La recinzione e lo specchio
L’alba sorge a Ceuta. Dall’altra parte della recinzione, un gruppo di giovani attende in silenzio. Non gridano. Non sventolano bandiere. Solo uno zaino, una borraccia e quel misto di paura e speranza che spinge ad attraversare deserti, mafie e confini. Davanti a loro, guardie, filo spinato e protocolli. Alle loro spalle restano il Sahel, le guerre dimenticate, la fame, il cambiamento climatico e l’assenza di futuro.
Tra questi due mondi ci sono appena pochi metri. Ma questi metri ora separano due modi di intendere la civiltà. Perché il vero muro non è a Ceuta. È nelle nostre menti.
La bugia utile.
Ci sono bugie che non trionfano perché sono vere, ma perché sono straordinariamente utili.
La più grande del nostro tempo è presentare l’immigrazione come il grande problema dell’Europa quando, paradossalmente, essa è una delle condizioni per la sua sopravvivenza.
La Spagna sta invecchiando rapidamente. Ha uno dei tassi di natalità più bassi al mondo. La Banca di Spagna, l’OCSE e la Commissione europea concordano sul fatto che il contributo dell’immigrazione sia fondamentale per sostenere la crescita economica, il mercato del lavoro e, a medio termine, il sistema pubblico
pensionistico. Basta osservare il raccolto nei nostri campi coltivati, le serre di Almería, gli hotel lungo la costa, gli ospedali, le case di riposo per anziani o i cantieri nelle nostre strade e città per rendersene conto.
Abbiamo bisogno degli immigrati. Eppure ne parliamo come se fossero un problema da cui dovremmo difenderci. Questo è il paradosso.
Il business della paura
La Spagna non è sola in questo dibattito. Donald Trump ha fatto dell’immigrazione un pilastro della sua imprevedibile e crudele politica. In numerosi paesi europei l’estrema destra è in crescita e attribuisce allo straniero la responsabilità dell’insicurezza, della perdita dell’identità nazionale e persino della crisi dello stato sociale. L’Unione Europea oscilla tra la difesa dei diritti umani e la tentazione di
blindare i propri confini.
La paura ha sempre prodotto buoni risultati elettorali. La storia, d’altro canto, è stataben peggiore. Zygmunt Bauman ha scritto che gli immigrati finiscono per diventare “stranieri che bussano alla porta», sui quali proiettiamo tutte le nostre insicurezze. È più facile incolpare il nuovo arrivato che chiedersi perché una società ricca generi tanta paura.
L'immigrazione è diventata, così, lo specchio in cui l’Occidente contempla le proprie incertezze. E ciò che vede non gli piace.
La domanda sbagliata
In Spagna da troppo tempo rispondiamo alla domanda sbagliata. Non si tratta solo di sapere quanti immigrati possono entrare. La questione cruciale è un’altra: che progetto di Paese vogliamo costruire con loro?
Perché l’integrazione inizia proprio dove finisce il confine. A scuola.
Nell’apprendimento della lingua. Sul lavoro. Nel quartiere. Nell’accesso a un alloggio dignitoso. Nel rispetto delle leggi. Nell’uguaglianza di diritti e anche di doveri. Regolarizzare non basta. Neanche chiudere. Una società intelligente non sceglie tra porte aperte o muri insormontabili. Sceglie tra integrare o dividere; tra costruire cittadinanza o creare ghetti.
La coesione sociale non nasce dalla paura. Nasce da un progetto condiviso.
Una vecchia domanda a Salamanca
Quasi cinquecento anni fa
il filosofo Francisco de Vitoria pose una domanda rivoluzionaria: GLI STRANIERI POSSIEDONO LA STESSA DIGNITÀ CHE ABBIAMO NOI?
Quella intuizione ha cambiato la storia del diritto internazionale.
Cinque secoli dopo, stiamo ancora discutendo proprio della stessa cosa, sebbene
utilizziamo parole diverse.
Jürgen Habermas parla di un patriottismo basato sui valori democratici e non
sul sangue. Perché ogni persona possiede molteplici identità. Ridurle a una sola è l’inizio del fanatismo.
Il Vangelo, dal canto suo, va ancora più lontano. Inizia con un bambino che
fugge con i suoi genitori in Egitto per salvarsi la vita. E si conclude con una frase
che continua ad essere scomoda per credenti e non credenti: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Non è un programma di governo. È una misura della nostra umanità.
Chi bussa realmente alla porta?
Forse tra cinquant’anni gli storici non si chiederanno più quanti immigrati
siano arrivati a Ceuta, Melilla o alle Isole Canarie.
Si chiederanno come un continente invecchiato, bisognoso di milioni di lavoratori e fiero di aver proclamato i diritti umani, sia riuscito a
convincere una parte dei suoi cittadini che coloro che sostenevano una parte crescente
della loro prosperità costituissero proprio la loro più grande minaccia.
Questo sarà il vero enigma del nostro tempo. Perché i fili spinati alla fine
finiranno per arrugginirsi. Cambieranno i governi, le rotte migratorie e gli
accordi internazionali. La cosa difficile sarà abbattere il muro che portiamo dentro di
noi.
Perché le civiltà non iniziano a morire quando arrivano troppi stranieri.
Iniziano a morire quando perdono fiducia in se stesse e hanno bisogno di crearsi nemici
per nascondere le proprie contraddizioni.
Forse un giorno, in un futuro non troppo lontano qualche storico riassumerà la nostra epoca con una frase carica di ironia: «Avevano bisogno di immigrati per sostenere il loro benessere; hanno preferito trovare capri espiatori per assicurarsi i loro voti».
E allora capiremo che la grande crisi d’Europa non è mai stata l’immigrazione.
È stata la paura.
_______________________________
Articolo pubblicato il 4.8.2026 nel portale “Religión Digital” www.religiondigital.org).
Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli