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venerdì 27 febbraio 2026

SCUOLE APERTE

 


Scuole Aperte in 10 passi:

 così si riducono 

le disuguaglianze.

Ecco il Vademecum

Le esperienze realizzate a Roma, Bergamo, Bologna e Milano, con oltre 230 istituti coinvolti stanno dimostrando che le Scuole Aperte funzionano: riducono le disparità e moltiplicano le opportunità. Ora vengono messe a sistema, in un vero e proprio Vademecum zeppo di dati, racconti e analisi delle criticità e delle possibili soluzioni. L’obiettivo? Rendere le Scuole Aperte una leva strutturale delle politiche educative

di Chiara Ludovisi

Scuole aperte il pomeriggio e anche nei mesi estivi, non solo come spazio di socialità e di crescita per i ragazzi e le ragazze, ma anche come presidio sociale e culturale sul territorio: sono circa 230, ad oggi, gli istituti comprensivi coinvolti nel progetto avviato dai comuni di Roma, Milano, Bologna e Bergamo. 

Oggi quelle esperienze, nate in contesti e momenti diversi, vengono messe a sistema e diventano un vero e proprio Vademecum (qui la versione integrale), che racconta in 10 punti cosa siano le Scuole Aperte e in 70 pagine «perché ne abbiamo bisogno e come realizzarle», come recita il titolo del volume. 

Il documento è stato presentato questa mattina a Roma, in un incontro patrocinato da Anci, alla presenza di rappresentanti istituzionali – tra cui il sindaco di Roma Gualtieri e gli assessori alla Scuola dei diversi comuni coinvolti – e del Terzo settore.

Le Scuole Aperte sono poli che irradiano valori e senso di comunità e aiutano a ridurre diseguaglianze, perché la scuola è generatore di pari opportunità e irradiatore di civiltà

«A Roma abbiamo impiantato solidamente questo modello, che è straordinario, perché valorizza e rafforza il ruolo delle scuole anche per il rapporto biunivoco con il quartiere e il territorio, valorizzando ricchezza associativa e portando la scuola fuori dalle sue mura», ha detto in apertura il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. «Le scuole diventano così poli che irradiano valori e senso di comunità e aiutano a ridurre diseguaglianze, perché la scuola è generatore di pari opportunità e irradiatore di civiltà. Farle vivere e sostenerle per noi è una priorità».

«Scuole Aperte è una visione in cui si cerca di far percepire il valore della scuola come presidio di comunità», spiega Elena Carnevali, sindaca di Bergamo e delegata Anci all’Istruzione e Politiche educative. «Da anni si parla di Scuole aperte, che oggi sono diffuse in molte parti del territorio. Qui si crea reciprocità tra territorio e scuola e quest’ultima si trasforma in bene comune, che da un lato supporta la comunità, dall’altro recupera la sua funzione cardine di accompagnamento dei giovani verso la scelta del proprio futuro», ha detto.

Le scuole e i servizi educativi, dal canto loro, non sono solo erogatori di prestazione, ma presidi di prossimità e spazi quotidiani di costruzione di fiducia, di equità e di possibilità

Elena Carnevali, sindaca di Bergamo

Carnevali ha poi fatto riferimento al contesto attuale: «Viviamo un tempo in cui Comuni e scuole non sono semplicemente chiamati ad applicare norme e gestire servizi, ma a ricomporre senso dentro un sistema educativo più complesso, più fragile e al tempo stesso più necessario. È qui che si gioca parte decisiva del futuro delle nostre comunità».

Per questo, ha detto ancora, «la cura delle relazioni, dei tempi e degli spazi della crescita è un investimento pubblico strutturale. I Comuni non sono meri soggetti attuatori ma snodi di regia, luoghi in cui si tengono insieme politiche educative, sociali, scelte urbanistiche, risorse e alleanze territoriali. Le scuole e i servizi educativi, dal canto loro, non sono solo erogatori di prestazione, ma presidi di prossimità e spazi quotidiani di costruzione di fiducia, di equità e di possibilità. Sappiamo che la fatica è diffusa, perciò momenti come questo di oggi servono non solo a celebrare ciò che funziona ma anche a nominare e leggere insieme le tensioni e chiederci cosa va tenuto fermo quando tutto cambia. E cosa invece va ripensato».

Tante diverse esperienze, quelle delle Scuole Aperte, accomunate dallo stesso obiettivo, come spiega l’assessora alla Scuola di Roma Capitale, Claudia Pratelli: «Contrastare le disuguaglianze educative non con interventi emergenziali o individualizzanti, ma rafforzando i luoghi dell’educazione, costruendo alleanze stabili tra scuola, enti locali, terzo settore, comunità educanti, riconoscendo il valore del lavoro educativo che si svolge anche oltre il tempo strettamente curricolare».

Una visione contraria, quindi, a quella che «riduce la scuola a uno spazio chiuso, da proteggere magari con i metal detector, o che immagina l’educazione come un fatto privato, delegato alle risorse delle singole famiglie. Noi crediamo nella scuola pubblica come cardine della democrazia, capace di generare coesione, partecipazione e opportunità reali, soprattutto nei contesti più fragili. In questa sfida, che richiama le istituzioni alle proprie responsabilità e ai propri compiti, oggi abbiamo segnato un punto, mettendo a disposizione uno strumento utile non solo ai comuni promotori, ma ancor di più alle amministrazioni che si stanno avvicinando a questa possibilità e guardano a questa esperienza con interesse», conclude Pratelli.

Le Scuole Aperte, in 10 punti

Ma in cosa consistono, concretamente, le Scuole Aperte? Il Vademecum le descrive in 10 punti: 

1.     Sono presìdi civici e culturali: punti di riferimento nei quartieri, luoghi di costruzione di comunità e palestre di cittadinanza attiva. Nascono per contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica, ma anche fragilità sociali e isolamento.

2.     Nascono da un’alleanza educativa tra Ente locale, istituzioni scolastiche e comunità educante. Non sono progetti calati dall’alto, ma percorsi condivisi negli intenti e nelle strategie.

3.     Superano l’orario scolastico tradizionale: aprono i plessi nel pomeriggio, la sera, nei fine settimana e nei periodi di chiusura – come l’estate – trasformando la scuola in uno spazio vissuto tutto l’anno.

4.     Coinvolgono scuole di ogni ordine e grado, dagli istituti comprensivi alle secondarie di secondo grado.

5.     Sono aperte al territorio per definizione: costruiscono e animano reti con associazioni di genitori e studenti, Terzo settore, servizi territoriali, realtà culturali, artistiche e sportive.

6.     Hanno obiettivi chiari e misurabili: prevenire e contrastare la dispersione scolastica, ampliare le opportunità educative e culturali, rafforzare la coesione sociale e sostenere la conciliazione vita-lavoro delle famiglie.

7.     Garantiscono accessibilità economica: offrono attività gratuite o a costi calmierati, assicurando comunque la gratuità per chi si trova in condizioni di maggiore difficoltà.

8.     Sono inclusive per vocazione: accolgono differenze e fragilità, valorizzano talenti e competenze, riducono le disuguaglianze.

9.     Coinvolgono l’intera comunità: partono da studentesse e studenti ma si aprono a genitori, docenti, abitanti del quartiere, costruendo responsabilità condivisa.

10. Sono laboratori permanenti di innovazione: propongono attività artistiche, sostegno allo studio, sport, ascolto psicologico, innovazione didattica, educazione civica, uscite culturali e percorsi di cittadinanza attiva, adattandosi ai bisogni dei territori.

Scuole Aperte, 4 Comuni e tanto in comune

I contesti in cui le esperienze sono state avviate sono assai diversi, perché diverse sono le caratteristiche delle quattro città. L’obiettivo però è condiviso: trasformare le scuole in punti di riferimento per le comunità.

Ecco una breve carrellata su come il progetto si traduca nei quattro comuni.

A Bergamo, il progetto “Scuole Aperte” ha introdotto attività extrascolastiche come laboratori di potenziamento linguistico, matematico e scientifico, gruppi di studio, laboratori di comunicazione, attività sportive e momenti di socializzazione nei “Club“. Questi spazi offrono un ambiente sicuro e stimolante per i ragazzi, con personale educativo dedicato per studenti con disabilità.  

A Bologna, il progetto “Scuole Aperte tutto l’anno” offre attività di supporto allo studio, corsi, laboratori culturali e sportivi, uscite e percorsi di partecipazione giovanile. ​ Durante l’estate, le attività si concentrano su esperienze all’aperto, escursioni e laboratori creativi. ​

A Milano, le “Scuole Aperte” propongono attività educative, ludiche, sportive e culturali, oltre a corsi di recupero scolastico, laboratori e campus. ​ Durante la pandemia, il progetto ha fornito dispositivi digitali e connessioni internet agli studenti per garantire la continuità educativa. ​

A Roma, il progetto “Scuole Aperte il pomeriggio, la sera e nei weekend” (qui la Mappa della città educante) include corsi di recupero scolastico, laboratori di scrittura creativa, educazione affettiva, spazi di ascolto e attività culturali. ​ Le scuole fungono da presidi educativi e sociali, soprattutto nei quartieri più vulnerabili. ​

I nodi critici e come scioglierli

Aprire le scuole è una sfida che comporta criticità e ostacoli, messi in evidenza anche questi nel Vademecum, insieme alle possibili soluzioni. In sintesi, le principali difficoltà riguardano responsabilità e sicurezza, coinvolgimento del personale, partecipazione delle famiglie e sostenibilità economica.

Rispetto al primo punto, le città hanno predisposto patti di corresponsabilità, coperture assicurative dedicate e linee guida operative condivise. Rispetto alla partecipazione di docenti e dirigenti, questa non è uniforme, ma tavoli permanenti di confronto favoriscono un’alleanza che si rivela funzionale alla buona riuscita del progetto. Anche la co-progettazione e il protagonismo delle associazioni di genitori sono decisivi.

A livello economico, la continuità è la sfida principale: il vademecum suggerisce, a tal proposito, modelli integrati di finanziamento e programmazione pluriennale.

In generale, il tratto comune delle quattro città è l’aver trasformato l’apertura delle scuole in una politica di rete, in cui ente locale, istituzione scolastica e comunità educante condividono obiettivi e strategie. 

 VITA

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mercoledì 11 dicembre 2024

CONDIVIDERE PER CRESCERE

 

La condivisione rafforza i legami sociali, accresce le conoscenze, felicita, feedback degli altri, permettendoci di conoscere meglio noi stessi.

La condivisione rafforza i legami sociali, accresce le nostre conoscenze sul mondo e, fattore forse più importante, elicita il feedback degli altri, permettendoci in qualche modo di vedere e conoscere meglio parti di noi stessi.

Cosa hanno in comune l’uso di Facebook, il cibo e l’attività sessuale? Sembrerà strano, ma tutte e tre queste attività coinvolgono le stesse aree del cervello, quelle legate al senso di gratificazione.

Diversi studi hanno dimostrato che il 30-40% delle conversazioni umane ha come scopo principale quello di fornire agli altri informazioni su di sé o condividere esperienze vissute personalmente (Dunbar, Marriott & Duncan, 1997; Landis & Burtt, 1924). Le ricerche condotte recentemente riguardo all’uso di internet indicano che ben l’80% dei nostri aggiornamenti di stato su Facebook o Twitter consistono in esperienze personali appena vissute (Naaman, Boase, & Lai, 2010).

Questo tasso così alto di “apertura agli altri” (self-disclosure), tipico della nostra specie, deriverebbe da una motivazione molto forte negli esseri umani a condividere i propri pensieri e convinzioni sul mondo: il motivo di questa spinta alla condivisione è che questa viene da noi esperita come una potente fonte di gratificazione personale. In altre parole, raccontiamo volentieri qualcosa di noi perché questo, in qualche modo, ci soddisfa (Tamir & Mitchell, 2012).

Nei decenni precedenti, studi di neuroimaging hanno evidenziato i circuiti cerebrali connessi proprio a questo senso di gratificazione. Sia negli animali sia negli umani il sistema mesolimbico dopaminergico – che include il nucleus accubens (NAcc) e l’area tegmentale ventrale (VTA) – risponde fortemente a stimoli gratificanti primari, come il cibo o il sesso (Hernandez, & Hoebel, 1988), a stimoli secondari, come il denaro (Schott et al., 2008) e persino a gratificazioni sociali come l’osservare come gli altri condividano le loro opinioni, l’esperire l’humor, o ricevere lo sguardo interessato di un membro del sesso opposto (Sabatinelli, Bradley, Lang, Costa, & Versace, 2007; Aharon et al., 2001).

Tamir e Mitchell, del dipartimento di psicologia di Harvard, hanno condotto una serie di studi, combinando tecniche di neuroimaging e metodi comportamentali al fine di testare l’ipotesi che le stesse aree cerebrali componenti il circuito della gratificazione fossero coinvolte anche nel processo di self-disclosure.

Tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI) veniva analizzata l’attività cerebrale dei partecipanti allo studio durante due fasi: una prima fase in cui veniva chiesto ai soggetti di rivelare le proprie opinioni e i propri pensieri agli altri, ed una seconda fase in cui si chiedeva invece di speculare su ipotetiche opinioni o pensieri di un’altra persona.

Gli autori hanno inoltre elaborato un metodo “comportamentale” per rilevare il valore dato dai soggetti all’opportunità di parlare di sé: hanno sviluppato un questionario composto da domande suddivise in tre classi (domande “self”, “others” e “facts”). Ad ogni domanda è stato associato un piccolo guadagno in denaro (variabile da $ 0.01 a $0.04) che i partecipanti ricevevano alla fine dell’esperimento. Le domande di tipo “self” venivano associate ad un guadagno minore. Basandosi sull’ipotesi che dare informazioni personali fosse intrinsecamente gratificante, gli autori si aspettavano che i soggetti fossero disposti a rinunciare a somme di denaro maggiori per rispondere a domande su di sé (es. “Quanto ti piacciono gli sport invernali, come lo sci?”) rispetto che per rispondere a domande “others” (es. “Quanto pensi che a Barack Obama piacciano gli sport invernali, come lo sci?”) e a domande “facts” (es. “Leonardo Da Vinci ha dipinto la Mona Lisa?”).

Gli autori hanno così scoperto che non solo parlare di sé attivava il NAcc bilaterale e la VTA in modo molto più marcato rispetto al parlare di altri, ma anche che i soggetti erano disposti a rinunciare al 17% del guadagno che potevano ottenere per rispondere a domande relative a se stessi.

Il risultato forse più interessante è che il solo pensare introspettivamente a sé stessi era sufficiente a far provare ai soggetti un senso di gratificazione e ad attivare il loro sistema mesolimbico dopaminergico. Tuttavia, il comunicare agli altri i propri pensieri piuttosto che il tenerli per sé ne magnificava l’attivazione.

In altre parole, condividere pensieri ed esperienze con gli altri è per noi tanto importante quanto gratificante, molto più di quanto non accada quando, per motivi di varia natura, non abbiamo l’opportunità di farlo. E questo non dovrebbe sorprendere, dal momento che la condivisione rafforza i legami sociali (Dindia, 2000; Collins & Miller, 1994), accresce le nostre conoscenze sul mondo e, fattore forse più importante, elicita il feedback degli altri, permettendoci in qualche modo di vedere e conoscere meglio parti di noi stessi.

 

IL PIACERE DI CONDIVIDERE

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sabato 30 dicembre 2023

DA UN ANNO ALL'ALTRO


 Quello che trasmetteremo



 -         José Tolentino Mendonça



Frase ricca di speranza, quella che scrisse Albert Camus: «In mezzo ai flagelli ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare». È vero: approfittiamo allora del trascorrere del tempo come di un’opportunità.

Possiamo forse attivare la nostra responsabilità nei confronti di un’ecologia integrale, celebrando un nuovo contratto sociale con la Creazione.

O forse investire nella ricerca di equilibri più soddisfacenti: tra il profitto e il dono, tra la crescita e la sostenibilità, tra l’individuale e il comunitario, tra il diritto a usare e il dovere di riutilizzare, tra il furore della tecnologia digitale e la natura artigianale della nostra umanità.

O forse imparare a interagire in modo più intelligente con la complessità del mondo, ma anche con una più grande disponibilità a meravigliarci della sua disarmante semplicità.

O forse mettere tra le competenze che più ci adoperiamo a esercitare la gentilezza e la fraternità.

O forse, come così chiaramente percepiamo il posto dell’educazione fisica o di quella scientifica, a saper cogliere il posto anche dell’educazione emozionale e spirituale.

O forse, infine, a preoccuparci più di quello che trasmetteremo, che non di quanto erediteremo.

Penso a quel versetto del salmo biblico: «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore».

www.avvenire.it

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martedì 15 marzo 2022

SLIDE: CIO' CHE NON DICONO


 -         di Carlo Fedeli*

-          

Una riflessione sull’utilizzo di PowerPoint approfondisce le implicazioni di questa didattica, oggi diffusamente praticata a scuola, nell’esperienza sia dell’insegnante sia dello studente.

L’uso delle slide è attualmente una pratica didattica molto diffusa a scuola. L’autore guarda in profondità sia l’esperienza del docente che le concepisce, le costruisce e le utilizza come strumento principe della comunicazione con gli studenti sia l’esperienza dello studente che osserva, ascolta e su di esse studia per imparare. Analizza poi i molti aspetti problematici che da questa forma di didattica derivano in ordine alla perdita dell’oralità e della relazione docente-studente. «Oralità, relazione personale e tempo» sono i fattori costitutivi della narrazione, esperienza fondamentale e irrinunciabile per l’insegnamento grazie alle valenze conoscitive ed educative in essa implicate.

Questo contributo intende proseguire la riflessione avviata ne La serietà ontologica dell’ora di lezione, concentrandosi su uno degli interrogativi emersi in alcuni intensi dialoghi con la redazione e diversi collaboratori della rivista.

 Le cifre sintetiche della didattica prevalente nella scuola italiana, già prima del COVID

Se ci domandassimo attorno a quali principi ideali e pedagogici ha preso forma – nel corso degli ultimi venticinque anni, attraverso il combinarsi di molte spinte culturali, accademiche, politiche ed economiche – la didattica oggi prevalente nella scuola italiana, potremmo rispondere indicando i due costrutti teorici della «competenza» e delle «competenze chiave di cittadinanza». Entrambi affondano la loro ideazione e legittimazione in una visione dell’istruzione e della formazione che si vuole sempre più funzionale alle trasformazioni in corso: più nello specifico, a quanto richiesto dai mondi del lavoro, della comunicazione e della governance della società e delle istituzioni. Tale visione ha trovato la sua massima espressione nelle teorie formulate dal movimento della School Effectiveness Research, largamente diffusesi dagli Stati Uniti agli altri paesi a economia avanzata, e ha ispirato in larga misura i disegni di trasformazione dei sistemi scolastici e formativi, non solo su scala internazionale ma anche nel nostro Paese, a partire dalle riforme avviate dai ministri Berlinguer e Moratti e poi ridimensionate dai governi successivi.

Non posso in questa sede entrare nel dettaglio in tali processi, per la ricostruzione dei quali rinvio all’ampia letteratura disponibile2. Mi limito a evidenziare la conseguenza principale che essi hanno avuto sulle modalità d’intendere e di praticare l’insegnamento e l’apprendimento:

«Il progressivo spostamento del lavoro formativo a scuola verso un apprendimento centrato sulle competenze si riflette inevitabilmente anche sulle metodologie di insegnamento. L’espressione «didattica laboratoriale» sintetizza un insieme di proposte metodologiche orientate verso la costruzione attiva del proprio apprendimento da parte dell’allievo, in sintonia con gli orientamenti più recenti della ricerca psico-pedagogica. Prendendo a prestito un’espressione affermatasi in campo internazionale possiamo sintetizzare gli attributi chiave del paradigma socio-costruttivista con l’espressione CSSC learning (De Corte, 2000), per sintetizzare i caratteri che lo contraddistinguono: costruttivo (constructive), autoregolato (self-regulated), situato (situated) e collaborativo (collaborative)»3.

Una riflessione critica su tale evoluzione, sui suoi guadagni e sulle sue aporie e, più in là, da un lato sul paradigma socio-costruttivista, dall’altro sulla traslazione del baricentro della formazione scolastica dall’insegnamento all’apprendimento richiederebbe molto spazio. Vorrei brevemente enunciare due dei principali focus attorno ai quali, a mio giudizio, essa va sviluppata.


Vai al PDF per l’INTERO articolo

 *Carlo M. Fedeli - (Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino)

Il Sussidario


 

martedì 10 settembre 2019

ASSOCIAZIONE: UN PREZIOSO MOSAICO


Nel cammino della vita ciascuno è una risorsa per gli altri e ciascuno - pur coi suoi tanti limiti - è chiamato a interagire generosamente per costruire insieme il bene comune.


Un mosaico è frutto di tanti tasselli che condividono un progetto. 

E' la sapiente interazione di tante tessere, di diverso colore, che rende prezioso e significativo il mosaico.


mercoledì 29 novembre 2017

DIGITALE. UNA RIVOLUZIONE DA CAPIRE E GOVERNARE

Ci manipolano, radicalizzano le idee, ma portano benefici e potenzialità enormi Bisogna essere attrezzati e tradurle in vantaggi per noi e le prossime generazioni Parla Floridi, filosofo dell’informazione a Oxford

di SILVIA CAMISASCA

          «Tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, durante l’amministrazione Clinton, si fece l’errore, non facile da evitare, di trattare le tecnologie digitali alla stregua di utility, beni di servizio come gas o acqua, lasciandole sviluppare senza codici di regolamentazione, non considerando il fatto che mondo digitale e social media creano un ambiente in cui gli individui trascorrono il loro tempo».             Lo spiega Luciano Floridi, direttore di ricerca e docente di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, disciplina di cui è ritenuto fondatore. Nel mondo analogico di radio, tv o giornali, questo non avviene: non si vive 'in tv' o 'sulla radio', ma si naviga 'in rete', si chatta 'on line', a causa della formidabile capacità, propria del digitale, di aprire uno spazio in cui le persone si muovono liberamente. Spazio che nel testo La Quarta Rivoluzione (Cortina Editore, pp. 304, euro 24) Floridi definisce «infosfera».
         Un libro che ben chiarisce che la fase in corso non ci vede né connessi, né off line, ma, siamo in quella zona in cui, per dirla con Floridi, il fiume si getta nel mare e, dunque, «non ha senso chiedersi se l’acqua sia dolce o salata, siamo semplicemente in zone salmastre» conclude il filosofo.
      E di filosofia, di fronte alle sfide etiche, talvolta destabilizzanti, che vorticose innovazioni tecnologiche impongono, c’è un gran bisogno.
       Col paradigma di intelligenza artificiale la fantascienza è sempre di più forza sociale con eserciti di robot che svolgono alcune funzioni molto meglio dell’uomo: leggono le lastre con maggior dettaglio di un radiologo e intervengono con mano più ferma di un chirurgo, esattamente come sono sistemi artificiali a pilotare aerei e a raccogliere istantanee da Marte. La meccanizzazione dell’azione comporta il divorzio - non il matrimonio, come spesso si ritiene - tra intelligenza e azione. Certo da tali progressi tecnologici si trarranno enormi benefici, ma il rischio di rimanere travolti dall’oceano di dati prodotti dall’Ict e dalle infinite nuove opportunità è molto alto. Ancora una volta di fronte all’ondata digitale siamo a un bivio, in cui non è esclusa la possibilità di prendere la via sbagliata, cedendo alla tentazione di credersi al centro dell’universo e non mettendo a servizio dell’umanità questa nuova risorsa.
         Professore, in che senso il rapporto con i nuovi mezzi richiede una grande consapevolezza del cambiamento che portano con sé?
«Il concetto di comunicazione, dalla nascita della scrittura, è legato alle funzioni di registrazione e diffusione di informazioni, ma i sistemi digitali, assolvono anche una terza funzione, 'elaborano' cioè manipolano, automaticamente e autonomamente, gli oggetti che trattano. Inoltre, approcciando i media digitali, l’utente non è più passivo, ma interagisce con essi: si pensi banalmente ai movimenti che compiamo con un cursore. Rielaborazione e interazione, non presenti in epoca analogica e, invece, caratterizzanti l’infosfera digitale, comportano un terzo elemento di novità: il contatto (o contrasto) con agenti non necessariamente umani. In altre parole, molto spesso, la controparte della nostra interfaccia è rappresentata da un software che, altrettanto spesso, è più abile nell’esprimere preferenze e interessi nostri. È come se l’agente artificiale giocasse d’anticipo, selezionando e ordinando gli elementi nel momento in cui, ad esempio, ese- guiamo ricerche in rete».
         Qui si apre la spinosa questione di quanto e come le tecnologie digitali 'pilotino' e condizionino menti e utenti. In che misura è vero?
«È un passaggio delicato: sarebbe più semplice se i social media 'manipolassero' banalmente le persone, invece, l’operazione è più sottile, perché è tesa ad 'agevolare' il nostro lavoro riferendosi alle tracce lasciate nel virtuale dal nostro comportamento passato».
          Si può dire, dunque, che ci condizionano indirettamente, nel momento in cui assecondano i nostri gusti per condurci ancora a loro?
«È proprio così: per offrire un servizio migliore e, presumibilmente, gradito, 'alimentano' le nostre posizioni. Non sfugge, a questo punto, la potenza del digitale di 'radicalizzare' e polarizzare le coscienze, mostrando sempre più loro ciò che già rientra nei propri orizzonti. Nel mondo analogico, ciò avviene più difficilmente: ad esempio, un appassionato di calcio, su un quotidiano trova, oltre alle pagine di stretto interesse sportivo, anche servizi di economia, politica o scienza e, anche scegliendo di trascurarli, di fronte a una proposta che contempla l’eterogeneità, accetta e convive con la diversità, dà per scontato tollerare le passioni degli altri».
        L’individuo, quindi, nella rete finisce sempre più per arroccarsi sulle proprie posizioni, chiudendosi in una sfera personale e ponendo se stesso al centro dell’universo?
«Diciamo che lo sconfinato mondo digitale apre e chiude contemporaneamente le menti e, rispetto all’approccio analogico, richiede molta più consapevolezza e preparazione. Risorse e potenzialità sono enormi, ma bisogna essere ben 'attrezzati' per tradurle in vantaggi, per noi e le prossime generazioni ».
             In un tale mare magnum che ne è dell’etica?
«I principi normalmente chiamati in causa in relazione ai 'danni collaterali' del vivere virtuale sono quelli di privacy e tolleranza e, del resto, le motivazioni sono sotto gli occhi di tutti, come è chiaro che in merito a tali questioni si discute da secoli, ben prima dell’avvento di internet: basta pensare a Locke! Lo scossone etico, secondo me, avviene su un altro piano, perché in rete, non solo ci confrontiamo con agenti 'altri' rispetto all’umano, ma questi gettano una luce diversa su noi stessi: in altre parole, se un robot guida o disegna meglio di noi, siamo 'detronizzati' nel nostro primato, spodestati dalla nostra centralità».
             Anche questo, in verità, non è la prima volta che si verifica.
«Appunto. Già tre volte, con Copernico, Darwin e Freud, nella storia dell’umanità l’uomo ha perso la centralità dell’universo: sono state tre rivoluzioni dalle quali l’individuo è uscito ricollocato in una posizione marginale. Ora, è in corso la quarta rivoluzione, dalla quale emerge un uomo non più al centro della gestione dell’informazione e della comunicazione».
        È la 'Quarta Rivoluzione' che dà il titolo al libro, in cui tutti noi non siamo protagonisti dell’infosfera, pur vivendoci e 'vivendola'?
«Esattamente. È come se organizzassimo una cena, in cui, però, non siamo i festeggiati. Del resto, il soggetto nell’etica classica, è sempre l’Io, mentre l’ottica che andrebbe a ridefinire la posizione contemporanea è quella di un’etica di cura e servizio verso l’altro, in cui all’Io sostituisco, non tanto l’altro, ma la relazione che si salda tra me e ciò che è fuori di me. Questo è già avvenuto in altri campi, ad esempio, la scuola, l’ambiente o la medicina. Cosa significa medicina di servizio, se non che al centro dell’attenzione non è il medico o il chirurgo che opera, ma la cura e la salute del paziente?».
          L’imporsi di una nuova etica non potrebbe, in ultimo, aiutarci?
«Certo, soprattutto, perché ci siamo adagiati sul 'meccanismo' newtoniano di causa-effetto: il processo digitale, invece, procede secondo un rimando di 'link', prevede appunto uno schema reticolare, di nodi e intrecci».
          Di relazioni?
«Esatto: immaginiamo tante strade che si intersecano in una rotonda (l’uomo) dove si incontrano e saldano le relazioni e i rapporti tra gli individui. Come nel caso del matrimonio, al centro non è l’uno o l’altro, ma la relazione, così si estende a tutte le forme che si possano sperimentare nel vissuto. Al centro dell’agire politico non è lo Stato, il partito o il sindaco, ma il tessuto civico tra le varie componenti. E lo stesso nel business o nell’informazione. L’uomo, quindi, è il risultato (un incrocio) di tante relazioni e vari rapporti».
             Nell’ampia zona di acqua dolce-salata, in cui siamo contemporaneamente off e on line.
«Ha detto bene 'ampia zona', perché l’area dell’infosfera è sempre più grande: questo è bene ricordarlo a chi ritiene di poter fare a meno delle tecnologie digitali. Ovviamente è possibile, ma gli 'esclusi' subiranno così un doppio danno: non solo più deboli, perché sprovvisti degli strumenti necessari all’accesso digitale, ma, non godendone i vantaggi, la propria dimensione sarà sempre più determinata, 'decisa' da chi sperimenta e vive il virtuale, usufruendo già anche delle relative opportunità. Questo l’Italia lo dovrebbe tenere presente, considerando che è fanalino di coda, a livello europeo, per apertura alla 'mentalità' digitale: vale per i pagamenti on line come per gli acquisti in rete, per i big data come per i servizi bancari».
           «A cavallo delle rivoluzioni qualcuno paga sempre le spese delle trasformazioni. Occorrerebbe che tutta la società si facesse carico dei costi dell’Intelligenza artificiale?
«Giusto. La profondità e radicalità dei mutamenti impedisce all’attuale generazione di stare al passo degli eventi e a rimanere indietro saranno molti. Non è giusto che chi è escluso oggi, in termini di perdita di ruolo, lavoro e reddito, debba pagare tutte le conseguenze di un beneficio per tutta una civiltà: un beneficio che ha un costo, di cui tutta la società deve farsi carico.


mercoledì 26 luglio 2017

AIMC: SENTINELLE E COSTRUTTORI DI PONTI

     
                                       
 di Giuseppe Desideri

All’indomani dell’ultima Conferenza nazionale del quadriennio, importante tappa di riflessione per il percorso precongressuale, sembra giusto sottolineare la preoccupazione comune a chiunque abbia a cuore il bene associativo di come porsi, quali soci dell’Aimc, di fronte alla complessità sociale e culturale dell’oggi e del prospettato futuro che si ripercuote, inevitabilmente, sulla scuola e sulla professione.
Come orientarsi in tale complessità, come interpretare il ruolo di appartenenti a un’associazione professionale di identità cattolica?
Due mission sono emerse dall’ampiezza e ricchezza della riflessione. Due mission traducibili in immagini ben definite che, non a caso, sono direttamente riconducibili a due inviti pressanti rivolti dal Santo padre ai laici: essere “sentinelle” e “costruttori di ponti”.
In che senso? Dobbiamo essere con le antenne ben vigili nell’oggi, quindi essere attenti osservatori delle cose che succedono, perché mentre noi facciamo le analisi il contesto cambia e, quindi, dobbiamo fare una nuova analisi, entrano in gioco variabili diverse (lo stiamo vedendo: i decreti hanno aperto alcune variabili, altre situazioni creano altre variabili, si verificano tutta una serie di fattori che interagiscono e rendono complesso anche il solo interpretare il nesso di causalità).
Viviamo pienamente il cosiddetto effetto “butterfly”: un provvedimento, un’azione provoca un’onda lunga di processi che produce effetti che dal micro vanno al macrosistemico.
Prendiamo l’esempio della nuova previsione di gestione del segmento “zero-sei” introdotto dal Decreto susseguente la Legge 107/2015. La previsione normativa, che introduce una specifica qualificazione professionale per gli educatori dello 0-3, ha come onda lunga di inferenza il dibattito sul ruolo unico docente che, soprattutto negli ultimi tempi, l’Associazione sta tentando di ri-alimentare tra varie e notevoli resistenze.
Viviamo su diversi e diversificati versanti situazioni in cui dobbiamo ridefinire continuamente la rotta (mentre stiamo guidando l’automobile ci “spostano” l’autostrada) e dobbiamo essere bravi a contestualizzare in progress. È un vero e proprio “cantiere” per costruire ponti. Una pluralità di ponti verso mondi a noi prossimi, ma anche più distanti.
Ponti verso: la famiglia che sicuramente è universo complesso con cui vogliamo e dobbiamo confrontarci. Vediamo i lati deboli della famiglia, ma se ci decentriamo e ne assumiamo i parametri di lettura, vestendo i panni di genitori, riusciamo a vedere i lati deboli e le criticità della scuola, della funzione docente, della professionalità docente.
In mezzo c’è un altro soggetto verso cui tendere un ponte: è l’alunno, lo studente che è nativo digitale, portatore di problematiche varie, bambino o adolescente dell’oggi. Come essere contemporanei a loro con la proposta formativa, con i mezzi educativi, con la significatività dell’apprendimento?
Cambiano i versanti, cambiano le dimensioni e, come Associazione, non possiamo che tendere ponti verso le altre associazioni, le organizzazioni sindacali, i nuovi movimenti e gruppi organizzati e semiorganizzati di colleghi e futuri colleghi. Con tutti abbiamo fili che ci uniscono e altri elementi identitari che, logicamente, ci distinguono, ma sull’attenzione allo studente, alla professione oggi esistono meno distanze di una volta.
Oltre a questo, il ponte verso l’Accademia. Nella nostra lunga storia abbiamo vissuto varie stagioni di rapporti con il mondo dell’università. Oggi stiamo cercando di valorizzare le diverse specificità del sapere accademico e di quello professionale in una sinergia che porti, per esempio in quella iniziale, a promuovere una formazione equilibrata e completa del futuro professionista di scuola.
 Altro ponte è quello verso i territori, nel senso che la specificità dell’AIMC, le quattro dimensioni storiche dell’AIMC sono sempre state quelle dell’essere docenti, essere soci in un corpo associato, essere laici impegnati, essere cittadini.
Per costruire ponti la cosa fondamentale sono le fondamenta. I pilastri di partenza quali sono? Sono i nostri tratti identitari, la nostra laicità impegnata, forte, consapevole che parte logicamente dal Magistero della Chiesa, analizza, studia, riflette, supporta e dà anche basi per la riflessività.
Sempre sui nostri tratti identitari, che sono le fondamenta da cui partiamo per gettare ponti logicamente verso gli altri, c’è il socio, dell’essere un corpo associato e, quindi, il rapporto fra centro e periferia, fra territorialità e nazionalità, fra partecipazione e rappresentatività, che è un problema oggi generalizzato.
Si tratta di attuare una riflessività seria, superando idee e interessi personali, andando verso il bene comune e cercare la strada migliore per la nostra Associazione oggi e per il futuro.
Sarà vero cantiere di democrazia associativa se saremo impegnati in maniera forte e consapevole a tutti i livelli, perché solamente nel collegamento tra territorio e nazionalità riusciamo ad avere il quadro della nostra associazione che è l’Associazione Italiana Maestri Cattolici.
La nostra attenzione, il nostro sforzo devono essere quello di avere coraggio, che significa non dare niente per definito, coraggio delle idee, creatività, coraggio di pensare che, forse, l’idea dell’altro può essere anche migliore della mia o che, probabilmente, l’idea dell’altro unita a una parte della mia idea può essere un’idea diversa dalle due e migliore.

Attenzione, però: le idee hanno bisogno del piano di fattibilità perché se no restano belle idee, ma non cambiano, solo sull’idea non si cambia, il mondo cambia quando un’idea si realizza.

    da il Maestro nn. 5-6/2017

giovedì 18 maggio 2017

NON DARSI BOTTE IN TESTA PER DIALOGARE CON GLI ALTRI. Questa è la vera rivoluzione culturale!

Il compito vero – nei giorni che ad ognuno è dato di vivere – è intendersi con gli altri “senza darsi botte in testa reciprocamente”: Bonhoeffer ne era convinto. Oggi solitudine e isolamento incombono e si rischia di invecchiare e morire prima ancora di crescere. La situazione non ammette semplici spettatori di lotte altrui.
È davvero urgente ricostruire la tessitura della società attraverso una rivoluzionaria cultura del dialogo. Superare la soglia dello specchio e imparare ad arricchirsi della diversità dell’altro è possibile; scoraggiarsi è la più grande tentazione. Non ci sono ricette o facili scappatoie. Si tratta di mettere in dialogo tutte le forze vive, non di vincere sugli altri.
Rispetto a quanto siamo abituati a fare, vera rivoluzione è solo un impegno umile, deciso a pensare, cercare, provare e trovare la propria strada per un confronto reale. Nella trasparenza della fraternità è possibile e anche facile riconoscere semplicemente i propri passi falsi. Purtroppo però è altrettanto facile prenderli a pretesto per discernere quelli degli altri. Così succede che il confine fra lo spirito cordiale e l’ironia è indefinito e raggela il sorriso.
Eppure i rapporti difficili si possono curare. Parola d’ordine evangelica è: “Apriti!” (Mc 7,31-37), lascia che attraverso le tue orecchie entrino in te le voci e i suoni del mondo, le armonie e le dissonanze, le parole e i silenzi… Chiediti che cosa provi e perché. Cerca di capire quello che provano gli altri e perché… E il nodo che ti porti dentro, pian piano, comincia a sciogliersi. Diventa più chiaro dare un nome alle proprie e altrui emozioni e realistico imparare a gestirle in un ‘parlarsi,, che sia via alla fraternità. Vita in realtà è comunicare con la sofferenza e la gioia delle persone; accogliere ciò che chi ‘mi’ vive accanto pensa, sente, desidera…
Se nel rapporto interpersonale si vuole sempre e solo luce, chiarezza, certezza assoluta, forse si vuole dominare più che comunicare. Perché il dialogo autentico non è un caffè istantaneo e non dà effetti immediati. Ma se si parte dalla vita e dalle esigenze dell’altro, qualche strada nuova si apre. Anche nelle situazioni più buie e contraddittorie della storia – ci ha insegnato il cardinal Martini – lo Spirito è all’opera e pone segnali di bene, che chiedono di essere riconosciuti per fondarvi la speranza che non delude.
Mettere la maiuscola all’Altro, significa prendere sul serio le persone, la loro alterità umana, uscire insomma dalle prigioni del narcisismo… Allora nascono i più bei progetti: fragili, reali, sempre aperti al cambiamento…

Non praticheremo mai a sufficienza questo orizzonte profetico nel quale si accolgono le differenze come parte di un cammino comune. Mettersi in condizione di parità con l’altro e non di distanza rende, comunque, possibile offrire – con verità e umiltà – parole che aprono, abbracciano, facilitano, aiutano a sollevare lo sguardo da se stessi.

NON DARSI BOTTE IN TESTA PER DIALOGARE CON GLI ALTRI. Questa è la vera rivoluzione culturale!