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lunedì 6 aprile 2026

INCIPIT VITA NOVA

 


Geometrie dell'anima

 e alfabeti del cuore: 

"Incipit VitaNova" di LucianoCorradini

 

In un'epoca segnata, per dirla con Zygmunt Bauman, dalla "liquidità" dei legami e da un progressivo, e non di rado doloroso, sfaldamento dell'istituzione familiare, l'opera di Luciano Corradini, Incipit Vita Nova, si offre al lettore come un viatico prezioso, un breviario laico e spirituale al contempo. Il titolo stesso, programmatico e solenne, si abbevera alla fonte dantesca: quella «rubrica la quale dice: Incipit vita nova» che segna, per il Sommo Poeta così come per l'autore, la linea di demarcazione tra l'inconsapevolezza e la presa di coscienza, rivelandosi come la «storia documentata, commentata, idealizzata di un amore giovanile e della scoperta di una vocazione».

Al centro della narrazione – incastonata nella prestigiosa collana Ars cooperativa naturae edita da Diogene Multimedia – vi è un carteggio giovanile consumato tra il 1952 e il 1954. Un dialogo furtivo, lontano dalle odierne ed effimere comunicazioni digitali, affidato a foglietti celati nei libri o alle pagine di un quadernetto mimetizzato sotto il titolo "Appunti di storia". Protagonisti sono due liceali: da un lato il giovane Luciano, il quale, mosso da un impeto che unisce fede, passione e una precoce vocazione pedagogica, traccia le coordinate di un amore assoluto, sognando sin d'allora la fondazione di una "nuova e santa famiglia”; dall'altra, una fanciulla che qui assume il senhal squisitamente dantesco di Beatrice. Ciò che avvince e rapisce il lettore, sin dalle prime battute, è l'altissimo registro etico e linguistico di questi adolescenti degli anni Cinquanta.

 La prosa di Luciano è febbricitante, intrisa di un ardore che fonde misticismo e urgenza terrena: «Quando, a letto, prima di dormire, penso a te, vorrei correre qui sul tavolo e scrivere ciò che mi sembra di non averti detto mai abbastanza: ti amo. E se ti dico queste due magiche parole che mi fanno tremare le labbra e il cuore [...] sono convinto di non averti ancora detto tutto». Di contro, Beatrice oppone una ritrosia saggia, un pudore intriso di speranza e lucida consapevolezza: «Sappi però che se un giorno questa mia simpatia si mutasse in amore, mi sentirei la donna più fortunata del mondo». La grandezza letteraria e umana di questo epistolario risiede nella sua profonda compenetrazione con la temperie culturale del Liceo Classico (l'Ariosto di Reggio Emilia, nello specifico), che funge non da mero sfondo, ma da lente ermeneutica.

I turbamenti dei due giovani non sono mai disgiunti dalla riflessione sui classici. Corradini interroga i giganti della letteratura, respinge con forza il lirismo passivamente erotico e sensuale di Mimnermo, Lucrezio o Catullo, e tenta di decifrare le inesplicabili dinamiche amorose femminili attraverso i versi del Tasso. Nell'Aminta, confessa l'autore, sembra celarsi il mistero della ritrosia di Beatrice: «La donna fugge e fa ch'altri la prenda, pugna e fa ch'altri la vinca». Tuttavia, l'anelito di Luciano guarda ben più in alto, a quel dantesco «Amor che a nullo amato amar perdona» che pretende, per sua intrinseca natura, reciprocità e dono assoluto. È un'educazione ai sentimenti in cui, mutuando la poetica di Saint-Exupéry nel Piccolo Principe, l’autore ci rammenta che amare significa primariamente «addomesticare», ovvero creare legami impossibili.

Eppure, come accade nelle più fulgide parabole umane, il carteggio con Beatrice non sfocia in un'unione matrimoniale. Ma lungi dal rappresentare un fallimento, quel triennio si rivela una magnifica paideia, un tirocinio spirituale e umano, un «cantiere incredibilmente bello, serio (forse troppo) e terribile» in cui si è forgiato l'uomo adulto, capace di accogliere il vero compimento del suo destino.

La vera, autentica "vita nova" si invera infatti negli anni universitari, all'ombra della Cattolica di Milano, con l'ingresso in scena di Bona Bonomelli. È qui che il sostrato lirico, lungamente allestito, trova la sua luminosa epifania terrena. Alla dichiarazione di Luciano, Bona risponde con una frase di disarmante, candida bellezza, pregna di quel timore reverenziale che si deve alle cose sacre: «Direi che è impossibile, perché sarebbe troppo bello». Da questo stupore germoglia un'unione solidissima, un patto nuziale capace di celebrare il traguardo del mezzo secolo, allietato da figli, nipoti e pronipoti. Da quello struggimento giovanile e da quelle attese, come riconoscerà Luciano scrivendo a Beatrice trentacinque anni dopo, sono nate due famiglie, a testimonianza che nulla, nell'economia dell'amore, va mai sprecato.

 Chiudere le pagine di Incipit Vita Nova significa, in ultima istanza, fare esperienza di un'intensa gratitudine. L'opera di Corradini trascende il perimetro del manifesto pedagogico o del semplice memoir, per farsi reliquiario palpitante di un sentimento che ha saputo sconfiggere l'inesorabile usura del tempo. Ciò che stringe il cuore, in una morsa di dolcissima malinconia, non è soltanto il candore di quei fremiti celati tra le pagine di un quaderno di liceo, ma il miracolo – umanissimo e al contempo intriso di sacro – della loro prodigiosa incarnazione.

In un presente in cui l'amore è sovente declinato al condizionale, assottigliato nella liquidità degli affetti o consumato nella fugacità di un istante, questo libro, che evoca il tempo in cui i sentimenti venivano coltivati con pudore, responsabilità e inesauribile speranza, si leva come un canto coraggioso e struggente. Ci ricorda, con la voce velata dalla tenerezza di chi contempla una vita intera spesa per l'altro, che amare significa farsi custodi instancabili del destino altrui.

 Quel seme gettato con mani tremanti in una lontana primavera del 1952 non si è disperso nel vento dei decenni, ma si è fatto radice, quercia, dimora. Così, l'ultima riga di questo carteggio non segna un congedo, ma un nuovo, inestinguibile incipit. Corradini ci consegna il legato di una certezza che emoziona e lascia senza parole: il quotidiano donarsi non è rinuncia, bensì il solo, magnifico telaio su cui l'anima umana possa tessere la propria luce. Un piccolo capolavoro di grazia che ci prende per mano e ci invita, sommessamente, a non smettere mai di avere sete d'eterno e a non temere la vertigine di quel “per sempre”.

Franco Mileto

 Corradini


domenica 18 gennaio 2026

CHIAMAMI ADULTO

 



In Chiamami adulto, libro che conclude la trilogia iniziata nel 2021 con L’età tradita, Matteo Lancini esplora i molteplici contesti e le modalità in cui gli adolescenti costruiscono relazioni: dalla famiglia alla scuola, dagli ambienti digitali alle stanze di psicoterapia, dal gruppo dei pari al rapporto di coppia.

Partendo da alcuni spunti già introdotti in Sii te stesso a modo mio, come l’assenza di prospettive future e la fragilità adulta che spesso ostacola un dialogo autentico, l’autore scava in profondità, rivelando che cosa serve davvero per avvicinarsi ai giovani: l’ascolto e una presenza empatica.

Attraverso esempi concreti, storie personali e riflessioni incisive, il libro offre a genitori, insegnanti e psicologi gli strumenti per superare l’urgenza del fare e per imparare finalmente a stare nella relazione, aiutando i ragazzi a non sentirsi più soli in mezzo agli altri, ma compresi e sostenuti.

 

Biografia dell'autore

Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, è presidente della fondazione Minotauro di Milano. Insegna presso il dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e presso la facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Milano. Nelle nostre edizioni ha pubblicato Giovane adulto (con F. Madeddu, 2014), L’adolescente (con L. Cirillo, T. Scodeggio, T. Zanella, 2020), L'età tradita (2021), Sii te stesso a modo mio (2023) e Chiamami adulto (2025), e ha curato Il ritiro sociale negli adolescenti (2019).


 

venerdì 10 ottobre 2025

LA PAURA DELLA SOLITUDINE

 



I ragazzi oggi hanno bisogno più che mai di sapere se c’è qualcuno che li ama (li vuole al mondo, si impegna per il loro esserci) così come sono e non così come il mondo li vuole




- di Riccardo D'Avenia   


Ho chiesto ai miei studenti la loro paura più grande. La maggioranza ha risposto: rimanere soli. Un timore connaturato all’uomo, ma che stupisce nell’epoca della condivisione costante. Sebbene iper-connessi siamo iper-slegati, e “social” non è sinonimo di relazione significativa ma di solitudine di massa. E questo perché l’unico modo per non sentirsi soli è il riconoscimento della propria unicità: volersi ed essere voluti al mondo come si è. Se ciò non accade non dipende dai social ma dalle relazioni primarie (personali, familiari, amicali). L’onlife, come Luciano Floridi (La quarta rivoluzione) definisce l’identità oggi, si sposta fuori dalla vita spirituale che è il luogo dell’amarsi e del sentirsi amati, e si affida a rappresentazioni (“Chi sono per te?” diventa “Chi sono online?”).

Ma se ad essere amata è la rappresentazione di me e non io, allora ci si sente soli anche in mezzo alla folla (o ai follower). Il concetto di auto-stima, oggi tanto diffuso, è l’ingannevole correttivo di questa mascherata, perché non può auto-amarsi chi non si sente amato, e non esiste doping spirituale per una identità relazionale come quella umana: l’io nasce e rinasce da un tu che ci fa sentire voluti. I social non possono darci l’amore, perché non arrivano al sé, possono darcene l’impressione, ma amata è la post-produzione che facciamo di noi, non noi. Figuriamoci per un ragazzo che sta cercando di dare alla luce il sé autentico e viene invece allenato a farsi “un profilo, cioè a identificarsi con l’ego voluto dal mondo. Questo alimenta la paura della solitudine. Che fare?

Il sé è una nascita graduale che richiede parti dolorosi. Quando mi è capitato di perdermi, sono riuscito a dare alla luce un sé più autentico solo rinunciando alle rappresentazioni rassicuranti dell’ego, compromessi d’amore che amore non erano, e ci sono riuscito grazie alla forza ricevuta da persone che non amavano quelle rappresentazioni, ma me: mi vogliono bene “a prescindere”, cioè per loro è un bene che io ci sia, a prescindere da cosa io rappresenti.

Ci accade come nel Cyrano de Bergerac di Rostand in cui il protagonista, innamorato di Rossana, non ha il coraggio di dichiararsi a causa della bruttezza del suo volto deturpato da un naso gigantesco, e si limita a prestare le parole del corteggiamento al giovane spasimante di lei, Cristiano, bello quanto vuoto. Cristiano è come il profilo social di Cyrano. A un certo punto Cyrano, nella scena memorabile in cui, nascosto, detta le parole d’amore a Cristiano, fa chiedere alla donna: “Mi ameresti anche se fossi orrendo?”. Tradotto: anche se fossi me stesso?

Ecco il punto: i ragazzi oggi hanno bisogno più che mai di sapere se c’è qualcuno che li ama (li vuole al mondo, si impegna per il loro esserci) così come sono e non così come il mondo li vuole. A quell’età poi ci si sente brutti non tanto o non solo per l’aspetto fisico in trasformazione, ma perché, messi da parte i genitori, ci si scopre “soli”, cioè unici, ma si teme che questa unicità non interessi a nessuno là fuori. E così si cerca approvazione (non amore) ovunque, anche a costo di vendersi, tradirsi, nascondersi. La paura di rimanere soli non è la paura di non trovare qualcuno, ma di non essere “belli” abbastanza perché qualcuno ami proprio noi, anche perché l’unicità, scambiata per “farsi vedere”, è fatta proprio di ciò che nascondiamo: i nostri limiti. In una cultura della performance, auto-promozione e post-produzione di se stessi, si teme di non essere amabili e farsi amare diventa un lavoro. Tutti i ragazzi sono generati biologicamente ma pochi spiritualmente, cioè non riescono a contattare il sé, quel nucleo della persona che non è frutto di costruzioni, prestazioni, risultati, ma che si scopre e si abita se è amato gratuitamente, a prescindere da qualsiasi risultato.

La domanda di Cyrano è la domanda di tutti: “Posso essere amato anche se sono brutto?”, dove “brutto” non è estetica ma la verità di chi io sono, l’unicità dei miei limiti. I social che parlano il linguaggio del mondo, cioè dove gli umani ricevono attenzione solo perché se lo meritano o perché ti seducono, non possono nutrire la vita spirituale, che è vita amata gratuitamente. Nessuno di noi si è dato la vita e quindi per sentirsi amato ha bisogno di sapere che quella vita è stata voluta a prescindere da tutto (per questo i ragazzi adottati hanno la cosiddetta ferita dell’origine e prima o poi vanno alla ricerca dei genitori biologici, per sapere quella verità oscurata dal fatto di essere stati “abbandonati”). Ma un amore che ci ama anche “brutti”, che ci vuole esistenti a prescindere è una chimera? No, se il poeta può così testimoniare della sua amata: “Possesso di me tu mi davi, dandoti a me” (Pedro Salinas, La voce a te dovuta). Ecco la vita spirituale: il possesso di sé che nasce dall’amore gratuito.

Questo amore è stato da sempre ritenuto “divino” da noi umani perché noi non riusciamo ad amare così, eppure si dà anche nel quotidiano quando qualcosa o qualcuno smette di farmi sentire un mezzo e mi rende un fine: “sei il fine e quindi la fine del mondo!”. Può accadere in un bosco, in un quadro, in un angolo di città, in un volto, in una carezza, in una parola… insomma in tutte quelle situazioni in cui cose e persone non “si aspettano” nulla ma “ci aspettano”, lasciano “in pace” (danno pace al-) la nostra alterità (unicità), non ci manipolano, non ci rendono oggetti ma soggetti, ci rendono liberi, in ultima istanza ci testimoniano un amore che ci vuole esistenti, a prescindere da quanto siamo belli e bravi. Questo amore è la vita vera, la vita che non muore, la vita eterna, l’unica realtà che vince la paura di rimanere soli. E se in noi troviamo questo desiderio, allora questo amore c’è, altrimenti non ne avremmo notizia o nostalgia. La paura della solitudine dei ragazzi si rivela per quello che è: desiderio di spogliarsi delle rappresentazioni con cui l’ego crede di meritarsi di esistere ed essere amato, per far nascere il sé, che è dove la vita limitata che abbiamo si sente amata a prescindere.

Abbiamo appena festeggiato San Francesco che comincia la sua vita nuova proprio da giovane, con un denudamento sulla pubblica piazza: rinuncia a tutte le finzioni dell’ego per abbracciare la vita vera, quella in cui tutti sono figli e quindi fratelli e sorelle, dal fuoco alla morte. Non fa altro che seguire la frase paradossale di Cristo secondo cui chi perde la vita la trova, cioè solo chi smette di nascondersi e si libera dalle illusioni d’amore trova l’amore. Cyrano, alla fatidica domanda sul poter essere amato anche brutto (convinto com’è che la sua vita sia tutta definita dal naso deforme) si sente rispondere da Rossana: «Ma certo! E ti amerei ancora di più». Solo quando mi vengono restituite amate le mie insufficienze, le cose di cui io stesso mi vergogno, allora mi sento amato, e la mia vita è in pace, perché è voluta sino alle sue fondamenta. La paura di rimanere soli di questa generazione non è altro che la ricerca dell’amore “a prescindere”, non sotto condizione, che Social, dio delle inesauribili aspettative e solitudini, non potrà mai dare.

Prof 2.0

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mercoledì 20 agosto 2025

MISS A 13 ANNI


 Pellai: “Diventare Miss a 13 anni significa non comprendere che l'unica cosa che non deve accadere è mettere il corpo al centro della costruzione del proprio valore e della propria identità"


La Redazione

 La notizia di una giovane tredicenne divenuta Miss ci fa comprendere come un'adolescente non possa essere considerata solo in funzione del corpo che viene mostrato ed altresì induce a pensare che…

Nella moderna società si assiste ormai ad una classe adolescenziale concentrata più sulla forma che sulla sostanza. A chi di noi non capita quotidianamente di incrociare giovani ragazze fossilizzate solo ed esclusivamente sull'aspetto fisico ed esteriore?! Si tratta di una prassi comune che tende alla spettacolarizzazione e a fare delle adolescenti le protagoniste di mere esibizioni estetiche.

Invero, negli ultimi giorni, si è diffusa la notizia di una giovane Miss dell'età di 13 anni e ciò ha suscitato non poco scalpore.

La tredicenne, sfilando in bikini e tacchi alti, è salita sul palco e si è rivolta alla giuria descrivendosi così: "Ho 13 anni, sono una ragazza molto determinata e piena di sogni, vorrei fare la modella e già da oggi i social mi danno una spinta in più per credere a me stessa".

A tal fine Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano, sottolinea come a 13 anni “l'unica cosa che non deve accadere è mettere il corpo al centro della costruzione del proprio valore e della propria identità, perché quel corpo si sta trasformando, ma soprattutto si sta costruendo come immagine mentale".

La notizia di una giovane tredicenne divenuta Miss ci fa comprendere come un'adolescente non possa essere considerata solo in funzione del corpo che viene mostrato ed altresì induce a pensare che la famiglia debba impedire che quella stessa immagine del proprio corpo diventi un valore di vita.

 "La notizia che i media raccontano oggi di una Miss tredicenne data in pasto ai social media, dice moltissime cose della fragilità educativa del mondo adulto", così come dichiarato espressamente da Alberto Pellai.

 A scuola oggi

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venerdì 20 giugno 2025

INFANZIA MAL GESTITA, ADOLESCENZA A RISCHIO


 Daniele Novara: “Videogiochi a 7 anni, dipendenza a 17! 

L’infanzia decide tutto, l’adolescenza è solo la conseguenza”. 

E agli educatori: “Compito fondamentale, dovreste essere pagati il doppio”


Di Andrea Carlino

 Il pedagogista Daniele Novara, in un intervento al seminario di chiusura dell’anno educativo 2024-2025 organizzato dai Servizi Educativi dell’Unione dei Comuni della Bassa Romagna, scuote il mondo della scuola con una verità scomoda: “Se a sette anni stanno tre ore ai videogiochi, a 17 basta fare la moltiplicazione”.

 Novara ha lanciato un monito che non lascia spazio a interpretazioni: l’adolescenza problematica non nasce dal nulla, ma è il risultato matematico di un’infanzia mal gestita.

La responsabilità nascosta degli educatori 0-6 anni

“Voi vi occupate della fase più importante della vita degli esseri umani“, ha dichiarato Novara rivolgendosi agli educatori presenti nell’aula magna del liceo di Lugo. Il pedagogista ha sottolineato come la fascia 0-6 anni rappresenti il 99% dell’esistenza futura di un individuo, una responsabilità che dovrebbe tradursi in maggiore riconoscimento sociale ed economico. “Dovreste essere pagati il doppio“, ha affermato senza mezzi termini, evidenziando il paradosso di una società che sottovaluta chi forma le basi della personalità umana.

La critica si estende al sistema educativo nel suo complesso: mentre un adolescente può sopperire a un insegnante inadeguato, un bambino di 4 anni non può fare altrettanto. “Ha bisogno assolutamente di avere la figura educativa che gli dà i basilari di sicurezza per tutta la vita”, ha spiegato Novara, rimarcando come l’Emilia-Romagna rappresenti un’eccellenza in questo campo, pur in un contesto nazionale dove la pedagogia rimane una categoria quasi inesistente.

Genitori “fai da te” e il disastro delle autonomie mancate

Il pedagogista ha riservato parole durissime per l’attuale generazione di genitori, definita “particolarmente staccata sul piano delle informazioni educative“. L’influenza dei social media e delle “influencer mamme” ha creato un immaginario distorto dove le autonomie fondamentali vengono sistematicamente rimandate. Novara ha citato esempi concreti: genitori che tengono il pannolino notturno aspettando che si asciughi da solo, bambini di 8-9 anni ancora puliti dai genitori in bagno, e la drammatica riduzione delle ore di sonno infantile.

“Se un bambino non sviluppa le autonomie rispetto alla sua età, non è un errore educativo, è un danno“, ha tuonato citando Maria Montessori. Il pedagogista ha elencato le competenze irrinunciabili: a 4 anni dormire da soli, vestirsi, mangiare autonomamente e soprattutto litigare. Quest’ultima competenza, spesso demonizzata, rappresenta invece un apprendimento etico fondamentale che permette ai bambini di confrontarsi e sviluppare capacità relazionali.

Il conflitto costruttivo

La soluzione proposta da Novara è chiara: creare spazi dedicati al conflitto costruttivo, come “l’angolo del litigio”, dove i bambini possano spiegare le proprie ragioni invece di essere etichettati come bulli o vittime. “Se non li fai parlare tra loro, la tua scuola diventa un tribunale“, ha concluso, lanciando un appello per un cambio di paradigma che restituisca dignità e centralità al lavoro educativo della prima infanzia.

Orizzonte Scuola

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martedì 8 aprile 2025

ADOLESCENZA INFINITA

 


Colpa 

delle troppe pretese

 di questa società

 


-         di Paola Molteni 

     

Da una parte ci sono loro, giovani fragili, arrabbiati, distanti. Dall’altra troviamo i genitori, preoccupati e disorientati, alle prese con la fatica di capire i propri figli e di aiutarli a superare i disagi di una vita appena cominciata. Difficile trovare un terreno comune ma è proprio questo l’obiettivo che esperti e studiosi indicano a tante mamme e papà che si sentono stanchi e sfiduciati.

Lo fa anche Alvaro Bilbao, neuropsicologo e psicoterapeuta spagnolo, con il testo appena pubblicato dall’editore Salani, dal titolo Come funziona il cervello di un adolescente. Sì, perché a indicare la strada verso un incontro rinnovato tra adulti e ragazzi è proprio la comprensione del complesso funzionamento della mente adolescenziale. Un cammino che madri e padri devono percorrere insieme ai propri figli per poterli sostenere durante il processo di cambiamento e di crescita.

Un labirinto

Un labirinto, più che un percorso, perché è difficile entrare nella testa dei giovanissimi.

Tanto per cominciare è già complesso definire biologicamente questa stagione di vita. “La prima cosa che dobbiamo capire è il significato della parola adolescenza”, premette l’autore. “Adolescenza significa in crescita, un processo che inizia tra gli 11 e i 12 anni, la cosiddetta pubertà, quando cambiano gli organi genitali e aumentano gli ormoni, testosterone ed estrogeni”. Più complesso determinarne la conclusione. “Una volta terminava verso i 14 anni, con la crescita della barba nei ragazzi e del seno nelle ragazze, perché il processo di maturazione era considerato esclusivamente dal punto di vista biologico. Dobbiamo però considerare che l’essere umano non è solo una creatura biologica ma anche un soggetto culturale e sociale. In questo senso l’adolescenza finisce quando un giovanissimo ha sviluppato le capacità di cui ha bisogno per essere indipendente e cavarsela da solo.

Un’autonomia che ritarda

A condizionare il raggiungimento dell’autonomia e quindi a segnare la fine dell’adolescenza sono le epoche storiche, e le culture dei Paesi. Per esempio, nell’Europa degli anni Ottanta l’adolescenza poteva finire verso i 18 anni. Oggi esiste una sorta di moratoria psicosociale, perché il periodo in cui i giovani acquisiscono le condizioni necessarie alla loro emancipazione dura più a lungo. Per capirci, a 22 anni i ragazzi sono ancora un po' adolescenti. Oggi non basta più terminare le scuole superiori per aver completato il ciclo di studi e la stessa università spesso non è sufficiente per entrare nel mondo del lavoro, servono master e tirocini. Una domanda sempre più alta per i nostri ragazzi che sperimentano fatica e frustrazione nel raggiungere equilibrio e fiducia in sé stessi”.

Fragilità

E se la fragilità e l’inquietudine hanno caratterizzato gli adolescenti di tutti i tempi, ancora di più vale per quelli dei nostri giorni, la cosiddetta Generazione Z, espressione emblematica di questo malessere, tanto da essere definita “la generazione ansiosa e depressa”, considerata particolarmente a rischio. Lo indicano chiaramente i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tra il 10 e il 20% dei bambini e soprattutto degli adolescenti, soffre dal punto di vista psichico. Il 75% delle patologie insorge prima dei 25 anni e la metà presenta sintomi di depressione, ansia e disturbi comportamentali prima dei 14.

Una vulnerabilità che è segno dei tempi, come conferma lo scrittore. “Più è complessa una società, più tempo il cervello impiega per maturare ed essere pronto ad affrontare i compiti della vita. I giovani devono armonizzare l’apprendimento scolastico con le relazioni sociali, devono parlare diverse lingue, saper convivere per più anni con i genitori, riuscire a usare bene un computer e ora anche l’intelligenza artificiale. Quindi, pur vivendo in una società in cui possiamo far conto su molti supporti, imparare a gestire tutto richiede tempi lunghi, lavoro e autodisciplina. Un impegno che li rende sempre più stressati”.

Smartphone

A causare gran parte dell’insicurezza e del disagio negli adolescenti, riflette Bilbao, è la presenza invasiva dei dispositivi elettronici, che condiziona il loro benessere mentale. “La mia generazione poteva anche annoiarsi la domenica pomeriggio, guardare la televisione, leggere un libro. Oggi i ragazzi dedicano molte ore alla settimana ai social network, da cui ricevono continui stimoli, e sviluppano una tendenza al paragone con gli altri. E non parliamo di un confronto costruttivo e stimolante con quello con amici e compagni di scuola.

Oggi il paragone si fa con i modelli del mondo dello spettacolo e i calciatori, da Taylor Swift a Cristiano Rolando o Messi, e il loro stile di vita inarrivabile. I giovani li invidiano senza chiedersi se sono felici, senza pensare che il denaro non protegge dalla tristezza e dalle frustrazioni.”.

 Felicità

A proposito di felicità, i ragazzi sanno riconoscerla? “La sperimentano con l’amicizia, un rapporto caratteristico dell’adolescenza, il tempo in cui passiamo più tempo con gli amici. Un'altra fonte di felicità – aggiunge l’autore – è sapere di avere uno scopo nella vita, che purtroppo spesso i ragazzi individuano nel successo materiale, come avere una Lamborghini o fare vacanze costose. Io dico sempre ai genitori: insegnate ai vostri figli che la felicità non sta in ciò che è straordinario, bensì nelle cose di tutti i giorni”.

E come si sentono i genitori davanti a queste sfide educative? Di che cosa sentono necessità? “In primo luogo di essere sostenuti”, sottolinea il neuropsicologo. “Tutti noi, esperti e terapeuti, dobbiamo volere bene a madri e padri perché quello che vogliono, sopra ogni cosa, oltre ogni preoccupazione e affanno, è prendersi cura dei propri figli. Dobbiamo orientarli però, perché capiscano di che cosa hanno davvero bisogno i giovani, senza farli mai sentire colpevoli davanti agli insuccessi e alle insicurezze”. Secondo lo psicologo ciò che serve è molto semplice. “Dedicare ai figli attenzione e dialogo durante la cena, coltivare il legame che deve unirli a loro. Si tratta di applicare poche norme ma chiare e importanti, prima fra tutte quella che riguarda l’uso dei dispositivi. Né genitori né figli devono usare il cellulare mentre si sta a tavola o si sta guardando la televisione. Bisogna mettere smartphone e tablet in una camera diversa rispetto a quella in cui si dorme, affinché non interferiscano con il sonno, che è la principale fonte di benessere per tutti”.

Regole

Le regole, secondo Bilbao, sono anche leve fondamentali per riuscire a prevenire i problemi di disagio mentale. “Perché è vero che i malesseri si manifestano quando il bambino o l’adolescente riceve poco affetto e poca attenzione. Ma ricordiamoci, cosa molto importante, che un’altra fonte di trauma è proprio la mancanza di limiti e di norme”.

Lo psicoterapeuta rivolge infine il suo consiglio pratico ai genitori. “Quando lavoro con famiglie che hanno problemi chiedo sempre di dedicare un’ora alla settimana a qualcosa di cui si possa gioire insieme. Che si tratti di andare a vedere una partita di calcio, cucinare, vedere una serie tv o documentari sugli animali. Questo tempo esclusivo di almeno uno dei genitori con i figli aiuta a costruire il legame, e rappresenta un vero e proprio momento riparatore di disagi e conflitti. Grazie a queste occasioni i ragazzi saranno più disponibili ad accettare quelle regole che li aiuteranno ad abbandonare le cattive abitudini e perfino le dipendenze. Lo faccio anch’io da anni con i miei figli”.

 www.avvenire.it

 

 

giovedì 27 marzo 2025

ADOLESCENTI. COME DIVENIRE ADULTI


 
“Il miglior modo per distruggere un adolescente 

è quello di non dare limiti.

 

Vi spiego come funziona

 il suo cervello”. 


INTERVISTA ad Alvaro Bilbao



Di Vincenzo Brancatisano

 

Il miglior modo per distruggere un adolescente – scrive nel suo libro – è quello di non dare limiti, a casa e a scuola”. Eppure, più che una critica verso le nuove generazioni di adolescenti, dalle 256 pagine del libro “Come funziona il cervello di un adolescente. Consigli per prepararsi alla vita adulta”, dell’autore spagnolo Alvaro Bilbao, edito da Salani e appena uscito nelle librerie, traspare un grande amore e una grande stima verso ragazzi e ragazze: “Lavoro con loro da anni – ci conferma in questa intervista – e dico che gli adolescenti del 2025 mi piacciono molto: sono collaborativi, creativi e anche molto sensibili nei confronti delle diversità e dei bisogni degli altri, almeno nella maggior parte dei casi”.

Alvaro Bilbao è neuropsicologo e psicoterapeuta, padre di tre figli. Si è formato in centri prestigiosi come il Johns Hopkins Hospital, il Kennedy Krieger Institute di Baltimora e il Royal Hospital for Neurodisability di Londra. Ha collaborato con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, insegna in varie università della Spagna. Del suo lavoro dice: «Ogni volta che ricevo un nuovo paziente, scrivo un libro o tengo una lezione, spero che la mia conoscenza del cervello possa aiutare le persone a migliorare le loro vite”.

Tornando alla frase iniziale, colpisce molto il lettore l’immagine esposta nel libro laddove l’autore traccia un confronto tra gli adolescenti che fummo e gli adolescenti di oggi. Tante regole e poco affetto ricevuti un tempo dai propri genitori. Tanto affetto e poche regole, il fenomeno di oggi. Da un estremo all’altro. L’atteggiamento dei genitori determinava un tempo nei figli una scarsa autostima, ma al contempo stimolava in loro la produzione di grande capacità di risolvere i problemi quotidiani: Vi si legge: “Gli studi indicano che, se tale affetto non è accompagnato da regole e disciplina, può causare un altro tipo di problemi. Molti ragazzi e ragazze di questa generazione hanno ricevuto tanto affetto, ma ben poca disciplina. Forse non a tutti è successo così, ma a molti ragazzi e ragazze di oggi i genitori hanno comprato un altro gelato quando il loro è caduto a terra, sono andati a recuperare di persona il pallone dalla vicina o hanno scritto un messaggio nel gruppo per chiedere notizie sui compiti dei figli. Magari, insisto, non è successo a tutti, ma gli studi hanno dimostrato che da un po’ di tempo a questa parte i bambini e le bambine hanno avuto minori opportunità di risolvere i propri problemi da soli o di imparare a gestire le naturali frustrazioni della vita, e ciò può lasciare un’impronta nella capacità dei ragazzi e delle ragazze di risolvere i loro problemi e di essere più resistenti”.

E’ un libro che contribuisce a comprendere non solo il cervello degli adolescenti, ma anche le loro aspirazioni, le paure, gli errori possibili, l’ansia da prestazione e le fobie sociali, i segnali che portano al suicidio, il bisogno di conoscere e soprattutto quello di autoconoscersi, il ruolo degli adulti di riferimento, specie i genitori, che devono sorvegliarli ma sempre con la dovuta distanza e discrezione – spiega lui –allo scopo di non neutralizzare il processo di autonomia di cui hanno bisogno e diritto. E’ un libro che manda segnali diretti e indiretti alla scuola e agli insegnanti, allude alle dinamiche della classe, alla competizione che talvolta deborda dai limiti: “Sono certo che l’abbiate sperimentato in un gran numero di situazioni. Per esempio, nel caso degli studenti succede quando si ricevono i risultati di un compito in classe. Prima ancora di controllare se si è preso un bel voto o un brutto voto, la tendenza è di informarsi su che voto hanno preso i compagni. Ecco perché, quando si è preso un 7 e tutti gli altri hanno preso un’insufficienza la soddisfazione è maggiore rispetto a prendere 8 quando gli altri hanno preso 7. Il nostro cervello ha un meccanismo che ci porta a controllare e a paragonarci di continuo agli altri”.

E’ un libro scritto bene, con competenza scientifica e buona capacità narrativa. Coinvolge astutamente il lettore, sia egli un genitore o un insegnante o un terapeuta o anche un adolescente che vi può trovare spunti preziosi, specie nella seconda parte, laddove l’autore affronta con molto ottimismo ma senza dimenticare il rigore delle regole, il tema del futuro dei nostri ragazzi, quello delle necessarie anzi indispensabili relazioni e delle compagnie che meritano di essere coltivate e di quelle che sarebbe invece preferibile evitare quando dimostrano di essere tossiche, senza dimenticare il tema dell’orientamento verso gli sbocchi professionali. Certi consigli mirano a smorzare la tendenza a caricarsi di ansia e di stress, di cortisolo dannoso: “La vita – vi si legge – non è una partita a tennis non è necessario rispondere a ogni pallina”.

Secondo il quotidiano spagnolo El Pais, “Alvaro Bilbao si conferma fenomeno editoriale e punto di riferimento del parenting. Riferendosi al volume scrive che “questo libro contiene consigli e suggerimenti basati sulle più recenti scoperte della neuropsicologia per guidare nel percorso verso l’età adulta”. Nelle pagine che seguono, si legge nell’introduzione, troverete metafore, racconti e riflessioni che vi aiuteranno a trovare le parole giuste per parlare con i ragazzi dei temi per loro importanti in questa fase della vita. Potreste anche trovare delle idee in grado di aiutarvi a comprendere aspetti rilevanti che forse nessuno vi ha spiegato quando avevate la loro età. Come costruirsi una vita felice? Come orientarsi nella scelta degli studi? Come gestire il primo amore o il primo rifiuto? Perché è importante ascoltare il corpo e saper leggere le emozioni? Álvaro Bilbao ha già spiegato in altri libri come funziona il cervello dei bambini. Ora spiega come funziona quello degli adolescenti che tanto cambiano le vite di genitori, con chiarezza espositiva e con la ricchezza di esempi concreti messi a punto nella sua pluriennale esperienza sul campo”.

Professor Alvaro Bilbao, come sono gli adolescenti del 2025?

“Il cervello degli adolescenti è molto sviluppato dal punto di vista emotivo; quindi, ci troviamo davanti ad adolescenti che hanno una grande carica emotiva ma anche una scarsa capacità di gestire le emozioni e di risolvere i problemi. Ma io lavoro con loro e dico che gli adolescenti del 2025 mi piacciono molto sono collaborativi, creativi e anche molto sensibili nei confronti delle diversità e dei bisogni degli altri nella maggior parte dei casi”.

Lei scrive che i genitori devono continuare a essere presenti ma non come i compagni inseparabili che li hanno accompagnati il primo giorno di scuola o che hanno insegnato loro ad allacciarsi le scarpe. Ora il loro ruolo è un altro, “più simile a un porto sicuro a cui possono tornare quando sono tristi o preoccupati, a una persona saggia a cui chiedere consiglio quando sono confusi o disorientati, e a una rete di salvataggio che può dar loro una mano o mettere un limite se vediamo che stanno cadendo nel vuoto e hanno bisogno della nostra protezione per non farsi male”.

“Penso che lei abbia hai riassunto molto bene il senso del libro. Con i nostri figli adolescenti dobbiamo essere sì presenti nelle zone condivise salotto ma dobbiamo al contempo lasciare che passino il loro tempo nella camera da soli o a dialogare con gli amici o davanti a uno schermo affinché sviluppino i propri interessi. Bisogna inoltre permettere di studiare a modo loro. Ognuno ha un proprio modo di studiare: le ragazze ad esempio sottolineano, fanno gli schemi, strutturano bene gli argomenti, i ragazzi sono più disorganizzati, basta guardare i quaderni. Ognuno di loro ha un proprio stile. Noi genitori abbiamo il dovere di essere presenti e dobbiamo assicurarci di avere un controllo sui loro libri, sugli esami ed essere presenti per poter loro offrire sicurezza, limitandoci a parlare in cucina e o nel salottino. Possiamo anche provare ad ascoltare una loro lezione, sempre che lo chiedano, dobbiamo offrire un supporto ma non bisogna mai essere ansiosi, è importante evitare l’apprensione. Tanti genitori trasmettono molta ansia, altri sono molto assenti. Il lavoro dei genitori dipende dai bisogni dei figli”.

Lei sostiene che una delle cause che sta contribuendo all’aumento dei disturbi di salute mentale tra i ragazzi e le ragazze ha a che vedere con il modo in cui noi genitori educhiamo i nostri figli. Un tempo i genitori dedicavano ai figli poco affetto ma tante regole, con ricadute negative sull’autostima, ma imparavano in fretta a risolvere da soli tanti problemi della vita quotidiana e scolastica. Si è passati da un estremo all’altro?

“Sì. Abbiamo confuso la gentilezza con la permissività. Spiego sempre ai genitori che l’opposto di una educazione estrema non è l’educazione estrema al senso contrario ma un’educazione equilibrata dove ci sono norme, affetto e gentilezza. Un tempo Ma imparavano anche molto in fretta a togliersi le castagne dal fuoco perché non c’era nessuno che li aiutasse a farlo. Se ti cadeva un gelato, dovevi imparare a gestire la frustrazione perché i genitori dell’epoca non te ne avrebbero comprato un altro. Se non ti ricordavi di fare i compiti, non c’era la salvezza del gruppo WhatsApp, dovevi andare a scuola senza i compiti fatti”

Dal libro emerge che la vita non è un’isola del tesoro è un cambiamento fin dall’attimo in cui si nasce e anche un continuo cammino e dunque gli adolescenti devono essere rassicurati circa il fatto che nel corso di questo cammino conosceranno ogni tipo di persona e di ostacolo e loro saranno in grado di affrontarli, ciascuno a modo proprio.

“Più che un’isola del tesoro la vita è un cammino pieno di alberi, montagne e pianure, giorni aridi e giorni piovosi, giorni freddi e giorni caldi, giorni faticosi e giorni meno faticosi. L’adolescenza è una fase difficile per molti perché occorre far fronte a molti cambiamenti. Per la prima volta gli adolescenti si trovano di fronte a decisioni trascendentali e ad ostacoli difficili, lo studio non è più un semplice apprendimento. Ciò che dobbiamo insegnare loro è che fa parte dell’esistenza superare le difficoltà se vogliamo trovare la nostra strada e risolvere i problemi”.

Lei scrive nel libro che la prima cosa che ti insegnano quando entri in un programma di neuropsicologia e inizi a studiare il cervello è che non esistono due cervelli uguali. Tutti i cervelli sono composti dalle stesse parti e, tuttavia, ogni cervello è unico e diverso dagli altri. Eppure, i programmi scolastici e la didattica, al di là delle attenzioni rivolte agli studenti con difficoltà certificate, spesso non tengono conto della diversità delle varie intelligenze presenti in una classe e pretendono la stessa prestazione per tutti.

“La maggior parte dei docenti rivendica la necessità che le classi siano più piccole così da poter offrire una didattica personalizzata. Vero è che quando i bambini sono più piccoli i bisogni sono omogenei: somme e moltiplicazioni sono strumenti di base, ma via via che si arriva all’adolescenza ci si accorge che uno dei compiti dell’adolescenza è la specializzazione. Abbiamo ragazzi e ragazze che sono leader o pacificatori, inclini allo sport o inclini alle arti e cos’ via, dunque la cosa migliore sarebbe che i programmi fossero più vari per favorire la specializzazione per ogni alunno”.

La scuola punta alla conoscenza, oltre che alle competenze. Ma qual è la differenza tra la conoscenza e l’autoconoscenza, alla quale lei dedica molte pagine del volume?

“L’autoconoscenza comporta la conoscenza dei punti di forza e dei punti debolezza dei nostri adolescenti, quello che li fa arrabbiare o accendere positivamente, del gruppo che ci circonda. E’ una conoscenza diversa perché non si affida solo alla memoria ma soprattutto ricorre all’intuizione l’autoconoscenza è la migliore pillola che una persona possa prendere per prevenire e risolvere

molti dei suoi problemi. Per loro è difficile perché ancora devono sviluppare un’identità che devono svilupperanno poco a poco e questo è difficile perché gli esseri umani non sono sono semplici ma sono complessi: possono essere timidi ma al contempo volere stare con gli altri, possono essere felici ma sensibili per le sofferenze altrui, quindi conoscersi implica un lavoro complesso al contrario della semplicità”

Gli adolescenti sono continuamente in preda alle emozioni. Come fare per aiutarli a controllare le emozioni?

“Sono importanti due cose. La prima: servono precisi limiti esterni. Il miglior modo per distruggere un adolescente è quello di non dare limiti, a casa e a scuola. Dobbiamo imporre dei limiti circa il tempo da trascorrere sugli schermi, sulle le ore di sonno minimo. E come genitori e docenti dobbiamo mettere limiti anche su come si debbano trattare gli altri, limiti chiari così che li possano percepire e imparare. Spesso i docenti piu severi ottengono più rispetto da parte degli studenti”.

Ma ai docenti si chiede anche di essere empatici

“Certamente, l’empatia consente di creare una buona relazione. Tuttavia possiamo essere empatici nei confronti di un alunno che si è impegnato e che magari non ha ricevuto la valutazione che si aspettava. Ma un alunno che ci ridicolizza non necessita di nessuna empatia o che gli chiediamo: ti piace ridicolizzarmi. Quello che occorre a questa persona è un limite”.

Piccoli invita i genitori ad abituare i bambini e ragazzi a piccoli esercizi quotidiani, come rifarsi il letto.

“Serve per disciplina”. Dal libro: “Se un adolescente non si rifà il letto prima di uscire di casa,

dovrebbe iniziare da domani stesso! Farsi il letto non è solo una buona abitudine perché lo aiuterà a vedere la sua stanza più in ordine (e questo porterà maggiore calma e ordine mentale), ma anche perché lo aiuterà a iniziare la giornata in modo disciplinato. Questo piccolo gesto può sembrare insignificante, ma la verità è che in questo modo si manda al cervello un messaggio molto importante: «Porto a termine le mie mansioni». Quando uscirà di casa, sentirà di aver iniziato la giornata facendo qualcosa di positivo per se stesso e avrà abbastanza fiducia da continuare a portare

a termine i suoi compiti per il resto del giorno. Inoltre, se le altre cose che deve fare quel giorno non andassero come sperava, una volta tornato a casa saprà di aver fatto almeno qualcosa di positivo e proverà un certo orgoglio e la sensazione di avere il controllo sulla sua vita”.

Lei scrive nel libro: “Viviamo in un’epoca difficile per molti giovani. È sconvolgente il numero di ragazzi e ragazze che si sentono senza speranza o demotivati. Inoltre, nei paesi occidentali, è anche aumentato in modo allarmante il numero di suicidi tra gli adolescenti e i giovani”. Che cosa devono fare i docenti e i genitori davanti a certi segnali?

“E’ un tema molto serio che né i genitori, né i docenti devono prendere sottogamba come se sia uno scherzo. Se esiste un desiderio di morte occorre andare a capire e far sì che, se c’è una minaccia reale, venga intercettata.”

Una parte del volume è dedicata al futuro dei giovani. A questo proposito lei si sofferma molto sul tema dell’orientamento verso gli sbocchi professionali. Lei consiglia di scegliere usando la pancia più che la testa. E’ così?

“Alcuni adolescenti hanno bene in testa cosa vogliono fare da grandi altri hanno invece bisogno di un supporto. E’ importante che loro riflettano molto sulle cose in cui riescono meglio. Sì, il processo decisionale dev’essere più di pancia che non freddo e di testa”. Dal libro: “La migliore strategia che si può usare per trasformarsi in persone davvero brave a prendere decisioni (dopo aver ascoltato la pancia) è davvero facile: consiste semplicemente nel prendere decisioni. Quello che avete appena letto può sembrare una sciocchezza, ma gli studi hanno dimostrato che i ragazzi e le ragazze che prendono le decisioni migliori sono quelli e quelle che lo hanno fatto fin da piccoli. Che hanno deciso cosa indossare, a cosa giocare o come organizzare il proprio tempo. Invece, i ragazzi e le ragazze che nel corso della vita hanno seguito le decisioni ritenute migliori dai loro genitori di solito, una volta adulti prendono decisioni peggiori”. E ancora: “Nella mia esperienza professionale, le persone più felici a livello lavorativo sono quelle che, quando devono decidere, ascoltano le proprie emozioni e tengono conto sia dei loro talenti sia di ciò che gli altri gli chiedono. Le più insoddisfatte, le più pentite, sono quelle che, quando hanno dovuto scegliere, si sono unicamente basate sugli sbocchi professionali o sull’opinione dei loro genitori. Facciamo in modo che i ragazzi non appartengano a questo secondo gruppo”.

Orizzonte Scuola

 

 

giovedì 13 marzo 2025

ADOLESCENTI. RISVEGLIARE IL DESIDERIO

 


Una conversazione

 con 

Massimo Recalcati

 

 


Intervista di Anna Stefi 

 

Torniamo, con lo psicoanalista Massimo Recalcati, a parlare di adolescenti e scuola. Massimo Recalcati non ha bisogno di presentazioni, ma in questa occasione mi pare importante ricordare che a lui, e alle sue teorizzazioni, si deve la nascita di Telemaco di Jonas Milano, un luogo di cura e ascolto, orientato dalla psicoanalisi, e rivolto agli adolescenti e a chiunque li affianchi nel loro processo di crescita.

Anna Stefi: spesso, parlando di adolescenza, sei tornato sull’importanza di accendere il desiderio come nodo nel rapporto con i giovani. Ti riporto le parole di Irene, mia studentessa: “studio e ripeto, studio e ripeto, studio e ripeto. E dimentico. Questa cosa mi sconfigge. Non sopporto il richiamo al che cosa desidero, perché capire cosa desidero, e cosa voglio diventare, mi mette più ansia ancora della maturità: mi sento in colpa perché non lo so”. Ho sentito un chiaro j’accuse: “anche questo volete da me!”. Un desiderio diventato dovere non nel modo in cui sei solito declinarlo tu – il dovere del desiderio – ma come una prestazione tra le altre cui si sentono chiamati.

Massimo Recalcati: la distorsione di cui dici avviene sul piano della domanda. Uno dei grandi contributi che Lacan dà a una teoria possibile della adolescenza è la distinzione tra piano della domanda e piano del desiderio. L’adolescenza sarebbe il primo tempo del processo di soggettivazione, in cui il desiderio del soggetto si contrappone alla domanda dell’Altro. Una delle etimologie possibili di adolescenza è “acquisire il proprio odore”: l’odore del desiderio si rivela eterogeneo alle aspettative della domanda dell’Altro, in cui rientrerebbe anche avere un desiderio. Se “avere un desiderio” si configura come un modo della domanda dell’Altro, il soggetto, per preservare la propria singolarità, deve disertare il desiderio. Se il desiderio diventa un dovere prescritto dall’Altro, o dal dispositivo istituzionale, non è più tale. Nella didattica abbiamo tanti esempi illustri: I Promessi Sposi, o la Commedia, in quanto oggetti della domanda, non possono istituirsi come oggetti del desiderio, non perché non abbiano in sé questa possibilità – tant’è che molti di noi hanno studiato Manzoni o Dante a scuole terminate, quando la domanda non era più ingombrante. 

Distinguerei, se dobbiamo usare questa terminologia, il termine “dovere”, una imposizione della domanda, fosse anche il dover avere un desiderio, da quello che Lacan, nelle prime lezioni del Seminario VII, chiama il “vero dovere”, che è il desiderio. Il desiderio come vero dovere è ciò che contrasta ogni tipo di domanda. Paradossalmente, allora, è possibile che ci sia più desiderio nell’apatia o nel rigetto del sapere che troviamo in certi adolescenti, che non nel conformismo di adeguarsi alle aspettative. Il desiderio, del resto, implica sempre un’invenzione. È possibile fare delle invenzioni un obbligo? È chiaro che non è possibile, questo è il paradosso più profondo della scuola: da un lato dovrebbe accendere il desiderio ma, nella misura in cui la sua esperienza è disciplinata da un dispositivo, l’accensione del desiderio sembra contraddire la struttura del dispositivo. Dobbiamo vivere questa contraddizione: il dispositivo, che è una macchina tritacarne, non esclude la possibilità dell’incontro con qualcosa, che avviene a causa dell’obbligo e che trascende l’obbligo.

Stefi: in relazione a quanto dici, e al rapporto tra fatica e desiderio, mi domando se non si potrebbe dire che non solo il desiderio si accenda nonostante il dispositivo, ma che, in qualche modo, la strettoia del dovere, e dunque del dispositivo, sia necessaria. Avevo un insegnante alle medie che mi ha costretta a studiare una quantità infinita di poesie di Leopardi a memoria – Ginestra compresa. Allora mi sembrava una tortura: così tante, lunghe e con una tale costanza. Tuttavia, sono convinta che il mio amore per la poesia venga anche da lì.

Recalcati: possiamo sostituire il termine fatica, che pure è un termine preciso, che mette in luce una delle cifre più significative della psicopatologia dell’adolescente oggi – la fatica evidente a desiderare –, con il termine ripetizione. La ripetizione è una componente essenziale della didattica. Coinvolge l’insegnante, che è tenuto a ripetere un programma, un autore, a ripercorrere testi che già conosce, e l’allievo, sottomesso alla legge della ripetizione. L’adolescente tende a rigettare la ripetizione, domanda il nuovo. Il nostro compito è mostrare che la ripetizione non è nemica dell’invenzione, ma che è anzi lo sfondo che la rende possibile, che non è un’emancipazione dalla ripetizione ma è una piccola torsione della ripetizione. La tua insegnante vi ha iscritti in una ripetizione, quello che Pennac chiama “il grande fiume della lingua”, per cui lui sostiene l’importanza di studiare le poesie a memoria perché sarebbe un’immersione nel, con Lacan, “bagno del linguaggio”. Lì c’è un’immersione necessaria ma non c’è ancora soggetto. Soggetto c’è quando qualcosa viene fuori da questa immersione, nei modi più imprevedibili. L’emergere dalla ripetizione è l’effetto soggetto di ogni didattica, e non può prescindere dalla ripetizione. È il doppio volto della ripetizione che da un lato consuma – gli allievi, gli insegnanti – ma dall’altro genera la differenza, non è ostile alla differenza. 

È come in un percorso analitico: c’è un aspetto burocratico, ripetitivo, e, a un certo punto c’è un effetto soggetto. È qualcosa che definisce in generale l’esperienza della formazione: la formazione è ripetizione e invenzione. L’invenzione avviene solo su quello sfondo, altrimenti c’è sconnessione, esaltazione, c’è quello che i romantici chiamavano “il colpo di pistola del sentimento” che però non dà forma alla vita.

Stefi: non ricordo se nel ripetere e memorizzare Leopardi avevo qualcosa dell’ordine della speranza, fiducia che da quella pratica odiata qualcosa sarebbe emerso. Se – potrei dire così – “ci credevo”. Più semplicemente, probabilmente, non la mettevo in questione. Quello che riscontro oggi è una maggior ferocia, o un maggior disincanto, rispetto al dispositivo. Potrei dirla così: il loro “il latino non serve a niente” mi pare più radicale del nostro. Chiedono una traduzione più immediata di quello che proponiamo loro, non a caso trovo più ascolto se parlo, in classe, il linguaggio della psicoanalisi piuttosto che quello della filosofia.

Recalcati: la questione è il rapporto tra il dispositivo e quello che potremmo chiamare “l’effetto maestro”, ovvero l’innamoramento, nel senso ampio che assume in Platone l’erotizzazione del sapere. Non è solo suggestione: l’innamoramento genera transfert, movimento nel soggetto che acquista la forza dell’amante. Il maestro come un magnete che raduna attorno a sé amanti: la dimensione erotica è il nerbo della didattica, ed è chiaramente in contrasto con il dispositivo. Non sarebbe però pensabile senza il dispositivo. Questa topologia è difficile da comprendere per un adolescente: l’effetto di innamoramento non è possibile in strada con questi stessi effetti, è possibile solo dentro un dispositivo che fa in modo che tali effetti non cadano nella suggestione settaria, che il maestro non diventi un guru. Anche perché questa forza deve essere canalizzata verso il sapere. Tu dici: è lì che c’è l’ostacolo. Il sapere psicoanalitico di cui dici potremmo tradurlo come un sapere che chiaramente tocca la vita: questo consente di mantenere la forza aggregativa del magnete. Quando, invece, introduci il sapere come tale, la loro supposizione nichilistica è che il sapere sia contro la vita, non sia utile alla vita. La scommessa vera è mostrare che non solo il sapere psicoanalitico ma il sapere in quanto tale li riguarda. Un sapere che ciascuno seleziona, poiché ci sono dei saperi che ci interessano, altri meno. Questo fa parte della singolarità dell’inclinazione. L’enciclopedismo è una idiozia mentale, annulla la singolarità del desiderio. Ogni allievo avrà un sapere interessante per lui, che tocca le corde più vive. La grande scommessa, a scuola, è smentire che il sapere dell’altro sia un sapere morto. Come si smentisce? Testimoniando che è vivo, trasmettendo un sapere vivo. Questo è l’impegno della didattica che si rinnova nel tran-tran della ripetizione. È chiaro che è più facile parlare d’amore, di sesso, di ambivalenze affettive e di rapporti: gli oggetti della psicoanalisi sono chiaramente più affascinanti. Non tutti devono diventare psicoanalisti. L’attivazione deve servire a spostare il transfert sul sapere.

Stefi: e rispetto al tema della fiducia?

Recalcati: la differenza che vedo è che il nostro nichilismo – penso alla mia generazione – aveva come obiettivo il dispositivo: l’idea era che l’istituzione opprimesse il desiderio. Si trattava, per noi, di abbattere il dispositivo per rivendicare una libertà di apprendimento, senza comprendere che la libertà di apprendimento dipende dall’esistenza dell’istituzione. Il “basta con i padri” e “basta con i maestri” aveva come spinta decapitare l’anima foucaultiana, che è essenziale alla scuola (le gerarchie, i doveri, le imposizioni). L’ideologismo della mia generazione abbatteva ruoli e funzioni e la critica al dispositivo implicava la fiducia nella libertà. Oggi secondo me la sfiducia è più diffusa, la critica al dispositivo non è dettata dall’esigenza di sprigionare la potenza del desiderio ma è il “non serve a niente”. Un nichilismo che non immagina un futuro: il tempo non ha una profondità. La sfiducia sorge dalla disperazione e dal cinismo, ma è così vero che non credono più a niente? Sono solo disperati e cinici? I giovani di un tempo avevano un orizzonte valoriale ampio e l’idea che era possibile, anzi era nostro compito, trasformare il mondo. Questa dimensione è totalmente persa e penso che gran parte delle difficoltà di oggi dipendano dalla caduta di questo orizzonte. La soluzione, tuttavia, non è nella sua restaurazione: il superamento di questo nichilismo non è la restaurazione della passione ideologica, così come la soluzione del problema della famiglia oggi, delle difficoltà del discorso educativo, non sono nel recupero nostalgico della famiglia patriarcale. Il compito è più sottile, difficile e complesso. Continuo a pensare che la sola cosa che possiamo fare sia accendere il desiderio di questi ragazzi: chiunque è impegnato sul piano educativo deve avere questo come compito.

Stefi: dunque l’orizzonte non può più essere collettivo?

Recalcati: il desiderio non è mai solo individuale. Questo è un punto molto importante, su questo ci sono delle obiezioni che Deleuze ha fatto alla psicoanalisi molto precise. Dobbiamo pensare che il desiderio, nella misura in cui è messo in moto, implica una singolarità che non è solo individuale, perché tale singolarità genera concatenamenti, effetti collettivi, legami, nessi nuovi. Questa è già la dimensione collettiva del desiderio. Però, nella pratica educativa, nella didattica, quello che conta è sempre l’uno per uno, non il collettivo. Quello che conta è l’incontro, che è sempre un incontro che si istituisce sulla singolarità. Credo davvero che la salvezza dei nostri figli sia nella grazia dell’incontro.

Stefi: questa cosa accade, e tuttavia, rispetto a un po’ di tempo fa, sento forte il bisogno che hanno di rispondere all’angoscia che provano davanti alle scelte (e in ogni scelta sembra giocarsi la partita della loro vita) riducendo la distanza dall’adulto e delegando: scegli per me, dimmi cosa devo fare.

Recalcati: la delega all’altro è l’effetto di un’ostruzione del passaggio dalla domanda al desiderio, è l’infantilizzazione che il discorso sociale, e non solo familiare, oggi induce. Prima dicevamo: nell’adolescenza il desiderio si contrappone alla domanda. Oggi una delle perversioni di questo snodo evolutivo è che l’adolescente resta fissato alla dialettica della domanda, sia quando la nega, sia quando la invoca: chiedere all’altro cosa fare. La centralità della domanda riguarda anche il tema della prestazione, che è sempre conformistica, è sempre risposta alla domanda. Il desiderio non ha a che fare con la prestazione ma con l’azione. La prestazione è sempre in rapporto all’Altro. Siamo in un tempo di monadi ma, al tempo stesso, di monadi tutte attaccate, tutte connesse. Basta pensare ai social. Chiedere all’Altro è segno di un’infantilizzazione, non c’è effetto soggetto. Escono dalla famiglia più facilmente di un tempo, ma la separazione non è questo: separarsi è separarsi dalla domanda dell’Altro, introdurre un oggetto proprio che non è commestibile da questa domanda, è irriducibile. Il proprio desiderio è l’oggetto separatore.

Stefi: rispetto a questo, per favorire questo che dici, mi pare necessario, come adulti, un movimento di sottrazione. Mi pare che non ci debba essere solo il loro “segreto”, come scrivi tu nel libro dedicato a questo, ma anche il nostro. L’impressione che ho è che sia necessario smettere il lavoro di eccessiva traduzione che mettiamo in atto, rendersi in qualche modo indisponibili, lasciando che incontrino, in noi, anche la dimensione del muro. Il muro non dell’autorità ma, appunto, dell’enigma. La fatica che si rende necessaria, per noi educatori, insegnanti, genitori, è sopportare di non essere amati.

Recalcati: la patologia del voler essere amati è una delle distorsioni più perverse dell’educatore ipermoderno. Un buon formatore, un insegnante, un educatore, e per certi versi anche un analista, deve amare – come diceva Massa parlando della didattica – chi impara. Non amare di essere amato. La soddisfazione è amare chi impara, generare un desiderio nuovo. Questa è una soddisfazione molto superiore a quella dell’essere amati: vedere che una vita si mette in movimento. Per fare questo bisogna custodire l’asimmetria. C’è un modo semplice di negare l’asimmetria ed è la simmetrizzazione: farsi amici, dissolvere ogni segreto, l’eccesso di intimità. Poi c’è una asimmetria formale, retorica, che è la differenza dei ruoli: c’è l’insegnante, ci sono gli allievi. È una asimmetria che non tocca. L’asimmetria di cui parlo è l’asimmetria dell’incontro: incontrano qualcosa che non comprendono fino in fondo e da cui sono toccati. Incontro con una parola, uno stile, un libro, un atteggiamento. È una salvezza immotivata, per questo dico che è dell’ordine della grazia. Avviene per caso e li mette di fronte alla responsabilità di rispondere a questo incontro. Non sono loro a generare un incontro ma, in quanto toccati dalla grazia, hanno la responsabilità di farsene qualcosa oppure no. Questo è un concetto di formazione che altera molto l’idea standard della formazione dominante nel nostro tempo. La concezione diffusa ha come paradigma l’immagine della scala: un percorso lineare dal gradino più basso a quello più alto. Formazione come progressione di tipo teleologico. La mia idea è più fondata sul trauma, su una discontinuità, su qualcosa che accade e non era previsto, sul fuoco che si accende. Credo molto in questo, nonostante i paradigmi siano cambiati. Credo che la formazione avvenga così e, se confidiamo in questo, dobbiamo sapere che implica il tempo morto, lo smarrimento, l’improduttività, lo scoramento, la disperazione. Il primo modello suppone che il nostro funzionamento somigli a quello delle macchine, che nel tempo diventiamo sempre più raffinati, completi, ordinati; l’altro suppone lo strappo, il cambiamento di pelle, l’incontro con qualcosa che ci disturba e ci affascina.

Stefi: credo che la fatica di questo modello sia la capacità di sopportare lo smarrimento di cui dici.

Recalcati: questo dipende dal dispositivo. Se il dispositivo adotta in modo acritico il primo modello la valutazione sarà: è adeguato al primo gradino? È adeguato al secondo? E falcidierà chi non risponde a tali livelli. Il secondo criterio cambia tutto: non è che non implichi la responsabilità, o la fatica, ma cambia la valutazione perché in primo piano non c’è l’uniformazione ma la singolarizzazione. Avere fede in questo è un grande salto.

Stefi: rispetto a questo tema del pasticcio simmetrico ti domando qualcosa che riguarda la violenza, l’elemento distruttivo. Lo potrei collegare all’occupazione – l’anno scorso il liceo dove insegno è stato teatro di un’occupazione che ha prodotto danni ingenti –, ma la cronaca ci fornisce altri esempi e diversi sono gli episodi cui assistiamo nelle classi. Lo intreccio al tema della simmetria perché interrogo la nostra risposta: mi pare che la tendenza prevalente sia restare su un piano simmetrico (essere delusi: “con tutto quello che facciamo per voi”).

Recalcati: il rischio che vedo è che la violenza sia sempre più dissociata dal conflitto. Una volta il conflitto canalizzava la violenza e dunque era uno scontro tra ideologie: la violenza trovava un alfabeto nel conflitto. Adesso la mia impressione è che ci sia una dimensione più erratica della violenza perché non è ordinata dalla caratterizzazione politica del conflitto: è pre-politica, pre-ideologica. La violenza allora può esser decifrata, e quindi letta, non dai ragazzi, ma dagli adulti. Il compito sarebbe quello di riportare la violenza sul piano di un conflitto o, se non di un conflitto, di una domanda, di un’esigenza. È necessaria una lettura, che non può essere da parte di chi compie violenza, ma da chi la osserva. Nel caso dell’occupazione: è chiaro che la devastazione di un istituto è un messaggio indirizzato all’Altro del dispositivo. Davanti a questo si può dire: “siete dei maleducati” o ci si può impegnare a interpretare il messaggio. Oggi, negli adolescenti, non c’è la maturità di vedere nella distruzione un messaggio: questa è una differenza profonda con la mia generazione, dove la violenza era sempre dentro un binario politico. Oggi la violenza apre il grande capitolo di chi la interpreta, dunque quale significazione dare: forma disperata di appello? Inquietudine che non trova parole? Contrapposizione generazionale? Darne una lettura significa riportarla dentro un alfabeto. La distruzione ora è selvaggia, fine a sé stessa.

Stefi: torno sul tema della separazione per un’ultima domanda a partire da un aneddoto. Leggevo un brano dalla Repubblica di Platone sul tema della giustizia e, domandando cosa fosse la giustizia, i passaggi, rapidi, sono stati: la giustizia è il bene, il bene è essere fedeli. Questa fedeltà mi ha colpito, era già emersa in discussioni, in altre classi, relative al desiderio di “avere un amore come quello dei nonni”. Certezza di non essere traditi, amore vero. La dimensione del legame simbiotico, del “migliore amico” e della “migliore amica”, è sempre appartenuta all’adolescenza, eppure ho sentito nelle loro parole, forte, la nostalgia verso un tempo in cui i legami erano possibili: i nonni!

Recalcati: dietro questo – non vorrei psicoanalizzare troppo – c’è la nostalgia per il legame primario. È un grande tema dell’adolescente: fare il lutto dei legami primari che sono i legami di assoluta fedeltà, la fedeltà del sangue. Quello con i nonni, più ancora di quello con i genitori, consente l’idealizzazione: non vivendoci insieme si immagina che siano diversi dai genitori e si proietta lì un ideale familiare. Il tema è: possiamo costruire dei legami affidabili che durano nel tempo come abbiamo immaginato potessero essere i legami con i nostri genitori? Pensiamo agli amori che iniziano sui banchi del liceo e arrivano sino al matrimonio: la psicoanalisi ci dice che quei legami duplicano il legame primario, legame di cui non è stato fatto il lutto. I rapporti di coppia che sembrano inscalfibili sono la riproduzione del primo legame. Gli adolescenti hanno dunque questa domanda: come avere un legame così? E, davanti a loro, le sabbie mobili: una libertà molto vuota, insicurezza, un tempo che dice loro che non c’è più niente di vero. La verità non esiste, nemmeno l’amore.

Stefi: in relazione a questo mi accorgo di una trasformazione: questo “non c’è più niente di vero” lo sento in modo forte, e così cammino su un filo nel tentativo di costruire una fiducia senza edificare verità e norme prescrittive. Vorrei sganciarli dall’idea del tradimento come male assoluto e, al tempo stesso, il compito di decostruzione e di critica, proprio della filosofia, diventa più complicato in uno scenario come quello attuale.

Recalcati: lo sfondo è: le verità assolute non sono accessibili. Questo non è relativismo, è la dimensione laica della cultura. Tutti noi ci muoviamo in un campo aperto ed esposto al rischio, all’equivoco, al fraintendimento. In questo campo plurale c’è qualcosa che tiene? Penso che la vera fedeltà, prima di tutto, sia rispetto alla nostra vocazione. L’illusione è che ci sia qualcosa di assoluto come l’amore tra i nonni, che è una rappresentazione idealizzata del legame primario. La vera fedeltà che dà senso alla nostra esistenza è la fedeltà a quello che facciamo, a quello che desideriamo. Questo devono riuscire a toccare, di questo bisogna dare testimonianza. Che poi la fedeltà dell’amore esiga la costanza, è un altro discorso. Non è un’illusione, c’è qualcosa che dura nel tempo, ma può durare nel tempo se la fedeltà si istituisce sulla fedeltà al proprio desiderio. Molto spesso la fedeltà è un tradimento del desiderio: per calcolo, conformismo, utilità. Non penso solo ai legami d’amore, penso anche ai progetti, alle professioni. Questo dovrebbero vedere. 

Per tornare a dove siamo partiti: l’idealizzazione dei nonni è della stessa natura del non separarsi dalla domanda. C’è un fantasma infantile: dipendere dalla domanda dell’Altro anche quando si contesta. Il desiderio, invece, svita il nesso tra il soggetto e la domanda al punto tale che posso ritrovarmi a desiderare quello che tu avresti desiderato che io diventassi, ma con libertà, per altra via. Questo è un passaggio molto complesso, implica il riconoscimento della provenienza, della dimensione tortuosa dell’eredità.

 

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