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mercoledì 8 aprile 2026

EMOZIONI E RELAZIONI

Un itinerario

 di crescita 

per insegnanti 

ed alunni” 


-di Antonio Ferro*

        “Innovare per insegnare: approcci, metodi e strategie in classe” è il titolo del percorso formativo organizzato dall’AIMC (Associazione Italiana Maestri Cattolici) di mazara del Vallo. In tale contesto, la dott.ssa Caterina Di Stefano, presidente dell’AIMC di Mazara del Vallo, mi ha coinvolto a relazionare sul tema “Emozioni e relazioni: un viaggio di crescita per insegnanti ed alunni”.

In passato si pensava che il raggiungimento degli obiettivi didattici dipendessero prevalentemente dalle abilità cognitive e dalla motivazione dell’alunno, oggi sappiamo che oltre a queste due condizioni, un ruolo fondamentale giocano le “Emozioni”.

Studi recenti dimostrano quanto le emozioni giochino un ruolo cruciale nelle acquisizioni delle competenze dei bambini. In particolare, è stato dimostrato che le emozioni attivano i centri sottocorticali dell’encefalo (es. sistema limbico ed amigdala) responsabili della componente fisiologica dell’emozione (es. sudorazione, tachicardia, ecc.), insieme alle cortecce associative che attivano i processi di valutazione cognitiva dell’esperienza emotiva. Quindi se un alunno apprende sperimentando la paura di sbagliare, le stesse aree del sistema nervoso legate a questa emozione si attiveranno in futuro per evitare situazioni analoghe, intaccando così significativamente l’autostima e l’autoefficacia dell’alunno. L’emozione negativa associata a quell’apprendimento si comporta come un antagonista dell’apprendimento stesso. L’emozione e i processi cognitivi rappresentano due facce interconnesse della stessa medaglia. Ciò significa che quando un alunno recupera un’informazione questa attiverà nuovamente il vissuto emotivo associato a quell’apprendimento perché entrambe hanno tracciato lo stesso percorso sinaptico. La “warm cognition” rivoluziona quindi le modalità degli apprendimenti associandoli alle emozioni positive e ciò avviene solo se un alunno impara con “gioia”.

Comprendere, dunque come le emozioni influenzino gli apprendimenti scolastici diventa fondamentale per gli insegnanti, che devono saper gestire e valorizzare l'aspetto emotivo nei loro alunni. I primi anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo socio-emozionale di un bambino. Durante questa fase, egli inizia a costruire le basi delle sue future relazioni attraverso le interazioni emotive e relazionali con i genitori, i caregiver e gli insegnanti. La qualità delle prime relazioni basate sull’empatia e sulla fiducia è fondamentale per una sana crescita psicologica.

Le emozioni sono risposte psicologiche e fisiologiche a stimoli interni ed esterni. Possono essere classificate in efficacemente emozioni positive (es. gioia, felicità, amore, ecc.) ed emozioni negative (es. paura, ansia, tristezza, ecc.). Queste ultime sebbene scomode, sono essenziali per la nostra capacità di adattarci e reagire a situazioni di pericolo. Le emozioni influenzano il comportamento, le relazioni interpersonali e il processo di apprendimento. Nei bambini, esse si manifestano in modi diversi rispetto agli adulti. La loro capacità di esprimere e regolare le emozioni è ancora in fase di sviluppo. È importante che i docenti riconoscano e comprendano queste emozioni per supportare i bambini nel loro percorso di crescita. Il linguaggio emotivo è uno strumento potente nella relazione insegnante-alunno. Attraverso l'uso di un linguaggio che esprime emozioni, i docenti possono fornire un ambiente sicuro e creare uno spazio in cui i bambini si sentano liberi di esprimere le proprie emozioni. Le emozioni positive migliorano la motivazione e l'attenzione, mentre la gestione delle emozioni negative può prevenire distrazioni e comportamenti problematici.

Associare emozioni positive all’acquisizione dei contenuti didattici è essenziale per favorire un ambiente di apprendimento favorevole ed inclusivo. I docenti devono essere sempre più consapevoli dell'importanza del linguaggio emotivo e della gestione delle emozioni per sostenere i bambini nel loro sviluppo personale e accademico.

L’insegnante può promuovere negli alunni la sperimentazione di emozioni positive attraverso specifiche strategie relazionali e comunicative. In particolare:

  • l’ascolto attivo ed empatico consente all’alunno di percepirsi compreso e riconosciuto nella propria esperienza soggettiva;
  • l’espressione di apprezzamenti e feedback positivi autentici favorisce il senso di autoefficacia e di valorizzazione personale;
  • i comportamenti di gentilezza e cura contribuiscono a costruire un clima relazionale accogliente e rassicurante;
  • l’incoraggiamento e il supporto sostengono la motivazione e rafforzano la percezione di un sostegno emotivo significativo;
  • la condivisione di esperienze positive facilita la costruzione del legame educativo e il consolidamento della relazione insegnante–alunno.

L’efficacia di tali interventi risulta strettamente correlata alle caratteristiche personali e professionali dell’insegnante, nonché alla sua capacità di instaurare una relazione autentica, nella quale l’alunno possa percepire un reale interesse e coinvolgimento nei propri confronti.

Investire tempo nella comprensione delle emozioni può trasformare la relazione insegnante-alunno rendendola più efficace e significativa. I docenti sono chiamati a essere guide empatiche, pronte ad ascoltare e a rispondere alle esigenze emotive dei loro alunni.

È quindi necessario che gli insegnati abbiano un nuovo approccio che valorizzi, oltre il versante didattico e cognitivo, un apprendimento associato alle emozioni positive. In tale modo l’insegnante diventerà una figura significativa anche sul versante relazionale contribuendo al successo scolastico dei propri alunni, anche di coloro con bisogni speciali di apprendimento.

*Neuropsichiatra infantile, Direttore Sanitario della Fondazione Auxilium di Trapani

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lunedì 6 aprile 2026

INCIPIT VITA NOVA

 


Geometrie dell'anima

 e alfabeti del cuore: 

"Incipit VitaNova" di LucianoCorradini

 

In un'epoca segnata, per dirla con Zygmunt Bauman, dalla "liquidità" dei legami e da un progressivo, e non di rado doloroso, sfaldamento dell'istituzione familiare, l'opera di Luciano Corradini, Incipit Vita Nova, si offre al lettore come un viatico prezioso, un breviario laico e spirituale al contempo. Il titolo stesso, programmatico e solenne, si abbevera alla fonte dantesca: quella «rubrica la quale dice: Incipit vita nova» che segna, per il Sommo Poeta così come per l'autore, la linea di demarcazione tra l'inconsapevolezza e la presa di coscienza, rivelandosi come la «storia documentata, commentata, idealizzata di un amore giovanile e della scoperta di una vocazione».

Al centro della narrazione – incastonata nella prestigiosa collana Ars cooperativa naturae edita da Diogene Multimedia – vi è un carteggio giovanile consumato tra il 1952 e il 1954. Un dialogo furtivo, lontano dalle odierne ed effimere comunicazioni digitali, affidato a foglietti celati nei libri o alle pagine di un quadernetto mimetizzato sotto il titolo "Appunti di storia". Protagonisti sono due liceali: da un lato il giovane Luciano, il quale, mosso da un impeto che unisce fede, passione e una precoce vocazione pedagogica, traccia le coordinate di un amore assoluto, sognando sin d'allora la fondazione di una "nuova e santa famiglia”; dall'altra, una fanciulla che qui assume il senhal squisitamente dantesco di Beatrice. Ciò che avvince e rapisce il lettore, sin dalle prime battute, è l'altissimo registro etico e linguistico di questi adolescenti degli anni Cinquanta.

 La prosa di Luciano è febbricitante, intrisa di un ardore che fonde misticismo e urgenza terrena: «Quando, a letto, prima di dormire, penso a te, vorrei correre qui sul tavolo e scrivere ciò che mi sembra di non averti detto mai abbastanza: ti amo. E se ti dico queste due magiche parole che mi fanno tremare le labbra e il cuore [...] sono convinto di non averti ancora detto tutto». Di contro, Beatrice oppone una ritrosia saggia, un pudore intriso di speranza e lucida consapevolezza: «Sappi però che se un giorno questa mia simpatia si mutasse in amore, mi sentirei la donna più fortunata del mondo». La grandezza letteraria e umana di questo epistolario risiede nella sua profonda compenetrazione con la temperie culturale del Liceo Classico (l'Ariosto di Reggio Emilia, nello specifico), che funge non da mero sfondo, ma da lente ermeneutica.

I turbamenti dei due giovani non sono mai disgiunti dalla riflessione sui classici. Corradini interroga i giganti della letteratura, respinge con forza il lirismo passivamente erotico e sensuale di Mimnermo, Lucrezio o Catullo, e tenta di decifrare le inesplicabili dinamiche amorose femminili attraverso i versi del Tasso. Nell'Aminta, confessa l'autore, sembra celarsi il mistero della ritrosia di Beatrice: «La donna fugge e fa ch'altri la prenda, pugna e fa ch'altri la vinca». Tuttavia, l'anelito di Luciano guarda ben più in alto, a quel dantesco «Amor che a nullo amato amar perdona» che pretende, per sua intrinseca natura, reciprocità e dono assoluto. È un'educazione ai sentimenti in cui, mutuando la poetica di Saint-Exupéry nel Piccolo Principe, l’autore ci rammenta che amare significa primariamente «addomesticare», ovvero creare legami impossibili.

Eppure, come accade nelle più fulgide parabole umane, il carteggio con Beatrice non sfocia in un'unione matrimoniale. Ma lungi dal rappresentare un fallimento, quel triennio si rivela una magnifica paideia, un tirocinio spirituale e umano, un «cantiere incredibilmente bello, serio (forse troppo) e terribile» in cui si è forgiato l'uomo adulto, capace di accogliere il vero compimento del suo destino.

La vera, autentica "vita nova" si invera infatti negli anni universitari, all'ombra della Cattolica di Milano, con l'ingresso in scena di Bona Bonomelli. È qui che il sostrato lirico, lungamente allestito, trova la sua luminosa epifania terrena. Alla dichiarazione di Luciano, Bona risponde con una frase di disarmante, candida bellezza, pregna di quel timore reverenziale che si deve alle cose sacre: «Direi che è impossibile, perché sarebbe troppo bello». Da questo stupore germoglia un'unione solidissima, un patto nuziale capace di celebrare il traguardo del mezzo secolo, allietato da figli, nipoti e pronipoti. Da quello struggimento giovanile e da quelle attese, come riconoscerà Luciano scrivendo a Beatrice trentacinque anni dopo, sono nate due famiglie, a testimonianza che nulla, nell'economia dell'amore, va mai sprecato.

 Chiudere le pagine di Incipit Vita Nova significa, in ultima istanza, fare esperienza di un'intensa gratitudine. L'opera di Corradini trascende il perimetro del manifesto pedagogico o del semplice memoir, per farsi reliquiario palpitante di un sentimento che ha saputo sconfiggere l'inesorabile usura del tempo. Ciò che stringe il cuore, in una morsa di dolcissima malinconia, non è soltanto il candore di quei fremiti celati tra le pagine di un quaderno di liceo, ma il miracolo – umanissimo e al contempo intriso di sacro – della loro prodigiosa incarnazione.

In un presente in cui l'amore è sovente declinato al condizionale, assottigliato nella liquidità degli affetti o consumato nella fugacità di un istante, questo libro, che evoca il tempo in cui i sentimenti venivano coltivati con pudore, responsabilità e inesauribile speranza, si leva come un canto coraggioso e struggente. Ci ricorda, con la voce velata dalla tenerezza di chi contempla una vita intera spesa per l'altro, che amare significa farsi custodi instancabili del destino altrui.

 Quel seme gettato con mani tremanti in una lontana primavera del 1952 non si è disperso nel vento dei decenni, ma si è fatto radice, quercia, dimora. Così, l'ultima riga di questo carteggio non segna un congedo, ma un nuovo, inestinguibile incipit. Corradini ci consegna il legato di una certezza che emoziona e lascia senza parole: il quotidiano donarsi non è rinuncia, bensì il solo, magnifico telaio su cui l'anima umana possa tessere la propria luce. Un piccolo capolavoro di grazia che ci prende per mano e ci invita, sommessamente, a non smettere mai di avere sete d'eterno e a non temere la vertigine di quel “per sempre”.

Franco Mileto

 Corradini


sabato 21 marzo 2026

LA POESIA, UN VALORE DA COLTIVARE

 


Poesia: 
un toccasana 
per mente
 e cuore


La Giornata Mondiale della Poesia si celebra il 21 marzo di ogni anno, istituita dall'UNESCO nel 1999 per promuovere la diversità linguistica, il dialogo interculturale e la diffusione della poesia. La data coincide con l'inizio della primavera, simboleggiando la rinascita della creatività e del pensiero. 

Ecco i punti chiave della ricorrenza:

  • Obiettivi: Sostenere la lettura, la scrittura, la pubblicazione e l'insegnamento della poesia, valorizzandola come forma d'arte essenziale.
  • Significato: Riconosce alla poesia un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo, della comprensione reciproca e della pace.
  • Eventi:

 In tutta Italia, il 21 marzo, si svolgono incontri, reading, contest e iniziative nelle biblioteche, scuole e spazi culturali.

  • Tema 2026: Le celebrazioni spesso si collegano al tema dell'immaginazione e alla forza espressiva della parola, come nel caso degli eventi previsti a Venezia e in altre città italiane. 

La Giornata Mondiale della Poesia è un invito a celebrare i poeti e a riscoprire la poesia come strumento di espressione potente e universale. 

 

La poesia, in alcuni casi considerata la Cenerentola della letteratura e in altri un’arte elitaria e lontana dalla vita quotidiana, nasconde un potere straordinario e può rivelarsi un toccasana per la salute mentale e fisica di chi la scrive e di chi la legge.


di Cristina Moretti

La poesia è un veicolo incantevole che può trasportare l’anima attraverso emozioni, riflessioni e immagini. Non è solo una forma d’arte, ma anche un mezzo di espressione personale e di connessione umana. Tuttavia, oltre al suo fascino estetico, la poesia ha dimostrato di avere profondi effetti benefici sia per coloro che la scrivono che per coloro che la leggono. Esploriamo insieme questo straordinario potere trasformativo.

Per chi le scrive o vuole provarci

Scrivere poesie è un atto di intima riflessione e creatività. Qui, nella quiete delle parole e delle metafore, gli autori trovano uno spazio sicuro per esplorare i recessi della propria anima. Tra i benefici che gli scrittori possono trarre dalla poesia c’è sicuramente la possibilità di trovare un canale attraverso cui esprimere la propria emotività. La poesia, infatti, offre uno sfogo emotivo senza restrizioni. Gli scrittori possono riversare le proprie emozioni sulla pagina, liberandosi del peso che potrebbero portare dentro di sé.

Può stimolare la creatività: la ricerca di parole, immagini e metafore per esprimere le proprie emozioni e idee richiede un esercizio creativo che può portare a nuove intuizioni e soluzioni in altri ambiti della vita. La poesia sfida i confini della grammatica e della struttura. Gli scrittori sono liberi di giocare con le parole, creare nuove forme e sperimentare con linguaggio e ritmo.

Favorisce, inoltre, l’introspezione e riflessione: immergersi nei propri pensieri e sentimenti attraverso la scrittura aiuta a conoscersi meglio e a dare un senso alle proprie esperienze. Scrivere poesie richiede un’attenta riflessione. Gli autori si immergono in questioni esistenziali, esplorando la bellezza e il dolore della vita, portando alla luce nuove prospettive e significati. Attraverso la scrittura poetica, gli autori possono scoprire nuovi aspetti di sé stessi. Esplorando le proprie esperienze, speranze e paure, possono acquisire una maggiore comprensione del proprio essere interiore.

Tra i vantaggi del cimentarsi nella scrittura ci sono anche la riduzione dello stress e il miglioramento dell’autostima: scrivere poesie può essere un modo per sfogare le emozioni negative e trovare sollievo dalle preoccupazioni quotidiane. Dare forma alle proprie idee e vederle tradotte in versi può aumentare la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.

Per chi le legge

La poesia non è solo per coloro che la scrivono; è anche per coloro che la leggono. Attraverso le sue sfumature linguistiche e le sue immagini evocative, la poesia offre una gamma di benefici a cui spesso non si pensa.

La poesia risveglia l’immaginazione e arricchisce il vocabolario: le immagini evocative e il linguaggio poetico trasportano il lettore in mondi nuovi e stimolano la fantasia. Essa espone a un linguaggio più ricercato e complesso, che può ampliare il bagaglio linguistico del lettore. Ne deriva un’importante stimolazione mentale: l’arte della poesia richiede una partecipazione attiva da parte del lettore. Interpretare le metafore, analizzare le strutture e immergersi nel linguaggio poetico stimola la mente e incoraggia la creatività.

La poesia è un vero e proprio esercizio per il cervello; attiva aree diverse del cervello rispetto alla prosa. Stimola il lato destro, coinvolto nella memoria autobiografica, mescolando esperienza sensoriale ed emotiva.

La poesia sa toccare le corde più profonde dell’animo umano, provocando commozione, gioia, riflessione. Immergendosi nelle parole del poeta, il lettore impara a calarsi nei panni degli altri e a comprendere le loro emozioni. Leggere poesie può aiutare i lettori a sviluppare una maggiore empatia e comprensione per gli altri. Attraverso le esperienze condivise nelle poesie, si crea una connessione emotiva che supera le differenze individuali.

Ispirazione idee per la propria crescita personale possono arrivare dalla lettura. Le poesie possono ispirare nuove idee, rivelare nuove prospettive e offrire conforto o speranza nei momenti bui. A volte fungono da specchio per l’anima. Leggendo le esperienze e le riflessioni degli altri, i lettori possono imparare più su se stessi e sulle proprie reazioni al mondo. Con le giuste parole e immagini, una poesia può trasformare la nostra visione del mondo. La sua capacità di trasmettere immagini e sentimenti supera altre forme letterarie.

Da non sottovalutare la sua capacità di creare comunità: leggere testi poetici ad alta voce dei testi poetici, spesso in occasione di slam, unisce competizione e arte. I concorsi di letture poetiche in diverse città coinvolgono molte persone, sia come lettori che semplici ascoltatori.

Per i più piccoli

Leggere poesie con i bambini e leggerle loro fin dalla più tenera età fornisce maggiori stimoli per le loro capacità di linguaggio. Giocando con le parole, i bambini migliorano le connessioni cerebrali e arricchiscono il proprio vocabolario.

La poesia è un’arte dalle mille sfaccettature che può donare benessere a chi la pratica. Che si scriva o si legga, la poesia può arricchire la nostra vita in modi inaspettati, come questi bellissimi versi di Alda Merini, una delle mie poetesse preferite.

Desiderio d’amore

Lei desiderava un sorriso 
una musica muta
una riva di mare
per bagnarsi
il suo amore impossibile.
I suoi piedi nudi e piagati,
i suoi meschini capelli.
Lei ignorava che il ricordo
è un ferro piantato alla porta,
non sapeva nulla
della perfezione del passato,
del massacro delle notti solitarie
non sapeva che il più grande
desiderio
è un niente
che s’inventa stranissime cose,
e vola come un’idea
verso l’enciclopedia
del Paradiso.
Sogna
su un altare di piombo
e frusta strampalati pupazzi
che non portano mai allegria.

(da “Io dormo sola”, Acquaviva, 2005)

ROCCA

venerdì 21 novembre 2025

IL GLOBALISMO AFFETTIVO


Si è svolto l'incontro sul metodo "Globalismo Affettivo" organizzato da AIMC e dall'I.C. Pirandello-Bonsignore di Mazara del Vallo

All'evento presenti Vito De Lillo, autore del metodo, e il regista Michele Pinto

Si è svolto giovedì 20 novembre 2025, presso l'Auditorium Caruso a Mazara del Vallo, un partecipato e interessante incontro formativo sul metodo Globalismo Affettivo per l'avvio alla letto-scrittura, ideato dal maestro Vito De Lillo. L'evento, promosso dall'A.I.M.C. (Associazione Italiana Maestri Cattolici) sezione di Mazara del Vallo in collaborazione con l.C. Pirandello-Bonsignore, ha visto la presenza dell'autore, Vito De Lillo, e del regista Michele Pinto, entrambi giunti dalla Puglia.

Il Globalismo Affettivo è un metodo per l'avvio della letto-scrittura che favorisce l'apprendimento già dalla scuola dell'infanzia. Sono utilizzati diversi canali di apprendimento (uditivo, visivo, emotivo, affettivo relazionale, mimico e iconico gestuale) attraverso l'interazione costante tra corpo, sensi e rappresentazioni mentali, coinvolgendo globalmente la personalità del bambino.

Il metodo è stato scientificamente validato dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bari e dalla Clinica Universitaria di Neuropsichiatria infantile di Bari. L'incontro si è aperto con i saluti della dottoressa Antonina Marino, dirigente scolastico dell'I.C. Pirandello Bonsignore. È seguita la presentazione a cura dell'insegnante Katia Di Stefano, Presidente della sezione AIMC Mazara. Un momento importante è stata la simulazione delle letterine da parte degli alunni di 5 anni del plesso "ex asilo nido" dell'Istituto, che ha mostrato in pratica l'efficacia del metodo.

Successivamente, il dott. Michele Pinto ha presentato un interessante cortometraggio che documenta come i bambini svolgono le attività didattiche col metodo Globalismo Affettivo nelle varie scuole italiane. Infine, l'autore del metodo, De Lillo, ha fornito ai docenti presenti indicazioni metodologiche e suggerimenti didattici per l'attuazione al meglio del suo innovativo approccio all'insegnamento della letto-scrittura. L'evento si è concluso con la chiusura dei lavori e la consegna degli attestati di partecipazione.

Redazione Prima Pagina Mazara

 

 

mercoledì 11 dicembre 2024

ADOLESCENTI. CHI SONO?

 Li conosciamo davvero?

A Roma in una giornata

 di studio educatori ed esperti 

hanno indagato

 la complessità del mondo giovanile. 

Per costruire insieme il futuro

-          -         di ALBERTO GASTALDI

-          «Stare di fronte a loro senza paura di vederli per quello che sono, senza paura d’essere a volte delusi, senza paura di andarli a incontrare là dove sono».

Don Giacomo Pompei, direttore dell’Ufficio per la pastorale della scuola della diocesi di Macerata, vede una priorità nell’azione pastorale accanto ai giovani: conoscerli nella loro realtà, mettendo da parte i pregiudizi o gli schemi preconfezionati, superando gli aspetti problematici per aprirsi allo stupore della novità. Don Giacomo, come aiutante di studio alla Cei, ha infatti partecipato nei giorni scorsi a Roma al seminario “Come mi conosci?”, un momento di ricerca e riflessione sulla realtà giovanile, organizzato dall’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università e dal Servizio nazionale per la pastorale giovanile. Una collaborazione preziosa per comprendere meglio il mondo dei giovani e costruire insieme nuove prospettive. Uno sguardo appassionato che è arrivato attraverso un confronto con i contributi di una decina di ricercatori in diverse materie (sociologia, pedagogia, psicologia, teologia pastorale).

In questa direzione è interessante un’indicazione che è emersa durante un intervento. «Nei ragazzi e nelle ragazze del nostro paese, secondo la ricerca European values studies, è forte la dimensione della ricerca di senso e anche il tentativo di andare un po’ al di là di se stessi. È un dato molto importante - commenta Vera Lomazzi, docente di sociologia generale all’ università di Bergamo - perché lo vediamo in tante dimensioni valoriali, non solo nella dimensione religiosa ma anche nella famiglia, nel lavoro e nell’impegno nella solidarietà». Questa indicazione interpella gli educatori ad assumere uno slancio rinnovato: «Credo sia importante cogliere questa forte richiesta di guida - commenta Lomazzi - che c’è dietro alla ricerca di senso che emerge. Oltre a essere testimoni credibili nei propri ruoli all’interno della comunità, chi educa è fondamentale che proponga esperienze in cui sentirsi riconosciuti come persona, protagonista non solo del proprio futuro ma che attivamente può contribuire al futuro collettivo». La docente lombarda prova a ipotizzare delle direzioni: «Penso in particolare a esperienze concrete di coinvolgimento, informale, su temi significativi per i giovani, come la pace, l’ambiente, la sostenibilità sociale e la lotta alle disuguaglianze, ma anche sperimentare questa attribuzione di senso in forme più strutturate come nelle esperienze di inserimento lavorativo e formazione professionale». Un percorso che inevitabilmente richiede alla comunità educante il coraggio di mettersi in discussione per poter comprendere i giovani con categorie spesso inedite.

«Si può partire dall’offrire più spazio e più tempo ai ragazzi per dare loro parola, far esporre le loro idee, i loro progetti - aggiunge Cecilia Costa, docente di sociologia dei processi culturali all’università di Roma Tre - perché li vediamo spesso bloccati nell’esprimersi. Possono così prendere consapevolezza delle loro potenzialità e assumersi delle responsabiltà». Costa vede nei giovani una carica creativa che si può concretizzare in tante direzioni. « Agli adulti è chiesto - prosegue di offrire loro dei contenuti sostanziosi che siano dei riferimenti certi nei loro percorsi, altrimenti in questa società così frammentata il rischio è che i giovani si perdano. Regna una cultura dell’eterno presente che non aiuta a costruire dei progetti. Si agisce sulla contingenza, in base al sentire, ai bisogni immediati». Giovani ripiegati «di fronte a continue ansie da prestazione - dice don Pompei - però non possiamo fermarci lì. Occorre vederli pieni di promesse. Queste promesse ci impegnano e ci danno il senso della nostra responsabilità» «Spesso - afferma Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università - guardando ai giovani ci fermiamo ai sintomi delle tante manifestazioni di disagio, di dipendenza digitale e invece siamo chiamati ad andare oltre per cercare di intervenire sulle cause, che sono, ad esempio, la solitudine, la mancanza di trascendenza e l’assenza di adulti che siano guide e maestri». Con questo desiderio di fermarsi per pensare e ascoltare la complessità giovanile è stata individuata la collaborazione «tra l’Ufficio della scuola, dell’università e dell’insegnamento della religione - afferma Diaco - che sono luoghi in cui giochiamo fuori casa, nei quali la Chiesa si trova in altri ambienti, in altri contesti e il servizio della pastorale giovanile che a volte magari viene identificato con l’attività interna della Chiesa per i giovani e con i giovani. Possiamo mostrare sempre di più come questi due approcci siano complementari e si debbano integrare per lavorare sempre di più insieme a favore del bene dei giovani».

Aggiunge don Riccardo Pincerato, direttore del Servizio nazionale di pastorale giovanile: «Un seminario che mette insieme più voci, che non per forza sono concordanti, che possono avere anche delle differenze, ci può aiutare a continuare a sognare, a continuare a costruire strade per le nuove generazioni. “Come mi conosci”, scelto come titolo della giornata, rimane allora una domanda aperta e rimane una possibilità che vogliamo offrirci come Chiesa nei nostri territori per continuare a stare in dialogo con la realtà».

Il Servizio nazionale durante l’anno sta offrendo alcune proposte di formazione. Le diocesi sono interpellate a mettersi in movimento. «Serve iniziare a studiare - afferma don Pompei - è fondamentale che anche nelle nostre diocesi si attivino percorsi di ricerca, lasciandosi accompagnare in attività di studio, di riflessione, senza aver paura di perdere tempo o di farsi prendere dalla frenesia dell’organizzare. Coinvolgere persone esperte che ci mettano il cuore, che si impegnino a conoscere la realtà delle nuove generazioni. Direi che forse la ricaduta più grande che possiamo prendere dall’occasione offerta è quella di attivare nelle esperienze locali dei percorsi di ricerca per accompagnare la vita dei giovani».

 

www.avvenire.it

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APPASSIONARE GLI ALUNNI

 

 Appassionare i bambini, insegnando loro a pensare, riscoprendo la bellezza della vita ed imparando da piccoli a gestire le emozioni

Si sottolinea, quindi, l'importanza di un insegnante capace di trasmettere il proprio sapere agli studenti ed al contempo abbastanza carismatico da "affascinare" i giovanissimi, carpendo la loro attenzione ed appassionandoli con lo studio, instaurando un rapporto positivo e cooperativo.

Il rapporto che si instaura tra genitori ed insegnanti appare sempre molto articolato: in tale preciso contesto storico il clima tra famiglie ed istituzioni scolastiche risulta essere teso e ciò comporta delle conseguenze negative in primis nei confronti di bambini e ragazzi.

I genitori, sempre più assenti e desiderosi di demandare ad altri il loro compito educativo, trascurano i loro figli, non ritagliandosi più uno spazio per ascoltarli, per trascorrere del tempo assieme, così da comprendere fino in fondo quali sono le loro aspirazioni ed ambizioni. Il rapporto genitore/figlio ha subito una profonda metamorfosi ed anche in tal caso il mutamento è avvenuto in senso peggiorativo.

A tal riguardo il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti coglie l'occasione per esprime il suo pensiero, rispondendo ad alcune domande che gli sono state poste proprio da un docente.

Non si comprende perché quell'alleanza educativa, quel confronto costruttivo tra genitori ed insegnanti, che dovrebbe rappresentare il presupposto imprescindibile per garantire ai giovani autonomia e senso di responsabilità, col tempo si sia perduto, compromettendo spesso anche l'autorevolezza stessa del docente.

In merito a tale aspetto lo psicoanalista Galimberti, in maniera significativa, spiega quali sono i mali della scuola.

"Il primo è costituito dagli insegnanti, molti dei quali o non sanno la loro materia, o non la sanno comunicare nel modo giusto, o non sono abbastanza carismatici da affascinare i ragazzi che, solo se affascinati, trovano gusto e passione per lo studio. Quando si ha carisma, da cui scende un'automatica autorevolezza, la disciplina non è un problema, e quando lo è, ciò è dovuto al fatto che il professore non è all'altezza del suo compito", queste le parole del filosofo.

Si sottolinea, quindi, l'importanza di un insegnante capace di trasmettere il proprio sapere agli studenti ed al contempo abbastanza carismatico da "affascinare" i giovanissimi, carpendo la loro attenzione ed appassionandoli con lo studio, instaurando un rapporto empatico senza mai trascurare la sua autorevolezza, indispensabile per garantire quella funzione educativa esercitata nei loro confronti.

"Il secondo problema sono i genitori i quali, dopo che non hanno mai detto un no ai loro figli, e mai hanno chiesto loro un sacrificio, per non avere conflitti in famiglia, invece di riprovare la loro condotta indolente (eufemismo per non dir di peggio), riprovano la condotta dei professori che, con le loro valutazioni, richiamano i ragazzi a un minimo (e dico minimo) impegno", così continua la sua riflessione Umberto Galimberti.

Ecco allora che i genitori finiscono per trascurare la loro funzione educativa, diventando "sindacalisti" dei loro figli, pensando così, erroneamente, di guadagnarsi la loro stima ed il loro rispetto, dimenticando però che alla base della relazione che si instaura tra genitore e figlio debba esserci non un rapporto confidenziale ma quell'autorevolezza che guida i giovani nel loro percorso di sviluppo e crescita personale.

Spesso i bambini, sin da piccoli, nella loro stagione dei "perché", pongono delle domande ai loro genitori che fanno pensare, senza però avere mai delle risposte, ma anzi sentendosi rispondere : "Quando sarai grande capirai". Questo comporta che ciò che appare più impegnativo, ciò che richiede profonda riflessione, non abbia ragion d'essere e venga profondamente trascurato. Ciò determina conseguenze deleterie: si avranno ragazzi superficiali ed incapaci di affrontare responsabilmente qualsiasi problema.

Ecco allora la necessità di ritornare ad appassionare i bambini, insegnando loro a pensare, riscoprendo la bellezza della vita ed imparando da piccoli a gestire il dolore. Solo in tale maniera sarà possibile crescere in maniera sana ed equilibrata, sviluppando la capacità di relativizzare il dolore ed acquisendo tutti gli strumenti per andare avanti e costruire il proprio futuro all'insegna delle proprie passioni ed ambizioni, senza mai mollare, demoralizzarsi o abbattersi.

 

 

sabato 7 dicembre 2024

SINDROME ITALIANA

  

«La società italiana 

al 2024» del 58°

 Rapporto Censis 

sulla situazione 

sociale del Paese


Sindrome italiana

La sindrome italiana è la continuità nella medietà, in cui restiamo intrappolati: né capitomboli rovinosi nelle fasi recessive, né scalate eroiche nei cicli positivi. Ma nasconde una insidia. Se il ceto medio si sfibra (i redditi sono inferiori del 7% rispetto a vent’anni fa) fermenta l’antioccidentalismo e si incrina la fede nelle democrazie liberali, nell’europeismo e nell’atlantismo: il 66% degli italiani incolpa l’Occidente dei conflitti in corso e solo il 31% è d’accordo con il richiamo della Nato sull’aumento delle spese militari. Intanto si infiamma la guerra delle identità sessuali, etnico-culturali, religiose, in lotta per il riconoscimento. Mentre è in atto una mutazione morfologica della nazione (l’Italia è prima in Europa per acquisizioni di cittadinanza: +112% in dieci anni). Siamo preparati culturalmente? Nel Paese degli ignoranti, per il 19% Mazzini è stato un politico della prima Repubblica e per il 32% la Cappella Sistina è stata affrescata da Giotto o da Leonardo. Ecco i conti che non tornano nel sistema-Italia: più lavoro e meno Pil, turismo su e industria giù, carenza di personale e ipoteche sul welfare. Giovani: i disagiati e i salvati.

 Intrappolati nella sindrome italiana. Se a prima vista il 2024 potrebbe essere ricordato come l’anno dei record (il record degli occupati e del turismo estero, ma anche il record della denatalità, del debito pubblico e dell’astensionismo elettorale), un’analisi approfondita ci consegna una immagine più aderente alla reale situazione sociale del Paese. La sindrome italiana è la continuità nella medietà, in cui restiamo intrappolati. Il Paese si muove intorno a una linea di galleggiamento, senza incorrere in capitomboli rovinosi nelle fasi recessive e senza compiere scalate eroiche nei cicli positivi. Anche nella dialettica sociale, la sequela di disincanto, frustrazione, senso di impotenza, risentimento, sete di giustizia, brama di riscatto, smania di vendetta ai danni di un presunto colpevole, così caratteristica dei nostri tempi, non è sfociata in violente esplosioni di rabbia. Ci flettiamo come legni storti e ci rialziamo dopo ogni inciampo, senza ammutinamenti. Ma la spinta propulsiva verso l’accrescimento del benessere si è smorzata. Negli ultimi vent’anni (2003-2023) il reddito disponibile lordo pro-capite si è ridotto in termini reali del 7,0%. E nell’ultimo decennio (tra il secondo trimestre del 2014 e il secondo trimestre del 2024) anche la ricchezza netta pro-capite è diminuita del 5,5%. La sindrome italiana nasconde non poche insidie. L’85,5% degli italiani ormai è convinto che sia molto difficile salire nella scala sociale.

La guerra delle identità. All’erosione dei percorsi di ascesa economica e sociale del ceto medio corrisponde una crescente avversione ai valori costitutivi dell’agenda collettiva del passato: il valore irrinunciabile della democrazia e della partecipazione, il conveniente europeismo, il convinto atlantismo. Il tasso di astensione alle ultime elezioni europee ha segnato un record nella storia repubblicana: il 51,7% (alle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, nel 1979, l’astensionismo si fermò al 14,3%). Per il 71,4% degli italiani l’Unione europea è destinata a sfasciarsi, senza riforme radicali. Il 68,5% ritiene che le democrazie liberali non funzionino più. E il 66,3% attribuisce all’Occidente (Usa in testa) la colpa dei conflitti in corso in Ucraina e in Medio Oriente. Non a caso, solo il 31,6% si dice d’accordo con il richiamo della Nato sull’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil. In una società che ristagna, e che si è risvegliata dall’illusione che il destino dell’Occidente fosse di farsi mondo, le questioni identitarie sostituiscono le istanze delle classi sociali tradizionali e assumono una centralità inedita nella dialettica socio-politica. Ora si ingaggia una competizione a oltranza per accrescere il valore sociale delle identità individuali etnico-culturali, religiose, di genere o relative all’orientamento sessuale, secondo una ricombinazione interclassista. La rivalità delle identità e la lotta per il riconoscimento implicano l’adozione della logica «amico-nemico»: il 38,3% degli italiani si sente minacciato dall’ingresso nel Paese dei migranti, il 29,3% prova ostilità per chi è portatore di una concezione della famiglia divergente da quella tradizionale, il 21,8% vede il nemico in chi professa una religione diversa, il 21,5% in chi appartiene a una etnia diversa, il 14,5% in chi ha un diverso colore della pelle, l’11,9% in chi ha un orientamento sessuale diverso. Se il ceto medio si sfibra, il Paese non è più immune al rischio delle trappole identitarie.

La mutazione morfologica della nazione. Mentre il dibattito politico si arrovella sui criteri normativi da adottare per regolare l’acquisizione della cittadinanza, il 57,4% degli italiani ritiene che l’«italianità» sia cristallizzata e immutabile, definita dalla discendenza diretta da progenitori italiani, per il 36,4% è connotata dalla fede cattolica, per il 13,7% è associata a determinati tratti somatici. Intanto, negli ultimi dieci anni sono stati integrati quasi 1,5 milioni di nuovi cittadini italiani, che prima erano stranieri. L’Italia si colloca al primo posto tra tutti i Paesi dell’Unione europea per numero di cittadinanze concesse (213.567 nel 2023). Con un numero molto più alto delle circa 181.000 in Spagna, 166.000 in Germania, 114.000 in Francia, 92.000 in Svezia, le acquisizioni della cittadinanza italiana nel 2022 ammontavano al 21,6% di tutte le acquisizioni registrate nell’Ue (circa un milione). E il nostro Paese è primo anche per il totale cumulato nell’ultimo decennio (+112,2% tra il 2013 e il 2022).

Il Paese degli ignoranti. Siamo culturalmente preparati al salto d’epoca? La mancanza di conoscenze di base rende i cittadini più disorientati e vulnerabili. Per quanto riguarda il sistema scolastico, non raggiungono i traguardi di apprendimento in italiano: il 24,5% degli alunni al termine delle primarie, il 39,9% al termine delle medie, il 43,5% al termine delle superiori (negli istituti professionali il dato sale vertiginosamente all’80,0%). In matematica: il 31,8% alle primarie, il 44,0% alle medie e il 47,5% alle superiori (il picco si registra ancora negli istituti professionali, con l’81,0%). Il 49,7% degli italiani non sa indicare correttamente l’anno della Rivoluzione francese, il 30,3% non sa chi è Giuseppe Mazzini (per il 19,3% è stato un politico della prima Repubblica), per il 32,4% la Cappella Sistina è stata affrescata da Giotto o da Leonardo, per il 6,1% il sommo poeta Dante Alighieri non è l’autore delle cantiche della Divina Commedia. Mentre si discute di egemonia culturale, per molti italiani si pone invece il problema di una cittadinanza culturale ancora di là da venire (del resto, per il 5,8% il «culturista» è una «persona di cultura»). Nel limbo dell’ignoranza possono attecchire stereotipi e pregiudizi: il 20,9% degli italiani asserisce che gli ebrei dominano il mondo tramite la finanza, il 15,3% crede che l’omosessualità sia una malattia, il 13,1% ritiene che l’intelligenza delle persone dipenda dalla loro etnia, per il 9,2% la propensione a delinquere avrebbe una origine genetica (si nasce criminali, insomma), per l’8,3% islam e jihadismo sono la stessa cosa.

I conti che non tornano: più lavoro, meno Pil. Molti conti non tornano nel sistema-Italia e molte equazioni rimangono irrisolte. Nonostante i segnali non incoraggianti circa l’andamento del Pil, il numero degli occupati si è attestato a 23.878.000 nella media dei primi sei mesi dell’anno, con un incremento di un milione e mezzo di posti di lavoro rispetto all’anno nero della pandemia e un aumento del 4,6% rispetto al 2007. Ma la distanza tra il tasso di occupazione italiano (siamo ultimi in Europa) e la media europea resta ancora significativa: 8,9 punti percentuali in meno nel 2023. Se il nostro tasso di attività fosse uguale a quello medio europeo, potremmo disporre di 3 milioni di forze di lavoro aggiuntive, e se raggiungessimo il livello europeo del tasso di occupazione, supereremmo la soglia dei 26 milioni di occupati: 3,3 milioni in più di quelli registrati nel 2023.

Il turismo su, l’industria giù. La produzione delle attività manifatturiere italiane è entrata in una spirale negativa: -1,2% tra il 2019 e il 2023. Il raffronto dei primi otto mesi del 2024 con lo stesso periodo del 2023 rivela una caduta del 3,4%. Invece le presenze turistiche in Italia hanno raggiunto i 447 milioni nel 2023, con un incremento del 18,7% rispetto al 2013. L’aumento più evidente nel decennio è attribuibile alla componente estera (+26,7%), che si colloca sui 234 milioni di presenze, ma il turismo domestico è comunque cresciuto del 10,9%. A Roma le presenze turistiche nel 2023 hanno superato i 37 milioni. In termini di produttività, nel periodo 2003-2023 le attività terziarie registrano però una riduzione del valore aggiunto per occupato dell’1,2%, mentre l’industria mostra un aumento del 10,0%.

L’Italia a corto di. Nel 2023 la quota di figure professionali di difficile reperimento rispetto ai fabbisogni delle imprese è arrivata al 45,1% del totale delle assunzioni previste (era pari al 21,5% nel 2017). È aumentato soprattutto il peso delle figure difficili da reperire per esiguità dei candidati: dal 9,7% del totale delle assunzioni previste nel 2017 al 28,4% nel 2023. Tra gli under 29 anni, sono di difficile reperimento per esiguità dei candidati il 34,1% delle professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione e il 33,3% delle professioni tecniche. Nel 38,9% dei casi non si riescono a trovare giovani che vogliano fare gli artigiani, gli agricoltori o gli operai specializzati. Specialisti e tecnici della salute sono ormai la primula rossa del mercato del lavoro. Il ridotto numero di candidati riguarda ben il 70,7% della domanda di lavoro per infermieri e ostetrici, il 66,8% per i farmacisti e il 64,0% delle posizioni aperte per il personale medico. Ristoratori e albergatori non riescono a trovare soprattutto cuochi (il tasso di irreperibilità per ridotto numero di candidati è salito al 39,1%) e camerieri (35,3%). La carenza di candidati riguarda anche gli idraulici (il 47,7% delle assunzioni previste) e gli elettricisti (40,2%).

Il divorzio tra città e campagne. Si acuisce il problema della rarefazione dei servizi e delle infrastrutture di coesione sociale presenti sul territorio. Se in Italia le famiglie che sperimentano difficoltà nel raggiungere una farmacia sono il 13,8% del totale (3,6 milioni) e per accedere a un Pronto soccorso sono il 50,8% (13,3 milioni), nel caso dei residenti in comuni fino a 2.000 abitanti le difficoltà riguardano rispettivamente il 19,8% e il 68,6% delle famiglie. Sono poco più di 8 milioni le famiglie italiane per cui è difficile raggiungere un commissariato di polizia o una stazione dei carabinieri. Per più di un quinto è difficile raggiungere un negozio di generi alimentari o un mercato. Ma per il 54,9% delle famiglie che vivono nei piccoli comuni anche l’accesso a un supermercato si rivela difficoltoso.

Le ipoteche sul welfare. Tra il 2013 e il 2023 si è registrato un aumento del 23,0% in termini reali della spesa sanitaria privata pro-capite, che nell’ultimo anno ha superato complessivamente i 44 miliardi di euro. Al 62,1% degli italiani è capitato almeno una volta di rinviare un check up medico, accertamenti diagnostici o visite specialistiche perché la lista di attesa negli ambulatori del Servizio sanitario nazionale era troppo lunga e il costo da sostenere nelle strutture private era considerato troppo alto. Al 53,8% è capitato di dover ricorrere ai propri risparmi per pagare le prestazioni sanitarie necessarie. Sul fronte previdenziale, il 75,7% pensa che non avrà una pensione adeguata quando lascerà il lavoro. In particolare, è l’89,8% dei giovani ad avere questa certezza.

Giovani: i disagiati e i salvati. Il 58,1% dei giovani di 18-34 anni si sente fragile, il 56,5% si sente solo, il 51,8% dichiara di soffrire di stati d’ansia o depressione, il 32,7% di attacchi di panico, il 18,3% accusa disturbi del comportamento alimentare, come anoressia e bulimia. Solo in alcuni casi si arriva a una vera patologia conclamata: un giovane su tre (il 29,6% del totale) è stato in cura da uno psicologo e il 16,8% assume sonniferi o psicofarmaci. Ma c’è anche una maggioranza silenziosa fatta di giovani che mettono in gioco strategie individuali di restanza o rilancio per assicurarsi un futuro migliore, in Italia o all’estero. Dal 2013 al 2022 sono espatriati circa 352.000 giovani tra i 25 e i 34 anni (più di un terzo del totale degli espatri). Di questi, più di 132.000 (il 37,7%) erano in possesso della laurea. Negli anni i laureati sono aumentati: nel 2013 erano il 30,5% degli emigrati dall’Italia, nel 2022 erano diventati il 50,6% del totale.

L’imbuto dei patrimoni. Si profila all’orizzonte un imponente passaggio intergenerazionale di ricchezza. Uno degli effetti nascosti della denatalità che da molti anni preoccupa il Paese è che, a causa della prolungata flessione delle nascite, il numero degli eredi si riduce, quindi in prospettiva le eredità si concentrano. Oggi le famiglie della «generazione silenziosa» (i nati prima della Seconda guerra mondiale) e del baby boom (i nati tra il dopoguerra e i primi anni ’60) detengono insieme il 58,3% della ricchezza netta delle famiglie. In attesa ci sono parte della «generazione X» (i nati tra il 1965 e il 1980), i millennial e la «generazione Z» (i nati negli ultimi decenni dello scorso secolo e nei primi anni del nuovo millennio). Quale sarà l’effetto psicologico su coloro che sanno di essere destinatari di un atto di successione? Forse una ridotta propensione al rischio imprenditoriale, compressa dalle aspettative dei potenziali rentier.

Il florido mercato della sicurezza. Il numero dei reati commessi in Italia ha conosciuto nel tempo una costante e prolungata riduzione. Nel 2023 però si è registrato un aumento dei reati del 3,8% rispetto all’anno precedente e dell’1,7% rispetto all’anno pre-Covid 2019. È presto per dire se si tratta di una fase congiunturale o di una inversione di tendenza. Benché gli episodi di criminalità facciano molta impressione nell’opinione pubblica, in quanto i reati sono concentrati nelle aree urbane, a livello nazionale gli omicidi volontari sono però diminuiti dai 502 del 2013 ai 341 del 2023 (-32,1%), le rapine sono scese nel decennio da 43.754 a 28.067 (-35,9%), i furti nelle abitazioni si sono ridotti da 251.422 a 147.660 (-41,3%). Ma tra gli italiani aumenta l’insicurezza e il bisogno di sentirsi protetti. L’85,5% possiede almeno un dispositivo per la difesa della propria abitazione e il 50,1% investirà di più nella sicurezza domestica negli anni a venire. Oggi in Italia sono quasi 1,7 milioni le persone che detengono regolarmente un’arma da fuoco. Se si considerano i loro nuclei familiari, si possono stimare in 3,7 milioni (pari al 6,3% della popolazione) le persone che hanno una pistola a portata di mano e potrebbero utilizzarla, per sbaglio o intenzionalmente. Il 43,6% degli italiani pensa che sparare a un malintenzionato che si introduce in casa per rubare dovrebbe essere considerato un atto legalmente legittimo.

Le asimmetrie delle emozioni: i luoghi delle relazioni e la solitudine tra le pareti domestiche. Dopo l’esperienza traumatica della pandemia, è sempre più evidente il ritorno alla convivialità e alla frequentazione dei luoghi pubblici. Il 58,8% degli italiani incontra gli amici durante il tempo libero almeno una volta alla settimana. Il dato sale tra i giovani, con punte intorno al 90% tra chi ha dai 15 ai 19 anni, mentre è evidente una rarefazione delle relazioni tra le persone anziane. Nel 2023 si sono registrate più di 10 milioni di presenze alle 2.397 fiere organizzate in Italia: +16,3% rispetto all’anno precedente. Aumenta la partecipazione ai concerti, con oltre 28 milioni di presenze (+70,1% rispetto al 2019). La casa invece può diventare il luogo della solitudine. Nel 2023 le persone sole hanno superato gli 8,8 milioni (+18,4% dal 2013). I vedovi (3,1 milioni) costituiscono il 34,8% delle persone sole, i single (celibi e nubili o separati e divorziati) sono il 65,2% (5,8 milioni).

 

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 CENSIS


venerdì 25 ottobre 2024

ALFABETIZZARE LE EMOZIONI

 


-Crepet, occorre che i giovani ritornino gradatamente a vivere, ad emozionarsi, a sentire. Solo le emozioni più contrastanti aiutano a crescere senza farsi mai annullare dalla paura -

 

“L’alfabetizzazione delle emozioni non può che partire dalla piena riacquisizione di tutti i nostri sensi. La famiglia e la scuola devono aiutare il bambino a prendere possesso di questa sua.”

 L’attività lavorativa connota una parte rilevante del nostro tempo e senza accorgercene questo spesso comporta dei sacrifici: si trascurano le relazioni sentimentali e si assiste ad un “panorama affettivo molto inaridito”.

 L’analfabetismo emotivo, sul quale si sofferma il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, rappresenta un aspetto invalidante sia per gli adulti che per i giovani, l’assenza di emozioni finisce con renderci aridi e privi di sensazioni.

 “Perché i bambini di oggi possano essere uomini e donne sentimentali di domani occorre che la scuola non sia più finalizzata unicamente alla costruzione di un’identità basata sul lavoro ma anche sul non lavoro. Gli insegnanti dovrebbero educare i loro bambini a perdere felicemente e senza sensi di colpa il loro tempo”, queste le parole dello psichiatra.

 Ciò che occorre comprendere fino in fondo è come i nuovi mezzi di comunicazione, attraverso l’avvento del progresso, abbiano completamente modificato e sovvertito il nostro modo di relazionarci, prediligendo appunto una relazione algida e virtuale ad una invece basata sulla vicinanza fisica e sull’affetto reciproco.

 L’affettività degli adolescenti si è profondamente trasformata. Occorre quindi una nuova metodologia pedagogica che sia in grado di farci riscoprire cosa siano le emozioni, le sensazioni.

 “L’alfabetizzazione delle emozioni non può che partire dalla piena riacquisizione di tutti i nostri sensi. La famiglia e la scuola devono aiutare il bambino a prendere possesso di questa sua enorme potenzialità, troppo spesso inibita e rimossa”, sottolinea Crepet nella sua riflessione.

 I genitori hanno completamente dimenticato cosa significhi abbracciare, accarezzare, baciare i loro figli, convinti che la comunicazione presupponga solo il dialogo e l’ascolto, non richiedendo nient’altro.

 Perfino il dolore e la morte vengono espulsi dal mondo affettivo del bambino, così da evitare qualsiasi evento traumatico o dolore ritenuto superfluo.

 In realtà i nostri figli hanno paura delle paure degli adulti e, nonostante questo gioco di parole, tutto ciò rende i giovanissimi sempre più fragili, incapaci di elaborare qualsiasi dolore, ovattati e cresciuti in un mondo dove tutto è edulcorato o semplicemente estremamente facilitato.

 Ed allora sono proprio le emozioni più intense, le paure, la capacità di metabolizzare i momenti più difficili, che permettono di conoscere i nostri limiti, di misurarci con la delusione, ma allo stesso modo di crescere, riappropriandoci della nostra identità.

 Non è semplice ristabilire un equilibrio spesso molto instabile ma occorre gradatamente ritornare a vivere, ad emozionarsi, a sentire; occorre riempire quel vuoto che ci attanaglia e che spesso non ci permette di vivere serenamente.

 I giovanissimi necessitano di guide e porti sicuri: educatori, genitori ed insegnanti, svolgono un ruolo fondamentale nel loro percorso di crescita, supportandoli nelle loro scelte ed aiutandoli a comprendere fino in fondo come superare i momenti più difficili così da non lasciarsi mai travolgere o annullare dalla paura.

 Non bisogna mai desistere, occorre perseveranza e determinazione per poter riscoprire la propria forza: solo in questo modo i giovani impareranno a gestire le emozioni più contrastanti senza percepire quel senso di inadeguatezza o smarrimento ma anzi avendo già sperimentato delle soluzioni alle problematiche che si presenteranno nella loro vita.

 Scuola Oggi

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