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venerdì 24 gennaio 2025

PEDAGOGIA DELL'EMERGENZA

 

Sesto atto


Prospettive per una pedagogia 

dell'emergenza 

 

Il volume nasce dall’esigenza di delineare i confini – pur sempre provvisori, mobili e non privi di aree di intersezione con altri saperi – del campo della Pedagogia dell’emergenza. Si tratta di un passaggio obbligato per giungere a dare a quest’ultima la “forma” di sapere radicato in una epistemologia della complessità, caratterizzato dal principio logico-ermeneutico della ricorsione teoria-prassi, ispirato a una deontologia professionale critico-riflessiva che si traduce in prassi pedagogiche di cura e impegno generativo e trasformativo in contesti formali, non formali e informali.

Attraverso la molteplicità di voci e di esperienze che esprime il gruppo di lavoro “Pedagogia dell’emergenza: relazione educativa, resilienza, comunità” della Siped, si è inteso offrire una prima mappa concettuale, linguistica e metodologica per “essere nei” contesti dell’emergenza “implosiva ed esplosiva”, attrezzati di strumenti teorici e operativi per fare luce su scenari dove l’agire pedagogico può fare la differenza, su mondi paralleli, silenziosi, impliciti che, in riferimento agli stati-situazioni di emergenza, non sempre sono approssimabili attraverso la comunicazione istituzionale.

 

SESTO ATTO - di Giuseppe Annacontini (a cura di), Alessandro Vaccarelli (a cura di), Elena Zizioli (a cura di)

Edizioni Progedit

Alessandro Vaccarelli è Professore associato di Pedagogia Generale e Sociale presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università dell’Aquila. Ha scritto numerosi contributi a tema interculturale e sulla pedagogia nei contesti di catastrofe e prende parte attivamente ad iniziative di formazione dei docenti in servizio. Con Giuseppe Annacontini e Elena Zizioli coordina il Gruppo di Pedagogia dell’emergenza. Relazione Educativa, Resilienza, Comunità della Siped (Società Italiana di Pedagogia).

Elena Zizioli è Professoressa Associata di Pedagogia Generale e Sociale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione presso l’Università di Roma Tre. Ha all’attivo monografie, saggi e articoli e insieme a Giuseppe Annacontini e Alessandro Vaccarelli coordina il Gruppo di Pedagogia dell’emergenza. Relazione Educativa, Resilienza, Comunità della Siped (Società Italiana di Pedagogia).

Giuseppe Annacontini è professore associato di Pedagogia generale e sociale presso il Dipartimento di Storia Società e Studi sull’Uomo dell’Università del Salento. Si interessa di pedagogia convivialista, deontologia, educazione alla salute e promozione del benessere a partire da un approccio complesso e problematicista. Autore di numerosi saggi, articoli e volumi tra i quali: Dalla mano al pensiero (Lecce 2012); Pedagogia dal sottosuolo. Teoria critica e linee metodologiche (Torino 2014); con José Luis Rodríguez-Illera, La mossa del gambero. Teorie, metodi e contesti di pratica narrativa (Milano 2018). Per Progedit ricordiamo, Lo sguardo e la parola. Etnografia, cura e formazione (2010), la cura di Senza carro armato, né fucile. Libertà, resistenza, formazione di Jolanta U. Grębowiec Baffoni (2011), Imparare a essere forti. Segnavia di pedagogia della salute per pensare la relazione di cura (2019); con Rosa Gallelli, Formare altre(i)menti (2014); con Isabella Loiodice, Pedagogie meridiane (2017).

 


 


venerdì 14 aprile 2023

L'EMERGENZA NON SONO I MIGRANTI

 Una clamorosa smentita

 - di Giuseppe Savagnone*

 La notizia che il Consiglio dei ministri, a seguito dell’eccezionale incremento dei flussi di persone migranti attraverso le rotte del Mediterraneo, ha deliberato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, merita forse qualche considerazione.

La prima è che, dopo avere aspramente criticato il ministro dell’Interno del governo Draghi, Luciana Lamorgese, per la sua presunta incapacità di frenare l’afflusso di migranti nel nostro paese, i partiti di destra, ora che sono al governo, si trovano di fronte a un incremento di arrivi che essi stessi valutano del 300%.

«Da quando Lamorgese è al Viminale, gli sbarchi sono aumentati in modo esponenziale. Inerzia e incapacità di difendere i confini hanno reso le sue politiche fallimentari. Basta scaricabarili, è il momento di comprenderlo: non è adatta a fare il Ministro dell’Interno», aveva scritto su un tweet Giorgia Meloni.

In particolare, era stato Matteo Salvini a chiedere insistentemente le dimissioni del ministro. «Ci sono decine di migliaia di sbarchi organizzati dagli scafisti, senza che il Viminale muova un dito», aveva denunziato. Da qui la critica senza mezzi termini alla Lamorgese: «Non è possibile che ci sia un ministro dell’Interno assente (…). Limitare gli sbarchi si può, invito il ministro a darsi una mossa».

Adesso che la Meloni è a capo del governo e Salvini, oltre ad essere titolare di un ministero chiave per la gestione dei porti – quello delle Infrastrutture –, ha messo al posto della Lamorgese il suo ex capo gabinetto, Piantedosi, i fatti stanno clamorosamente dimostrando l’infondatezza di questi attacchi.

Alla ricerca del “colpevole”

Davanti ai primi segnali che, col “nuovo corso”, le cose non solo non miglioravano, ma si mettevano ancora peggio, il governo ha cercato un altro capro espiatorio nelle navi delle Ong, accusate di favorire l’afflusso dei migranti e addirittura di essere complici degli scafisti. Da qui il “decreto sicurezza” dello scorso dicembre, con cui il governo ha drasticamente limitato l’attività di soccorso di queste navi, imponendo la regola per cui esse non possono effettuare più di un intervento di salvataggio alla volta, prima di dirigersi non al porto più vicino, ma a quello loro assegnato dalle autorità italiane.

Per aver contravvenuto a questa regola è tuttora sotto sequestro, a Lampedusa, la nave «Louise Michel», finanziata dall’artista Banksy, “rea” di aver effettuato tre salvataggi. E altre navi delle Ong hanno dovuto sottostare all’ordine di andare a sbarcare le persone raccolte in porti distanti vari giorni di navigazione, allontanandosi così dalle rotte in cui operano abitualmente per effettuare i soccorsi.

Una misura che si è rivelata, peraltro, inefficace, come del resto era prevedibile, visto che il numero degli arrivi in Italia dipendeva dalle navi Ong solo per poco più dell’ l’11%. Gli sbarchi in realtà avvenivano e continuano ad avvenire attraverso barche e gommoni che si avventurano nel Mediterraneo stracarichi di persone, correndo enormi rischi e spesso andando incontro a disastrosi naufragi che hanno già provocato, in questi anni, 25.000 morti. La “colpa” delle Ong è solo quella di aver salvato una piccola parte di questi disgraziati.

Poi c’è stato il disastro di Cutro, che per la prima volta ha veramente scosso l’opinione pubblica. «La mia coscienza è a posto», ha detto Giorgia Meloni. Ma i fatti hanno dimostrato che cosa accade quando, invece di considerare l’arrivo dei migranti in termini di “Ricerca e Soccorso” (SAR), in vista della loro sicurezza, lo si concepisce come un problema di «difesa dei confini», secondo l’espressione usata nel programma elettorale della destra.

Senza questa scelta di fondo non si sarebbero mandati incontro al barcone che poi è naufragato due mezzi della Guardia di Finanza, del tutto inadeguati ad affrontare il mare grosso, ma delle motovedette della Guardia Costiera, attrezzate per una operazione di salvataggio.

L’etica di un governante si concretizza nelle sue scelte politiche. Se queste, anche fatte in buona fede, comportano la subordinazione delle vite umane ad una scelta strategica, qualcosa che dovrebbe inquietare la sua coscienza forse c’è…

Dopo Cutro

Ma anche in questo caso si è trovato subito un bersaglio su cui riversare l’indignazione: gli scafisti. Il governo ha varato, così, un nuovo decreto, che prevede un inasprimento delle pene per i trafficanti, con reclusione fino a 30 anni in caso di morte di più persone.

Non solo: «Il reato» – ha spiegato la Meloni – «verrà perseguito dall’Italia anche se commesso al di fuori dei confini nazionali (…) Quello che vuol fare il governo è cercare gli scafisti in tutto il globo terraqueo». Ribadendo, al contempo, il proposito di rafforzare la politica degli accordi bilaterali con i paesi da cui i migranti partono, affinché li blocchino a terra.

Ed è quello per cui si è già prodigata la nostra premier, che – continuando peraltro una politica già iniziata nel 2017 dal ministro dell’Interno Minniti, al tempo del governo Gentiloni – , ha appena rinnovato un accordo del genere col governo libico, fornendo cinque modernissime motovedette alla sua Guardia Costiera per fermare i migranti in partenza.

Una linea che già dai tempi di Minniti, secondo la denunzia dell’ONU, ha dato luogo alla nascita di centri di detenzione che sono dei veri e propri campi di concentramento, dove tutti i diritti umani sono sistematicamente violati. Ma che presenta anche un grave problema di coerenza con il proposito di cercare e combattere gli scafisti «in tutto il globo terraqueo», visto che, stando a u altro recentissimo rapporto dell’Onu, in Libia «la Guardia costiera coopera con i trafficanti» (Francesca Mannocchi, «La Stampa», 3 aprile 2023).

Si sapeva già da tempo che le autorità libiche erano inaffidabili e che i pretesi tutori delle nostre frontiere erano in realtà spesso legati alle organizzazioni criminali che gestiscono i traffici di esseri umani. Ora abbiamo la conferma ufficiale che stiamo finanziando e armando quegli stessi scafisti che diciamo di voler eliminare a tutti i costi.

Alla ricerca disperata di nuovi “colpevoli”, il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha sostenuto che «l’aumento esponenziale del fenomeno migratorio che parte dalle coste africane è anche parte di una strategia chiara di guerra ibrida attuata dalla divisione Wagner». Eloquente il gelo che ha accolto, da parte dell’Europa, questo tentativo di collegare il nostro problema migratorio con la guerra in Ucraina.

E allora? La sola carta che resta a questo governo, che evidentemente non sa che pesci pigliare, è di accusare l’Europa e di invocare il suo intervento per risolvere la situazione. Anche su questo punto, in realtà, Meloni e Salvini non fanno che proseguire sulla linea dei governi precedenti che avevano tanto criticato.

Un’illusione ottica

Ma esiste davvero il problema? Dalle statistiche ufficiali risulta chiaramente che il numero di migranti assorbiti in Italia è molto minore di quello che viene accolto in altri paesi europei. Nel 2021 a livello europeo i richiedenti sono stati 535.000: la Germania ne ha “assorbito” il 27,7% (148.200), la Francia il 19,4% (103.800), la Spagna l’11,6% (62.100), l’Italia l’8,2%. Proporzioni analoghe si sono mantenute nel 2022.

Anche se sbarcano in Italia, gli stranieri mirano, nella maggioranza, a raggiungere altri Stati. E comunque, ancora prima che la guerra in Ucraina ne aumentasse di molto il flusso, il 50% degli arrivi in Italia provenivano dall’Europa dell’Est, a fronte del 22% che arrivavano dall’Africa attraverso il Mediterraneo. Ma quelli, come ha detto Salvini a proposito degli ucraini, non sembrano creare alcuna emergenza, forse perché sono “profughi veri” (c’entra nulla il fatto che sono di pelle bianca e di religione cristiana?).

Non è vero neppure che questi nuovi arrivati tolgono il lavoro ai figli degli italiani. Recentemente i giornali hanno riportato le insistenti richieste degli imprenditori che non riescono a trovare mano d’opera. In una lettera del Coordinamento Imprenditori della Provincia di Trento si legge: «Il DPCM del 29 dicembre 2022 ha stabilito che sono 82.705 i flussi di ingresso di lavoratori stranieri per l’anno 2023. Il click day del decreto flussi è andato in overbooking ad appena un’ora dalla sua apertura. Le domande presentate entro le ore 10 del 27 marzo u.s. infatti sono state 238.335, il triplo delle quote previste dal Decreto».

Forse sarebbe l’ora di rendersi conto che siamo davanti a una gigantesca illusione ottica, la cui origine è fondamentalmente ideologica. E che, paradossalmente, è stata associata ai valori cristiani, di cui costituisce l’esatto opposto. Esemplare ciò che scriveva l’eurodeputato leghista Borghezio, presidente dell’organizzazione “Padania cristiana” ed esponente di punta dell’anima cattolica della Lega, sul comandamento evangelico dell’amore del prossimo scriveva: «Siamo e dobbiamo essere pervasi di amore verso i nostri simili ma a cominciare da coloro che fuoriescono dal nostro stesso ceppo (…) «E’ solo nell’ambito di questa ben delineata categoria di “prossimità” che deve intendersi il precetto dell’amore fraterno. Di conseguenza, per quanto mi riguarda, non è estendibile al vù cumprà o al vù lavà, certamente prossimi di molte altre persone, ma non del sottoscritto. Grazie a Dio».

È venuto il momento di capire che l’“emergenza”, per il nostro paese, non sono i “clandestini”, ma questa ideologia e le leggi, ad essa ispirate, che li creano. Il sostanziale (anche se inconfessato) razzismo che esse esprimono, oltre ad essere in radicale contrasto col Vangelo, oggi danneggia seriamente anche la nostra economia. Perciò la sola cosa seria da fare è smetterla di cercare vanamente i “colpevoli” di un fenomeno epocale che in sé non ha nulla di tragico – a renderlo tale è stata solo la nostra disastrosa gestione – , e ci sforziamo di guardare d esso non come a una minaccia ma a una opportunità.

 *Pastorale Cultura – Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu 

EMERGENZA MIGRANTI ?


CON CIVILTÀ 

PER REALISMO

 

- di MAURIZIO AMBROSINI

 

In chiaro affanno di fronte all’imprevisto aumento degli approdi, il governo ha dichiarato lo stato di emergenza.

Avendo seminato uno sconsiderato allarmismo rispetto agli ingressi dal mare, se lo è visto ritorcere contro: se il problema è così grave, sorge spontanea la domanda sulla capacità del governo di fronteggiarlo.

Ecco allora la necessità impellente di comunicare il messaggio di aver preso in mano la situazione, con strumenti adeguati a un fenomeno dipinto come gravissimo.

Ricordiamo che stiamo parlando di 31.000 persone sbarcate in Italia al 12 aprile, di certo molte di più che negli ultimi anni, ma con cifre paragonabili a quelle degli anni centrali del passato decennio, quando gli sbarchi superavano quota 150.000 ogni anno. Per contro, nel 2022 in pochi mesi l’Italia ha meritoriamente accolto circa 170.000 profughi ucraini, mentre il decreto-flussi per il 2023 varato dal medesimo governo dell’allarme sbarchi prevede oltre 80.000 ingressi per lavoro: un meccanismo che peraltro notoriamente serve soprattutto a regolarizzare persone già entrate e inserite nel lavoro, ma prive di documenti. Dunque, assistiamo a una giostra delle emozioni, delle percezioni di gravità dei fenomeni, delle risposte culturali e politiche da fornire. I numeri c’entrano abbastanza poco, conta molto di più l’interpretazione dei numeri e la loro trasformazione in minacce sociali oppure in flussi accettabili e governabili.

La dichiarazione di stato di emergenza è uno strumento a cui spesso i governi ricorrono per assumere poteri straordinari e svincolarsi da controlli e procedure ordinarie. Lo fanno di solito in caso di calamità naturali, in cui devono affrontare situazioni di pericolo per l’incolumità della popolazione e dei territori, dando risposte urgenti a sfollati e traumatizzati. Definire come emergenza l’arrivo di persone dal mare in cerca di asilo, un fenomeno che con alti e bassi si ripete da anni, è invece la certificazione del fallimento nel governare questo tipo di flussi, insieme al rilancio di una visione patologica della mobilità umana dal Sud al Nord del mondo, non importa se motivata da guerre e persecuzioni.

Il poco lusinghiero precedente è la proclamazione di un analogo stato di emergenza da parte di un governo Berlusconi, niente meno che per gestire la presenza di gruppi di rom nelle grandi città.

L’unico aspetto positivo della vicenda è il piccolo stanziamento da cinque milioni di euro che dovrebbero servire principalmente a rafforzare il sistema di accoglienza: un sistema devastato dai decreti (in)sicurezza del 2018, firmati Salvini, che hanno tagliato i fondi e soppresso molti dei servizi forniti alle persone accolte, come i corsi d’italiano e l’assistenza psicologica. I governi successivi hanno avuto il demerito di non essersi impegnati a riqualificare il sistema, ma il calo dei numeri prima, poi l’emergenza Covid, infine la guerra in Ucraina hanno offerto delle attenuanti.

Gran parte delle strutture, soprattutto quelle più impegnate a fornire un’assistenza qualificata, hanno dovuto chiudere per l’impossibilità di raggiungere un equilibrio tra risorse e servizi necessari.

È demagogico pretendere che un’accoglienza dignitosa possa essere garantita nel tempo ricorrendo solo al volontariato o a operatori mal pagati. Ora forse si riparte, con un governo obbligato a fare il contrario di ciò che hanno a lungo predicato le forze che lo compongono. Per salvare faccia e identità, condisce l’emergenza con immancabili annunci di nuove restrizioni sul diritto di asilo e di improbabili incrementi delle espulsioni.

In un Paese democratico e avanzato, l’accoglienza dei richiedenti asilo non dovrebbe essere trattata come una ricorrente emergenza: lo ha giustamente ricordato l’arcivescovo Giancarlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes.

Bisognerebbe saper distinguere tre aspetti, confusi e drammatizzati dall’allarmismo emergenziale.

Il primo sono i salvataggi in mare delle persone in pericolo, da sottrarre alla logica securitaria e all’infamante delega ai malconci (e non sempre benintenzionati) dispositivi di soccorso, quando esistono e si attivano, dei Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo.

Il secondo aspetto è l’accoglienza a terra di chi presenta una richiesta di asilo, che dovrebbe essere semplicemente e immediatamente presa in carico, senza infliggere code incivili di fronte alle questure, e trattata nell’ambito di un sistema ordinario ed efficiente, da cui siano banditi i riferimenti alla straordinarietà e all’emergenza.

Il terzo punto è il passaggio all’autonomia, in cui si scoprirebbe che gli sbarcati che tanto allarmano potrebbero rispondere, eventualmente con investimenti formativi dedicati, proprio a quella domanda di manodopera che il governo si ostina a mantenere separata dal sistema dell’asilo. E se si volesse seguire il benemerito modello dell’accoglienza dei profughi ucraini, accordando ai richiedenti asilo il diritto di libera circolazione sul territorio della Ue, ci troveremmo probabilmente a rimpiangere il fatto che la maggioranza di loro preferirebbe lasciare l’Italia per continuare il viaggio verso altre destinazioni. L’ideologia degli allarmi e delle emergenze non è solo nemica dei diritti umani, ma anche di un governo intelligente e pragmatico della mobilità umana attraverso le frontiere.

 

www.avvenire.it 


sabato 27 giugno 2020

SCUOLA. I MINISTRI DI IERI E DI OGGI


UNA GOCCIA NEL MARE

-           di Giuseppe Savagnone
-           
Che la ministra Azzolina non fosse destinata a rimanere negli annali della scuola italiana come una figura luminosa, lo si era già capito da vari indizi. Era il suo il curriculum più adatto per il ministero della Pubblica Istruzione in un governo che, a detta del premier, era intenzionato a promuovere un “nuovo umanesimo”?
Ma, a dire il vero, poco chiara è anche la motivazione che, nel governo precedente a questo, ha spinto alla nomina – in un ruolo svolto in passato da personalità come Aldo Moro, Oscar Luigi Scalfaro, Giovanni Spadolini, Sergio Mattarella, Tullio De Mauro – di Marco Bussetti (quello che ha censurato la professoressa perché non ha impedito ai suoi alunni di accusare Salvini di razzismo) o, nel governo Gentiloni, di Valeria Fedeli, rispettabilissima sindacalista, ma priva di un titolo propriamente scolastico.
Si potrà dire che un ministro non deve necessariamente essere un competente del settore a lui affidato, perché la sua funzione non è tecnica, ma politica. Giusto. Ma se si deve scegliere, come titolare del ministero dell’Economia, tra Mario Draghi e Franco Battiato, forse sarebbe più logico puntare sul primo… Senza dire che i nostri ultimi ministri dell’Istruzione non erano comunque, nel loro campo, quello che Franco Battiato è nel suo.
Il rituale del capro espiatorio
Ho precisato tutto questo per evitare equivoci sulla mia valutazione di fondo del nostro attuale ministro. Detto ciò, dico francamente che il fiume di indignate proteste che si sono scatenate da tutte le parti contro la Azzolina hanno lo stesso significato che aveva, nell’Antico Testamento, la solenne maledizione pronunciata dal sommo Sacerdote sopra un capro, detto “espiatorio”, che veniva simbolicamente caricato di tutte le colpe del popolo e poi mandato a morire nel deserto. Una liturgia tanto coinvolgente quanto ipocrita, che serviva soprattutto a esorcizzare, proiettandole su un povero animale, le reali responsabilità umane.
La Azzolina è diventata il capro espiatorio che professori, studenti, sindacati, forze politiche, fanno a gara nel massacrare con sadica soddisfazione. È vero, il piano che ha presentato scarica disinvoltamente sui dirigenti scolastici tutte le responsabilità, senza garantire loro i mezzi per far fronte ai problemi. Ma, come la sventurata ha cercato di spiegare, non è certo lei che può decidere quante e quali risorse destinare all’emergenza. I soldi per la scuola, in Italia, non si sono mai trovati, e meno che mai in questo momento. I ministri della Pubblica Istruzione, di fronte ai netti dinieghi dei loro colleghi dell’Economia, si sono sempre trovati a scegliere tra le dimissioni (come ha fatto il predecessore dell’Azzolina, Fioravanti) e il far buon viso a cattivo gioco, adattandosi a “fare le nozze con i fichi secchi”.
Su questa seconda via, si può anche esagerare, come ha fatto Mariastella Gelmini, ministro della Pubblica Istruzione, nel quarto governo Berlusconi, dal maggio 2008 al novembre 2011 che, di fronte alla stretta imposta dal ministro Tremonti, invece di limitarsi a piangere nottetempo e a sorridere alla stampa, ha avuto la faccia di bronzo di gabellare i tagli devastanti imposti al sistema scolastico come una «riforma epocale».
La distruzione della scuola è cominciata prima
Leggo su tutti i giornali – con particolare sarcasmo e accanimento su quelli di destra – che la ministra attuale sta distruggendo la scuola italiana. Non ne è in grado. Comunque l’hanno già fatto altri. Come, appunto, la Gelmini, che ha accorpato alla cieca scuole, classi, uffici, massacrando la continuità didattica e l’efficienza gestionale (ci sono stati dirigenti incaricati di governare  istituti che distavano tra loro decine di chilometri…).
La selezione demonizzata
Questo l’ha fatto un governo di destra. Ma la “distruzione” della nostra scuola ha radici ancora più antiche. Senza minimizzare il ruolo notevolissimo di Berlusconi, con l’appoggio della Lega (che faceva parte del governo in cui la Gelmini era ministro), si deve riconoscere che la sinistra non è stata da meno. E le proteste di oggi sono forse un modo per eludere un esame di coscienza che risulterebbe troppo doloroso.
Perché, risalendo indietro nel tempo, dovrebbe cominciare ricordando l’appoggio indiscriminato alla protesta sessantottina, che aveva sicuramente degli aspetti positivi, ma nascondeva anche dei veleni di cui soprattutto la scuola ha poi scontato gli effetti remoti. Basti pensare alla lotta contro ogni forma di selezione proprio nell’ambito scolastico. Giustissima se rivolta contro quella economico-sociale , di cui erano vittima i ragazzi poveri. Assurda se generalizzata e trasformata in una rivendicazione del “6 politico”, grazie a cui il diritto allo studio, che era il senso profondo della prima, veniva trasformato nel diritto a non studiare, ampiamente confermato poi dal sistema dei “debiti” che nessuno era tenuto veramente a saldare.
Anche quella dei docenti
La demonizzazione della selezione non è stata fatta, peraltro, solo nei confronti degli studenti, ma anche dei professori. Ricordo ancora, agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, i volantini dei sindacati confederali della scuola dove si rivendicava il diritto alla promozione automatica per tutti i partecipanti ai corsi abilitanti, accusando chi (come il sottoscritto) distingueva l’ingiusta selezione economico-sociale dei candidati dalla necessaria selezione culturale, chiedendo una verifica seria della competenza dei futuri docenti, di essere una minaccia per i lavoratori. E, dal loro punto di vista, che era quello meramente occupazionale, avevano pure ragione, perché l’abilitazione era importante per il lavoro. Ma era solo questa l’ottica da cui guardare la scuola?
La svalutazione della dimensione culturale
Di fatto, in tutti questi anni i sindacati, pur con i loro indubbi meriti nella difesa dei diritti e del trattamento economico del personale, hanno guardato all’istituzione scolastica più sotto il profilo delle assunzioni e del livello retributivo che sotto quello della qualità culturale. Assecondati peraltro da una classe politica che cercava soprattutto di tenerli buoni. Ricordo ancora di aver chiesto al ministro De Mauro, in una intervista che gli feci a Roma per «Avvenire», se non era il caso di prevedere un anno sabbatico per consentire ai docenti di studiare. Uomo mitissimo, a quella domanda quasi si arrabbiò. «Ma lei vuole che il governo proponga una cosa che neppure i sindacati ci chiedono?».
Alla base di tutto, c’è stato un cambiamento della società
Ma non sarebbe neppure giusto scaricare sui sindacati, (a cui peraltro deve andare, per altri versi, la nostra gratitudine) e sulla politica (a cui ne dobbiamo molto meno), le responsabilità del declino della scuola. È stato un profondo cambiamento di tutta la nostra società a far sì che, rispetto agli anni Cinquanta e Sessanta – in cui il corpo insegnante doveva accontentarsi, dal punto di vista economico, di vacche magre, ma in compenso godeva di un notevole prestigio sociale –, oggi si parli spesso dei docenti con disprezzo, trattandoli anche fisicamente come inservienti invece che come “maestri” di cultura e di umanità.
Alla base di questo c’è stato l’avvento selvaggio del consumismo, che ha trasformato anche la cultura in una funzione economica e ha spinto a valutarla in questi termini. In questa logica, l’insegnamento era in partenza destinato a diventare un lavoro di serie B, e chi lo svolge a contare poco o nulla. A questo punto, se già prima la qualità culturale era poco considerata dalla politica, ora essa non ha più alcun peso. Non per nulla da tempo sono stati sospesi i concorsi, che in passato garantivano la selezione, favorendo l’inserimento giovani preparati ed entusiasti nel corpo docente.
Per una scuola davvero democratica
È il prezzo di una scuola democratica? Non credo. La vecchia scuola elitaria doveva essere superata, ma per dare a tutti quello che prima si dava a pochi. Così, invece, si rischia di non dare più quasi niente a nessuno. Meno male che ci sono ancora degli insegnanti motivati e coraggiosi – ne conosco personalmente parecchi – che non si lasciano scoraggiare da questa deriva del sistema!
No, non sarà certo migliorando il piano fallimentare della Azzolina che risolveremo i problemi di fondo della nostra scuola. Per quelli, non è un singolo ministro che può cambiare le cose. Neppure la classe politica e la dirigenza sindacale nel loro insieme. Perché esse sono, a loro volta, espressione di una cultura diffusa, che ha creato una scala di valori in cui il sistema d’istruzione ha un posto irrimediabilmente secondario. Forse la sola possibilità di costruire una scuola veramente democratica è in un lavoro di rieducazione dell’opinione pubblica, che richiede tempo e sacrifici da parte di chi ha coscienza dei problemi. In fondo È quello che ho cercato di fare in questo articolo. Una goccia nel mare, lo so. Ma il mare è fatto di gocce.






venerdì 6 marzo 2020

EMERGENZA SANITARIA: SERENITA' E CORAGGIO PER ANDARE AVANTI

Santa Sede: serenità e coraggio di fronte all'emergenza coronavirus

In un messaggio, il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita esprime la vicinanza della Chiesa a quanti sono stati colpiti dalla Covid-19 o si sentono minacciati da questa infezione e ringrazia medici, infermieri, soccorritori e ricercatori scientifici per la generosità del loro impegno
Tiziana Campisi - Città del Vaticano
“La vita dell’uomo ha un valore grandissimo agli occhi di Dio. Se, in alcune circostanze, qualcosa attenta alla salute e alla vita stessa di molti uomini, e forse anche la nostra, non dobbiamo sentirci soli di fronte a questo nemico”: è il messaggio del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita pubblicato a proposito dell’epidemia da Covid-19, più nota come epidemia di coronavirus. “Come Dicastero preposto dal Santo Padre alla cura pastorale dei laici, della famiglia e della vita, desideriamo manifestare – in questo momento di difficoltà – a quanti sono stati colpiti dalla Covid-19 o si sentono minacciati da questa infezione virale la nostra vicinanza, il nostro affetto e la nostra preghiera per loro” si legge nel messaggio che ringrazia medici, infermieri, soccorritori e ricercatori scientifici per la generosità della loro dedizione incoraggiandoli a spendere per le necessità attuali le energie migliori e i talenti intellettuali donati da Dio.
Nel testo anche l’invito rivolto a tutti “ad affrontare questa emergenza sanitaria internazionale con serietà, serenità e coraggio”, rendendosi disponibili anche ad alcuni sacrifici nel personale stile quotidiano di vita per il bene comune. “Ognuno è chiamato a fare la propria parte, ma non è solo – si ribadisce – abbiamo la protezione di Dio, che veglia su ciascuno di noi con l’amore di Padre (…) Anche la Chiesa vuole essere accanto a ciascun ammalato di Covid-19, alla sua famiglia e ai suoi amici, al personale sanitario e di pubblica assistenza che si prende cura della sua persona, e agli studiosi che cercano un rimedio per questa patologia”. Un pensiero particolare è rivolto “alle famiglie, che sono chiamate, con amore e senso di responsabilità grande, a farsi carico di accompagnare i loro membri affetti dalla Covid-19 o a prendersi cura degli anziani che non possono uscire di casa a motivo del rischio di contagio, dei soggetti più deboli a motivo di un’altra malattia già in corso, e dei bambini che devono restare a casa da scuola per ragioni sanitarie”. Compito gravoso soprattutto per le famiglie che vivono in luoghi poveri di risorse economiche e di assistenza sociale, ma anche per quelle in cui c’è chi rischia di perdere il lavoro per le conseguenze della epidemia sull’economia mondiale.
Il messaggio sottolinea poi che “in queste circostanze, la famiglia può farsi risorsa, forza trainante e diffusiva del senso di responsabilità di ciascuno, di solidarietà, di fortezza e prudenza, di condivisione e aiuto reciproco nella difficoltà”. Il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita infine si unisce a Papa Francesco, che all’udienza generale del 26 febbraio scorso ha espresso la sua “vicinanza ai malati del coronavirus e agli operatori sanitari che li curano, come pure alle autorità civili e a tutti coloro che si stanno impegnando per assistere i pazienti e fermare il contagio”.