è veramente a rischio?
Certo. la deriva oligarchica delle democrazie industriali sembra oggi presentarsi in due versioni: una che propone l’autoritaritarismo “soft” dei partiti tradizionali e delle istituzioni sovranazionali e una che offre l’autoritarismo apertamente xenofobo e violento dei partiti populisti. Il rischio di nuovi successi per questi ultimi è tutt’altro che remoto e si basa sulle stesse condizioni strutturali che facilitarono l’ascesa del fascismo e del nazismo tra le due guerre mondiali. Fascismo e nazismo erano figli della crisi: delusione e scontento in Italia dopo la Prima guerra mondiale, disoccupazione di massa in Germania dopo l’inflazione del 1923 e il crack di Wall Street nel 1929. Soprattutto, confusione, disorientamento, paura: le società sottoposte a gravi stress per lunghi periodi finiscono per accettare qualsiasi cosa. L’espressione sociale del rancore verso le élite tradizionali è oggi improvvisa, e il “contenimento” dei movimenti fascistoidi in Germania, Francia e Spagna che sembra aver funzionato finora può benissimo trasformarsi nel crollo dei vecchi partiti alle prossime elezioni.
Come si contrasta la “produzione sociale dell’ignoranza?”
Creando dei movimenti di massa per difendere la scuola e la cultura, soprattutto in luoghi neutrali e collettivi come le biblioteche pubbliche. Combattendo ciò che Roberto casati definisce il “colonialismo digitale” in tutte le sue forme.
Ma che cosa significa essere ignoranti oggi?
Basta guardare su Youtube i video di Toninelli, Di Maio, Borgonzoni e altri per capirlo…
Come viene prodotta dalla società l’ignoranza diffusa?
Prima di tutto c’è un problema generale, che riguarda gli esperti: l’accresciuta tribalizzazione dei saperi, sempre più specialistici e chiusi in aree incomunicanti fra loro; chi si occupa di diritto amministrativo a stento capisce il gergo di chi studia diritto costituzionale, e viceversa. Ancor peggio nelle scienze della vita. Questo provoca, anche ad alto livello, una vera e propria ignoranza della dimensione sistemica dei problemi: il cambiamento climatico non è un problema dei metereologi ma richiede l’intervento di scienziati di ogni tipo e di politici lungimiranti, questi ultimi ormai estinti, come i dinosauri 60 milioni di anni fa. A livello del grande pubblico, invece, dobbiamo constatare l’abbandono della scuola, o la sua trasformazione in un puro percorso di addestramento al lavoro, che ostacola in ogni modo la formazione di un sapere critico. Ci sarebbe anche da riflettere sulla sciagurata mania delle novità, che pretende di migliorare la didattica introducendo le tecnologie digitali, che hanno già di per sé effetti negativi sulle capacità di concentrazione e di apprendimento: su questo si veda il libro di Roberto Casati “Contro il colonialismo digitale”
Qual è la relazione tra mass media e democrazia?
In Italia, il populismo è stato creato dalle televisioni commerciali e, in particolare, dalla Fininvest. I talk show politici non hanno migliorato la situazione. In Italia ce ne sono a dozzine e il logoramento del format è palese: sempre più i conduttori devono invitare ospiti a sorpresa o personaggi stravaganti nel tentativo di rubare qualche punto di share ai concorrenti. La loro proliferazione, in realtà, ha poco a che fare con la passione politica e molto con le esigenze industriali della televisione, che è un medium costoso da gestire. Il vantaggio dei talk show è che riempire un’ora di chiacchiere fra giornalisti e politici costa soltanto lo stipendio del conduttore: gli ospiti vengono ben volentieri gratis. La formula di Porta a Porta e altri prodotti simili è quella di usare la politica come spettacolo, facendone una forma di intrattenimento, non di partecipazione, e incentivando la passività del pubblico. Le questioni politiche vengono personalizzate (oggi Di Maio avversario di Salvini dopo essere stato un suo fedele alleato, ieri Renzi contro Bersani e Prodi contro Berlusconi). Si crea una nuova forma di cultura popolare: le celebrità vengono politicizzate (calciatori, attrici e cantanti vengono invitati a esprimere le loro opinioni) mentre i politici di prima fila rafforzano la loro popolarità mostrandosi esperti di cucina piuttosto che di calcio. Nei talk show c’è un movimento fluido tra intrattenimento e politica, una situazione in cui Silvio Berlusconi e Donald Trump, con le loro performance da consumati uomini di spettacolo, sono un ottimo esempio. Per il dibattito politico razionale, per il funzionamento della democrazia rappresentativa questo però è devastante.
Cosa ha comportato lo svuotamento delle classi medie?
Partiamo dal fatto che l’industrializzazione, l’espansione della burocrazia statale e, più tardi, l’espansione del welfare state avevano creato “nuove” classi medie impiegatizie che contavano sulle proprie capacità per fare carriera, in particolare verso posizioni lavorative con maggiore autonomia (dirigenti di medio livello sia nel settore pubblico che privato, ingegneri e altri specialisti). Fungendo da settore trainante delle economie di mercato per gran parte del ventesimo secolo, la produzione industriale di massa aveva creato le condizioni economiche per l’espansione della classe media. La novità dell’ultimo quarto di secolo è il fatto che proprio manager e tecnici di medio livello sono stati invece colpiti duramente dalle chiusure, ristrutturazioni e delocalizzazioni nell’industria oppure dal blocco delle carriere e delle assunzioni nei servizi pubblici. Mentre alcuni specialisti si salvavano perché situati in posizioni chiave, o addirittura salivano verso posizioni dirigenziali, la grande maggioranza doveva accettare un peggioramento delle condizioni di lavoro, quando non il licenziamento, o il cambio di impiego. 
La tendenza alla polarizzazione ai due estremi della scala sociale si può constatare anche nelle vecchie classi medie superiori, quelle delle professioni liberali riconosciute e protette da ordinamenti corporativi: avvocati, medici, architetti. Per tutti costoro mantenersi in una condizione di relativo privilegio, malgrado le protezioni di legge, è diventato sempre più difficile. A un’estremità stanno i professionisti ben inseriti a livello politico, o in grado di lavorare all’estero, con redditi elevati e ottime prospettive di carriera. Al polo opposto stanno i giovani laureati, destinati a lunghe fasi di precariato, di lavoro gratuito o sottopagato, di incertezza sul futuro, quando non di rinuncia al mestiere per cui avevano studiato. Inutile dire che questo gruppo include la maggioranza dei professionisti. Fino a ieri si pensava che l’economia della conoscenza, spesso descritta come un paradiso della creatività, in cui giovani inventori davano vita a nuovi servizi, nuovi gadget e nuove possibilità di comunicazione, producesse una nuova classe media, dinamica e in rapida ascesa. Questo storytelling oggi non ha più alcuna credibilità.

Scheda Libro: “Democrazia a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza” di Fabrizio Tonello, 
pagine 157, editore Pearson, prezzo: 21 euro





giovedì 19 settembre 2019

ASPETTANDO I BARBARI ... CONTRO LA PAURA E L'IGNORANZA

Senza barbari

 che sarà di noi?

Secondo il latinista Dionigi, la capacità di includere popoli e culture fu la vera forza della civiltà romana


di IVANO DIONIGI*

Siamo testimoni di un cambiamento d’epoca che ci consegna un mondo ametrico, senza misura, nel quale non trovano più casa le nostre identità consolidate e rassicuranti.        Oltre alla ormai conclamata rivoluzione tecnologica, che ci prospetta un uomo competitivo con la macchina, combinato con la macchina, aumentato dalla macchina e minacciato dalla macchina, assistiamo a un’altra rivoluzione: quella sociale dell’immigrazione, che decreta l’eclissi della centralità dell’Europa e del primato dell’Occidente, quasi a ricondurci umilmente alle ragioni della sua etimologia di 'mondo destinato al tramonto'.
Questa rivoluzione ha il volto e il nome dei nuovi popoli che fuggono da guerra, fame, persecuzione e chiedono giustizia. Impauriti e smarriti, come davanti a un bivio senza segnaletica, ci chiediamo quale strada prendere, quale insegnamento seguire, quale maestro adottare.
Un’indicazione, anzi una vera e propria lezione illuminante, ci viene dalla Roma classica e segnatamente da una circostanza raccontata da Tacito (Annali 11, 24, 1-4). È l’anno 48 d. C.: ai senatori che, in una sorta di grido 'prima i Romani', pretendono che i seggi vacanti vengano riservati a- gli indigeni e ai residenti e non ai transalpini, l’imperatore Claudio ricorda che, secondo l’esempio degli antenati, «a Roma va trasferito quanto vi è di eccellente altrove », che in passato furono chiamati a far parte del Senato cittadini provenienti da tutte le province, e che Spartani e Ateniesi rovinarono perché «respinsero i vinti come stranieri (alienigeni)». Per Claudio bisognava, piuttosto, prendere esempio dal padre Romolo che «ebbe tanta saggezza da trasformare i nemici (hostes) in cittadini (cives)». Quello stesso Romolo che, come racconta Livio (1, 8 sg.), non solo costruisce mura più grandi del necessario «in previsione di una popolazione futura numerosa» ( in spem futurae multitudinis), ma offre anche un asilo ( asylum), vale dire un luogo 'inviolabile', alle popolazioni vicine, senza distinzione fra liberi e schiavi ( sine discrimine liber an servus esset). Anche la leggenda del ratto delle Sabine rispondeva all’intento di mescolare sangue e stirpe ( sanguinem et genus miscere).
Nel segno di questa eterogeneità va anche il racconto dei sette re, in una alternanza etnica fra Romani, Sabini, Etruschi. Si comprende, da questi antefatti, come la storia di Roma andrà letta come un inarrestabile processo di inclusione, che parte dall’asilo di Romolo e arriva alla Constitutio Antoniniana, l’editto del 212 d. C. con cui l’imperatore Caracalla estende la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero. I Romani volevano essere più numerosi per essere più potenti. Opposta, e per questo fallimentare, la politica dei Greci, i quali hanno alzato un muro tra chi è dentro e chi è fuori: «Il barbaro deve obbedire al greco, perché loro sono schiavi e noi siamo uomini liberi», dichiara l’Ifigenia di Euripide.
All’inclusione politica, si aggiunge quella culturale: celeberrimo il motto oraziano secondo il quale Roma ha conquistato la Grecia con le armi, ma la Grecia ha conquistato Roma con le arti (Epistole 2, 1, 56 Graecia capta ferum victorem cepit). E all’inclusione culturale, si aggiunge quella religiosa: dotati di una vera e propria virtus religiosa, come riconosce Minucio Felice (Ottavio 6, 2 sg.), uno dei primi scrittori cristiani (IIIII sec. d. C.), i conquistatori romani «cercano gli dèi stranieri e li fanno propri» ( deos quaerunt et suos faciunt), configurando un Pantheon meticcio e multietnico. Roma ci ha educati alla cultura dell’et et, non dell’aut aut. Per questo, con Rémi Brague, è da ritenere che più che la tradizione ellenica o ebraica sia la Romanità - intesa come attitudine a ricevere, trasmettere e assimilare - il modello di quell’arcipelago culturale che si chiama Europa.
A nobilitare questa molteplice virtus romana, politica, culturale e religiosa, sarà il messaggio universalistico e umanitario di Seneca, il quale - oltre a constatare (
La consolazione alla madre Elvia 6, 4 sgg.) che nelle città e nei luoghi più dispersi e disparati «ci sono più forestieri ( peregrini) che indigeni ( cives) » e che «tutto risulta da mescolanza e innesti» ( permixta omnia et insiticia sunt) - enuncia ( Lettera 95, 51 sgg.) un triplice comandamento di sorprendente consonanza evangelica: «porgere la mano al naufrago» ( naufrago manum porrigere), «indicare la via a chi è smarrito» ( erranti viam monstrare), «dividere il pane con l’affamato» ( cum esuriente panem dividere).
È, questo, il messaggio di un pagano che dovrebbe fare riflettere e arrossire i tantissimi cattolici avversi agli immigrati. Lo stesso Seneca ricorderà che l’auctor dell’Impero, Enea, è un esule ( exul) e un profugo ( profugus) venuto dal mare.
Roma, dunque, modello di politica umanitaria? Certamente no. Sappiamo bene che accanto all’utopia della 'città eterna' c’era la storia con la maledizione della guerra e la ferocia delle legioni; che antecedente e parallela a quella cristiana c’era «una resistenza spirituale contro Roma » (Harold Fuchs) da parte dei vinti che non accettavano soprusi e violenze; che l’imperium e la pax, profetizzati da Anchise ad Enea, per i popoli sottomessi erano propaganda politica e addirittura mistificazione linguistica («I Romani il depredare, il massacrare, il rapinare con falsi nomi li chiamano impero, e là dove fanno il deserto lo chiamano pace», farà dire Tacito nell’Agricola a un oppositore): al punto che Simone Weil individuerà proprio nella Roma imperiale le radici dell’hitlerismo.
Non modello di humanitas o di pietas, ma di realpolitik e di un grande disegno politico: Roma è stata la più potente ed è durata a lungo perché non ha alzato muri tra sé e gli altri, perché ha tenuto dentro lo straniero e 'il barbaro'. A noi la rivoluzione cristiana e la rivoluzione illuministica hanno consegnato il grande messaggio di essere fratelli: più forte che essere consanguinei, più impegnativo che essere cittadini, più nobile che essere uomini. Se non riusciamo ad apprendere questa lezione, ascoltiamo almeno quella di Roma: là dove non arrivano virtù e convinzione, giustizia e humanitas, dovrebbero supplire e soccorrerci il calcolo e la lungimiranza della politica, il realismo e la convenienza, vale a dire la consapevolezza che loro, 'i barbari', possono essere la soluzione dei nostri problemi, la via della nostra sopravvivenza, la direzione del nostro destino.
Lo aveva ben intuito Costantino Kavafis: «Che aspettiamo, raccolti nella piazza? / Oggi arrivano i barbari. / … / Perché d’un tratto questo smarrimento / ansioso? (I volti come si son fatti serî!) / Perché rapidamente e strade e piazze / si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi? / S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Taluni sono giunti dai confini, / han detto che di barbari non ce ne sono più. / E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione, quella gente» ( Aspettando i barbari).

Sintesi della relazione tenuta al Convegno "Pordenonelegge"

*Ivano Dionigi, latinista, presidente di Alma Laurea e della Pontificia Accademia di Latinità, già Rettore dell’Università di Bologna

Da AVVENIRE – www.avvenire.it

Ivano Dionigi, OSA SAPERE, CONTRO LA PAURA E L’IGNORANZA, ed. Solferino, pag. 90, € 7,90