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giovedì 11 giugno 2026

VISIONE E ATTESA

 

Il rettore della Sagrada Familia: la visita del Papa ci invita ad "alzare gli occhi"Riscoprire 

il senso dell'attesa


Con l’inaugurazione della Torre di Gesù che renderà la basilica di Gaudí la più alta del mondo, si compie un gesto simbolico profetico. L’architetta Curti, esperta dell’artista: “Ha voluto creare un’arte dell'incontro, riportare la capacità di vedere il trascendente. Il lavoro che c'è dietro ci invita a gustare la pazienza con cui si costruisce l'amore”



-di Antonella Palermo - Inviata a Barcellona

Guardare in alto è più rischioso che guardarsi i piedi, ma è in questo rischio che si gioca l’esserci, in questo squilibrarsi che si avverte il brivido di un corpo che vive, che non si accomoda in posture inerti, che non guarda al proprio ombelico ma si sbilancia fuori da sé. Accade quando si entra nella Sagrada Familia, attrazione internazionale simbolo di Barcellona, 15 mila visitatori al giorno da ogni parte del mondo, patrimonio Unesco consacrata come basilica nel 2010 da Benedetto XVI. Qui si ha la possibilità di recuperare, al di là delle proprie appartenenze, la capacità di stupirsi. Qui Leone XIV presiede la celebrazione eucaristica la sera del 10 giugno, dopo aver pregato nella cripta sulla tomba di Antoni Gaudì, l’artefice di questa imponente costruzione, nel centenario della morte. E qui, dopo la Messa, inaugurerà la Torre di Gesù Cristo che la farà svettare come chiesa più alta del mondo.

Recuperare lo stupore

Sarà una bambina cieca a introdurre, dinanzi al Pontefice, il rito di benedizione della Torre. Con un plastico tra le mani sarà lei a ‘toccare’ la torre condividendo questa esperienza al Papa. Lei la vedrà con le mani. Lei si meraviglierà per prima. Un’iniziativa dal forte valore simbolico intrapresa di concerto con l’associazione Once, la più grande realtà in Spagna che si occupa di non vedenti e che collabora con la Sagrada per progetti di accessibilità dell’opera d’arte anche ai disabili. Perché entrare in questo tempio, in effetti, è compiere un percorso multisensoriale, tornare in qualche modo a percepirsi vivi, mobili, capaci di attraversare soglie, di tornare all’origine. Era ciò che animava l’architetto catalano, convinto che qui stesse l’originalità di un artista, di avvicinarsi continuamente all’origine, Dio. Una vicinanza che non allontana dagli uomini, anzi, ne rinforza il legame.

La bellezza come via, non fine a sé stessa

Alla vigilia dell’arrivo del Papa, il fiume umano che entra in questo cuore pulsante della città è ininterrotto. “Gaudí ha vissuto per creare un'opera che potesse esprimere la bellezza non fine a sé stessa, quanto invece una bellezza capace di suscitare meraviglia”, sottolinea Chiara Curti, massima esperta del genio catalano. Architetta milanese, vive e insegna a Barcellona presso l’Ateneu Sant Pacià, dove tiene corsi su Modernismo, Gaudí e architettura cristiana. Diverse le pubblicazioni dedicate al tempio dell’espiazione, tra cui “La Sagrada Família. Cattedrale della Luce” (Triangle Books, tradotto in sei lingue) e “Il mio Gaudí. La biografia scritta dai suoi amici” (Triangle Books, tradotto in quattro lingue). 

Gaudì, collaboratore della creazione divina

Quando ha finito la prima torre campanaria, si racconta che Gaudí abbia chiesto in giro come fosse venuta: l’orologiaio gli disse che era bella, che portava un'allegria del cuore e Gaudí era felice perché era andato a segno un suo desiderio profondo. “Leone è un papa sommamente attento alla bellezza – osserva Curti -, e si incontrerà con questo Gaudì che sempre si è presentato come un collaboratore del creatore, una persona che aveva ben chiaro di non possedere l’opera, che era un'opera ispirata da custodire. Lui si è proposto sempre come colui che la poteva curare la Sagrada Familìa, come un giardiniere in un grande bosco, quel bosco che tutte le cattedrali in realtà sono, grandi boschi di colonne”.

Gaudì ha voluto riportare quella capacità di vedere il trascendente, secondo il tipico atteggiamento dell'uomo medievale che quando entrava in una cattedrale si riconosceva proprio dentro un bosco: “Noi contemporanei, invece, siamo molto più razionalisti, vediamo solo delle colonne. Gaudì ha voluto riportarci questo uomo che è capace di vedere qualcosa dietro ogni realtà, di trasfigurare tutta la realtà. Sì, perché se io sono proprietario una cosa la posso anche buttare via, invece se sono il custode posso solamente farla migliorare”.

Un’opera aperta, corale, sempre nuova

Gaudì cominciò a lavorare alla facciata della Natività nell’anno in cui Leone XIII scrisse la Rerum novarum. E oggi Leone XIV, che ha appena dato alla luce la sua Magnifica humanitas, arriva qui a inaugurare il nuovo tassello della Torre di Gesù. Una sorprendente ricorrenza che Curti evidenzia mettendo in risalto le due rivoluzioni storiche di cui l’arte di Gaudì continua a parlarci: quella industriale di cui Barcellona era stata antesignana nel campo del tessile, e quella contemporanea legata all’Intelligenza Artificiale. In gioco c’è sempre un rinnovamento dell’uomo: all’epoca di Gaudì si trattava di liberare l’operaio dall’anonimato e dal logorio della catena di montaggio, dalla massificazione della società; oggi, si tratta ugualmente di ri-nascere, di ritrovare una riserva di umanità, al di là di ogni tentazione di individualismo.

LA persona

“Gaudì sempre mette l'accento sulla persona – sostiene Curti -, sembra quasi che la sua opera sia una scusa per poter creare un’arte dell'incontro, dove ogni persona che lavora con lui può introdurre dentro questa cattedrale il proprio segno creativo”. Un vero maestro che non impone il suo progetto perché altri semplicemente lo eseguano, ma un maestro che insegna una mentalità, un approccio inedito e in qualche modo sovversivo, perché l'altro sia libero di poter fare l’opera: uno dei motivi per cui le opere di Gaudì sono tutte diverse. Era lo stile di Gaudì quello di partire dalla vita e non dai preconcetti, incline come era a ribaltare l’approccio cattedratico di certi intellettuali, cosa che gli valse anche discrete antipatie. Così che alla fine la scuola che lasciò in eredità non fu un ‘gaudinismo’ di maniera ma “la scuola della carità”.

Il fascino del non-finito, dell’attesa paziente e del desiderio

Entrare nella Sagrada Familia è entrare in “un cantiere espiatorio che alimenta il senso che non finisca mai”. In fondo, “tutta la storia dell'uomo è stata questa relazione col cosmo, con Dio, con la luce, sempre è stata una relazione che non poteva iniziare e finire rapidamente, ma che si è misurata con il tempo e finalmente con l'eternità”, precisa ancora la professoressa Curti. “Non sappiamo quando la Sagrada finirà e neanche come”, e non sembra essere questo l’elemento importante. Manca tutta la facciata principale, che dovrebbe arrivare ad essere circa tre volte più grande delle altre due, quella della Natività e quella della Passione. Per costruire questa facciata è necessario demolire un edificio costruito abusivamente negli anni Settanta, dove dentro vivono quaranta famiglie. Non sarà impresa facile. “Oggi non siamo capaci dell'attesa, invece la Sagrada Familia ci chiama ad avere questa possibilità di saper desiderare ancora. Nel momento in cui io finisco una cosa, già non c'entra più niente con me; al contrario, mettendo l'accento sul costruire - ché è quello che sta facendo Papa Leone – implica che non è finita per niente, che dobbiamo impegnarci a essere noi stessi i costruttori anche delle nostre vite”.

 

Vatican News 


 

sabato 3 gennaio 2026

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO

 


Commento al Vangelo 
della II domenica dopo Natale (Gv 1,1-18)

-         di Giulio Michelini

 

Sono talmente tante le cose che si potrebbero segnalare del Prologo del Quarto vangelo, che ci si trova inevitabilmente in imbarazzo a dover scegliere. La domanda più opportuna che potremmo rivolgere al testo riguarda che cosa poteva significare un tale inizio per i lettori del tempo in cui l’evangelista compone questo inno. Una questione relativa al lettore, ad esempio, parte dalla forma letteraria del Prologo nel contesto della letteratura classica, che conosceva bene i prologhi alle tragedie o agli altri drammi: si può dire che il Prologo riassume tutto il vangelo, come nella tragedia greca, quando tale introduzione serviva a orientare lo spettatore o il lettore, dicendogli di cosa si parlava? In parte sì, è vero che il Prologo anticipa alcuni temi e ne condensa altri, ma si deve anche riconoscere che non dice tutto del vangelo di Giovanni: orienta il lettore e aiuta a comprendere come deve essere letto questo testo, distinguendolo dagli altri. Inoltre, è poesia, mentre più avanti ci sarà la prosa, il racconto, coi dialoghi che caratterizzano il Quarto vangelo stesso.

Un’altra questione riguarda il rapporto tra questa pagina e quelle dell’inizio dei vangeli di Matteo e Luca. Mentre i vangeli dell’origine di Gesù – in Matteo e Marco – partono da un annuncio di un angelo (a Maria e a Giuseppe) e transitano poi per le storie della nascita di Gesù, fino alla sua circoncisione e offerta al Tempio, il Quarto vangelo ha un principio “metatemporale”, che prende l’avvio addirittura da “prima del tempo”.

Entriamo ora brevemente nel testo, seguendo la suddivisione proposta da Marida Nicolaci (La salvezza viene dai Giudei), dove si trova una bella esegesi del brano. Secondo la studiosa, questo è composto da cinque parti distinte, ma strettamente connesse: i versetti 1-5 che riguardano tutti il Logos; i vv. 6-8 sul Battista; i vv. 9-14, sul Logos e il rapporto col mondo; i vv. 15-17, ancora sul Battista; infine l’ultimo versetto, il 18, sul Figlio che era intimo del Padre e rivela il Padre.

Il principio di cui si parla al v. 1, si è detto, è metatemporale, e fa riferimento però al primo libro della Torà, Bereshit-Genesi, dove si dice che Dio ha creato il mondo attraverso una Parola preesistente che veniva da Lui. Interessante è soffermarsi sul termine Logos: cosa significava e cosa si poteva capire di questo termine? Intanto, come sottolinea Damiano Marzotto nel suo recente commento a Giovanni, La tunica e la rete, il termine è maschile, e quindi può immediatamente essere applicato a Gesù. Nel contesto ellenistico significava però non soltanto “parola”, ma anche “pensiero”, “ragione”, “razionalità”. Anzi, ancora di più. Traduce Marzotto: «all’inizio era il Dialogo»: «Una Parola di Dio non statica, non puramente pensata ma forma di comunicazione». Questo verbo non era, precisamente “presso”, ma, come si intende dalla preposizione greca pros, “rivolto” a Dio, ed era Dio stesso. Si tratta del cuore dell’annuncio cristiano, come si vedrà commentando il v. 14. Il testo continua dicendo che tutta la realtà viene dal Logos. Ecco come spiega Renzo Infante nel suo ottimo Le feste di Israele nel Vangelo secondo Giovanni: «l’Inno giovanneo con gli espliciti riferimenti alla creazione e alla redenzione del mondo potrebbe contenere dei rimandi alla Festa di Capodanno [ebraico], Rosh-ha-shanah», nella quale si celebra la creazione del mondo: «è come il suono dello Shofar che rammenta l’opera creatrice di Dio in favore del mondo».

Dal Logos viene la vita, ed è una vita che splende nelle tenebre. Giovanni infatti vede sin da queste prime battute uno scontro in corso tra la luce e le tenebre, tra i figli della luce e quelli delle tenebre, e anticipa un combattimento di cui si parlerà nell’intero Vangelo, e che ha come protagonista Gesù, che alla Festa delle capanne dirà di essere la Luce stessa.

La seconda parte dell’Inno passa da una realtà metatemporale al tempo di Gesù e del Battista, ovvero dell’«uomo mandato da Dio come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui». La missione del precursore si compie cioè nella storia, attraverso un testimone (anche nel senso etimologico del termine, “martire”) di Cristo. Si dice qui che il testimone non è la luce, come più avanti il Battista dirà di sé di non essere né il Cristo, né Elia, né la Parola, né lo Sposo, ma l’“amico dello sposo”. Nel lettore emerge dunque la domanda: chi è allora il Battista? Per quanto ci riguarda, tra due domeniche la liturgia tornerà a proporre il Quarto vangelo, nel quale si parlerà proprio della testimonianza data da Giovanni.

La terza parte è il movimento centrale del Prologo, dove si dice del dramma del rifiuto verso la Parola: rifiuto che riguarda non solo Israele, ma ogni uomo, che ancora oggi non accoglie il Verbo.

Questo infatti si è fatto carne fragile, e ha posto la tenda in mezzo agli uomini, nella loro condizione e nella loro storia. Il linguaggio della tenda trae ispirazione dal tema della tenda del convegno di Es 40, ma che ora esprime la carne del Logos, Parola-Gesù di Nazareth che condivide la nostra stessa esperienza umana di debolezza.

Nella quarta parte il Prologo torna a Giovanni il Battista, e nella quinta, composta da un solo versetto, si dice la fede della Chiesa delle origini, e particolarmente della chiesa giovannea, per le quali non vi era alcun dubbio che Gesù fosse Dio stesso. Per questo Gesù poteva parlare di sé come “Figlio” in senso “forte”, come in Mc 13,32 // Mt 24,36. Commenta Romano Penna: «Gesù ha pensato se stesso in termini di figliolanza nei confronti di Dio, e di una figliolanza tale che è priva di paralleli dello stesso tipo e perciò unica nel suo genere» (I ritratti originali di Gesù il Cristo).

Su questo torneremo però commentando la pagina in cui Gesù è chiamato “Figlio” al suo battesimo. Questo Figlio, continua l’evangelista, era nel seno del Padre. Questa espressione così importante viene commentata da D. Marzotto a partire da Gv 13,23, un versetto inserito nell’ultima cena del Quarto vangelo. Scrive l’esegeta: «Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù», ovvero secondo il modo di celebrare la cena ellenistico. Alla lettera nel testo greco si legge infatti: «il Discepolo amato era nel seno di Gesù». «Questa immagine concreta è servita a Giovanni, nel prologo, per esprimere il rapporto del Padre con il Figlio. Gesù è colui che gode la fiducia e la predilezione del Padre, al quale il Padre affida la sua intimità» (Marzotto).

Il Prologo del Quarto vangelo così ci dice che la stessa Parola di Dio, così vicina al Padre, quel Figlio per mezzo del quale tutto è stato creato, è stata in mezzo agli uomini, e ancora vi rimane attraverso la sua misteriosa presenza.

LA PARTE BUONA

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lunedì 14 ottobre 2024

CREAZIONE ed EVOLUZIONE


C'é compatibilità tra l’evoluzione della specie umana 
e la dottrina della creazione?

-         -

di       -di Gianfranco Ravasi

 Uno degli orizzonti più complessi, ma anche più praticati ai nostri giorni, è quello del rapporto tra fede e scienza e, quindi, anche tra Bibbia e ricerca scientifica. Quello che noi possiamo ora proporre è solo uno spunto, considerati i limiti della nostra rubrica. Vorremmo, perciò, dedicare queste poche righe a un tema imponente come una montagna, quello della compatibilità tra l’evoluzione della specie umana e la dottrina della creazione, così come è definita nei primi tre capitoli della Genesi e sviluppata nella riflessione teologica.

 Come è noto, lo scienziato inglese Charles Darwin, dopo una lunga ricerca in vari mari e una sosta decisiva alle isole Galapagos nel Pacifico, simili a un giardino zoologico arcaico, aveva pubblicato nel 1859 il celebre saggio L’origine della specie per selezione naturale. In esso ricostruiva il processo della vita fisica che si evolve (donde il termine «evoluzione») in forme sempre più complesse, da gradini inferiori, attraverso una selezione che privilegia le specie più dotate e abili nel sopravvivere.

Questo schema fu da lui applicato anche alla specie umana che, attraverso una serie di modificazioni, da livelli inferiori giungeva all’ominizzazione. La reazione dei teologi di allora (ma non solo) fu aspra perché essi gli opponevano appunto il racconto della creazione diretta dell’uomo da parte di Dio (il cosiddetto «creazionismo» in antitesi all’«evoluzionismo»). In realtà, era necessario impostare meglio la distinzione dei due approcci, senza incursioni di campo reciproche.

 È ciò che, invece, accade con gli sconfinamenti e la confusione dei due ambiti di ricerca. Da un lato, c’è stato da parte di alcuni teologi un uso dei testi sacri per giustificare “scientificamente” l’atto creativo e la natura della persona umana. D’altro lato, alcuni scienziati, adottando l’evoluzione come teoria globale, respingevano ogni interpretazione metafisica, spirituale e teologica della realtà umana.

 In verità, le due prospettive della scienza e della teologia sono distinte e presentano dimensioni diverse dell’uomo; non sono, quindi, incompatibili perché si muovono su piani differenti e rivelano qualità entrambe importanti: per la scienza, lo sviluppo biologico dell’essere umano attraverso un lungo processo evolutivo; per la teologia l’accendersi in lui dell’anima, della coscienza, della libertà, dell’esperienza estetica e spirituale. È su questo secondo aspetto che si impegnano sia le pagine bibliche, sia la ricerca filosofico-teologica, rispettando l’analisi che lo scienziato conduce sulla struttura fisica umana nel suo configurarsi progressivo.

 La lezione di Galileo Galilei è stata decisiva nel definire la «verità» che ci vuole insegnare la Bibbia: essa non è di tipo scientifico ma, come egli scriveva all’abate benedettino Benedetto Castelli, è quella «necessaria alla salute», cioè alla salvezza dell’umanità. È ciò che aveva già intuito sant’Agostino quando, commentando proprio la Genesi, affermava che «nel Vangelo non si legge che il Signore avrebbe detto: Vi manderò il Paraclito che vi insegnerà come vanno il sole e la luna. Voleva formare dei cristiani e non dei matematici». E il Concilio Vaticano II ribadirà: «I libri della Sacra Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, a causa della nostra salvezza, volle che fosse consegnata nelle Sacre Lettere» (Dei Verbum n. 11).

 

Famiglia cristiana

 

 

 

sabato 8 giugno 2024

IL SEGRETO DELL'OPERA D'ARTE

 


La creazione, a ben guardare, non è affatto l’opposto della ripetizione, ma una sua piega interna, una sua torsione singolare. 

- di Massimo Recalcati


Per un verso l’atto creativo somiglia a un taglio traumatico che separa l’artista dal mondo come già visto e già conosciuto. Si tratta di dare luogo a un altro mondo – il mondo dell’opera – rispetto a quello in cui siamo immersi.

 In questo senso esiste una frattura netta tra creazione artistica e ripetizione. La prima si realizza solo nell’interruzione della seconda. È la stretta parentela dell’opera d’arte con la dimensione dell’evento. L’evento dell’opera si dà come sospensione dell’ordine consolidato del mondo e come apertura verso un altro mondo possibile. Per questo è indispensabile un tempo di oblio, un’immersione, uno sprofondamento, un turbamento che conduce verso il reale «più reale», come direbbe Tàpies. È necessario, cioè, allontanarsi, sbandare, smarrirsi, uscire fuori dalla scena appaesante (già vista e già conosciuta) del mondo. Ogni atto di creazione avviene sullo sfondo di un’assenza, genera un vuoto al fine di aprire uno spazio nuovo. Per un altro verso, però, la pura contingenza del gesto creativo implica intimamente la dimensione necessaria della ripetizione.

Siamo qui su di un bordo che da una parte confina con la libertà della creazione e, dunque, con un tempo in aperta discontinuità con la ripetizione e, dall’altra, con una profonda necessità, con la dimensione dell’inesorabile del reale, con la presenza incalzante della ripetizione. Attraverso il particolare itinerario artistico di Antoni Tàpies, ho voluto frequentare questo confine mostrando come il gesto creativo, pur avendo la natura traumatica di un taglio che disfa l’ordine necessario della ripetizione, non può mai prescindere da essa. Se, dunque, da un lato, dobbiamo concepire il gesto dell’artista come una creazione ex nihilo – dal nulla –, un atto eretico che perfora la superficie consistente del già conosciuto e del già visto, dall’altro però la contingenza di questo atto non può non portare con sé la memoria della sua provenienza, non può che inscriversi nel solco di una ripetizione necessaria.

 La creazione, infatti, a ben guardare, non è affatto l’opposto della ripetizione, ma una sua piega interna, una sua torsione singolare. Ogni artista si trova, nello stesso tempo, libero e vincolato, aperto e costretto, esposto alla contingenza creatrice del suo atto creativo e condannato all’inesorabilità necessaria della ripetizione. È questo il paradigma- Tàpies che cerco qui di costruire. È la stessa dialettica che la psicoanalisi ritrova al centro del processo di soggettivazione che essa mobilita in ogni cura: il soggetto è tenuto a trovare il proprio stile attraverso la ripresa continua della sua provenienza grazie all’incontro contingente con l’analista. Il tempo della ripetizione si annoda così originalmente a quello della differenza: un’analisi è lo sforzo del soggetto per costituirsi come tale attraverso un’invenzione che non può però che avvenire sullo sfondo della ripetizione che lo ha costituito. È quanto si trova anche in tutti i grandi artisti: ogni atto creativo separa l’opera da tutto ciò che è già accaduto, dal passato sedimentato della storia dell’arte, ma lo può fare solo immergendosi pienamente nella ripetizione di quella storia.

 È da questa prospettiva che bisognerebbe ripensare il rapporto tra la biografia e l’opera sul quale molta psicoanalisi applicata all’arte si è esercitata. Se l’opera non scaturisce deterministicamente dalla biografia – come, appunto, una cattiva psicoanalisi ha invece creduto cedendo alle illusioni di una lettura solo patografica dell’opera d’arte –, la biografia è sempre immersa nell’opera, al punto che è l’opera stessa che finisce per rivelare la verità più radicale della biografia. Non è l’opera, dunque, a essere determinata univocamente dalla biografia, ma si fa essa stessa strutturalmente biografica. È uno dei grandi temi sollevati dal paradigma-Tàpies: non c’è la biografia da una parte e l’opera dall’altra; non c’è la biografia che spiega l’opera, né l’opera come prodotto della biografia. 

Piuttosto, l’opera illumina retroattivamente la biografia in modo inatteso.

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giovedì 7 marzo 2024

DONNE. NON SOLO UNA GIORNATA


 «State molto attenti a non far piangere una donna

 perché Dio conta le sue lacrime"

dalla Bibbia


-     di Gianfranco Ravasi


In questi ultimi mesi è tornato di moda – purtroppo in un contesto tragico – l’aggettivo un po’ obsoleto «patriarcale». Il pensiero di molti è corso all’Antico Testamento che si apre appunto con una sfilata di “patriarchi” ebrei: Abramo, Isacco, Giacobbe e altre autorità maschili minori. In verità, in quelle pagine non manca un’altra processione di matriarche: Sara, Agar, Rachele, Lia e, poi, Miriam, Debora, Anna, Giuditta, Ester, la Sulammita, protagonista del Cantico dei cantici e così via. Per non parlare, poi, del Nuovo Testamento ove la folla femminile s’infittisce avendo come capo-fila Maria la madre di Gesù.

 È, però, indubbio che l’orizzonte storico e socio-culturale della Bibbia è di matrice appunto “patriarcale” ed è, perciò, necessario per sceverare il messaggio più profondo – adottare un’ermeneutica accurata, così da evitare la Scilla del fondamentalismo letteralista («la lettera uccide», ammoniva già san Paolo) ma anche la Cariddi dell’allegoria evanescente che fa evaporare il realismo delle coordinate entro cui quel messaggio è “incarnato”.

 Ebbene, alla soglia dell’8 marzo, vorremmo proporre una pagina biblica capitale, collocata in apertura al primo libro sacro, la Genesi (c. 2), che è stata impugnata da una lettura letteralista come una sorta di manifesto antifemminista. Noi, invece, paradossalmente intendiamo offrirla proprio alla donna nella sua giornata festiva tradizionale.

 Quel testo mira a definire un’antropologia generale affidandola – secondo lo stile semitico – non a una riflessione teorica, bensì a una parabola narrativa sapienziale. Entra in scena innanzitutto ha-’adam che in ebraico non è un nome proprio (Adamo) ma comune segnato dall’articolo (ha-): è, quindi, l’Uomo, letteralmente «colui che ha il colore rossastro» dell’argilla, simbolo della sua materialità. Secondo il linguaggio mitico, il Creatore infatti lo impasta con polvere del suolo (2,7), e gli insuffla non solo uno spirito vitale ma anche quella che noi chiameremmo “autocoscienza” morale personale.

 Ora, quasi anticipando Lévinas, Buber e i filosofi personalisti – che, in realtà, dipendono proprio dalla matrice biblica – l’antico autore biblico imposta la sua visione della creatura umana sul concetto di relazione. Triplice è il rapporto che la persona instaura, infrangendo la sua solitudine. Il primo è verticale-ascensionale, proiettandosi verso l’alto, l’oltre, l’Altro trascendente, il Creatore, Dio. In un testo sacro è la componente radicale che genera l’homo religiosus e, in senso “laico”, è l’aprirsi all’oceano dell’essere e dell’universo oltre la propria isola, per usare un’immagine di Wittgenstein («ciò che volevo definire erano i contorni di un’isola, ciò che ho scoperto erano invece le frontiere dell’oceano»).

 L’essere umano, però, vive una seconda relazione, verticale-discensionale, verso il basso, la materia: è l’avventura di «coltivare e custodire la terra» (2,15) e di «dare il nome agli animali» (2,19-20). Entra in scena l’homo faber, impegnato nella trasformazione delle realtà naturali, nel lavoro, nella scienza (nei papiri egizi l’elenco dei termini vegetali e zoologici indicava appunto la conoscenza scientifica). Eppure, nota la Genesi, giunto alla sera della sua giornata “verticale” di preghiera e di lavoro, la creatura umana è triste e incompiuta perché «non aveva trovato un aiuto kenegdô», letteralmente «come davanti a sé».

 Scatta, così, la terza relazione, quella orizzontale, l’incontro col proprio simile, un altro volto umano. Il Creatore comprende questa esigenza: «Non è bene che l’uomo sia solo; voglio fargli un aiuto kenegdô» (2,18), un «aiuto» vivo e personale, un alleato nel quale possa fissare gli occhi negli occhi, anche in un dialogo silenzioso, trasferendo nell’altro il suo pensiero, i sentimenti, il riso e le lacrime.

 Ecco, allora, quell’atto divino che è stato letto come anti-femminile, simboleggiato nella “costola” estratta all’uomo: in realtà, il termine ebraico sela‘ significa innanzitutto «lato», introducendo proprio quell’orizzontalità a cui accennavamo. È con questo simbolo carnale che si esalta la parità sostanziale tra i due, come è dichiarato in quel canto d’amore primigenio che ha-’adam intona e che sarà declinato nella storia in infinite forme e tonalità: «Finalmente essa è osso delle mie ossa, carne della mia carne!» (2,23).

 La corporeità per la Bibbia è strutturale e ha una compattezza psico-fisica: si ribadisce così l’unità profonda tra i due che sono «un’unica carne» (2,24), pur nella diversità dei sessi. Infatti, l’originale ebraico con un gioco di parole definisce i nomi dei due in modo folgorante, lui è ’ish, «uomo», e lei è ’isshah, «donna»: il vocabolo è identico, segnato solo dalla desinenza finale del genere. Anzi, come ribadisce la Genesi, a differenza della successiva tradizione giudaica e persino popolare, «Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò» (1,27). La rappresentazione autentica divina non è nel solo uomo, ma nella coppia che si ama e genera, imitando il Creatore.

Concludendo, è solo con la presenza della donna che si attua la pienezza dell’umanità. Se si vuole usare un termine legato all’evoluzione, l’“ominizzazione” vera si ha non nella solitudine dominatrice del maschio ma nella vita alla pari (kenegdô) con la donna, nella donazione reciproca dell’amore, incontro umano supremo, oltre il sesso e l’eros, come canta la protagonista del Cantico dei cantici: «Il mio amato è mio e io sono sua … Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3).

 In appendice alleghiamo un testo giudaico tardo adatto, al di là della sua formulazione a impronta maschile, ad essere un monito anche per oggi: «State molto attenti a non far piangere una donna perché Dio conta le sue lacrime. La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale. Un po’ più in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere amata».

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mercoledì 4 ottobre 2023

LAUDATE DEUM

 
Il grido del Papa 

per una risposta 

alla crisi climatica

Pubblicata l’esortazione apostolica di Francesco che specifica e completa l’enciclica del 2015: non reagiamo abbastanza, siamo vicini al punto di rottura. Critiche ai negazionisti: indubitabile l’origine umana del riscaldamento globale. L’impegno per la cura della casa comune scaturisce dalla fede cristiana

 «“Lodate Dio” è il nome di questa lettera. Perché un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventa il peggior pericolo per sé stesso». Con queste parole si conclude la nuova esortazione apostolica di Papa Francesco, pubblicata il 4 ottobre, festa del Santo di Assisi. Un testo in continuità con la più ampia enciclica Laudato si’ del 2015. In 6 capitoli e 73 paragrafi il Successore di Pietro intende specificare e completare quanto già affermato nel precedente testo sull’ecologia integrale, e al tempo stesso lanciare un allarme e una chiamata alla corresponsabilità di fronte all’emergenza del cambiamento climatico, prima che sia troppo tardi. L’esortazione guarda in particolare alla COP28 che si terrà a Dubai tra fine novembre e inizi di dicembre. Il Pontefice scrive: «Con il passare del tempo, mi rendo conto che non reagiamo abbastanza, poiché il mondo che ci accoglie si sta sgretolando e forse si sta avvicinando a un punto di rottura» e «non c’è dubbio che l’impatto del cambiamento climatico danneggerà sempre più la vita di molte persone e famiglie» (2). È una «delle principali sfide che la società e la comunità globale devono affrontare» e «gli effetti del cambiamento climatico sono subiti dalle persone più vulnerabili, sia in patria che nel mondo» (3).

 I segni del cambio climatico sempre più evidenti

Il primo capitolo è dedicato alla crisi climatica globale. «Per quanto si cerchi di negarli, nasconderli, dissimularli o relativizzarli, i segni del cambiamento climatico sono lì, sempre più evidenti» spiega il Papa. Che osserva come «negli ultimi anni abbiamo assistito a fenomeni estremi, frequenti periodi di caldo anomalo, siccità e altri lamenti della terra», una «malattia silenziosa che colpisce tutti noi». Inoltre Francesco afferma: «è verificabile che alcuni cambiamenti climatici indotti dall’uomo aumentano significativamente la probabilità di eventi estremi più frequenti e più intensi». Il Pontefice, dopo aver ricordato che se si superano i 2 gradi di aumento della temperatura «le calotte glaciali della Groenlandia e di gran parte dell’Antartide si scioglieranno completamente, con conseguenze enormi e molto gravi per tutti» (5), a proposito di chi minimizza il cambiamento climatico, risponde: «quello a cui stiamo assistendo ora è un’insolita accelerazione del riscaldamento, con una velocità tale che basta una sola generazione – non secoli o millenni – per accorgersene». «Probabilmente tra pochi anni molte popolazioni dovranno spostare le loro case a causa di questi eventi» (6). Anche i freddi estremi sono «espressioni alternative della stessa causa» (7).

 La colpa non è dei poveri

«Nel tentativo di semplificare la realtà - scrive Francesco - non mancano coloro che incolpano i poveri di avere troppi figli e cercano di risolvere il problema mutilando le donne dei Paesi meno sviluppati. Come al solito, sembrerebbe che la colpa sia dei poveri. Ma la realtà è che una bassa percentuale più ricca della popolazione mondiale inquina di più rispetto al 50% di quella più povera e che le emissioni pro capite dei Paesi più ricchi sono di molto superiori a quelle dei più poveri. Come dimenticare che l’Africa, che ospita più della metà delle persone più povere del mondo, è responsabile solo di una minima parte delle emissioni storiche?» (9).

 Il Papa mette a tema anche la posizione di chi dice che gli sforzi per mitigare il cambiamento climatico riducendo l’uso di combustibili fossili «porteranno a una riduzione dei posti di lavoro». Ciò che sta accadendo, in realtà «è che milioni di persone perdono il lavoro a causa delle varie conseguenze del cambiamento climatico: l’innalzamento del livello del mare, la siccità e molti altri fenomeni che colpiscono il pianeta hanno lasciato parecchia gente alla deriva». Mentre «la transizione verso forme di energia rinnovabile, ben gestita» è in grado «di generare innumerevoli posti di lavoro in diversi settori. Per questo è necessario che i politici e gli imprenditori se ne occupino subito» (10).

 Indubitabile origine umana

«L’origine umana – “antropica” – del cambiamento climatico non può più essere messa in dubbio» afferma Francesco. «La concentrazione dei gas serra nell’atmosfera... è rimasta stabile fino al XIX secolo... Negli ultimi cinquant’anni l’aumento ha subito una forte accelerazione» (11). Allo stesso tempo la temperatura «è aumentata a una velocità inedita, senza precedenti negli ultimi duemila anni. In questo periodo la tendenza è stata di un riscaldamento di 0,15 gradi centigradi per decennio, il doppio rispetto agli ultimi 150 anni... A questo ritmo, solo tra dieci anni raggiungeremo il limite massimo globale auspicabile di 1,5 gradi centigradi» (12). Con conseguente acidificazione dei mari e scioglimento dei ghiacci. La coincidenza fra questi eventi e la crescita di emissioni di gas serra «non può essere nascosta. La stragrande maggioranza degli studiosi del clima sostiene questa correlazione e solo una minima percentuale di essi tenta di negare tale evidenza». Purtroppo, osserva amaramente il Pontefice, «la crisi climatica non è propriamente una questione che interessi alle grandi potenze economiche, che si preoccupano di ottenere il massimo profitto al minor costo e nel minor tempo possibili» (13).

 Siamo appena in tempo per evitare danni più drammatici

«Sono costretto - continua Francesco - a fare queste precisazioni, che possono sembrare ovvie, a causa di certe opinioni sprezzanti e irragionevoli che trovo anche all’interno della Chiesa cattolica. Ma non possiamo più dubitare che la ragione dell’insolita velocità di così pericolosi cambiamenti sia un fatto innegabile: gli enormi sviluppi connessi allo sfrenato intervento umano sulla natura» (14). Purtroppo alcune manifestazioni di questa crisi climatica sono già irreversibili per almeno centinaia di anni, mentre «lo scioglimento dei poli non può essere invertito per centinaia o migliaia di anni» (16). Siamo dunque appena in tempo per evitare danni ancora più drammatici. Il Papa scrive che «alcune diagnosi apocalittiche sembrano spesso irragionevoli o non sufficientemente fondate», ma «non possiamo dire con certezza» ciò che accadrà (17).  È quindi «urgente una visione più ampia... Non ci viene chiesto nulla di più che una certa responsabilità per l’eredità che lasceremo dietro di noi dopo il nostro passaggio in questo mondo» (18). Ricordando l’esperienza della pandemia di Covid-19 Francesco ripete «Tutto è collegato e nessuno si salva da solo» (19).

 Il paradigma tecnocratico: l’idea di un essere umano senza limiti

Nel secondo capitolo Francesco parla del paradigma tecnocratico che «consiste nel pensare come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia» (20) e «si nutre mostruosamente di sé stesso» (21) basandosi sull’idea di un essere umano senza limiti. «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo... È terribilmente rischioso che esso risieda in una piccola parte dell’umanità» (23). Purtroppo, come insegna anche la bomba atomica, «l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza» (24). Il Papa ribadisce che «il mondo che ci circonda non è un oggetto di sfruttamento, di uso sfrenato, di ambizione illimitata» (25). Ricorda pure che noi siamo inclusi nella natura, e «ciò esclude l’idea che l’essere umano sia un estraneo, un fattore esterno capace solo di danneggiare l’ambiente. Dev’essere considerato come parte della natura» (26); «i gruppi umani hanno spesso “creato” l’ambiente» (27).

 Decadenza etica del potere: marketing e falsa informazione

Abbiamo compiuto «progressi tecnologici impressionanti e sorprendenti, e non ci rendiamo conto che allo stesso tempo siamo diventati altamente pericolosi, capaci di mettere a repentaglio la vita di molti esseri e la nostra stessa sopravvivenza» (28). «La decadenza etica del potere reale è mascherata dal marketing e dalla falsa informazione, meccanismi utili nelle mani di chi ha maggiori risorse per influenzare l’opinione pubblica attraverso di essi». Grazie a questi meccanismi si convincono gli abitanti delle zone dove si vogliono realizzare progetti inquinanti illudendoli che si potranno generare delle opportunità economiche e occupazionali ma «non viene detto loro chiaramente che in seguito a tale progetto» resterà «una terra devastata» (29) e condizioni di vita molto più sfavorevoli. «La logica del massimo profitto al minimo costo, mascherata da razionalità, progresso e promesse illusorie, rende impossibile qualsiasi sincera preoccupazione per la casa comune e qualsiasi attenzione per la promozione degli scartati della società... Estasiati davanti alle promesse di tanti falsi profeti, i poveri stessi a volte cadono nell’inganno di un mondo che non viene costruito per loro» (31). Esiste «un dominio di coloro che sono nati con migliori condizioni di sviluppo» (32). Francesco li invita a chiedersi, «di fronte ai figli che pagheranno per i danni delle loro azioni», quale sia il senso della loro vita (33).

 Politica internazionale debole

Nel capitolo successivo dell’esortazione il Papa affronta il tema della debolezza della politica internazionale, insistendo sulla necessità di favorire «gli accordi multilaterali tra gli Stati» (34). Spiega che «quando si parla della possibilità di qualche forma di autorità mondiale regolata dal diritto, non necessariamente si deve pensare a un’autorità personale» ma di «organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali». Che «devono essere dotate di una reale autorità per “assicurare” la realizzazione di alcuni obiettivi irrinunciabili» (35). Francesco deplora che «le crisi globali vengano sprecate quando sarebbero l’occasione per apportare cambiamenti salutari. È quello che è successo nella crisi finanziaria del 2007-2008 e che si è ripetuto nella crisi del Covid-19», che hanno portato «maggiore individualismo, minore integrazione, maggiore libertà per i veri potenti, che trovano sempre il modo di uscire indenni» (36). «Più che salvare il vecchio multilateralismo, sembra che oggi la sfida sia quella di riconfigurarlo e ricrearlo alla luce della nuova situazione globale» (37) riconoscendo che tante aggregazioni e organizzazioni della società civile aiutano a compensare le debolezze della Comunità internazionale. Il Papa cita il processo di Ottawa sulle mine antiuomo che mostra come la società civile crea dinamiche efficienti che l’ONU non raggiunge.

 Inutili le istituzioni che preservano i più forti

Quello proposto da Francesco è «un multilateralismo “dal basso” e non semplicemente deciso dalle élite del potere... È auspicabile che ciò accada per quanto riguarda la crisi climatica. Perciò ribadisco che se i cittadini non controllano il potere politico – nazionale, regionale e municipale – neppure è possibile un contrasto dei danni ambientali» (38). Dopo aver riaffermato il primato della persona umana e sulla difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza, Francesco spiega che «non si tratta di sostituire la politica, perché... le potenze emergenti stanno diventando sempre più rilevanti». «Proprio il fatto che le risposte ai problemi possano venire da qualsiasi Paese, per quanto piccolo, conduce a riconoscere il multilateralismo come una strada inevitabile» (40). È necessario dunque un «quadro diverso per una cooperazione efficace. Non basta pensare agli equilibri di potere, ma anche alla necessità di rispondere alle nuove sfide e di reagire con meccanismi globali». Servono «regole universali ed efficienti» (42). «Tutto ciò presuppone che si attui una nuova procedura per il processo decisionale»; servono «spazi di conversazione, consultazione, arbitrato, risoluzione dei conflitti, supervisione e, in sintesi, una sorta di maggiore “democratizzazione” nella sfera globale, per esprimere e includere le diverse situazioni. Non sarà più utile sostenere istituzioni che preservino i diritti dei più forti senza occuparsi dei diritti di tutti» (43).

 Le conferenze sul clima

Nel capitolo seguente Francesco descrive le diverse conferenze sul clima tenutesi fino ad oggi. Ricorda quella di Parigi, il cui accordo è entrato in vigore nel novembre 2016, ma «pur essendo vincolante, non tutti i requisiti sono obblighi in senso stretto e alcuni di essi lasciano spazio a un’ampia discrezionalità» (47), non sono previste sanzioni vere e proprie per gli obblighi non rispettati e mancano strumenti efficaci per garantirne l'osservanza. E «si sta ancora lavorando per stabilire procedure concrete di monitoraggio e fornire criteri generali per confrontare gli obiettivi dei diversi Paesi» (48). Il Papa accenna alla delusione per la COP di Madrid e ricorda che quella di Glasgow ha rilanciato gli obiettivi di Parigi, con molte “esortazioni”, ma «le proposte volte a garantire una transizione rapida ed efficace verso forme di energia alternativa e meno inquinante non sono riuscite a fare progressi» (49). La COP27 in Egitto del 2022 «è stata un ulteriore esempio della difficoltà dei negoziati» e anche se ha prodotto «almeno un progresso nel consolidamento del sistema di finanziamento per le “perdite e i danni” nei Paesi più colpiti dai disastri climatici» (51) anche su questo molti punti sono rimasti “imprecisi”. I negoziati internazionali «non possono avanzare in maniera significativa a causa delle posizioni dei Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comune globale. Quanti subiranno le conseguenze che noi tentiamo di dissimulare, ricorderanno questa mancanza di coscienza e di responsabilità» (52).

 Cosa ci si aspetta dalla COP di Dubai?

Guardando alla COP28 Francesco scrive che «dire che non bisogna aspettarsi nulla sarebbe autolesionistico, perché significherebbe esporre tutta l’umanità, specialmente i più poveri, ai peggiori impatti del cambiamento climatico» (53). «Non possiamo rinunciare a sognare che la COP28 porti a una decisa accelerazione della transizione energetica, con impegni efficaci che possano essere monitorati in modo permanente. Questa Conferenza può essere un punto di svolta» (54). Il Papa osserva che «la necessaria transizione verso energie pulite... abbandonando i combustibili fossili, non sta procedendo abbastanza velocemente. Di conseguenza, ciò che si sta facendo rischia di essere interpretato solo come un gioco per distrarre» (55). Non si può cercare soltanto un rimedio tecnico ai problemi, «corriamo il rischio di rimanere bloccati nella logica di rattoppare... mentre sotto sotto va avanti un processo di deterioramento che continuiamo ad alimentare» (57).

 Basta ridicolizzare la questione ambientale

Francesco chiede di porre fine «all’irresponsabile presa in giro che presenta la questione come solo ambientale, “verde”, romantica, spesso ridicolizzata per interessi economici. Ammettiamo finalmente che si tratta di un problema umano e sociale in senso ampio e a vari livelli. Per questo si richiede un coinvolgimento di tutti». A proposito delle proteste dei gruppi radicalizzati, il Papa afferma che «essi occupano un vuoto della società nel suo complesso, che dovrebbe esercitare una sana pressione, perché spetta a ogni famiglia pensare che è in gioco il futuro dei propri figli» (58). Il Pontefice auspica che dalla COP28 emergano «forme vincolanti di transizione energetica» che siano efficienti, «vincolanti e facilmente monitorabili» (59). «Speriamo che quanti interverranno siano strateghi capaci di pensare al bene comune e al futuro dei loro figli, piuttosto che agli interessi di circostanza di qualche Paese o azienda. Possano così mostrare la nobiltà della politica e non la sua vergogna... Ai potenti oso ripetere questa domanda: “Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?”» (60).

 Un impegno che scaturisce dalla fede cristiana

Infine, il Papa ricorda che le motivazioni di questo impegno scaturiscono dalla fede cristiana, incoraggiando «i fratelli e le sorelle di altre religioni a fare lo stesso» (61). «La visione giudaico-cristiana del mondo sostiene il valore peculiare e centrale dell’essere umano in mezzo al meraviglioso concerto di tutti gli esseri». «Noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile» (67). «Questo non è un prodotto della nostra volontà, ha un’altra origine che si trova alla radice del nostro essere, perché Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda» (68). Ciò che conta, scrive Francesco, è ricordare che «non ci sono cambiamenti duraturi senza cambiamenti culturali, senza una maturazione del modo di vivere e delle convinzioni sociali, e non ci sono cambiamenti culturali senza cambiamenti nelle persone» (70). «Gli sforzi delle famiglie per inquinare meno, ridurre gli sprechi, consumare in modo oculato, stanno creando una nuova cultura. Il semplice fatto di cambiare le abitudini personali, familiari e comunitarie» contribuisce «a realizzare grandi processi di trasformazione che operano dal profondo della società» (71). Il Pontefice conclude la sua esortazione ricordando che «le emissioni pro capite negli Stati Uniti sono circa il doppio di quelle di un abitante della Cina e circa sette volte maggiori rispetto alla media dei Paesi più poveri». E afferma che «un cambiamento diffuso dello stile di vita irresponsabile legato al modello occidentale avrebbe un impatto significativo a lungo termine. Così, con le indispensabili decisioni politiche, saremmo sulla strada della cura reciproca» (72).

 Vatican News

 

ESORTAZIONE APOSTOLICA “ LAUDATE DEUM “



sabato 19 marzo 2022

ARRIVA LA PRIMAVERA !


Laudato si’:

 una guida alla lettura

Arriva la primavera 2022. Nel darle il benvenuto, desideriamo riproporre la guida alla lettura della già famosa enciclica di Papa Francesco.
La primavera che ritorna a rifiorire la terra, (nonostante i gravi problemi di conflitti, pandemie, crisi ambientale ed economico-sociale che ci opprimono), simo invitati a ritrovare speranza, una speranza non statica, ma che suscita in ciascuno e in ogni comunità, un intelligente, competente, etico e generoso impegno per costruire un futuro migliore. Il futuro, infatti, dipende da noi. 

Il Creatore ci ha dato e ci dona sapienza, saggezza, coraggio e competenza per fare del nostro meglio. Gratitudine, lungimiranza, interazione, coraggio sono punti forti del nostro cammino.  Allora, diamoci da fare!  gp

Un'Enciclica sull'ambiente e, ancora più in profondità, sul senso dell'esistenza e sui valori alla base della vita sociale. Si può definire così, in estrema sintesi, la seconda, attesissima Enciclica di papa Francesco, Laudato si'. Il documento prende il nome dalla nota invocazione di san Francesco d'Assisi, che nel Cantico delle creature ricorda che la terra, la nostra casa comune, «è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia» (1).

Questa terra, maltrattata e saccheggiata, oggi si lamenta; con essa, tanti dei suoi abitanti. Papa Francesco invita ad ascoltarli, sollecitando tutti e ciascuno a una «conversione ecologica», secondo l’espressione di san Giovanni Paolo II, cioè a «cambiare rotta», assumendo la bellezza e la responsabilità di un impegno per la «cura della casa comune».

Nel testo ci sono denunce molto dure, contro gli egoismi e la miopia alla base di una certa concezione dello sviluppo e contro i danni che ne derivano per l'essere umano e per l'ambiente, ma lo sguardo del Pontefice sembra illuminato anzitutto dalla speranza. «L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune» (13); «l’essere umano è ancora capace di intervenire positivamente» (58); «non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi». (205).

Un altro tratto distintivo dell'Enciclica è certamente la costante attenzione a entrare in dialogo con tutti, non solo con i fedeli cattolici. Il dialogo percorre tutto il testo, e nel capitolo 5 diventa lo strumento per affrontare e risolvere i problemi. Tanto che, in non pochi passaggi, il Papa assume esplicitamente il contributo sui temi ambientali offerto da cristiani non cattolici (in particolare il Patriarca ecumenico Bartolomeo I), da altre religioni e da scienziati, filosofi e associazioni che hanno «arricchito il pensiero della Chiesa su tali questioni» (7).

L’itinerario dell’Enciclica è tracciato nel n. 15 e si snoda in sei capitoli, di cui di seguito offriamo una sintesi. A dare unitarietà al tutto sono alcuni assi tematici che percorrono il documento papale, affrontati da una varietà di prospettive diverse: «l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita» (16).

Capitolo primo – Quello che sta accadendo alla nostra casa

Il punto di partenza è un ascolto della situazione a partire dalle migliori acquisizioni scientifiche in materia ambientale oggi disponibili. Esse ci consentono di ascoltare il grido della creazione e di «trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare» (19).

Così, il primo capitolo insiste su alcuni aspetti della crisi ecologica maggiormente urgenti e preoccupanti: i mutamenti climatici, definiti «una delle principali sfide attuali per l'umanità», il cui impatto ricade sui più poveri; la questione dell'acqua, «un diritto umano essenziale (...), condizione per l'esercizio degli altri diritti umani» (30); la tutela della biodiversità, necessaria quando l'intervento umano si pone a servizio della finanza e del consumismo e «fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia» (34); il debito ecologico, un problema reale che chiama in causa la responsabilità del Nord del mondo nei confronti del Sud.

Nel complesso, di fronte ai drammi connessi a queste problematiche, papa Francesco si mostra profondamente colpito dalla «debolezza delle reazioni»: nonostante non manchino esempi positivi (58), egli segnala «un certo intorpidimento e una spensierata irresponsabilità» (59). Mancano una cultura adeguata (53) e la disponibilità a cambiare stili di vita, produzione e consumo (59).

Capitolo secondo – Il Vangelo della creazione

Le problematiche presentate nel capitolo precedente vengono qui rilette alla luce delle Sacre Scritture, con un rilievo particolare dato al racconto della creazione. Esso suggerisce «che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Secondo la Bibbia, queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato» (66).

Chiarito che l'essere umano non è e non può ritenersi padrone dell'universo, il Papa spiega che questo «non significa equiparare tutti gli esseri viventi e toglier[gli] quel valore peculiare» che lo caratterizza; e «nemmeno comporta una divinizzazione della terra, che ci priverebbe della chiamata a collaborare con essa e a proteggere la sua fragilità» (90).

Conclude il capitolo il cuore della rivelazione cristiana: «Gesù terreno» con la «sua relazione tanto concreta e amorevole con il mondo» è «risorto e glorioso, presente in tutto il creato con la sua signoria universale» (100).

Capitolo terzo – La radice umana della crisi ecologica

Dopo una panoramica dei «sintomi» della situazione attuale, e dopo un inquadramento del problema a livello biblico-teologico, l'Enciclica affronta le cause profonde della crisi ecologica, in dialogo con la filosofia e le scienze umane.

Questo capitolo si apre con alcune riflessioni su apporto, limiti e rischi della tecnologia. Essa, dice Francesco, dà «a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero» (104). E sono proprio le logiche di dominio tecnocratico che portano a distruggere la natura e a sfruttare le persone e le popolazioni più deboli.

Alla radice si diagnostica nell’epoca moderna un eccesso di antropocentrismo (116): nel proprio rapporto con l'ambiente e con i suoi simili, l’essere umano assume una posizione autoreferenziale, centrata esclusivamente su di sé e sul proprio potere. Ne deriva una logica «usa e getta» che giustifica ogni tipo di scarto, ambientale o umano che sia, che tratta l'altro e la natura come semplice oggetto e conduce a innumerevoli forme di dominio.

Con queste premesse l’Enciclica affronta due problemi cruciali per il mondo di oggi: il lavoro (124-129) e i limiti del progresso scientifico, con chiaro riferimento agli OGM (132-136), su cui Francesco invoca un dibattito responsabile e ampio.

Capitolo quarto – Un’ecologia integrale

Arriviamo qui al cuore della Laudato si': l’ecologia integrale come nuovo paradigma di giustizia; un’ecologia «che integri il posto specifico che l’essere umano occupa in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda» (15). È questa una prospettiva che mette in gioco anche una ecologia delle istituzioni: «Se tutto è in relazione, anche lo stato di salute delle istituzioni di una società comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana: “Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali”» (142).C’è un legame tra questioni ambientali e questioni sociali e umane che non può mai essere spezzato, e il Papa lo fa capire con numerosi esempi. A sua volta, l'ecologia integrale «è inseparabile dalla nozione di bene comune» (156), da intendersi in maniera concreta, da concretizzare nella vita quotidiana in scelte solidali guidate da «una opzione preferenziale per i più poveri» (158) e dal desiderio di lasciare un mondo sostenibile alle prossime generazioni.

Capitolo quinto – Alcune linee di orientamento e di azione

Che cosa posso fare io? E che cosa chiedere alle istituzioni internazionali? Le analisi e le denunce, infatti, non bastano: ci vogliono proposte «di dialogo e di azione che coinvolgano sia ognuno di noi, sia la politica internazionale» (15). La Chiesa, chiarisce Francesco, non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma [io] invito ad un dibattito onesto e trasparente, perché le necessità particolari o le ideologie non ledano il bene comune» (188).

E proprio nel nome di questo bene comune, auspicando un accordo sui regimi di governance e sulla protezione dell'ambiente, il Papa non esita a formulare un giudizio severo sui Vertici mondiali sull’ambiente degli ultimi anni: «Non hanno risposto alle aspettative perché, per mancanza di decisione politica, non hanno raggiunto accordi ambientali globali realmente significativi ed efficaci» (166). Aggiungendo: «L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o di promuovere adeguatamente» (190).

Capitolo sesto – Educazione e spiritualità ecologica

Nel capitolo finale l'Enciclica va al cuore della conversione ecologica, invitando a cambiamenti radicali negli stili di vita - individuali, familiari, collettivi -, nei percorsi educativi, nelle dinamiche massmediatiche.

«Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo» (230). Tutto ciò sarà più semplice ponendosi in un atteggiamento di sobrietà e a partire da uno sguardo contemplativo che viene dalla fede: «Per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri» (220).

I santi ci accompagnano in questo cammino. San Francesco, più volte citato, è «l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia» (10), modello di come «sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore. Ma l’enciclica ricorda anche san Benedetto, santa Teresa di Lisieux e il beato Charles de Foucauld.

L'Enciclica termina con due preghiere, una offerta alla condivisione con tutti coloro che credono in «un Dio creatore onnipotente» (246), e l’altra proposta a coloro che professano la fede in Gesù Cristo, ritmata dal ritornello «Laudato si’».

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