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giovedì 10 febbraio 2022

ALIENAZIONE PARENTALE. FIGLI IN PERICOLO


 Con l’espressione “alienazione parentale” ci si riferisce a quelle situazioni nelle quali è in atto un processo di rifiuto psicologico da parte di un figlio di uno dei due genitori per via dell’influenza dell’altro genitore. Si tratta di un meccanismo che tipicamente si verifica nel contesto di una separazione coniugale o di un divorzio, specialmente quando la conflittualità tra i due coniugi è molto accesa e ha per oggetto la custodia dei figli.

 

Lo psichiatra Richard Gardner ha per primo osservato questa dinamica familiare e l’ha posta all’attenzione della comunità scientifica nel 1985 definendola come una vera e propria “sindrome “che colpisce figli di genitori separati/divorziati (PAS, Parental Alienation Syndrome). Gardner osserva che la PAS sarebbe il risultato di una sorta di “lavaggio del cervello” dei figli da parte di uno dei due genitori (genitore alienante) nei confronti dell’altro genitore (genitore alienato) realizzato attraverso una campagna denigratoria fatta di astio, disprezzo e rabbia. Tale campagna denigratoria avrebbe come risultato l’insorgere di sentimenti di paura, ostilità, rabbia e diffidenza dei figli nei confronti del genitore “alienato” con la possibile conseguenza di una rottura più o meno definitiva della relazione parentale.

Sempre secondo Gardner, un aspetto tipico di questa sindrome che rende evidente quanto il disprezzo e la rabbia di un figlio verso il genitore “alienato” non siano autentici ma siano “appresi” sarebbe l’illogicità con la quale il figlio spiega le ragioni del suo disprezzo (es. Odio papà perché non mi compra il cioccolato) e il fatto che esista una spiccata differenza tra i sentimenti che il figlio prova per il genitore “alienante” (affetto, amore, ammirazione) e quelli che invece prova per il genitore “alienato”. Inoltre, tipico della PAS sarebbe l’attribuzione sistematica da parte del figlio di tutte le colpe e le responsabilità all’interno di qualsiasi conflitto al genitore “alienato”. Gardner osserva inoltre la totale assenza di senso di colpa del figlio PAS nei confronti delle espressioni di rabbia e odio manifestate verso il genitore alienato e l’estensione di tali sentimenti di disprezzo alla famiglia allargata del genitore rifiutato, alla sua eventuale nuova famiglia, ai suoi amici ecc.

Secondo Gardner, la Sindrome Da Alienazione Parentale rappresenterebbe una sorta di violenza psicologica estrema capace di minare fortemente la costruzione di un’identità adulta nel bambino con il conseguente rischio di insorgenza di dinamiche psicopatologiche. La PAS inoltre impedirebbe ai figli un evolversi normale della loro capacità di provare empatia nei confronti degli altri e di provare rispetto per l’autorità.

L’esistenza di una Sindrome da alienazione parentale è stata ed è tuttora oggetto di numerose controversie all’interno della comunità scientifica internazionale. Data la confusione concettuale che caratterizza la diagnosi e l’assenza di strumenti validi e affidabili per accertarne l’esistenza, sono stati condotti pochissimi studi empirici per investigare la sua validità scientifica. Proprio per queste ragioni la PAS non è inclusa nell’attuale manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM IV). Il costrutto stesso di PAS come “sindrome” psicologica sta evolvendo maggiormente verso quello di “disturbo” della relazione parentale in un’ottica quindi meno psicopatologica e più familiare-sociale.

E’ evidente che la strategia migliore per gestire situazioni come quelle appena descritte risiede in un intervento globale che abbia per oggetto le relazioni familiari più che la consultazione con un solo membro della famiglia.

In questo è determinante l’esistenza di una chiara consapevolezza circa l’esistenza di un doppio livello e di un doppio ruolo della coppia, il ruolo genitoriale e quello coniugale. Ognuno di questi ruoli implica diritti, doveri e responsabilità differenti. La responsabilità morale, psicologica ed educativa dei figli è e deve essere dei genitori. In questo senso il conflitto coniugale non può e non vede trasformarsi anche in conflitto genitoriale. Quando ciò accade è bene considerare l’intervento di figure di supporto esterne alla famiglia che possano agevolare una lettura, comprensione e modificazione di queste dinamiche disfunzionali.

 

Alienazione parentale

venerdì 28 maggio 2021

NON ETICHETTIAMO I RAGAZZI


... MA PRENDIAMOLI SUL SERIO

I danni del Covid e una sfida educativa che impone verità e coraggio


 -         di MARCO IMPAGLIAZZO

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Lo sappiamo: i nostri figli hanno vissuto un dramma nel dramma in questi lunghi mesi di pandemia: le chiusure con ben poca scuola insieme a una pressione psicologica senza precedenti. Su queste pagine se ne è scritto molto, e in profondità, da parte di neuroscienziati, educatori, madri e padri, sacerdoti. Nei giorni scorsi, sulle pagine di un altro quotidiano, anche don Antonio Mazzi è tornato a riflettere sugli adolescenti e sulle conseguenze dirette e indirette del Covid-19 su di loro.

Molti studi continuano, intanto, a denunciare il loro crescente disagio, registrando anche i fenomeni più estremi come l’aumento dei tentativi di suicidio e degli atti di autolesionismo. Ben più diffuso è risultato lo smarrimento per l’isolamento forzato e la maggiore difficoltà di frequentare i coetanei. Molti genitori e insegnanti hanno visto figli e studenti chiudersi in se stessi, ritrovarsi più 'spenti' o 'arrugginiti', più fragili emotivamente e caratterialmente, più in difficoltà di fronte agli ostacoli di ogni giorno, in famiglia, a scuola, con gli amici. Senza contare le segnalazioni di minori che non frequentano più la scuola, hanno gettato la spugna e stanno scivolando via nelle maglie larghe della didattica a distanza.

Stanchezza, incertezza, apatia hanno colpito un’intera generazione. Che fare? Come ripartire 'con' e 'da' questi ragazzi? La strada non può essere quella di insistere sul tema della 'generazione Covid', come ha fatto notare giustamente

don Mazzi: «Da noi arrivano ragazzi affetti da disturbi internalizzanti o esternalizzanti. Convinco i genitori che dobbiamo affrontare la sofferenza di un ragazzo che [solo] in minima parte è malattia. Non esistono gli autistici, i bipolari, gli schizofrenici, gli anoressici, gli psicotici, i violenti aggressivi, ma esistono degli adolescenti e dei giovani con problemi. Mi rifiuto (salvo casi gravissimi) di catalogare i ragazzi che chiedono aiuto, come ci siamo sempre rifiutati di etichettare chiunque».

Non si può creare una nuova categoria in cui incasellare un adolescente in difficoltà, preludio a una medicalizzazione (e dunque a una deresponsabilizzazione) del problema. La soluzione sta nel farsi carico di una domanda di futuro e rispondere con più vicinanza, partecipazione, responsabilità: i nostri figli ci chiedono più vita e più senso della vita.

È utile (e a chi?) attribuire ai ragazzi etichette che definiscano precocemente le diversità così come avviene nel sistema scolastico e nella nostra società? Si tratta in realtà di scorciatoie che illudono di superare i problemi anche perché certe etichette o definizioni rischiano di accompagnarli per tutto il percorso scolastico con conseguenze anche oltre la maturità. Umberto Galimberti sostiene che ci troviamo immersi in una cultura che persuade ciascun individuo di essere fragile e debole e che rende indispensabile il continuo ricorso a pratiche terapeutiche o all’assistenza di un tutor. Con il disagio adolescenziale legato al Covid-19 si rischia di andare nella medesima direzione, ma la nostra società non può fare a meno del contributo attivo di questi ragazzi e giovani che rischiano di essere 'scartati'. «I giovani maturano se attratti da chi ha il coraggio di inseguire sogni grandi, di sacrificarsi per gli altri, di fare del bene al mondo in cui viviamo», ha detto papa Francesco agli Stati Generali della Natalità. È ciò che dobbiamo offrire ai nostri figli per farli uscire dal grigiore triste di un mondo segnato dalle limitazioni e dall’autolimitazione. Una stagione nuova in cui prenderci cura, come comunità, dei più giovani con responsabilità e fiducia.

Il punto è credere che i cuori di bambini, adolescenti e giovani guariranno se le mete che si porranno davanti a loro saranno all’altezza delle sofferenze che tutto il pianeta ha attraversato. In altre parole, se non li etichetteremo come malati, ma li considereremo parte della cura di cui il mondo ha bisogno. Se non li medicalizzeremo, ma li vorremo come medici di un tempo nuovo, fatto di cura dell’ambiente, di rispetto per i più fragili, di gente che si sente sulla stessa barca.

Mario Draghi, parlando a sua volta all’incontro romano sulla natalità, ha annotato: «Perso l’ottimismo, spesso sconsiderato, dei primi dieci anni di questo secolo, è iniziato un periodo di riesame di ciò che siamo divenuti. E ci troviamo peggiori di ciò che pensavamo, ma più sinceri nel vedere le nostre fragilità, e più pronti ad ascoltare voci che prima erano marginali».

Quello che si apre è il tempo di una nuova sincerità. Con noi stessi, adulti che ritrovano una strada di verità e responsabilità. E con i giovani, non più marginali, ma centrali nella costruzione di un futuro diverso e migliore. Non certo marchiati come i nuovi malati, bensì protagonisti a pieno titolo di una società fondata sulla partecipazione e appassionata del domani.

 

www.avvenire.it

 

 

martedì 2 maggio 2017

TATUAGGIO. CHE PASSIONE!

“Mamma, papà, 
voglio farmi un tatuaggio!”


Fenomeno tattoo: sempre più giovani e meno giovani usano tatuarsi il corpo. Quali sono gli effetti che un tatuaggio può avere sulla cute? La pelle tatuata cambia per sempre, cosa spinge dunque una persona ad alterare definitivamente la propria immagine?

di Gabriele Soliani

I tatuaggi sulla pelle del corpo diventano sempre più diffusi, quasi un segnale da mostrare come moda. Ora che arriva l’estate e si abbandonano gli abiti lunghi e coprenti, i tatuaggi risultano in bell’evidenza. Ma non si capisce bene se sono fatti per esaltare la bellezza del corpo o per qualcos’altro.
Un recente sondaggio Usa ha evidenziato che tre adulti su dieci ne ha almeno uno, con le percentuali maggiori fra i Millenials (47%) e i Gen Xers (36%) e un aumento generalizzato del 50% negli ultimi quattro anni.
La cute umana è un vero e proprio organo e svolge molte funzioni, per queste ragioni la scienza medica cerca oggi di studiare il cosiddetto fenomeno tattoo. I risultati delle ricerche mostrano parecchi dubbi e qualche preoccupazione. L’ultimo studio, che è stato pubblicato sull’argomento in ordine di tempo, ha scoperto che i tatuaggi possono alterare il modo in cui la pelle suda aumentando i rischi di un possibile colpo di calore.
I ricercatori dell’Alma College nel Michigan, analizzando i campioni di sudore di 10 adulti in buona salute, hanno notato che la zona di pelle ricoperta d’inchiostro (per l’esperimento si è scelta un’area circolare di almeno 5,2 cm) espelleva circa il 50% di sudore in meno rispetto alla parte priva di tatuaggi. “Dall’esame dei campioni di sudore è anche emerso che quelli rilasciati dalla pelle tatuata avevano una maggior concentrazione di sodio rispetto a quelli presi dalla pelle libera da inchiostro”, ha spiegato al quotidiano Time il professor Maurie Luetkemeier, coautore dello studio. Infatti quando le ghiandole sudoripare producono il sudore, la pelle tende a riassorbire il sodio e gli altri elettroliti, ma nel corso dell’esperimento gli scienziati si sono accorti che in presenza di un tatuaggio tale riassorbimento veniva parzialmente bloccato.
Il prof. Luetkemeier precisa che: “Non siamo ancora sicuri se ciò dipenda dall’inchiostro, dal trauma dell’incisione o da una combinazione di entrambi i fattori”. Quando l’area coperta da inchiostro è piuttosto estesa (e concentrata soprattutto su schiena, braccia o altre zone ricche di ghiandole sudoripare) i tatuaggi potrebbero interferire con la capacità della pelle di raffreddare il corpo e di trattenere alcuni nutrienti fondamentali, dando così origine a problemi di termoregolazione che potrebbero provocare improvvisi (e potenzialmente pericolosi) colpi di calore.
               Il professor Antonino Di Pietro, direttore scientifico dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis di Milano dice che: “Questo studio va considerato con attenzione poiché la pelle tatuata cambia sicuramente le proprie caratteristiche e va incontro a modifiche che non possono banalmente fermarsi a una differenza di colore superficiale. Sia il trauma di un ago che, arrivando nel derma medio profondo, crea migliaia di microcicatrici in pochi centimetri quadrati, sia i granuli di pigmento, che sono corpi estranei che resteranno per sempre tra le cellule cutanee, alterano infatti la struttura cutanea, mettendo a rischio l’equilibrio e la normale vita delle cellule e delle ghiandole della pelle”.
Sappiamo anche che il tatuaggio non sempre si può rimuovere del tutto lasciando cicatrici permanenti. La pelle tatuata dunque cambia per sempre. Perché alterare per sempre un organo del corpo? Perché rovinarlo facendogli cambiare colore e fisiologia? Perché proprio la pelle che è il modo umano di presentarsi agli altri e anche a se stessi quando ci si specchia o ci si guarda?
Dallo studio citato manca, forse perché non era nei suoi fini scientifici, il pericolo di non vedere, nascosto dal pigmento, un neo che cambia colore, contorni e dimensioni, segnale di evoluzione del melanoma, il temibile cancro della cute. Sinceramente è difficile capire i motivi di questa moda così diffusa fra calciatori, cantanti e personaggi televisivi.
Per un genitore che si sente chiedere dal figlio o figlia adolescente: “Voglio farmi un tatuaggio” la motivazione del no potrebbe essere lo studio citato, oltre al fatto che la bellezza, la grandezza e la dignità del corpo va preservata sempre. In termini laici si può dire che il corpo ha una fisiologia meravigliosa e che è destinato a dare la vita ad altre persone. E, anche se i giovani non lo capiscono, si può dire che il corpo è tempio dello Spirito Santo.