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mercoledì 12 novembre 2025

SENZ'ANIMA

 


Il quotidiano nasconde

 l'anima delle persone 

e ci mostra solo la loro maschera.


Me ne rendo conto quando leggo ai genitori uno scritto dei figli e si stupiscono della vita interiore di chi, in casa, usa monosillabi o, se in vena, un gergo incerto. La convivenza quotidiana rende opaca l'anima, perché ordinariamente è l'ego che mandiamo avanti, cioè quella maschera forgiata dalle ferite che la vita ci ha inferto quando ci siamo affidati senza riserve al mondo e agli adulti. 

 -di Alessandro D’Avenia

 La maschera è un'armatura costruita per proteggerci, una scorza di lamentele, pretese e accuse forgiata dalla rabbia per l'amore che non ci è stato dato, le paure che ci sono state trasmesse, i giudizi che ci hanno inflitto, le bugie che ci hanno raccontato. Qualcosa però dentro di noi sa che la vita può e deve essere altro. È l'anima - dal greco anemos, soffio – una metafora che da secoli usiamo per indicare la vita spirituale: verità sotto l'armatura, libertà che consente di sentire il dolore delle ferite senza sparirvi dentro, perché la vita resta sempre oltre le catene che gli umani le impongono, oltre le loro trappole per controllarla. L'anima sente la ferita, ne soffre, ma non vi si identifica, e così cerca la cura, libera le energie bloccate da paura e rabbia e spezza l'armatura. Scrittura, lettura e altre pratiche d'anima (spirituali) consentono di contattare l'anima e darle forza togliendola alla maschera, conquistando poco a poco libertà e gioia. Oggi prima dell'educazione affettiva è necessaria quella spirituale, da cui la prima dipende. Ne ho avuto conferma grazie a un compito fatto da quattordicenni...

 I ragazzi dovevano immedesimarsi in Telemaco che, alla fine del primo canto dell'Odissea, rimane sveglio un'intera notte a pensare al viaggio che avrebbe intrapreso in cerca del padre, un viaggio per mare, e quindi a rischio di vita e di grande delusione e dolore. Ho chiesto loro di provare a narrare i pensieri su cui Omero sorvola. In quella notte letteraria ciascuno ha proiettato la propria notte spirituale, cioè dove l'anima affronta l'ego e lo spoglia delle maschere. Sintetizzo con le righe finali di uno scritto: “Questi erano pensieri da adulti, pensieri che non aveva mai avuto prima. E così si pose altre domande. Vuol dire questo diventare grandi? È questo che si prova?”. 

 Contattare l'anima è mettere un'intercapedine tra sé e le trappole del mondo, una distanza tra la vita e le catene, per liberarsi. Porre domande è aprire questo spazio, noto come dialogo interiore (lo specifico umano è questa relazione con noi stessi: noi siamo due), che, quando la risposta è ardua, insceniamo ad alta voce: “parla da solo, è pazzo”, proprio il contrario, vuole evitare la pazzia, si apre alla relazione con se stesso, si ascolta o ci prova. Il domandare viene dalla vita e la libera dalle risposte autoprotettive e rigide dell'ego, dettate dagli automatismi della paura e della rabbia. Lo spiega a un giovane, che gli aveva scritto per ricevere consiglio, il poeta Rainer Maria Rilke: “Tutto ti diverrà più facile, armonico e conciliante, non forse nell’intelletto, che resta indietro attonito, ma nella tua più intima coscienza, che veglia e sa. Tu sei così giovane, così al di qua d’ogni inizio, e io ti vorrei pregare di aver pazienza verso quanto non è ancora risolto nel tuo cuore, e tentare di aver care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera. Non cercare ora risposte che non possono venirti date perché non le potresti vivere. E di questo si tratta, di vivere tutto.

  Vivi ora le domande. Forse t’avvicini così, poco a poco, senz’avvertirlo, a vivere un giorno lontano la risposta. Educati a questo compito” (Lettere a un giovane poeta). Lo scrittore parla di una coscienza intima che “veglia e sa”, la distingue dal ragionamento spesso orientato dall'ego e che resta “attonito”. Questa coscienza è lo spazio vitale (dove la vita parla) necessario, più di ogni altro a un adolescente, per “incarnare” la risposta, è un vuoto percepito sulle prime come solitudine ma che in realtà diventa “capacità” (metafora che implica il vuoto) di ricevere la vita, cioè le risposte che la vita offre solo se la domanda è vissuta, incarnata. Immaginatevi di avere un ottimo vino da condividere con gli amici ma di non possedere bicchieri in casa: non avete “le capacità”. 

 Questa solitudine, che è proprio la capacità di ricevere, è ben descritta da un altro scritto di quel compito: “Avrebbe voluto piangere ma le lacrime non vennero. Si limitò a restare lì, sveglio, immobile, ascoltando ogni suono della notte. Il canto lontano di un gufo, il respiro del vento tra le travi, il battito del suo cuore. L’oscurità era profonda, ma in fondo a quella notte nera ardeva una piccola luce: la possibilità di cambiare, di crescere, di scoprire la verità. E così Telemaco, figlio di Odisseo, restò sveglio. Non per paura, ma perché sentiva che da quel momento nulla sarebbe stato più come prima. Il cuore batteva forte, per ricordargli che era vivo, sveglio, e forse, per la prima volta, davvero solo”.

  Grazie a questa solitudine si trovano risposte vitali, perché la meraviglia della vita, come scriveva Kafka nei Diari, «se la si chiama con la parola giusta, col suo giusto nome, arriva». Noi adulti diamo spesso ai ragazzi chiavi per serrature solo nostre, risposte a domande mai fatte da loro, invece di ascoltare quelle incarnate e allenare chi le pone a mantenerle, domande alle quali noi stessi non abbiamo risposta o pensiamo di averla: “un giorno capirai” (il che presuppone che noi abbiamo capito, ma allora perché non rispondiamo?). Qualche settimana fa un amico si è sentito domandare dal figlio di sei anni: “Perché viviamo se poi dobbiamo morire?”, e non si è avventurato in risposte difficili o nascosto in un non lo so, ma gli ha risposto con l'elenco delle cose belle da fare (purtroppo tra queste c'era anche tifare Inter...). 

 La stessa domanda me l'ha posta, in un inglese ben scandito, una donna cinese in vacanza in Italia, seduta accanto a me in aereo in una conversazione che ha spaziato dal prezzo dei voli a: “Secondo te questa vita ha senso?”. Da 6 a 100 anni la domanda resta la stessa, e accade in una solitudine dolorosa ma generativa, come un parto. Rilke risponde infatti così al giovane amico di penna: “Ama la tua solitudine e sopporta il dolore che essa ti procura con lamento armonioso. 

 Quelli che ti sono vicini, dici, ti sono lontani, e ciò mostra che intorno a te comincia a stendersi lo spazio. Rallegrati della tua crescita in cui non puoi portare alcuno. La tua solitudine ti sarà sostegno e patria anche in mezzo a circostanze molto estranee, e dal suo seno troverai tu tutti i tuoi cammini”. Di questo dolore oggi noi vogliamo privare i ragazzi, ma tutti i cammini veramente nostri iniziano lì, sono già nell'anima e dall'anima partono verso la vita, e non dall'ego che o non cammina - imprigionato com'è nelle sue paure, pregiudizi e pretese - o batte vie di altri che prima o poi sarà necessario abbandonare al prezzo di crisi più o meno profonde. Niente come questa solitudine mi ha liberato da certezze di cartapesta e mi ha fatto crescere l'anima, perché è la capacità (in sequenza: vuoto, mancanza, desiderio, energia) di ricevere la vita che solo io posso ricevere, come l'oro fuso nella forma vuota per un gioiello. Educare anime ingombre di cianfrusaglie e bloccate da armature e schermi, è dare spazio alla vita nella forma unica e irripetibile che hanno: formare non è imporre una forma ma aiutare l'altro a scoprire la propria, allenarlo a tenerla pulita perché la vita la riempia del suo oro fuso. 

 Ciò avviene non solo grazie a lettura e scrittura (quest'ultima ci rende i primi lettori di noi stessi) che è ciò che dovremmo insegnare a scuola, ma a tutto ciò che crea lo spazio (natura, arte, amicizia, esercizio, amore, dolore, silenzio) per farsi un'“anima viva”, cioè un’anima che prende le redini della vita e non si fa sottomettere dal proprio ego o da quello altrui. Libera, forte, gioiosa, creativa. 

 Corriere della Sera

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lunedì 3 marzo 2025

CORPO E ANIMA


"Corpo, gioia e libertà"


di Ritanna Armeni

Quando uscì nel 2020, il libro di Teresa Forcades - Il corpo gioia di Dio (Gabrielli editori) già il titolo annunciava una posizione controcorrente, un approfondimento senza censure su un tema scomodo: il corpo.

La lettura confermò la suggestione del titolo scelto dalla monaca di clausura benedettina, teologa, medico, femminista, che l’anno dopo pubblicava Forte come la morte è questo amore. Otto lezioni sul Cantico dei cantici (Castelvecchi), in cui, con il rigore e la passione che la contraddistinguono, Forcades da una lettura audace del celebre testo presente nella Bibbia ebraica e cristiana che parla esclusivamente di amore. 

Dal monastero di Montserrat, sulle montagne della Catalogna (Spagna), Teresa Forcades, 59 anni, ha risposto alle domande di Donne Chiesa Mondo. 

Per molto tempo nella cultura cristiana il corpo è stato contrapposto all’anima. Due entità estranee l’una all’altra e in contrapposizione È ancora oggi così oppure qualcosa è cambiato? 

L’incarnazione, l’Eucaristia (mangiare il Corpo di Cristo!), la risurrezione della carne. Il corpo ha un ruolo centrale sorprendente nel cristianesimo. Questa centralità non giunge da Platone né dagli altri filosofi dell’antica Grecia e, che io sappia, non si trova in nessun’ altra tradizione religiosa. 

Il Verbo si fece carne (Giovanni 1, 14). Davvero sorprendente. La pienezza di Dio “infilata”, per così dire, “dentro” un corpo umano. Talmente sorprendente che noi cristiani abbiamo avuto e tuttora abbiamo difficoltà a vivere in coerenza con la soppressione della dicotomia tra corpo e anima che l’Incarnazione di Gesù rappresenta. Abbiamo platonizzato il cristianesimo e quindi diffidato del corpo e dei suoi piaceri. Abbiamo sostenuto il valore più alto del corpo nella teoria teologica e, al tempo stesso, lo abbiamo svilito nella pratica morale. Grazie a Dio, questo comincia a cambiare. Vedere il nostro corpo come luogo gioioso d’incontro tra il divino e l'umano per molti potrebbe essere una novità gradita e potenzialmente capace di cambiare la vita. 

Nella Chiesa il corpo delle donne è stato visto spesso come veicolo della concupiscenza e del peccato. E, quindi, origine del disordine del mondo. Ancora oggi è così? O qualcosa comincia a cambiare anche su questa questione? 

Dentro e fuori la Chiesa il corpo femminile è stato sia riverito, sia disprezzato. È l’ineludibile e irrisolvibile contraddizione del patriarcato: le donne sono viste come oggetto di desiderio (sono pure, ispirano, curano, guariscono) e al tempo stesso come inferiori (son malvage, bisognose di guida e di controllo, inaffidabili). È impossibile essere entrambe le cose. Il corpo delle donne deve essere “perfetto” secondo standard di bellezza sempre più irrealistici e deve essere controllato attraverso la violenza psicologica e fisica. 

La religione, in generale, e il cattolicesimo in particolare sono stati spesso parte di questa violenza. E sappiamo che la violenza perpetrata “nel nome di Dio” è quella più profonda e dannosa. La soluzione? Che le donne parlino per loro stesse. Più parliamo per noi stesse, più errori faremo, proprio come gli uomini quando parlano per loro. Che sia così. Il problema non è fare errori. Il problema è essere sostituita nel tuo agire da un rappresentante religioso o laico. 

Quanto ha pesato l’ idea negativa del corpo delle donne – luogo di concupiscenza e di peccato – già detto nella domanda precedente nella definizione del loro ruolo nella Chiesa? Quanto ha contribuito ad una posizione sottoposta e marginale? 

Il problema non è l’“idea negativa”, bensì la combinazione impossibile di “idealizzazione e denigrazione”. Se il corpo delle donne fosse “solo negativo”, sarebbe molto più tollerabile. Così, invece, il messaggio è altamente tossico, indigeribile. 

Da Paolo VI a Giovanni Paolo II a Papa Francesco, tutti hanno elogiato la donna come avente in qualche modo un ruolo superiore nella Chiesa, il ruolo della maternità, che tutte le donne dovrebbero condividere con Maria. Il seno e il grembo/la vagina vengono elogiati e riveriti come simboli di maternità e di potere femminile, mentre vengono temuti e aborriti nella loro fisicità concreta da alcuni uomini celibi che da adulti non hanno mai avuto contatti con loro. 

L’amore fra gli esseri umani può esistere senza il corpo? Oppure questo è secondario rispetto all’attrazione dello spirito come, del resto, molti hanno sostenuto e sostengono? 

Tommaso d’Aquino ha affermato che non possiamo essere “persone” senza il corpo. La sola anima non costituisce una persona. L’amore tra esseri umani non può esistere senza il corpo, perché l’essere umano non può esistere senza di esso. C’è un corpo terreno e un corpo celeste, un corpo fisico e un corpo spirituale. Ma rimane sempre il bisogno di avere un corpo come principio che personalizza la nostra identità. Il corpo è ciò che mi rende diversa da te: nel tempo e nello spazio, il corpo deve essere fisico; al di là del tempo e dello spazio, sarà spirituale, ma potrà trasmettere e comunicare la mia identità individuale a coloro che mi amano e permetterà loro di trasmettermi il loro amore. Il contatto fisico senza legame spirituale è nella migliore delle ipotesi noioso e per niente interessante, nella peggiore, invece, violento. Un legame spirituale senza sesso ovviamente è possibile e piacevole, ma non è come “esistere senza un corpo”. 

Il corpo, come ha chiaramente affermato Teresa d’Avila, è parte di ogni nostra relazione, perfino della nostra relazione con Dio. Il corpo è felice di sperimentare l’amore e può essere toccato fino nel profondo da uno sguardo amorevole, da una presenza amorevole o da una parola amorevole. Non serve il contatto fisico perché il corpo sia parte dell’esperienza. Siamo esseri incarnati sempre, e tutto ciò che sperimentiamo, senza eccezione alcuna, lo sperimentiamo con il corpo. 

Al corpo luogo negativo e del peccato la società moderna contrappone il corpo libero, che cerca il piacere senza limiti. Ma è vera libertà quella che la cultura dominante propone o una nuova e inedita idea di sfruttamento e di subalternità?

Nella nostra cultura tardo capitalistica esiste lo sfruttamento e la mercificazione del corpo. Ragazze sempre più giovani (e anche ragazzi) vengono sessualizzati e sottoposti a standard di bellezza irrealistici e in costante mutamento. 

L’età di chi si ammala di anoressia si è abbassata e la percentuale dei casi è aumentata. La chirurgia estetica è diventata comune e viene applicata alle parti più intime del corpo. C’è tanto da criticare nella nostra cultura per quanto riguarda il modo in cui tratta il corpo. Ma è anche vero che molte donne stanno trovando la libertà di vestirsi come vogliono, dopo che per molti secoli (da sempre) sono state costrette a conformarsi a un rigoroso codice di abbigliamento, e che molte donne (e uomini) stanno osando esprimere, esplorare e godere della propria identità senza doversi conformare a rigidi ruoli di genere. 

Secondo me, l’importante non è chiarire se il nostro momento storico è più o meno libero rispetto a quelli precedenti, bensì avere la lucidità di identificarne i pericoli più pressanti e il coraggio di affrontarli, insieme. 

 L'Osservatore Romano inserto Donne Chiesa Mondo marzo 2025


 

 

sabato 4 gennaio 2025

DARE UN'ANIMA ALLA POLITICA



 Don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio CEI per i problemi sociali e il lavoro, appassionato dei temi della politica e della democrazia, studioso della storia del nostro Paese, postulatore della causa di beatificazione di don primo Mazzolari, è autore del volume Dare un’anima alla politica (San Paolo, 2024). 

La prefazione è firmata dal card. Matteo Zuppi, presidente dei vescovi italiani.

Con don Bignami entriamo nei contenuti del libro, toccando alcuni aspetti della politica oggi, il rapporto tra cristianesimo e bene comune, un affondo sui temi rilevanti e le urgenze che la politica dovrebbe affrontare. Fino a una riflessione sull’impegno dei credenti per la «cosa pubblica».

  • Partiamo dal titolo. Espressione non nuova eppure affascinante e – si può ben dire – attualissima. La politica ha smarrito l’anima? O, come lei sostiene, ha bisogno di spiritualità?

La necessità di dare un’anima alla politica è sotto i nostri occhi. Anche l’uomo della strada si accorge della distanza abissale tra la politica e la vita ordinaria, tanto che la percentuale degli elettori ha raggiunto il peggior livello della storia repubblicana. La disaffezione è sintomo di profondo malessere. Questa distanza esprime una delusione e una mancanza di incarnazione. Troppa lontananza dalla vita reale è, a ben pensarci, lontananza dalla spiritualità cristiana. Inoltre, la democrazia odierna soffre di leaderismo e di accentramento personalistico: anche questo è sintomo di un tradimento del mistero pasquale di croce e resurrezione. Prevalgono le logiche mondane del contare e del contarsi più che la preoccupazione di servire gli ultimi. C’è da chiedersi quale modello relazionale oggi la politica è in grado di promuovere… Essa deve saper fare i conti con la sofferenza e la croce. Gli obiettivi di mettere insieme le persone, di creare comunità e di costruire una società fraterna richiedono umiltà e talvolta passano per la via del fallimento umano. La categoria di vittoria non è l’unica in grado di interpretare la politica. Serve anche la capacità di condivisione e di progettazione a lungo raggio, senza la preoccupazione di occupare tutti gli spazi del potere.

  • Il libro attraversa il pensiero e il contributo dei cristiani alla politica. Quale un eventuale bilancio storico?

Non è scopo del libro quello di fare un bilancio storico dell’impegno politico dei cattolici in Italia. La questione è più radicale: si tratta di mostrare che la vita di chi è coerente con la propria fede esprime una spiritualità che diviene patrimonio condiviso. Consola il fatto che anche nei periodi complessi e bui del nostro Paese abbiamo assistito all’impegno di politici cattolici capaci di autentica testimonianza per disinteresse, libertà e spirito critico. Insomma, Dio non ci abbandona mai!

  • Oggi i cristiani – la comunità cristiana nel suo insieme – hanno qualcosa di specifico e originale da portare nella vita politica? Nelle parrocchie, nelle diocesi, nell’associazionismo cattolico c’è spazio per la formazione all’impegno sociale e politico? Si coltivano vocazioni alla politica?

I cristiani hanno uno specifico da portare nel mondo. Il loro contributo riguarda sia il contenuto che lo stile. Le due cose sono strettamente connesse. Lo stile del politico credente assume lo sguardo di Dio sulla realtà. Uno sguardo impegnativo, perché Dio vede e ascolta il grido del povero e della creazione, fa sua la condizione dell’oppresso. Gesù Cristo si schiera, è uomo «di parte». Nella Bibbia questo atteggiamento è molto presente e sta a fondamento di una fraternità ampia, che non conosce preferenze di persone, come aveva ben compreso l’apostolo Pietro negli Atti degli Apostoli. Nella comunità cristiana occorre formare a questo stile di cristianesimo, disposto a dare voce a chi non ha voce.

  • Dalla dottrina sociale – i principi, la “teoria” – ai partiti, ai programmi politici: dal cristianesimo ci si può attendere oggi una laica ed efficace mediazione? Un contributo disinteressato, trasparente e moderno al bene comune?

Dobbiamo superare le dicotomie tra teoria e pratica, princìpi e concretezza. Noi sappiamo, in realtà, che niente è più concreto del pensiero. Esso determina le scelte. Le incanala. Motiva all’impegno. Senza una teoria non c’è neppure una prassi. Il passaggio dall’uno all’altro livello è possibile grazie alla coscienza delle persone che si mettono in gioco e sanno promuovere una mediazione alta. Ciò fa davvero la differenza. La vera mediazione non sta nella scelta mediocre, ma nella mistica dell’incarnazione che prende sul serio le persone e le loro esistenze. Ad esempio, Giorgio La Pira è stato un mistico: uomo di preghiera e contemplazione, ma proprio per questo si è impegnato in favore degli ultimi, tanto da essere mal tollerato nel suo stesso partito. La scelta radicale per i poveri, i disoccupati, i senzatetto lo hanno portato a prendere decisioni anche impopolari presso i poteri forti del suo tempo. Ma la sua fede lo ha sostenuto nello schierarsi con gli esclusi. Senza se e senza ma.

  • Democrazia, diritti, pace, giustizia sociale, tutela del creato: quali, a suo avviso, i fronti che richiederebbe un impegno urgente dei cristiani?

Tutti questi temi sono importanti, a cui andrebbero aggiunte le questioni legate ai rischi della tecnocrazia, la promozione della vita umana in tutte le sue forme, il lavoro dei giovani e delle donne, l’educazione e le politiche familiari, la solitudine degli anziani e l’accesso alle cure per le persone più fragili… La politica che vuole dirsi tale ha bisogno di guardare in faccia le persone con le esigenze concrete. Il tempo che stiamo vivendo ci rivela una priorità fondamentale grazie ai due fari del magistero sociale: la cura del creato proposta dalla Laudato si’ e la pace fraterna offerta dalla Fratelli tutti.

  • Nel libro lei presenta alcuni testimoni dell’impegno per il bene comune: da Tina Anselmi a Giorgio la Pira, arrivando a David Sassoli. Di quest’ultimo, la figura a noi più vicina, quali caratteristiche sottolineerebbe se dovesse presentarlo a dei giovani?

David Sassoli è stato un giornalista prestato alla politica. Nel suo impegno però non ha mai smesso di fare riferimento all’insegnamento sociale della Chiesa. Il magistero ha rappresentato per lui una bussola da tenere fissa in ogni scelta e decisione. Ha attraversato il dramma della pandemia come presidente del Parlamento europeo e ha creduto in una politica coraggiosa per mettere all’angolo gli esperti divulgatori della rabbia e della paura. Ha creduto nella democrazia come strumento di libertà per ridisegnare il rapporto tra i popoli e le persone. Ha sognato un mondo più solidale, dove nessuno sia abbandonato a sé stesso. Ha scritto saggiamente, lasciandosi ispirare dal suo maestro Giorgio La Pira: «Cominciamo a occuparci dei tanti poveri e meno dei pochi ricchi». Una visione innovativa della politica, che comincia dal cuore, contagia gli occhi e aziona le mani. Tanta roba, anche per i giovani che hanno sete di giustizia.

 

giovedì 14 novembre 2024

UNIVERSITA' E ANIMA

 




di Benedetta Capelli

Se c’è una parola chiave che ha attraversato il Dies Academicus, l’inizio dell’anno accademico 2024-2025 della Pontificia Università Lateranense, è “anima”. 

Un termine che per il rettore dell’ateneo, monsignor Alfonso Amarante, implica un lavorio costante di dialogo e incontro tra docenti e studenti ma anche la necessità di osare avviando percorsi virtuosi, perlustrando strade che altri non hanno percorso e che non sia solo un’occupazione di spazi. Sono tre i passi indicati, frutto anche dell’impegno di un nuovo Consiglio Superiore di Coordinamento ufficializzato solo sabato scorso, 9 novembre. 

Il primo riguarda la crescita del percorso formativo, guardando alla qualità del corpo docente che lo scorso anno contava 139 professori e 1137 studenti; a seguire la ricerca di nuove strategie di comunicazione per diffondere l’offerta della Pul infine l’elaborazione di un piano triennale che preveda l’identificazione di possibili donatori/contributori in Italia e all’estero. 

“Anima” è anche la parola che il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha sottolineato nel suo discorso declinando insieme allo stupore, alla creatività e alla libertà di pensiero. «L’università — ha affermato — è uno spazio in cui il soggetto trova le condizioni per diventare protagonista della propria storia, uno straordinario intreccio di dialogo». Anche il porporato non ha mancato di invocare un cambiamento nell’università, parlando di coraggio e di audacia che sono gli ingredienti giusti per osare e per non perdere la capacità di essere «il sale della terra e la luce del mondo». «L’università è un laboratorio di dialogo anche con Cristo ed ha bisogno di interlocutori, di maestri ispirati e di testimoni credibili». 

Il prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione ha poi voluto ringraziare Giacomo Poretti, attore comico e fortunato protagonista anche di diversi film realizzati dal trio Aldo, Giovanni e Giacomo, per la bella e intensa riflessione sull’anima che ha regalato a studenti attenti e docenti interessati alla novità di un comico che si cimenta in una sorta di Lectio Magistralis. Poretti ha attinto al suo repertorio, sintetizzando parti di uno spettacolo del 2018 intitolato Fare l’anima. E ha attinto anche alla sua vita privata raccontando della nascita del figlio Emanuele, della visita in ospedale di don Bruno, il sacerdote che lo aveva sposato. Spiazzante quella frase buttata lì dopo aver giocato con il piccolo neonato: «bene, avete fatto un corpo, ora dovete fare l’anima». 

Ma come si fa l’anima? Cosa è? Dove si trova? Quando nasce? Sono «domande bambine» ha detto don Davide Milani, officiale del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, presentando Giacomo Poretti. Domande che ognuno di noi si è posto nella vita e alla quale l’attore non offre ovviamente risposta, il suo merito è quello di mostrare la forza o meglio la debolezza di questa parola. 

Una parola, ha raccontato, che si è sedimentata nel suo cuore, generando un leggero fastidio ma anche inquietudine. «Mi ha fatto tenerezza — ha spiegato — e mi è parso che avesse il lamento doloroso dell’abbandono, che non l’avessi mai degnata di una simpatia, di un ascolto. Ho pensato alla solitudine delle parole, forse una parola deve essere frequentata, ha bisogno di cura, se non si parlano le parole vengono dimenticate e scompaiono. I dizionari possono essere allora il cimitero delle parole, pensiamo a termini come mitezza, villeggiatura, paltò, infinito, speme e appunto anima». 

Per Poretti l’uomo di oggi cerca rassicurazione in quello che vede, nella tecnologia ad esempio, nell’algoritmo che sceglie per noi, nei big data ma con l’anima bisogna fare i conti. «I preti possono scombussolarti la vita», niente di più vero, come è vero — ha continuato l’attore — che fa pensare la scelta di dedicarsi al sacerdozio. I preti per lui sono «uomini ostinati» che non hanno ceduto al fascino degli influencer, «che hanno la sfrontatezza di svegliarsi tutte le mattine e vestirsi di nero, questi poveri cristi cercano di tatuarci nel cuore qualcosa di prezioso e misterioso». Preziosa e misteriosa come l’anima.

Osservatore Romano

martedì 25 luglio 2023

TUTTO PASSA E QUASI ORMA NON LASCIA

Anche il corpo è un divenire, è stato creato per essere mutato, migliorato, trasformato a favore della vita che esso stesso porta come sete e chiede come pienezza

- di Rosanna Virgili

   

Il nostro organismo, il confronto con il tempo, il desiderio innato di eternità.

 Anche il corpo è un divenire, è stato creato per essere mutato, migliorato, trasformato a favore della vita che esso stesso porta come sete e chiede come pienezza Rosanna Virgili conclude oggi un percorso di riflessione in sei tappe su Corpo e Parola. A partire dai testi biblici la teologa e biblista ha offerto uno sguardo aperto ai mutamenti antropologici in corso, guardando alle ricadute sui Sacramenti della fede cattolica

 «Come sono belli i tuoi occhi dietro il velo» dice il Cantico dei Cantici alludendo a ciò che traspare del viso di lei coperto da un velo. Trame di seta che lo rendono ancor più affascinante e desiderabile. Ora le donne, da noi, non tengono più nulla dietro un velo, specialmente d’estate. Se ancora ai tempi di Totò mostrare il corpo con un bikini significava liberarsi da moralismi repressivi esercitati dai patriarcati familiari e sociali, che volevano soffocarne la pelle dentro degli “scafandri da palombari” (= costumi interi e castigati), oggi segnala, invece, più che voglia di esibire quasi un’indifferenza, un’estraneità tra sé e il proprio corpo e tra il proprio corpo e quello degli altri. Una nudità senza attesa, membra inermi esposte agli anonimi passanti e pure al vuoto di uno sguardo d’amore. Un corpo senza porte, senza un velo a vegliarne l’intimità. Il corpo si trasmette sempre più come immagine e il “velo” si trasforma nella prosaica calza da mettere sulla telecamera affinché si ottenga un effetto flou che spiani le rughe così da rendere impossibile l’emergere dei segni del tempo sulla fronte e sul collo. Ridotto ad immagine il corpo non sembra veicolare più il passato quindi la storia, le esperienze, le maternità, gli allattamenti, tutte le cicatrici che la vita vi ha scolpito. Qualcosa che molti condannano come fosse un peccato e qualcuno, con rara sapienza, non accettava, dicendo: “c’ho messo tanti anni a fare queste rughe perché dovrei cancellarle?” (Anna Magnani). Ma il desiderio di togliersi di dosso il peso degli anni è un’ansia indiscutibile del corpo. Di uomini e di donne. Il desiderio di rimuovere i difetti, le imperfezioni, le disarmonie, le malattie, tutte le forme più disparate della corruzione è viscerale e appartiene al corpo stesso. O meglio a quella che potremmo chiamare: l’anima del corpo.

 Un altro corpo

 Come è noto, i cristiani attendono e confidano nella resurrezione del corpo. Si tratta di un altro corpo quello che continuerà a vivere dopo la morte. Come sarà allora? Paolo è il primo ad argomentare su ciò: «Ma qualcuno dirà: “Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?” (…) Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere (...) Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; (…) è seminato corpo animale risorge corpo spirituale» (1Cor 15,35-44). La metafora è efficace ma resta l’interrogativo non solo su come sarà concretamente possibile trovarsi in un altro corpo, ma anche su come immaginarlo. Che ne sarà dei nostri difetti fisici che tanto ci disturbano nella vita mortale? Sorge inoltre un’ulteriore domanda: ma se saremo trasformati e perfetti, come faremo a riconoscerci? Non verremo mica tutti omologati secondo i canoni della chirurgia plastica?

 Com’è bella giovinezza

 Prima ancora che il cristianesimo proponesse la fede nella resurrezione della carne e quindi nella speranza di trovarsi in un corpo tessuto di spirito e libero dalla corruzione del tempo, alcuni sono stati più attenti e si son detti: a quale età si vorrebbe intercettare il per sempre? Ed ecco i miti dell’eterna giovinezza. Uno dei più antichi si trova nell’epopea di Gilgamesh un testo in accadico risalente alla fine del secondo millennio avanti Cristo. Trovandosi di fronte al cadavere del suo amico Enkidu, Gilgamesh prende la decisione di andare alla ricerca di una pianta il cui nome è: “Vecchio ringiovanisci”. Nonostante fosse stato avvertito da una locandiera saggia – Siduri – che non l’avrebbe mai trovata, Gilgamesh insistette e riuscì ad averla. Ma lungo il viaggio di ritorno, distrattamente, la appoggiò su una pietra e un serpente, fulmineo, la ingoiò! Mentre quest’ultimo cambiò la pelle e ringiovanì, Gilgamesh dovette rientrare ad Uruk nelle spoglie mortali. Le delusioni che seguono a questo tipo di miti non fanno dimenticare, tuttavia, la bellezza della giovinezza e il desiderio di goderne per sempre. C’è chi – come Lorenzo il Magnifico – suggerisce di approfittarne più possibile almeno finché dura: « Com’è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia del doman non c’è certezza ». Quasi un eco a un testo sublime del Qoèlet: « Godi, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi » (11,9).

 Può forse un uomo rinascere quando è vecchio?

 «Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse (…) “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito” » (Gv 3,1-6). Non è facile comprendere di cosa parlasse concretamente Gesù in risposta alla domanda di Nicodemo. Ma è certo che questa domanda rimane più attuale che mai. Parliamo, infatti, oggi, di post-mortali, di eterna giovinezza e di appiattimento del tempo su di un’unica età. Yubal Noah Harari, nel suo Homo Deus, dice che saranno le scienze a darci quello che le religioni ci hanno promesso. Che dire? Importante è che l’anima non vaghi astratta dal corpo come pure che il corpo non si riduca a una carcassa senz’anima.

 Generato, non creato.

 Il verbo generare contiene una polisemia: la perdita, la rinascita, lo sviluppo da un seme a un corpo. “Generato e non creato”, la definizione che il Credo cattolico dà del Figlio di Dio incarnato è questa: egli è frutto e fonte di un processo. Venendo da un dinamismo, da un mutamento, da una trasformazione, continuerà a trasformarsi ed a trasformare: dal corpo animale a quello spirituale. Il corpo resta, ma non le sue strutture. Se, infatti, il primo è fatto di carne (basar) e di anima (nefeš) il secondo è fatto di spirito (pneuma). Una prospettiva del genere sul corpo dovrebbe liberare da qualsiasi attaccamento al dato “creato”. Difendere il dato naturale non costituisce il primo interesse del cristiano. Del resto nella Bibbia non si legge di una “legge naturale”, ma di diversi atti di creazione compiuti da Dio. Da essi si avvia un processo segnato dal tempo e dalla sapienza dell’uomo, il quale accetta il suo limite, sempre in rapporto con la Trascendenza. Abbiamo osservato come non si nasca né figli, né fratelli, ma si diventi tali. Abbiamo visto come anche la paternità e la maternità siano dei processi e non dei canoni assoluti e fissi. Dobbiamo concludere che anche il corpo è un divenire, è stato creato per essere mutato, migliorato, trasformato a favore della vita che esso stesso porta come sete e chiede come pienezza. L’anima del cristianesimo, presente in tutti i libri del canone biblico, consiste di una tensione del corpo alla vita, al superamento del limite posto dalla morte; è quanto abbiamo potuto dimostrare attraverso la lettura di molti testi. Il corpo sessuato è fatto per superare l’individualità e per vincere la solitudine; per continuare nell’apertura alla discendenza e nel fine primario dei figli, per mezzo dei quali ci si vuole procurare un plusvalore di vita dopo la morte.

 La storia del corpo che la Bibbia racconta è quella di un continuo divenire, della libertà e dell’audacia che spesso ha portato a spostare le caratteristiche dell’identità di genere, pur di garantire un futuro alla famiglia, alla società e alla civiltà. Ma ha anche continuamente cambiato gli schemi storici delle sue incarnazioni, seguendo le ragioni della Sapienza e dello Spirito: la comunione, l’amore, il patto tra due o più. Ed è questa la vera distanza tra il pensiero biblico sul corpo e quello della cultura contemporanea: quest’ultima è curiosa di vedere se sia possibile mutare i corpi delle persone allo scopo di una loro sempre maggiore autonomia, al servizio dell’individuo, affinché possa emanciparsi da qualsiasi bisogno o legame con il corpo dell’altro. Ciò porta non solo alla morte di Dio, che è l’Altro per eccellenza, ed alla morte del prossimo, ma anche alla morte dell’“umano”, così come la Bibbia lo concepisce. Essa, infatti, segue una direzione opposta, apre tutte le sue pagine ai mutamenti del corpo in vista della vita comune, dell’amore vicendevole, del riscatto dei poveri, della comunione tra le creature: « Per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo” ». ( Ef 2,16). La sua “umanità” è quella che tende all’inclusività, all’abbattimento dei muri, alla riconciliazione materiale e morale, alla resurrezione, alla costruzione di un “corpo” universale di pace. In questa tensione il corpo si trasforma, poiché nella Parola dell’abbraccio esso trova la Vita.

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sabato 20 luglio 2019

ALLA RICERCA DELL'ANIMA

Che è accaduto alla nostra anima?


di Giuseppe Savagnone

Vorrei dedicare questa riflessione non alle vicende politiche di questi ultimi mesi – o forse sarebbe più appropriato dire: di questi ultimi anni –, ma a noi, agli italiani, e a ciò che nel corso di queste vicende è accaduto alla nostra anima. Sì, all’anima delle persone.
Perché anche tanti che pure non credono in un principio immortale dentro l’uomo, anche tanti che sono alieni da prospettive religiose o magari soltanto “spirituali”, in questa ormai lunga stagione della nostra vita pubblica che va sotto il nome di «Seconda Repubblica» hanno percepito, più o meno oscuramente, che qualcosa stava venendo meno, a un livello molto profondo, in quella sfera segreta in cui si decide l’ atteggiamento delle persone verso la vita e verso gli altri, e che qui chiamo “anima”.
La «bancarotta spirituale»
Che questo disagio non sia l’illusione ottica di un cattolico nostalgico del passato mi sembra lo confermi la pagina letteraria di «Repubblica» del 10 maggio 2018, dove si pubblicava un testo del monaco trappista Thomas Merton.
Il titolo dato dal curatore era: «La vera bancarotta è quella spirituale». E nell’“occhiello” si leggeva: «Perdere l’anima». Eloquente la presentazione del pezzo: «Era lo scorso secolo. Ma sembra oggi».
Scriveva Merton: «Generazioni su generazioni di uomini hanno a tal punto perduto il senso di una vita interiore, si sono talmente isolati dalle loro profondità spirituali (…), che ora noi siamo quasi incapaci di godere di una qualsivoglia pace, quiete, stabilità interiore. Gli uomini sono arrivati a vivere esclusivamente sulla superficie del loro essere (…). Siamo lasciati in balìa di stimoli esterni e la stimolazione è arrivata addirittura a prendere il posto che, una volta, era occupato dal pensiero, dalla riflessione e dalla conoscenza».
Una malattia che colpisce in primo luogo i giovani
Il fenomeno, in sé, è antico quanto l’uomo. Ma ci sono epoche in cui il contesto culturale e sociale favorisce questo smarrimento profondo.
I primi ad essere colpiti sono i più giovani. Penso al triste fenomeno dei Neet – i ragazzi che non studiano, né lavorano, né cercano lavoro –, che in Italia sono il 29,1% dei giovani tra i 18 e i 24 anni (quasi uno su tre!); penso ai suicidi, che tra gli under 25, sono nel nostro Paese la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali; penso ai comportamenti balordi e anch’essi in sostanza autodistruttivi, sotto l’influsso dell’alcol o delle droghe…
Tv e crisi della politica nella “Seconda Repubblica”
Questo “vuoto dell’anima” si è da un lato alimentato, dall’altra manifestato grazie al progressivo deterioramento dei programmi televisivi, all’irrompere del vocìo dei social, al decadere degli stili della politica.
Nell’ultima fase del secolo scorso è stato il passaggio dalla Tv “pedagogica” dei grandi sceneggiati televisivi – come «Jane Eyre» o i «Promessi Sposi» – a quella commerciale del «Grande Fratello» a segnare un irreversibile imbarbarimento.
Nel frattempo la politica diventava spettacolo, con i volti dei leader e gli slogan pubblicitari al posto degli ideali e dei programmi, con l’inizio del dominio della post-verità, in grado di capovolgere la realtà sostituendola con dei miraggi, con l’offuscamento delle tradizionali regole della dignità e del pudore.
Una crisi vissuta dalla “destra” all’insegna del potere del denaro e del mito del successo, efficacemente rappresentato dal personaggio di Berlusconi; dalla “sinistra” sostituendo alla ormai obsoleta concezione marxista quella liberal-borghese dell’individualismo possessivo (ognuno è proprietario del proprio corpo e della propria vita e non deve risponderne a nessuno) e dei diritti senza doveri.
Lo sviluppo senza solidarietà
In questo deserto valoriale, dove la cosiddetta “fine delle ideologie” mascherava in realtà il trionfo dell’unica sopravvissuta, condivisa alla fine dagli opposti “poli”, nessuno si è più occupato dei più deboli, dei poveri, delle generazioni future.
Lo sviluppo c’è stato, ma la forbice tra ricchi e poveri si è allargata sempre di più. Quando Renzi fece la riforma fiscale dovette ammettere che essa non riguardava quei cinque milioni di italiani, detti “incapienti”, che non potevano neppure pagare le tasse, perché non avevano il reddito minimo per farlo, mente i membri (numerosi) della “casta” fruivano di pensioni stratosferiche a spese dei contribuenti.
Il popolo senz’anima
L’avvento del cosiddetto “populismo” è stata la logica reazione a questa situazione. Sostenuto dall’avvento dei social e dal nuovo potere che essi davano a chiunque di esprimersi e di pesare, esso ha sovvertito il quadro politico e portato alla ribalta nuovi protagonisti.
Purtroppo, il soggetto di questa rivoluzione, in sé legittima, era un popolo da tempo svuotato dei vecchi valori e incapace di trovarne altri alternativi, che si è trovato protagonista della politica (emblematico il peso che hanno i sondaggi) senza avere mai avuto una educazione alla cittadinanza e al bene comune (l’“educazione civica” nelle nostre scuole è rimasta sempre un fantasma) né dalla famiglia (peraltro a tempo in crisi), né dalla scuola (sempre più ispirata ala logica della “trasmissione dei saperi” piuttosto che a quella dell’educazione), né dalla parrocchia (ormai ridotta spesso a una stazione di servizio per la distribuzione di sacramenti).
Il “vuoto dell’anima” sui social
Il “vuoto dell’anima” in realtà era ancora più profondo. La politica ne è stato solo un drammatico specchio. Il declino della morale diffusa e della religiosità popolare del passato ha potuto dare un senso di maggiore libertà.
Salvo però a scoprire che, insieme a tante altre cose, è venuta meno anche quella base valoriale condivisa che garantiva, al livello pubblico, il retroterra “privato” di una spiritualità e di un’etica ispirate al vangelo e dunque umane.
Lo spettacolo spaventoso (cito solo un esempio tra i mille) di un’ondata di commenti inneggianti al suicidio di un immigrato che temeva il ripatrio – «Uno di meno!»; «Morite tutti!» e cose del genere – è un fatto culturale che dovrebbe atterrire (e in effetti a volte atterrisce) anche chi è favorevole alla politica dei “porti chiusi”, perché rivela una “perdita” dell’anima ben più profonda del piano delle scelte che riguardano la politica.
Programmi politici inadeguati
Anche se poi la politica della “destra” l’intercetta e la usa, come fa Salvini, per suffragare queste scelte, che vengono incontro a una sensibilità ormai diffusa, permettendosi anche di presentarle come scelte “evangeliche”, solo perché avallate da simboli religiosi e a preghiere ai santi (a tal punto è arrivata la perdita del senso del vangelo tra i “cattolici”!).
Come del resto, sul fronte opposto, si crede di poter rivitalizzare l’asmatico respiro della “sinistra” promettendo, come ha fatto recentemente Zigaretti, una lotta decisa per far passare la legge sull’eutanasia.
Non – attenzione – un progetto per conciliare l’accoglienza con l’integrazione (ciò su cui i governi di “sinistra” hanno miseramente fallito nel passato); non una serie di iniziative coraggiose per venire realmente incontro agli italiani poveri (quelli che Salvini cita sempre per spiegare perché respinge i migranti, ma a cui offre come soccorso il condono agli evasori fiscali e, in prospettiva, la riduzione delle tasse ai ricchi).
Garantire il diritto dell’individuo di morire senza risponderne a nessuno: questo l’ambizioso obiettivo, in una società dove moltissimi vorrebbero invece assicurato il diritto di vivere, sulla base di una visione in cui la libertà sia praticata come reciproca responsabilità.
Al di là dell’individualismo possessivo
Al posto dell’individualismo possessivo deve rinascere una cultura della solidarietà, dove l’“essere” della persona sia più importante dell’“avere” e dove i doveri vengano prima dei diritti. Ma questo non sarà possibile se le persone non saranno messe in grado di uscire dalla superficialità del flusso mediatico e di ritrovare se stesse.
Scriveva Thomas Merton: «La bancarotta spirituale dell’uomo non gli ha lasciato nessuna possibilità di rifugiarsi in se stesso, nessuna cittadella interiore in cui potersi ritirare per raccogliere le forze (…). L’ultimo posto al mondo in cui l’uomo moderno cerchi rifugio e consolazione sono le profondità della propria anima (…). Il pensiero di prendere residenza in noi stessi ci alletta quanto quello di vivere in una casa infestata fantasmi».
Il compito delle comunità educanti
Le tradizionali comunità educanti – la famiglia, la scuola, la Chiesa – devono uscire dallo stato di paralisi in cui le hanno messe i nuovi stili comunicativi e mettere in azione la loro fantasia, per ripartire da qui. Dalla ricerca e dalla riscoperta dell’anima. Se la ritroveranno le persone, anche la politica – al di là della diversità delle posizioni – tornerà ad averne una.
È un progetto a lunga scadenza, certo, come tutti quelli che riguardano le profondità dell’essere umano. Ma le soluzioni a breve termine sono ingannevoli. Si crede di uscire dal buio ma, se non cambiano le persone, da Berlusconi si passa a Renzi e da Renzi a Salvini… 
L’esperienza dice che al peggio non c’è fine. Solo se riusciremo a riaprire le porte del pensiero e della riflessione potremo sperare di sconfiggere i mostri che si aggirano nel grande vuoto, perché questo vuoto non è chi sa dove, è dentro di noi.



lunedì 14 maggio 2018

CORPO E SPIRITO: UNA STORIA DI CARNE E DI MISTERO


LA BIBBIA NON CONOSCE 
LA SEPARAZIONE
 DI CORPO E SPIRITO

«Mi è stato donato un corpo: che farò di questo dono unico e mio? A chi dovrò essere grato di questa sommessa gioia di respirare ed esistere? Il mio respiro si posa già sui vetri dell’eternità, sì, caldi del mio fiato [...]. Scola via la fanghiglia dell’istante, rimane il caro disegno del mio essere». Così Osip Mandel’štam, il grande poeta russo morto in un lager staliniano in una data incerta (forse il 1938), dà voce a una comune esperienza umana.
            In questi versi si raggruma, infatti, la sconcertante e mirabile bipolarità della nostra corporeità: l’essere fanghiglia temporale, finita e caduca, e l’essere respiro che alona i «vetri dell’eternità»; in sintesi, un simbolo “carnale” dell’anima che anela all’eterno e all’infinito. Intere biblioteche di saggi sono state dedicate al tema della corporeità in connessione con le varie religioni.
            Lo si è fatto da più angolature, sempre procedendo sul crinale tagliente dal quale spiovono i due versanti dell’essere e dell’esistere umano: da un lato la carnalità apparentemente ombreggiata e, dall’altro, lo spirito apparentemente etereo e impalpabile come la luce. Entrambi i versanti sono, però, inscindibili e compatti, proprio come cantava padre Turoldo:
            «Inquieta anima mia quasi / carne in te rientra, / parla piano, taci anzi, / se vuoi udirLo; Egli / non è lontano, / è nel tuo mare di sangue […] / Alla terra torna, alla terra resta / anima quasi carne». Il corpo è, quindi, un intreccio di immanenza e di trascendenza, una realtà che, soprattutto nella cultura contemporanea, è spesso incompresa e svalutata, idolatrata o umiliata.
            Nella “Supplica a mia madre” Pier Paolo Pasolini confessava: «Ho un’infinita fame / d’amore, d’amore di corpi senz’anima». Un corpo amputato della sua parte più originale. In realtà anche il corpo più decadente o deformato o ferito, offeso e violato conserva una sua sacralità, una sua potenza e grazia, una scintilla di bellezza; la sua anima può essere stinta ma non mai estinta.
            E il cristianesimo in particolare – come dichiarava lo scrittore Ferruccio Parazzoli nel suo romanzo Il giro del mondo (1977) – «non è una religione di fantasmi, non di anime spoglie e rilucenti, ma di corpi, questi corpi così come sono, gloriosi e miserabili e che risorgeranno, come è stato promesso».
            Questa è anche l’estrema affermazione di Cristo quando nell’ultima sera della sua vita terrena pronuncia quelle parole che risuoneranno nei secoli fino a oggi: «Questo è il mio corpo». La sua è, dunque, una presenza divina ma fatta di carne e sangue, nella distesa del tempo.

 Gianfranco Ravasi

(articolo tratto da www.luoghidellinfinito.it)