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lunedì 3 agosto 2026

IL CULTO DEL CORPO

 


In pubblico, in spiaggia ma non solo, ci sentiamo in dovere di esibire un certificato di idoneità. 

Così non c’è più tempo libero né vacanza ma solo esposizione narcisistica di un fisico che non può invecchiare.

 

Massimo Recalcati  

 

Non è una novità che il corpo sia diventato nel nostro tempo un oggetto privilegiato di attenzione. La vera novità è che esso sembra essere diventato un oggetto di culto, il luogo privilegiato di una vera e propria religione. 

Negli ultimi anni le palestre si sono moltiplicate, come nel Medioevo si moltiplicavano le chiese o i monasteri. Lo stesso febbrile attivismo, la stessa militanza fideistica. Se la Chiesa si prendeva cura dell’anima dei suoi fedeli, la palestra si prende cura del corpo dei suoi accoliti. Come accade per i luoghi religiosi di culto anche nelle palestre si deve entrare con regolarità, disciplina e devozione. La logica sacrificale appare la stessa: rinuncia al piacere immediato nel nome di una salvezza futura. 

Il culto del corpo

Ogni culto, per non ridursi ad un vuoto codice di comportamento, richiede infatti l’offerta di una parte di se stessi. Dunque eguale rigore ascetico e ritualità, sebbene i programmi estenuanti di allenamento abbiano sostituito le pratiche liturgiche e la conta delle calorie abbia preso il posto di quella dei peccati. Ma nelle chiese come nelle palestre ci vuole abnegazione e spirito di sacrificio. 

E ci vuole, soprattutto, fede. Una pletora di predicatori del corpo sempre in forma – nutrizionisti, personal trainer, influencer, santoni e coach di ogni genere – diffondono con entusiasmo il nuovo verbo. Ma una differenza si impone come decisiva: nelle vecchie chiese l’altare custodiva il mistero e il carattere inaccessibile di Dio, mentre sull’altare di questa nuova religione troneggia l’ideale feticistico e autosufficiente del proprio corpo. I muscoli definiti, gli addominali scolpiti, la schiena possente, le gambe muscolose, la pelle tatuata. Si tratta di un nuovo oggetto di culto e di una nuova fede. 

Ma quale? Quella nel carattere immortale del corpo. È questo il fantasma inconscio che permea la nuova religione. Per questa ragione il corpo non deve essere flaccido, grasso, gonfio, non deve mostrare nessuna stanchezza, non deve invecchiare, non deve essere corrotto dalla malattia, non deve esibire alcuna imperfezione. 

Più precisamente, si tratta di eliminare ogni traccia della carne, ovvero di ciò che ricorda la sua drastica finitezza. Il corpo palestrato tende ad assomigliare sempre meno a un organismo vivente e sempre più ad un materiale industriale. Deve essere duro, compatto, asciutto, tonico. Il suo paradigma non è la carne ma l’acciaio. La carne, infatti, deve essere asciugata, cancellata, soppressa proprio in quanto marchio indelebile della nostra finitezza. Il corpo in perfetta forma è il corpo che ha estirpato da sé stesso il suo destino mortale. Ma questa estirpazione richiede una applicazione tenace e mai del tutto adeguata. Ogni specchio rischia di diventare un tribunale la cui sentenza è sempre di condanna. L’impresa è titanica ed esige una costanza militare. La chirurgia estetica può allora venire in soccorso. Ma anch’essa tende a moltiplicare i suoi interventi. 

Il teatro delle maschere

Le natiche, i seni, le labbra, le palpebre, le braccia, le gambe, il ventre, il volto esigono sempre di essere ritoccati per scongiurare la visione della carne. Il fantasma è quello di rifare il proprio corpo contrastando la sua natura caduca. Anche nel mondo social il ritocco delle proprie immagini è diventato un metodo praticato regolarmente. Un vero e proprio teatro delle maschere vorrebbe ingannare non tanto gli spettatori ignari ma innanzitutto se stessi. Per poter abitare uno spazio pubblico il nostro corpo deve esibire un certificato di idoneità. Allora la spiaggia non può più essere solo un luogo di vacanza, ma quello dell’esposizione narcisistica del proprio duro e pio lavoro alla luce artificiale della palestra. Mentre in epoca premoderna il disprezzo della carne era finalizzato alla salvezza dell’anima, la nuova religione disprezza la carne perché intende elevare il corpo alla dignità di un assoluto disincarnato. 

È il rovesciamento della passione di Cristo.

Mentre egli rinuncia al corpo immortale di Dio incarnandosi, facendosi uomo, nel nostro tempo è l’uomo che, volendo cancellare la propria carne, si abolisce come uomo per rendere il proprio corpo divino. Si tratta altresì di un capovolgimento inedito del rapporto tra etica ed estetica. Mentre nelle società religiose il rigore etico imponeva una severa disciplina morale alle voluttà sensuali dei corpi flagellando la loro carne attraverso il senso di colpa e la sua espiazione, attualmente i digiuni, le penitenze e le privazioni non hanno alcuna finalità spirituale ma sono al completo servizio dell’estetica. 

Il corpo in salute, asciutto, allenato e controllato diventa un paradigma paradossale dell’integrità. La restrizione del regime alimentare non mira alla purificazione dell’anima ma deve liberare il corpo dalle sue tossine e dai suoi veleni per ribadirne la natura immortale. La virtù morale si misura in percentuale di massa grassa, in chilometri percorsi, in calorie consumate, in parametri biologici continuamente monitorati. 

‘Il corpo consunto del santo ascetico è stato sostituito da quello tonico del palestrato. 

L’estetica del corpo diventa così teologica e morale insieme: chi si prende cura del proprio corpo appare come un soggetto autenticamente responsabile, disciplinato e padrone di sé. Diversamente chi non gli dedica la giusta attenzione si trova ad incarnare una nuova forma di ateismo sacrilego, ovvero quello di non credere all’immortalità del proprio corpo.

La Repubblica 

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mercoledì 20 agosto 2025

MISS A 13 ANNI


 Pellai: “Diventare Miss a 13 anni significa non comprendere che l'unica cosa che non deve accadere è mettere il corpo al centro della costruzione del proprio valore e della propria identità"


La Redazione

 La notizia di una giovane tredicenne divenuta Miss ci fa comprendere come un'adolescente non possa essere considerata solo in funzione del corpo che viene mostrato ed altresì induce a pensare che…

Nella moderna società si assiste ormai ad una classe adolescenziale concentrata più sulla forma che sulla sostanza. A chi di noi non capita quotidianamente di incrociare giovani ragazze fossilizzate solo ed esclusivamente sull'aspetto fisico ed esteriore?! Si tratta di una prassi comune che tende alla spettacolarizzazione e a fare delle adolescenti le protagoniste di mere esibizioni estetiche.

Invero, negli ultimi giorni, si è diffusa la notizia di una giovane Miss dell'età di 13 anni e ciò ha suscitato non poco scalpore.

La tredicenne, sfilando in bikini e tacchi alti, è salita sul palco e si è rivolta alla giuria descrivendosi così: "Ho 13 anni, sono una ragazza molto determinata e piena di sogni, vorrei fare la modella e già da oggi i social mi danno una spinta in più per credere a me stessa".

A tal fine Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano, sottolinea come a 13 anni “l'unica cosa che non deve accadere è mettere il corpo al centro della costruzione del proprio valore e della propria identità, perché quel corpo si sta trasformando, ma soprattutto si sta costruendo come immagine mentale".

La notizia di una giovane tredicenne divenuta Miss ci fa comprendere come un'adolescente non possa essere considerata solo in funzione del corpo che viene mostrato ed altresì induce a pensare che la famiglia debba impedire che quella stessa immagine del proprio corpo diventi un valore di vita.

 "La notizia che i media raccontano oggi di una Miss tredicenne data in pasto ai social media, dice moltissime cose della fragilità educativa del mondo adulto", così come dichiarato espressamente da Alberto Pellai.

 A scuola oggi

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lunedì 3 marzo 2025

CORPO E ANIMA


"Corpo, gioia e libertà"


di Ritanna Armeni

Quando uscì nel 2020, il libro di Teresa Forcades - Il corpo gioia di Dio (Gabrielli editori) già il titolo annunciava una posizione controcorrente, un approfondimento senza censure su un tema scomodo: il corpo.

La lettura confermò la suggestione del titolo scelto dalla monaca di clausura benedettina, teologa, medico, femminista, che l’anno dopo pubblicava Forte come la morte è questo amore. Otto lezioni sul Cantico dei cantici (Castelvecchi), in cui, con il rigore e la passione che la contraddistinguono, Forcades da una lettura audace del celebre testo presente nella Bibbia ebraica e cristiana che parla esclusivamente di amore. 

Dal monastero di Montserrat, sulle montagne della Catalogna (Spagna), Teresa Forcades, 59 anni, ha risposto alle domande di Donne Chiesa Mondo. 

Per molto tempo nella cultura cristiana il corpo è stato contrapposto all’anima. Due entità estranee l’una all’altra e in contrapposizione È ancora oggi così oppure qualcosa è cambiato? 

L’incarnazione, l’Eucaristia (mangiare il Corpo di Cristo!), la risurrezione della carne. Il corpo ha un ruolo centrale sorprendente nel cristianesimo. Questa centralità non giunge da Platone né dagli altri filosofi dell’antica Grecia e, che io sappia, non si trova in nessun’ altra tradizione religiosa. 

Il Verbo si fece carne (Giovanni 1, 14). Davvero sorprendente. La pienezza di Dio “infilata”, per così dire, “dentro” un corpo umano. Talmente sorprendente che noi cristiani abbiamo avuto e tuttora abbiamo difficoltà a vivere in coerenza con la soppressione della dicotomia tra corpo e anima che l’Incarnazione di Gesù rappresenta. Abbiamo platonizzato il cristianesimo e quindi diffidato del corpo e dei suoi piaceri. Abbiamo sostenuto il valore più alto del corpo nella teoria teologica e, al tempo stesso, lo abbiamo svilito nella pratica morale. Grazie a Dio, questo comincia a cambiare. Vedere il nostro corpo come luogo gioioso d’incontro tra il divino e l'umano per molti potrebbe essere una novità gradita e potenzialmente capace di cambiare la vita. 

Nella Chiesa il corpo delle donne è stato visto spesso come veicolo della concupiscenza e del peccato. E, quindi, origine del disordine del mondo. Ancora oggi è così? O qualcosa comincia a cambiare anche su questa questione? 

Dentro e fuori la Chiesa il corpo femminile è stato sia riverito, sia disprezzato. È l’ineludibile e irrisolvibile contraddizione del patriarcato: le donne sono viste come oggetto di desiderio (sono pure, ispirano, curano, guariscono) e al tempo stesso come inferiori (son malvage, bisognose di guida e di controllo, inaffidabili). È impossibile essere entrambe le cose. Il corpo delle donne deve essere “perfetto” secondo standard di bellezza sempre più irrealistici e deve essere controllato attraverso la violenza psicologica e fisica. 

La religione, in generale, e il cattolicesimo in particolare sono stati spesso parte di questa violenza. E sappiamo che la violenza perpetrata “nel nome di Dio” è quella più profonda e dannosa. La soluzione? Che le donne parlino per loro stesse. Più parliamo per noi stesse, più errori faremo, proprio come gli uomini quando parlano per loro. Che sia così. Il problema non è fare errori. Il problema è essere sostituita nel tuo agire da un rappresentante religioso o laico. 

Quanto ha pesato l’ idea negativa del corpo delle donne – luogo di concupiscenza e di peccato – già detto nella domanda precedente nella definizione del loro ruolo nella Chiesa? Quanto ha contribuito ad una posizione sottoposta e marginale? 

Il problema non è l’“idea negativa”, bensì la combinazione impossibile di “idealizzazione e denigrazione”. Se il corpo delle donne fosse “solo negativo”, sarebbe molto più tollerabile. Così, invece, il messaggio è altamente tossico, indigeribile. 

Da Paolo VI a Giovanni Paolo II a Papa Francesco, tutti hanno elogiato la donna come avente in qualche modo un ruolo superiore nella Chiesa, il ruolo della maternità, che tutte le donne dovrebbero condividere con Maria. Il seno e il grembo/la vagina vengono elogiati e riveriti come simboli di maternità e di potere femminile, mentre vengono temuti e aborriti nella loro fisicità concreta da alcuni uomini celibi che da adulti non hanno mai avuto contatti con loro. 

L’amore fra gli esseri umani può esistere senza il corpo? Oppure questo è secondario rispetto all’attrazione dello spirito come, del resto, molti hanno sostenuto e sostengono? 

Tommaso d’Aquino ha affermato che non possiamo essere “persone” senza il corpo. La sola anima non costituisce una persona. L’amore tra esseri umani non può esistere senza il corpo, perché l’essere umano non può esistere senza di esso. C’è un corpo terreno e un corpo celeste, un corpo fisico e un corpo spirituale. Ma rimane sempre il bisogno di avere un corpo come principio che personalizza la nostra identità. Il corpo è ciò che mi rende diversa da te: nel tempo e nello spazio, il corpo deve essere fisico; al di là del tempo e dello spazio, sarà spirituale, ma potrà trasmettere e comunicare la mia identità individuale a coloro che mi amano e permetterà loro di trasmettermi il loro amore. Il contatto fisico senza legame spirituale è nella migliore delle ipotesi noioso e per niente interessante, nella peggiore, invece, violento. Un legame spirituale senza sesso ovviamente è possibile e piacevole, ma non è come “esistere senza un corpo”. 

Il corpo, come ha chiaramente affermato Teresa d’Avila, è parte di ogni nostra relazione, perfino della nostra relazione con Dio. Il corpo è felice di sperimentare l’amore e può essere toccato fino nel profondo da uno sguardo amorevole, da una presenza amorevole o da una parola amorevole. Non serve il contatto fisico perché il corpo sia parte dell’esperienza. Siamo esseri incarnati sempre, e tutto ciò che sperimentiamo, senza eccezione alcuna, lo sperimentiamo con il corpo. 

Al corpo luogo negativo e del peccato la società moderna contrappone il corpo libero, che cerca il piacere senza limiti. Ma è vera libertà quella che la cultura dominante propone o una nuova e inedita idea di sfruttamento e di subalternità?

Nella nostra cultura tardo capitalistica esiste lo sfruttamento e la mercificazione del corpo. Ragazze sempre più giovani (e anche ragazzi) vengono sessualizzati e sottoposti a standard di bellezza irrealistici e in costante mutamento. 

L’età di chi si ammala di anoressia si è abbassata e la percentuale dei casi è aumentata. La chirurgia estetica è diventata comune e viene applicata alle parti più intime del corpo. C’è tanto da criticare nella nostra cultura per quanto riguarda il modo in cui tratta il corpo. Ma è anche vero che molte donne stanno trovando la libertà di vestirsi come vogliono, dopo che per molti secoli (da sempre) sono state costrette a conformarsi a un rigoroso codice di abbigliamento, e che molte donne (e uomini) stanno osando esprimere, esplorare e godere della propria identità senza doversi conformare a rigidi ruoli di genere. 

Secondo me, l’importante non è chiarire se il nostro momento storico è più o meno libero rispetto a quelli precedenti, bensì avere la lucidità di identificarne i pericoli più pressanti e il coraggio di affrontarli, insieme. 

 L'Osservatore Romano inserto Donne Chiesa Mondo marzo 2025


 

 

martedì 25 luglio 2023

TUTTO PASSA E QUASI ORMA NON LASCIA

Anche il corpo è un divenire, è stato creato per essere mutato, migliorato, trasformato a favore della vita che esso stesso porta come sete e chiede come pienezza

- di Rosanna Virgili

   

Il nostro organismo, il confronto con il tempo, il desiderio innato di eternità.

 Anche il corpo è un divenire, è stato creato per essere mutato, migliorato, trasformato a favore della vita che esso stesso porta come sete e chiede come pienezza Rosanna Virgili conclude oggi un percorso di riflessione in sei tappe su Corpo e Parola. A partire dai testi biblici la teologa e biblista ha offerto uno sguardo aperto ai mutamenti antropologici in corso, guardando alle ricadute sui Sacramenti della fede cattolica

 «Come sono belli i tuoi occhi dietro il velo» dice il Cantico dei Cantici alludendo a ciò che traspare del viso di lei coperto da un velo. Trame di seta che lo rendono ancor più affascinante e desiderabile. Ora le donne, da noi, non tengono più nulla dietro un velo, specialmente d’estate. Se ancora ai tempi di Totò mostrare il corpo con un bikini significava liberarsi da moralismi repressivi esercitati dai patriarcati familiari e sociali, che volevano soffocarne la pelle dentro degli “scafandri da palombari” (= costumi interi e castigati), oggi segnala, invece, più che voglia di esibire quasi un’indifferenza, un’estraneità tra sé e il proprio corpo e tra il proprio corpo e quello degli altri. Una nudità senza attesa, membra inermi esposte agli anonimi passanti e pure al vuoto di uno sguardo d’amore. Un corpo senza porte, senza un velo a vegliarne l’intimità. Il corpo si trasmette sempre più come immagine e il “velo” si trasforma nella prosaica calza da mettere sulla telecamera affinché si ottenga un effetto flou che spiani le rughe così da rendere impossibile l’emergere dei segni del tempo sulla fronte e sul collo. Ridotto ad immagine il corpo non sembra veicolare più il passato quindi la storia, le esperienze, le maternità, gli allattamenti, tutte le cicatrici che la vita vi ha scolpito. Qualcosa che molti condannano come fosse un peccato e qualcuno, con rara sapienza, non accettava, dicendo: “c’ho messo tanti anni a fare queste rughe perché dovrei cancellarle?” (Anna Magnani). Ma il desiderio di togliersi di dosso il peso degli anni è un’ansia indiscutibile del corpo. Di uomini e di donne. Il desiderio di rimuovere i difetti, le imperfezioni, le disarmonie, le malattie, tutte le forme più disparate della corruzione è viscerale e appartiene al corpo stesso. O meglio a quella che potremmo chiamare: l’anima del corpo.

 Un altro corpo

 Come è noto, i cristiani attendono e confidano nella resurrezione del corpo. Si tratta di un altro corpo quello che continuerà a vivere dopo la morte. Come sarà allora? Paolo è il primo ad argomentare su ciò: «Ma qualcuno dirà: “Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?” (…) Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere (...) Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; (…) è seminato corpo animale risorge corpo spirituale» (1Cor 15,35-44). La metafora è efficace ma resta l’interrogativo non solo su come sarà concretamente possibile trovarsi in un altro corpo, ma anche su come immaginarlo. Che ne sarà dei nostri difetti fisici che tanto ci disturbano nella vita mortale? Sorge inoltre un’ulteriore domanda: ma se saremo trasformati e perfetti, come faremo a riconoscerci? Non verremo mica tutti omologati secondo i canoni della chirurgia plastica?

 Com’è bella giovinezza

 Prima ancora che il cristianesimo proponesse la fede nella resurrezione della carne e quindi nella speranza di trovarsi in un corpo tessuto di spirito e libero dalla corruzione del tempo, alcuni sono stati più attenti e si son detti: a quale età si vorrebbe intercettare il per sempre? Ed ecco i miti dell’eterna giovinezza. Uno dei più antichi si trova nell’epopea di Gilgamesh un testo in accadico risalente alla fine del secondo millennio avanti Cristo. Trovandosi di fronte al cadavere del suo amico Enkidu, Gilgamesh prende la decisione di andare alla ricerca di una pianta il cui nome è: “Vecchio ringiovanisci”. Nonostante fosse stato avvertito da una locandiera saggia – Siduri – che non l’avrebbe mai trovata, Gilgamesh insistette e riuscì ad averla. Ma lungo il viaggio di ritorno, distrattamente, la appoggiò su una pietra e un serpente, fulmineo, la ingoiò! Mentre quest’ultimo cambiò la pelle e ringiovanì, Gilgamesh dovette rientrare ad Uruk nelle spoglie mortali. Le delusioni che seguono a questo tipo di miti non fanno dimenticare, tuttavia, la bellezza della giovinezza e il desiderio di goderne per sempre. C’è chi – come Lorenzo il Magnifico – suggerisce di approfittarne più possibile almeno finché dura: « Com’è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia del doman non c’è certezza ». Quasi un eco a un testo sublime del Qoèlet: « Godi, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi » (11,9).

 Può forse un uomo rinascere quando è vecchio?

 «Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse (…) “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito” » (Gv 3,1-6). Non è facile comprendere di cosa parlasse concretamente Gesù in risposta alla domanda di Nicodemo. Ma è certo che questa domanda rimane più attuale che mai. Parliamo, infatti, oggi, di post-mortali, di eterna giovinezza e di appiattimento del tempo su di un’unica età. Yubal Noah Harari, nel suo Homo Deus, dice che saranno le scienze a darci quello che le religioni ci hanno promesso. Che dire? Importante è che l’anima non vaghi astratta dal corpo come pure che il corpo non si riduca a una carcassa senz’anima.

 Generato, non creato.

 Il verbo generare contiene una polisemia: la perdita, la rinascita, lo sviluppo da un seme a un corpo. “Generato e non creato”, la definizione che il Credo cattolico dà del Figlio di Dio incarnato è questa: egli è frutto e fonte di un processo. Venendo da un dinamismo, da un mutamento, da una trasformazione, continuerà a trasformarsi ed a trasformare: dal corpo animale a quello spirituale. Il corpo resta, ma non le sue strutture. Se, infatti, il primo è fatto di carne (basar) e di anima (nefeš) il secondo è fatto di spirito (pneuma). Una prospettiva del genere sul corpo dovrebbe liberare da qualsiasi attaccamento al dato “creato”. Difendere il dato naturale non costituisce il primo interesse del cristiano. Del resto nella Bibbia non si legge di una “legge naturale”, ma di diversi atti di creazione compiuti da Dio. Da essi si avvia un processo segnato dal tempo e dalla sapienza dell’uomo, il quale accetta il suo limite, sempre in rapporto con la Trascendenza. Abbiamo osservato come non si nasca né figli, né fratelli, ma si diventi tali. Abbiamo visto come anche la paternità e la maternità siano dei processi e non dei canoni assoluti e fissi. Dobbiamo concludere che anche il corpo è un divenire, è stato creato per essere mutato, migliorato, trasformato a favore della vita che esso stesso porta come sete e chiede come pienezza. L’anima del cristianesimo, presente in tutti i libri del canone biblico, consiste di una tensione del corpo alla vita, al superamento del limite posto dalla morte; è quanto abbiamo potuto dimostrare attraverso la lettura di molti testi. Il corpo sessuato è fatto per superare l’individualità e per vincere la solitudine; per continuare nell’apertura alla discendenza e nel fine primario dei figli, per mezzo dei quali ci si vuole procurare un plusvalore di vita dopo la morte.

 La storia del corpo che la Bibbia racconta è quella di un continuo divenire, della libertà e dell’audacia che spesso ha portato a spostare le caratteristiche dell’identità di genere, pur di garantire un futuro alla famiglia, alla società e alla civiltà. Ma ha anche continuamente cambiato gli schemi storici delle sue incarnazioni, seguendo le ragioni della Sapienza e dello Spirito: la comunione, l’amore, il patto tra due o più. Ed è questa la vera distanza tra il pensiero biblico sul corpo e quello della cultura contemporanea: quest’ultima è curiosa di vedere se sia possibile mutare i corpi delle persone allo scopo di una loro sempre maggiore autonomia, al servizio dell’individuo, affinché possa emanciparsi da qualsiasi bisogno o legame con il corpo dell’altro. Ciò porta non solo alla morte di Dio, che è l’Altro per eccellenza, ed alla morte del prossimo, ma anche alla morte dell’“umano”, così come la Bibbia lo concepisce. Essa, infatti, segue una direzione opposta, apre tutte le sue pagine ai mutamenti del corpo in vista della vita comune, dell’amore vicendevole, del riscatto dei poveri, della comunione tra le creature: « Per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo” ». ( Ef 2,16). La sua “umanità” è quella che tende all’inclusività, all’abbattimento dei muri, alla riconciliazione materiale e morale, alla resurrezione, alla costruzione di un “corpo” universale di pace. In questa tensione il corpo si trasforma, poiché nella Parola dell’abbraccio esso trova la Vita.

 www.avvenire.it

 

domenica 26 gennaio 2020

ADOLESCENTI, L'ARTE DI ACCOMPAGNARLI


Servono più genitori ed educatori 
e meno psichiatri

 


Bellezza, denaro, morte, corpi, vecchiaia, attesa, le droghe che sono una maschera. Lo psichiatra racconta con onestà gli adolescenti di oggi. «La soluzione migliore per lavorare con loro è accettare e dire che non sappiamo chi sono. E aggiungo: essere adolescenti significa, prima di tutto,"essere contro". Preoccupatevi quindi di quelli che non hanno conflitti»

 

Vittorino Andreoli, psichiatra, è intervenuto durante il seminario “Adolescenti e dipendenze” organizzato dalla Fondazione Exodus di don Mazzi. Andreoli restituisce un’immagine degli adolescenti inedita. E per farlo parte della dipendenza: «Il problema della dipendenza è grande. Ma per parlarne dovremmo partire dalla nostra vita e della società, solo così possiamo capire quella dei nostri figli».
Chi sono gli adolescenti di oggi?
Non c’è nessuna dottrina in grado di spiegare chi è l’adolescente. Vive dentro la società ma muta continuamente. La soluzione migliore per lavorare con loro è accettare e dire che non sappiamo chi sono, solo cosi potremmo conoscerli meglio. Poi, bisogna guardare all’adolescenza nel mondo e nell’ambiente. Non è possibile separare i ragazzi, decontestualizzarli. Mi chiedete chi sono gli adolescenti? Per me giovani che vivono in un’età difficile ma piena di fascino e che meritano di essere non aiutati ma capiti. Io non ho formule, sia chiaro, ma solo alcune considerazioni.
Quali?
La prima – fondamentale – è che l’adolescenza non è una malattia. Sembrerà banale sottolinearlo, ma ormai c’è la tendenza a considerarla tale appena si presenta un problema, anche minimo. L’adolescenza è una fase dell’esistenza che ha delle caratteristiche precise. Come la vecchiaia d’altronde, che pure è una fase straordinaria dell’esistenza con caratteristiche proprie da cui non bisogna scappare, anzi bisogna viverle perché hanno grande senso e valore nel mondo sociale. Ecco la vecchiaia c’entra molto con l’adolescenza. Questi giovani hanno bisogno dei vecchi, del rapporto con i nonni: perché la figura del nonno rappresenta la storia e bisogna far sentire all’adolescente che anche lui si inserisce in una storia, e la storia si capisce solo in relazione a chi è più grande. Adolescenza e vecchiaia non sono diversissime tra loro.
In alcuni adolescenti la bellezza è diventata un trauma. Se non sei bello sei da buttare.
Da cosa è caratterizzata questa età?
Essere adolescenti significa, prima di tutto, essere contro. E questo dipende da una percezione del mondo che vorrebbero diverso. Ma non perché non gli piaccia la famiglia, la mammà, il papà, o la casa. Ma perché in qualche modo devono trovare un equilibrio, una sincronia tra il loro mondo che sta cambiando e quello che hanno attorno. “Sono contro” perché non si sentono più simmetrici: l’adolescenza è una metamorfosi. E sono conviti che sia il modo a dover cambiare e non loro ad aspettare di cambiare, di trasformarsi appunto.
Non sanno aspettare?
Bisogna amarla l’attesa. Oggi, e questo non riguarda più solo gli adolescenti, nessuno sa più aspettare. Si vuole tutto subito. Invece l’attesa vuol dire poter vedere che cos’è la crescita, la curiosità. Attesa significa saper immaginare. Quello che dobbiamo insegnare è la pazienza. Ma “essere contro” non significa conflitto, non è una patologia. Abbiamo considerato il conflitto una patologia per molti anni. Senza accettare che esiste anche un conflitto positivo, che alla fine è quello che si verifica con più frequenza negli anni dell’adolescenza. “Essere contro” è fondamentale, preoccupatevi di quelli che non hanno conflitti.
Quali sono le altre possibilità?
Poi ci sono le adolescenze difficili e quelle malate, ma non sono la regola. È questo che dobbiamo capire.
In quanti modi si può essere contro?
Io ne riconosco tre. Utilizzando la trasgressione, i ragazzi che seguono le regole e in maniera ritmica le infrangono per poi rientrarci. Poi si può essere oppositivi. Oppositivo è il ragazzo che dice sempre no a tutto, dice di no anche quando vorrebbe dire sì. L’opposizione è una dipendenza al contrario e in questo caso il ragazzo va aiutato.
Le droghe sono le maschere che gli adolescenti usano perché non si piacciono, con le droghe l’adolescente si percepisce diverso
Vittorino Andreoli
Come si supportano i ragazzi durante gli anni dell’adolescenza?
Nella nostra società c’è bisogno di sicurezza. La nostra è la società della paura. Ogni giorno ci facciamo sollecitare, oltre che da quella esistenziale, anche da tante altre paure. La paura è uno strumento difensivo che ci permette di riconoscere i rischi ma noi la stiamo esasperando. E allora come facciamo da insicuri a supportare gli adolescenti nelle loro insicurezze? Nell’adolescente l’insicurezza ha una via potentissima e privilegiata.
E il rapporto con le dipendenze?
Tutto è cambiato e continua a cambiare velocemente. In 10 anni si sono diffuse altre 600 nuove sostanze. E il rapporto tra gli adolescenti e le sostanze è molto cambiato.
In che senso?
Partiamo dalla bellezza, occupiamoci della bellezza. Ormai è diventata un trauma. Una specie di imperativo. Se non sei bello sei da buttare. Ma sentirsi orrendi è la condizione più ricorrente nell’adolescenza. Proprio perché è una condizione di trasformazione. E gli adolescenti non sanno come cambierà il corpo e se sarà uguale all’immagine stabilita dai giornali di moda. Domina la bellezza di superficie in questa società dei sacerdoti della dieta. Questa società sta ossessionando l’adolescenza. Ma la bellezza è un’altra cosa. C’è la bellezza del modo di fare, del sorriso, dello sguardo. Quindi per evitare che i ragazzi cadano nel circolo delle dipendenze, la prima cosa, è aiutarli parlando con loro della bellezza. Discutere con loro su che cos’è essere belli. Altrimenti si corre il rischio di buttarsi via, e ci sono tanti modi per farlo: usando le sostanze per non sentirsi più brutti, bere cinque bicchieri di vino alla volta perché così si sballano e non si sentono più preoccupati per il naso o non so che cosa. Il secondo tema è il denaro, che è un vero problema per l’adolescente. Perché se non hai quei venti euro li devi avere, diventa una questione di vita o di morte, di morte sociale. Poi se non hai denaro e avverti la bruttezza è difficile girare per strada. Ci sono persone brutte che vogliono morire e la droga si inserisce in questo malessere per essere la maschera. Le droghe sono le maschere che gli adolescenti usano perché non si piacciono, con le droghe l’adolescente si percepisce diverso. Attenua il dolore. La terza parola è la morte. Non si parla mai di morte, la morte è un tabù. Eppure se parliamo di morte possiamo spiegare ai ragazzi che cosa significa essere in questo mondo, e che la vita è un’esperienza straordinaria, basta superare delle difficoltà e non credere che tutto sia legato al denaro.
Dobbiamo dire della bellezza di vivere, raccontare la gioia di vivere. L’amore è una grande cosa e anche il corpo è una cosa meravigliosa, le persone con il corpo si devono amare. Il corpo l’ha dato il Padreterno quindi basta con questi tabù. Basta vederlo come qualcosa di osceno. Il corpo è un’espressione straordinaria, gli educatori la devono raccontare questa cosa ai loro ragazzi. Perché non dire dell’umanità straordinaria e della bellissima storia di essere amati e che se perdiamo – attraverso le sostanze – la sensazione della nostra fragilità queste cose non possiamo ricordarcele.

Testo raccolto durante il seminario “Adolescenti e dipendenze” organizzato dalla Fondazione Exodus di don Mazzi



lunedì 14 maggio 2018

CORPO E SPIRITO: UNA STORIA DI CARNE E DI MISTERO


LA BIBBIA NON CONOSCE 
LA SEPARAZIONE
 DI CORPO E SPIRITO

«Mi è stato donato un corpo: che farò di questo dono unico e mio? A chi dovrò essere grato di questa sommessa gioia di respirare ed esistere? Il mio respiro si posa già sui vetri dell’eternità, sì, caldi del mio fiato [...]. Scola via la fanghiglia dell’istante, rimane il caro disegno del mio essere». Così Osip Mandel’štam, il grande poeta russo morto in un lager staliniano in una data incerta (forse il 1938), dà voce a una comune esperienza umana.
            In questi versi si raggruma, infatti, la sconcertante e mirabile bipolarità della nostra corporeità: l’essere fanghiglia temporale, finita e caduca, e l’essere respiro che alona i «vetri dell’eternità»; in sintesi, un simbolo “carnale” dell’anima che anela all’eterno e all’infinito. Intere biblioteche di saggi sono state dedicate al tema della corporeità in connessione con le varie religioni.
            Lo si è fatto da più angolature, sempre procedendo sul crinale tagliente dal quale spiovono i due versanti dell’essere e dell’esistere umano: da un lato la carnalità apparentemente ombreggiata e, dall’altro, lo spirito apparentemente etereo e impalpabile come la luce. Entrambi i versanti sono, però, inscindibili e compatti, proprio come cantava padre Turoldo:
            «Inquieta anima mia quasi / carne in te rientra, / parla piano, taci anzi, / se vuoi udirLo; Egli / non è lontano, / è nel tuo mare di sangue […] / Alla terra torna, alla terra resta / anima quasi carne». Il corpo è, quindi, un intreccio di immanenza e di trascendenza, una realtà che, soprattutto nella cultura contemporanea, è spesso incompresa e svalutata, idolatrata o umiliata.
            Nella “Supplica a mia madre” Pier Paolo Pasolini confessava: «Ho un’infinita fame / d’amore, d’amore di corpi senz’anima». Un corpo amputato della sua parte più originale. In realtà anche il corpo più decadente o deformato o ferito, offeso e violato conserva una sua sacralità, una sua potenza e grazia, una scintilla di bellezza; la sua anima può essere stinta ma non mai estinta.
            E il cristianesimo in particolare – come dichiarava lo scrittore Ferruccio Parazzoli nel suo romanzo Il giro del mondo (1977) – «non è una religione di fantasmi, non di anime spoglie e rilucenti, ma di corpi, questi corpi così come sono, gloriosi e miserabili e che risorgeranno, come è stato promesso».
            Questa è anche l’estrema affermazione di Cristo quando nell’ultima sera della sua vita terrena pronuncia quelle parole che risuoneranno nei secoli fino a oggi: «Questo è il mio corpo». La sua è, dunque, una presenza divina ma fatta di carne e sangue, nella distesa del tempo.

 Gianfranco Ravasi

(articolo tratto da www.luoghidellinfinito.it)

martedì 2 maggio 2017

TATUAGGIO. CHE PASSIONE!

“Mamma, papà, 
voglio farmi un tatuaggio!”


Fenomeno tattoo: sempre più giovani e meno giovani usano tatuarsi il corpo. Quali sono gli effetti che un tatuaggio può avere sulla cute? La pelle tatuata cambia per sempre, cosa spinge dunque una persona ad alterare definitivamente la propria immagine?

di Gabriele Soliani

I tatuaggi sulla pelle del corpo diventano sempre più diffusi, quasi un segnale da mostrare come moda. Ora che arriva l’estate e si abbandonano gli abiti lunghi e coprenti, i tatuaggi risultano in bell’evidenza. Ma non si capisce bene se sono fatti per esaltare la bellezza del corpo o per qualcos’altro.
Un recente sondaggio Usa ha evidenziato che tre adulti su dieci ne ha almeno uno, con le percentuali maggiori fra i Millenials (47%) e i Gen Xers (36%) e un aumento generalizzato del 50% negli ultimi quattro anni.
La cute umana è un vero e proprio organo e svolge molte funzioni, per queste ragioni la scienza medica cerca oggi di studiare il cosiddetto fenomeno tattoo. I risultati delle ricerche mostrano parecchi dubbi e qualche preoccupazione. L’ultimo studio, che è stato pubblicato sull’argomento in ordine di tempo, ha scoperto che i tatuaggi possono alterare il modo in cui la pelle suda aumentando i rischi di un possibile colpo di calore.
I ricercatori dell’Alma College nel Michigan, analizzando i campioni di sudore di 10 adulti in buona salute, hanno notato che la zona di pelle ricoperta d’inchiostro (per l’esperimento si è scelta un’area circolare di almeno 5,2 cm) espelleva circa il 50% di sudore in meno rispetto alla parte priva di tatuaggi. “Dall’esame dei campioni di sudore è anche emerso che quelli rilasciati dalla pelle tatuata avevano una maggior concentrazione di sodio rispetto a quelli presi dalla pelle libera da inchiostro”, ha spiegato al quotidiano Time il professor Maurie Luetkemeier, coautore dello studio. Infatti quando le ghiandole sudoripare producono il sudore, la pelle tende a riassorbire il sodio e gli altri elettroliti, ma nel corso dell’esperimento gli scienziati si sono accorti che in presenza di un tatuaggio tale riassorbimento veniva parzialmente bloccato.
Il prof. Luetkemeier precisa che: “Non siamo ancora sicuri se ciò dipenda dall’inchiostro, dal trauma dell’incisione o da una combinazione di entrambi i fattori”. Quando l’area coperta da inchiostro è piuttosto estesa (e concentrata soprattutto su schiena, braccia o altre zone ricche di ghiandole sudoripare) i tatuaggi potrebbero interferire con la capacità della pelle di raffreddare il corpo e di trattenere alcuni nutrienti fondamentali, dando così origine a problemi di termoregolazione che potrebbero provocare improvvisi (e potenzialmente pericolosi) colpi di calore.
               Il professor Antonino Di Pietro, direttore scientifico dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis di Milano dice che: “Questo studio va considerato con attenzione poiché la pelle tatuata cambia sicuramente le proprie caratteristiche e va incontro a modifiche che non possono banalmente fermarsi a una differenza di colore superficiale. Sia il trauma di un ago che, arrivando nel derma medio profondo, crea migliaia di microcicatrici in pochi centimetri quadrati, sia i granuli di pigmento, che sono corpi estranei che resteranno per sempre tra le cellule cutanee, alterano infatti la struttura cutanea, mettendo a rischio l’equilibrio e la normale vita delle cellule e delle ghiandole della pelle”.
Sappiamo anche che il tatuaggio non sempre si può rimuovere del tutto lasciando cicatrici permanenti. La pelle tatuata dunque cambia per sempre. Perché alterare per sempre un organo del corpo? Perché rovinarlo facendogli cambiare colore e fisiologia? Perché proprio la pelle che è il modo umano di presentarsi agli altri e anche a se stessi quando ci si specchia o ci si guarda?
Dallo studio citato manca, forse perché non era nei suoi fini scientifici, il pericolo di non vedere, nascosto dal pigmento, un neo che cambia colore, contorni e dimensioni, segnale di evoluzione del melanoma, il temibile cancro della cute. Sinceramente è difficile capire i motivi di questa moda così diffusa fra calciatori, cantanti e personaggi televisivi.
Per un genitore che si sente chiedere dal figlio o figlia adolescente: “Voglio farmi un tatuaggio” la motivazione del no potrebbe essere lo studio citato, oltre al fatto che la bellezza, la grandezza e la dignità del corpo va preservata sempre. In termini laici si può dire che il corpo ha una fisiologia meravigliosa e che è destinato a dare la vita ad altre persone. E, anche se i giovani non lo capiscono, si può dire che il corpo è tempio dello Spirito Santo.