Visualizzazione post con etichetta apparenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta apparenza. Mostra tutti i post

sabato 9 novembre 2024

OLTRE L'APPARENZA


 10 novembre 2024

XXXII domenica nell’anno
Marco 12,38-44

 Commento di Sabino Chialà

In quel tempo 38 Gesù diceva nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». 41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».


Il brano evangelico di questa domenica si compone di due brevi racconti che narrano scene molto diverse tra loro. Un elemento di aggancio, suggerito da alcuni esegeti, è puramente formale: la menzione delle vedove derubate dagli scribi (v. 40) e di una vedova che Gesù loda perché capace del vero dono (v. 44).

Ma collocati l’uno accanto all’altro questi due episodi sono proposti per un confronto, per coglierne gli opposti atteggiamenti che denotano. Nella prima scena degli scribi dai quali Gesù chiede ai discepoli di guardarsi (v. 38); nella seconda, una vedova povera che invece il Maestro indica loro come esempio (v. 43). Si tratta dunque di guardarsi dai primi e di imitare l’ultima.

Diversamente dagli altri vangeli, Marco non si dilunga in critiche nei confronti degli scribi. Nel secondo vangelo non abbiamo le articolate requisitorie presenti negli altri due vangeli Sinottici (Mt 23,1-36 e Lc 11,37-52; 20,45-47). Tuttavia, nella sua essenzialità, anche il Gesù raccontato da Marco coglie e mette in guardia da quella che considera una tentazione frequente nell’uomo religioso di ogni tempo, latitudine e credo: occupare il centro e servirsi anziché servire. Esattamente l’opposto di quello che la vedova farà, secondo quanto narrato nel seguito del racconto.

Degli scribi, che pure sono gli esperti della Torah, Gesù sottolinea come con il loro atteggiamento tradiscono quanto insegnano. Mette in luce innanzitutto il loro bisogno di visibilità, che si esprime in atteggiamenti che egli enumera: “passeggiare in lunghe vesti”; “ricevere i saluti nelle piazze” (v. 38); “avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti” (v. 39). E poi la loro avidità di beni: “Divorano le case delle vedove”; e di prestigio religioso: “Pregano a lungo per farsi vedere” (v. 40).

Queste osservazioni giungono, non a caso, a conclusione di una serie di incontri di Gesù con le autorità, che Marco ha appena narrato, dove si è consumata una incomunicabilità quasi totale. Solo di uno di loro, infatti, Gesù ha potuto apprezzare la sincerità, dichiarandone la vicinanza al Regno di Dio (12,28-34). Ora è come se evidenziasse le cause profonde di quella irriducibile distanza, di cui danno conto gli atteggiamenti esteriori qui elencati, segno di quello che essi cercano in verità: appariscenza, onori, ricchezze, prestigio spirituale. Ecco ciò che li porta a tradire la loro missione.

Queste parole sono pronunciate da Gesù presumibilmente mentre si trova nel tempio, e proprio lì a un certo punto scorge qualcos’altro: “Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte: ma venuta una vedova povera…” (v. 41-42). Siamo ancora nel tempio animato dalle attività usuali: qui le offerte e i tanti che danno molto, “del loro superfluo”, come Gesù dirà più avanti (v. 44).

Ma proprio lì Gesù si accorge anche del gesto di qualcuno di cui il racconto sottolinea l’irrilevanza sociale, la fragilità e la povertà. Si tratta di una donna, vedova dunque appartenente a una delle categorie più fragili, e povera cioè indigente, tratto ribadito per tre volte (v. 42, 43 e 44).

Gesù vede quel gesto ed è come se il suo sguardo lo salvasse dall’oblio. Nessuno sembra vederlo né apprezzarlo, lui sì, e ne parla ai suoi discepoli, con un’introduzione solenne: “In verità io vi dico…” (v. 43).

Li invita così a un’arte difficile e preziosa: leggere oltre l’apparenza. Dice infatti: “Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri” (v. 43). Chiede ai discepoli di non fermarsi all’esteriorità, ma a comprendere il valore dalle cose a partire da ciò da cui nascono. Il riferimento agli scribi appena criticati è evidente: loro sono visti e credono di valere per la loro visibilità; la vedova non è notata da nessuno all’infuori di Gesù, ma il valore del suo gesto è dato proprio da ciò che non si vede, dal fatto che coinvolge la sua stessa vita. Gesù infatti dirà: “Tutti hanno gettato nel tesoro del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria (o anche: “nella sua mancanza”), vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere (o anche: “tutta la sua vita”)” (v. 44).

La differenza è tutta qui e il valore di un’esistenza è in questo: mettersi in gioco con la propria vita, fino a metterla a repentaglio come fa la vedova, oppure limitarsi all’apparenza, senza lasciarsi scalfire nel profondo, fermarsi al superfluo, cioè a quello che vi sia o non vi sia cambia poco.

La vedova del tempio insegna anche che le cose non valgono perché viste ma perché vissute. Lei non ha udito quello che Gesù ha detto di lei. Ha fatto il suo gesto nell’anonimato e in estrema semplicità. Forse anche di nascosto e con un senso di vergogna, per non poter dare quanto i ricchi. Non si dice neppure che sia diventata discepola di Gesù. Ma importante è il valore che Gesù riconosce al suo gesto. Il valore di un piccolo atto di cui il Signore custodisce la grandezza.

Inoltre è interessante notare che questa scena di luce sia ambientata nel tempio. Quel luogo dal quale Gesù era uscito, “essendo l’ora ormai tarda” (11,11); quel luogo che aveva trovato affollato di venditori, di cambiavalute e di gente che lo usava come scorciatoia e che lui purifica (11,15-19); quel luogo in cui aveva affrontato i capi che lo sfidavano per metterlo in difficoltà e poi i farisei e gli erodiani e ancora i sadducei (11,27-12,27); proprio in quel luogo ostile e ormai contaminato e votato alla distruzione, c’è anche questo segno di speranza, a ricordare che anche ciò che sembra irrimediabilmente compromesso può ospitare la luce e il bene, e soprattutto che non vi sono situazioni in cui nulla ha più valore.

Il piccolo gesto di una povera vedova è per Gesù non solo segno di un bene che non è completamente venuto meno, di un’autenticità che la vanità tracotante dei capi non ha travolto e impedito, ma diventa anche per lui, per la sua persona, un’immagine che lo conforta e lo incoraggia in quello che sta per vivere: il dono della sua vita, in un contesto distratto e ostile.

La vedova è infatti per Marco immagine del discepolo e della comunità credente, ma qui è anche e soprattutto immagine del Povero che sta per deporre “tutta la sua vita”, nell’indifferenza più totale di coloro per la cui salvezza egli si offre.


 

sabato 31 agosto 2024

TANTO NON SI VEDE

 


Ventiduesima domenica del T.O. anno B

1 settembre 2024

 

Dt 4,1-2.6-8   Sal 14   Giac 1,17-18.21-22.27   Mc 7,1-8.14-15.21-23

 

«Leggi, o ascolti, le parole: Non avere sentimenti d’orgoglio ma temi;

e tu nutri tali sentimenti d’orgoglio da ritenerti senza peccato?

In questa maniera, siccome tu non vuoi temere,

non ti rimarrà altro che apparire quel pallone gonfiato che sei».

Sant’Agostino, Esposizione sul salmo 118, Discorso 2, 1

 

Commento di Gaetano Piccolo*

L’apparenza inganna

 La storia e l’esperienza ci insegnano a non fidarci delle apparenze. Lo avevano imparato bene gli abitanti di Troia, che si erano fatti ingannare da un cavallo lasciato alle porte della loro città come un regalo. In realtà, all’interno, il cavallo nascondeva i nemici greci che facilmente, con questo stratagemma, penetrarono nella città per espugnarla. Nonostante ciò, continuiamo a investire ampiamente sull’immagine esteriore, come se fosse la cosa più importante. Il motivo è da ricercare forse proprio nel piacere di essere ingannati. In fondo ci piace nascondere, siamo contenti di vivere in un mondo dove quello che conta è quello che appare in superficie.

 L’interiorità inutile

 L’interiorità è faticosa da curare e comunque nessuno la vedrebbe. Sarebbe difficile essere apprezzati e riconosciuti e quindi non vale la pena investire su qualcosa che gli altri non possono valorizzare in modo immediato. Meglio seguire le mode e cercare di distinguersi in quello che è socialmente riconosciuto come un valore. In alcuni ambenti, preservare l’immagine è l’unico modo per fare carriera e per essere accettati dal gruppo. Anche a questo scopo, occorre giocare d’anticipo e andare a caccia di chi non rispetta i canoni formali per appartenere al gruppo, in modo da poter facilmente eliminare un possibile avversario. Siamo in fondo una società di ipocriti, persone con poco giudizio, come dice il termine, che si accontentano di una esteriorità superficiale.

 La pretesa di giudicare

 La domanda che gli scribi e i farisei, paladini della correttezza formale, rivolgono a Gesù, va proprio in questa direzione: i discepoli non rispettano una prassi legalistica e non stanno dentro le norme. Purtroppo, questi ragionamenti li sentiamo spesso anche all’interno del contesto ecclesiale, che si rivela tante volte più farisaico che evangelico, pretendiamo infatti di giudicare chi può stare dentro la comunità solo alla luce di una prassi esteriore non rispettata secondo alcuni canoni prescritti. Ma è davvero quello il peccato che ci rende indegni? E, soprattutto, se per Gesù quello che conta è l’interiorità, come possiamo avere la pretesa di conoscerla e di giudicarla?

 Ipocriti contemporanei

 Si vedono in giro molti tromboni che con le loro labbra si dicono fedeli e osservanti. E attraverso le loro parole riescono a comunicare un’immagine costruita e falsa di se stessi. Ma dal loro cuore escono invece invidia, maldicenza, pettegolezzo, odio e rancore. Formalmente però sono a posto. Anzi, molte volte sono proprio quelli che si ergono a giudici degli altri e vanno a caccia dell’imperfezione esteriore per eliminare il presunto peccatore. È il loro modo per acquisire una patente esteriore di correttezza che li preserva da qualunque accusa.

 Fare verità

 Le parole di Gesù sono per ciascuno di noi un invito a chiederci a cosa stiamo prestando maggiore attenzione, dove stiamo investendo le nostre risorse. Possiamo chiederci se siamo più preoccupati di quello che si vede o di quello che c’è veramente nel nostro cuore. Possiamo chiederci se stiamo lavorando alla costruzione di un’immagine esteriore di correttezza o se ci stiamo prendendo cura della nostra vita interiore. Spesso le mele lucide del cesto del fruttivendolo sono quelle che all’interno sono marce. Al contrario le mele che hanno più difetti all’esterno, sono probabilmente senza conservanti, sono più vere e hanno un sapore migliore.

 Leggersi dentro

 Quanto sono preoccupato della mia immagine?

Che cosa c’è nel mio cuore?

 

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine

*Gesuita, professore ordinario di filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana

 

lunedì 10 luglio 2023

APPARIRE o ESSERE ?

DIMMI CHI TI SENTI E TI DIRO' CHI SEI

DOBBIAMO SAPER SENTIRE,

NON "SENTIRCI"

Alcuni hanno bisogno di sentirsi migliori degli altri: più scaltri, più intelligenti, più… più…

Altri hanno bisogno di continui like per le personali immagini che pubblicano con estrema costanza.

Apparire per loro è necessario.

Apparire per stupire e per condividere esperienze ed emozioni, per autocelebrarsi o anche per soggiogare gli altri. Talvolta anche per nascondere le proprie carenze o anche nefandezze. Talvolta per sostenere la propria fragilità e insicurezza. Talvolta magari solo per "farsi belli". Ognuno ha i suoi gusti.

Numerose sono le persone che hanno voglia o necessità di mostrarsi quotidianamente (e non solo) pubblicando le proprie immagini su Facebook o su altri mezzi di comunicazione per la spasmodica e invadente caccia di like e apprezzamenti vari. E' come dire: "Io ci sono! La vostra ammirazione mi fa sentire importante".

E' l'apparire per incensarsi o per sentirsi vivi. Ma anche apparire per fare proseliti o per conquistare clienti o gratificazioni.

Ma “sentirsi” non è sentire. E' credere di essere.... È ingannevole o stupida o infantile o malvagia autoreferenza.

Il "sentirsi può essere un pregevole vestito che s’indossa per pavoneggiarsi, per stupirsi e per stupire, o per frodare gli altri.
Può essere un vuoto e disorientante vociare per frastornare l’altro.

Non condanno i moderni mezzi di comunicazione. Essi sono anche spazio di interazione e di positive relazioni. Ma, est modus in rebus. E' opportuno non rendersene schiavi.

Essere è tutt’altra cosa.

L’essere viene dal di dentro. Perciò, non ha bisogno di mettersi in mostra, né di appariscenti vestiti e suppellettili per coprire le proprie nudità, né di mille esternazioni e chiacchiere, né di mille like al giorno.

L'essere non va celebrato, ma va coltivato quotidianamente, con impegno e con discrezione.
Dio stesso, nell'incontro con Mosè, si è manifestato con le parole "Io sono Colui che è".

Chi ha bisogno di "sentirsi" ha difficoltà a sentire-ascoltare l’altro. Sovente, sa solo guardarsi allo specchio per compiacersi, per ascoltarsi, per celebrarsi e/o per proclamare la propria superiorità.

L’essere è discreto ed umile, attento ai bisogni dell’altro, gentile, leale, sorridente e accogliente, fecondo.

Chi si sente è respingente, arrogante, vuoto e rumoroso parolaio, sterile e invadente presenza.

Abbiamo bisogno di chi è, non di chi “si sente”, illudendosi di essere.

La nostra società, purtroppo, sovente antepone l’irreale e frastornante apparenza all’umile e concreta essenza. Le fallaci realtà virtuali che ci invadono, possono indurci a perdere l'orientamento, se non siamo abituati, sin da piccoli, all'arte della discrezione, del discernimento e della consapevolezza.
Lo smodato e prematuro uso dei telefonini non è di aiuto.

Papa Francesco è sceso dagli splendidi appartamenti del palazzo, per trasferirsi in due semplici camere di Santa Marta, facendo comprendere a tutti che per essere non c’è bisogno di contornarsi di apparenze.

Santa Marta è un luogo che favorisce l'ascolto, il sentire, l'accogliere, il relazionarsi, evitando ogni tentazione di "sentirsi".

Giovanni Perrone

giovedì 9 marzo 2023

L'APPARENZA INGANNA

I funghi sono come gli uomini; 

spesso i più belli sono i più pericolosi.

 

- di G. Ravasi

 Quando nei boschi della mia infanzia andavo con mio nonno alla ricerca dei funghi, vivevo un’esperienza esaltante e deludente al tempo stesso: la scoperta di questi segreti e affascinanti prodotti della natura di solito sfociava nella delusione, perché io bambino mi gettavo entusiasta su quelli più sontuosi che inesorabilmente mio nonno scartava.

Passano davanti ai miei occhi quei ricordi mentre sfoglio un album di incisioni ottocentesche sui funghi: nella prima pagina campeggia il proverbio che ho sopra citato e che viene attribuito all’Umbria, non so con quale fondamento.

Certo è che il detto coglie non solo il succo di quella mia antica esperienza ma anche una verità che, pur scontata, merita sempre di essere proposta, particolarmente nei nostri giorni ove l’apparire è tutto, il mostrarsi è legge, il trucco è consuetudine. Sembra quasi che il consiglio fondamentale sia quello di non avere mai l’aria di ciò che si è realmente.

Già Shakespeare ricordava che «la scorza e le vesti strappano la reverenza agli sciocchi e conquistano anche lo spirito dei saggi». Il principio medievale che unificava bello-buono-vero ora si è del tutto infranto e da questa dissociazione nascono l’inganno e il relativismo. 

La capacità di giudizio è, quindi, decisiva. Potremmo, allora, trascrivere in un altro senso (facilmente comprensibile) un celebre monito di Cristo orientato diversamente: «Non giudicate secondo l’apparenza! » (Giovanni 7,24).

 

G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori


sabato 28 agosto 2021

PURO o IMPURO?


+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 7,1-8.14-15.21-23 

 In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

 Commento di p. Paolo Curtaz -

Dal puro al Santo 
Il mondo giudaico in cui viveva Gesù aveva semplificato l’approccio alla realtà e a Dio con una semplice distinzione: ciò che riguarda il mondo divino è puro, ciò che non lo riguarda è impuro. Bella intuizione, che evidenzia l’assoluta alterità di Dio, la sua santità e che, pure, applicata nel concreto, qualche problema lo suscitava. Sì, perché, alla fine, se qualcuno si era preso la briga di elencare gli atteggiamenti impuri, i cibi impuri, le persone impure, elaborando anche un protocollo di purificazione per chi, non sia mai, contraesse l’impurità, la realtà era che si rischiava di osservare le norme di purità solo esteriormente. Si poteva, cioè, essere dei devoti ossessionati dall’osservanza delle regole di purità ma con il cuore ingombro di immondizia e di tenebra. Fuori splendenti, dentro putrescenti, come le tombe, farà notare quel simpaticono del Nazareno.  La purezza, invece, è l’orientamento del cuore, configurandosi a Dio, entrando nel tempio santo che ci abita. Insomma: il giudaismo, spesso, si era ridotto all’ossessiva osservanza di norme minuziose che, se rispettate, ti facevano sentire santo e irreprensibile agli occhi di Dio. Poi è arrivato Gesù.
 Di qua o di là
La mania di dividere le persone, le opinioni, le scelte in giuste o sbagliate non è proprio finita, anzi. Invece di uscire migliori dalla pandemia ne siamo usciti un po’ peggio. Più rissosi certamente. La Parola vuole offrirci una chiave di lettura e di discernimento in questo momento storico così difficile, spesso arrogante e livido, in cui tutti sembrano ergersi a giudici, rabbiosi e vendicativi. Tutto viene urlato, contrapposto, rinfacciato. Accuse su accuse, parole forti contro parole forti. E i discepoli, noi discepoli, io, ci troviamo a disagio. Intorno a noi, con il livello dello scontro sempre più alto. Nella Chiesa stessa, con dinamiche e contrapposizioni mondane che tanto male fanno al Vangelo. Il popolo scelto da Dio (noi), che gli altri popoli riconoscono saggio e intelligente, come dice Mosè ai liberati, a volte diventa stolto e sciocco come il mondo che lo attornia. E, purtroppo, ne imita le dinamiche. Gesù per primo ha dovuto combattere contro questa opposizione, come abbiamo visto nelle scorse settimane, in un crescendo di accuse e di insinuazioni pretestuose e rissose. Se lo ha fatto lui possiamo affrontarlo anche noi. E la prima, ridicola accusa che viene mossa a Gesù, è di non rispettare le tradizioni degli antichi. Ma dai!
 Le tradizioni
 In questa parrocchia si è sempre fatto così! Da secoli in questa Diocesi si attua questa pastorale! Chi di voi non ha mai sentito pronunciare questa frase? O l’ha pronunciata? Parroci contro laici, gruppi contro gruppi, quelli del parroco di prima contro quelli del parroco di oggi… State pur certi che nella Chiesa, da sempre, in nome dell’unità… ci si contrappone e si litiga! E, la cosa triste, è che ci si sente investiti dall’alto e, perciò, si trattano questioni che hanno a che fare col buon senso come se si trattasse di rivelazioni divine… Gesù non ha specificato, nel Vangelo, gli orari delle messe, né ha parlato delle unità pastorali o dei giorni in cui fare catechismo… Eppure su questi temi si combatte, si creano malumori. Si fanno diventare gigantesche piccole questioni così che i problemi giganteschi spariscono dalla nostra vista. Diventiamo malati da sacrestia, convinti che il mondo reale sia come ce lo rappresentiamo. Bene fa Papa Francesco a scuotere le nostre piccole congreghe, a chiedere alla (demotivata e confusa) Chiesa italiana di lasciar perdere le tradizioni degli uomini (belle e sante ma ridondanti troppo spesso) per tornare al sale del Vangelo, mettendosi (speriamo sul serio) in Sinodo. Tradire la Tradizione 
Buona cosa la tradizione. Dal latino tradere, cioè consegnare abbiamo ricevuto il tesoro della fede, il Vangelo, non ci siamo inventati una religione… Così di generazione in generazione, i cristiani raccontano fedelmente quanto a loro volta hanno accolto. Ed è un valore enorme, la tradizione. Non il tradizionalismo, che della tradizione ha solo l’apparenza. Vegliamo e vigiliamo per non confondere le nostre (buone e sante) consuetudini investendole di carisma divino. Abbiamo l’onestà di riconoscere che molte delle nostre posizione non difendono Dio ma le nostre abitudini consolidate. Sappiamo distinguere, come dice bene Gesù, il consegnare ad altri la preziosa Parola ricevuta, dalle tradizioni degli uomini. Come già ribadito da Dio attraverso Isaia, egli non gradisce una fede esteriore, una ritualità cerimoniosa che non sappia esprimere verità e conversione di vita. Non sa che farsene di chiese piene e di cuori vuoti, aridi, razzisti, piccini. Dura, lo so, ma così vuole il Dio della verità interiore. Dentro fuori 
L’apparenza inganna. 
L’apparenza, nel mondo della fede, uccide, spegne, disturba, manipola. Gesù riporta la fede al suo ambiente principale: il dentro. Dentro: dove abitano i nostri pensieri nascosti, i nostri giudizi, le nostre convinzioni profonde. Là dove Dio scruta e vede. Inutile affannarsi a curare il fuori di noi, cosa pensano gli altri dei nostri comportamenti, rispettare delle regole per farci applaudire, cercare la stima degli altri, se questo desiderio non parte da dentro, dalla consapevolezza che siamo stati fatti come delle opere d’arte.
Curiamo il dentro. 
Non si tratta, allora, di diventare anche noi fautori delle distinzioni, dei patentini di cattolicità, di giusto/sbagliato, nuovi termini che sostituiscono il puro/impuro ma di cambiare dal di dentro il nostro modo di vedere e di agire. Di elaborare pensieri santi come Dio è Santo. Di vedere oltre l’apparenza. Curiamo il dentro, allora. Con onestà, verità, con una preghiera costante, intensa, vera. Anche quando la Parola, come oggi, ci scuote dalle fondamenta.


sabato 31 agosto 2019

A CACCIA DEL PRIMO POSTO .....

Ventiduesima domenica durante l'anno:  
Sir 3,17-18.20.28-29/ Eb 12,18-19.22-24/ Lc 14,1.7-14

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 14, 1.7-14
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Commento di don Fabio Rosini
Primi posti
Si urla, sempre. Sempre più spesso, sempre più forte. E, finalmente, senza remore, senza vergogna, senza ipocriti perbenismi. Diciamolo, infine, sveliamo il segreto di pulcinella: l’uomo è fogna putrida. Inutile giocare a fare i democratici, i tolleranti, i dialoganti. Viva l’uomo forte, le parole forti, le scelte forti. Poco importa se la realtà è complessa e va accolta e capita per poter essere cambiata: chi c’è c’è e pazienza per gli altri. È una giungla, il mondo, impone una lotta senza quartiere. Per essere visibili, per essere notati, o anche solo per sopravvivere. O forse facciamo parte dell’altra parte, di quella che vorrebbe e non potrebbe. Di quella, direbbe il filosofo Niestche, che non potendo essere dalla parte dei vittoriosi esalta i perdenti, dicendo beati i poveri. Ma vorremmo, o sì se vorremmo, essere visibili. Ci sfiniamo di selfie, siamo inquieti se non abbiamo sufficienti like, seguiamo i vari influencer pensando che siano loro i nuovi modelli. Uno su mille ce la fa, d’accordo. E gli altri novecentonovantanove? E su questo minestrone che ribolle, su questi tempi infangati e rissosi, irrompe una Parola sussurrata. Un Parola capace di orientare. Di svelare. Di far capire. Di illuminare. Uno su mille ce la fa, d’accordo. E gli altri novecentonovantanove?
Emergere
Non cerchiamo salvezza, ma salvatori, dicevamo nelle scorse domeniche. Qualcuno che risolva al posto nostro, senza farci fare troppa fatica, se possibile. Gesù osserva la realtà, molto simile alla nostra. Vede come, durante un banchetto ufficiale, alla presenza di persone importanti, molti si sgomitino per accedere ai primi posti, per avvicinarsi alla star, vera o presunta, della festa. E, pieno di buon senso, ammonisce: attento a non fare figure meschine. Atteggiamento che portiamo incistato nel cuore. La voglia di emergere, di apparire, di contare. Nel mondo e nella Chiesa, sia chiaro. Che porta in sé una fragilità sconcertante: far dipendere dagli altri il valore di ciò che siamo.
Appesi
Troppe volte siamo appesi dal giudizio che gli altri danno delle nostre azioni. Dipendiamo dal giudizio: sarò capace? Avrò fatto bene? Ci sforziamo di essere come gli altri si aspettano che siamo. Bravi genitori, bravi figli, bravi preti. Speriamo, prima o poi, di ricevere un diplomino colorato che attesti la nostra bravura. E se questo non accade sprofondiamo nella depressione o facciamo una scenata terribile per non avere visto riconosciuti i nostri sforzi, dopo tutto quello che ho fatto per te! Mendichiamo un apprezzamento, elemosiniamo un buffetto. Perché fondiamo la nostra autostima fuori da noi. Siamo dei capolavori. Dio ci ha creati tali. Pezzi unici. Inutile pensare di essere delle fotocopie. Volgiamo lo sguardo all’Unico che sa davvero chi siamo. E cosa possiamo diventare.
Vai a te stesso.
Gesù ci rivela un mondo altro: non hai bisogno di mostrarti, di apparire, tu vali. L’autostima che nasce nel tuo cuore non è misurata dalle tue abilità, no, ma dal fatto che sei pensato, voluto e amato dal tuo Dio. Anche se non vinci nessuna medaglia. Anche se la tua vita è fatta di piccoli passi.
Tu vali!
 Questo è il messaggio della Scrittura: sei prezioso agli occhi di Dio. Non importa il tuo limite, né la misura della tua paura. Non importa cosa gli altri pensino di te: tu vali, sei prezioso agli occhi di Dio. Perciò non hai necessità di ostentare, di cercare ossessivamente una visibilità che il mondo ti nega o riserva a pochissimi eletti. Tu vali, anche se non vincerai mai nessuna medaglia d’oro e la tua piccola vita si perderà nei ricordi di una generazione. Tu vali, non svendere la tua dignità, coltiva il dentro e se coltivi il fuori, e coltivalo, che sia sempre e solo trasparenza del dentro. I tuoi limiti? Un recinto che delimita lo spazio in cui realizzarti. I tuoi peccati? Esperienza della finitudine e della libertà ancora da purificare, da accogliere da adulto e da mettere nelle mani di Dio. Non hai bisogno di metterti ai primi posti: solo Dio conosce il tuo cuore, lo conosce più di quanto tu lo conosca, non lasciarti travolgere dai falsi profeti del nostro tempo.
Siamo chiamati
Il mio nome è scritto nei cieli, cioè nel cuore di Dio. mi sono accostato all’assemblea dei santi, fratelli e sorelle che, come me, sono stati toccati dalla presenza del Mistero. Non ho bisogno di urlare se non di gridare con la vita quanto siamo amati. E vivere da salvato. No, non urlo, non litigo, non penso di essere più furbo o migliore. Sono creta nelle mani del vasaio. Ecco da dove nasce l’umiltà. Che non è la depressione di noi cattolici, ma l’esperienza gioiosa e feconda di ciò che possiamo realisticamente essere. Sappiamo di essere preziosi agli di Dio. Abbiamo conosciuto la nostra ombra ma, infinitamente di più, la luce della sua presenza. Quella vogliamo raccontare e vivere. Perché sperimentiamo di essere amati in totalità, e questo amore ci spinge a superare ogni ostacolo.
Davvero vi interessano ancora i primi posti?