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lunedì 8 dicembre 2025

IL COMPLESSO DELL'OSTRICA

 


-  di G. Ravasi



Siamo troppo attaccati allo scoglio, alle nostre sicurezze, alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l'intimità del nido. Ci terrorizza l'idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci in mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno.

Molti di coloro che oggi mi leggono sono davanti a un mare aperto; la risacca batte sugli scogli o si infrange in mille ripetizioni sul litorale. Forse è questo l'orizzonte a cui pensava l'indimenticato monsignor Tonino Bello, anche perché la sua sede episcopale, Molfetta, si affaccia sul mare. Sono stato varie volte in quella città e ho sostato in quel porto ove sono stati celebrati i suoi funerali, davanti allo stupendo Duomo vecchio. Evoco ora " attraverso queste immagini marine " una sua pagina che denunciava «il complesso dell'ostrica», un rischio non solo psicologico ma anche ecclesiale.

Talora, infatti, entrando in certi gruppi o comunità, sembra quasi di avvertire subito un'aria viziata, una mancanza di respiro. 
Certo, l'ambiente asfittico ti rende meno agitato e teso, ti avvolge come un grembo protetto e ti fa cadere a terra in un apparente riposo. Ma è solo il risultato di un'assenza d'ossigeno spirituale, che rende inerti. 
È l'essere come immersi in uno stagno ove non si può nuotare e navigare. La vera spiritualità è, invece, ricerca e cammino, è fremito e attesa, è freschezza di vita e passione del cuore. 
Purtroppo, però, continuava don Tonino, noi nell'itinerario dell'anima, «appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini, dei nostri comodi». E si spegne in noi l'ansia della pienezza e dell'infinito.


sabato 19 luglio 2025

SIAMO FORESTIERI, DI PASSAGGIO


 Il pellegrinaggio giubilare – sulla scia dell’esperienza di Cristo – dev’essere, perciò, una parabola spirituale che illumina il senso della vita del cristiano


- di Gianfranco Ravasi 

 Che cos’è la nostra vita? Il cammino di un viandante: appena ha raggiunto la meta, gli si aprono le porte, abbandona gli abiti da viaggio e il bastone da pellegrino ed entra in casa sua».

Così un mistico russo, Giovanni di Kronstadt (1828-1908), rappresentava la parabola della vita sotto il simbolo di un pellegrinaggio. Tra l’altro, com’è noto, uno dei testi più popolari di quella spiritualità sono i Racconti di un pellegrino russo di autore anonimo. Di fronte all’incessante flusso dei pellegrini a Roma per l’Anno Santo, è spontaneo riprendere il filo di questo tema che abbiamo proposto nella precedente puntata del nostro itinerario giubilare. 

Abbiamo già seguito l’Israele biblico pellegrino verso la Terra promessa nell’esodo dall’Egitto. Il segno più alto, una volta entrati in essa, sarà il pellegrinaggio a Sion, cioè al tempio, al culto, alla comunione col Signore, come ammoniva la Legge: «Tre volte l’anno salirai per comparire alla presenza di Dio» (Esodo 34,24). E Geremia ribadirà: «Su, saliamo a Sion, andiamo al Signore Dio nostro!» (31,6). 

Si configura persino una sorta di libro del pellegrino: è un fascicolo di 15 Salmi, dal 120 al 134, intitolati “Canti delle ascensioni”, non solo perché la Città santa è su un monte di 800 metri ma anche perché il fedele nella preghiera “ascende” verso Dio in un dialogo e in un abbraccio d’amore. 

Suggeriamo, però, la lettura di un altro canto di Sion, il Salmo 84, che raffigura dal vivo il pellegrinaggio e l’arrivo al tempio. Là l’orante contempla il volo felice degli uccelli che hanno i nidi nel santuario, simbolo della sorte fortunata di coloro che, soprattutto i sacerdoti, hanno in quel luogo sacro una residenza perpetua e non temporanea (come il pellegrino) in intimità con Dio. Nella folla di quei pellegrini possiamo identificare un volto, quello di Gesù. Già da neonato era stato offerto al Signore in Sion (Luca 2,22-24). A 12 anni era ritornato nel tempio in compagnia dei suoi genitori, dichiarando che quella è la «casa del Padre suo» (2,49). 

Là ripetutamente egli accede, partendo dalla lontana Galilea, come ci ricorda il Vangelo di Giovanni che pone spesso il fondale del tempio e delle varie solennità ebraiche per le rivelazioni di Cristo in parole e in segni. Ma è in particolare Luca a descrivere, nel cuore del suo Vangelo (9,51- 19,28), una lunga marcia di Gesù pellegrino verso Gerusalemme. La sua ultima meta non sarà il Golgota con la crocifissione, ma il monte dell’ascensione, ossia il suo ritorno al Padre come aveva annunciato nel Cenacolo: «Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre» (Giovanni 16,28). 

Il pellegrinaggio giubilare – sulla scia dell’esperienza di Cristo – dev’essere, perciò, una parabola spirituale che illumina il senso della vita del cristiano. Già il testo basilare biblico del Giubileo, il c. 25 del Levitico, aveva una norma emblematica: «Le terre non si possono vendere per sempre, perché la terra è mia – dice il Signore – e voi siete presso di me forestieri e di passaggio» (25,23). E la Lettera agli Ebrei concluderà: «Non abbiamo quaggiù una città stabile ma andiamo in cerca di quella futura» (13,14).

 Famiglia cristiana 

Immagine

 

 

venerdì 15 novembre 2024

IL PARADISO TERRESTRE


 LA NARRAZIONE 

IL SIGNIFICATO



- di Gianfranco Ravasi*

Non sono mai mancati gli esploratori che sono saliti sull’impervia vetta dell’Ararat in Turchia alla ricerca dei resti dell’arca di Noè, così come altri si sono inoltrati nei deserti dello Yemen, della Mesopotamia o dell’Arabia o in qualche area della Turchia alla ricerca del «paradiso terrestre» descritto nel c. 2 della Genesi, forse con la speranza di trovare il seme o le radici dell’«albero della vita» o di quello della «conoscenza del bene e del male».

 Proviamo, allora, anche noi a rispondere criticamente a questa illusione, ribadendo in premessa quanto abbiamo spesso affermato nella nostra rubrica: il testo biblico evoca, sì, eventi storici e dati geografici ma per una finalità ben diversa rispetto a quella di un manuale di storia o di una guida turistica. Per questo, soprattutto nelle prime pagine della Genesi, il racconto ha un valore teologico ed è una rappresentazione dell’umanità – ha-’adam non è un nome proprio, Adamo, ma è con l’articolo (ha-) e significa «l’uomo» – inserita in una cornice spaziale simbolica. È quella che è stata definita come «paradiso terrestre». In realtà, nell’originale ebraico del c. 2 della Genesi si usa il termine generico gan, «giardino», e non pardes, un vocabolo ebraico raro usato solo tre volte altrove e proveniente da una lingua iranica antica, trasformato nel greco parád-eisos, divenuto il nostro «paradiso», presente solo tre volte nel Nuovo Testamento («Oggi sarai con me in paradiso», dice Gesù al malfattore crocifisso con lui).

Ebbene, quel «giardino» dotato di «alberi graditi alla vista e adatti al cibo» (2,5) è assunto come base simbolica per un racconto che si presenta come storico non nel senso fattuale (descrittivo di eventi, di dati e date) bensì in senso esistenziale, cioè rappresentativo dell’esperienza costante dell’umanità. Non per nulla la vegetazione di quel giardino primordiale comprende due alberi che non potranno mai entrare nella tassonomia botanica.

 Infatti, l’«albero della conoscenza del bene e del male» è un chiaro simbolo sapienziale per illustrare la scelta morale libera, così come l’«albero della vita», caro alla mitologia mesopotamica, è un chiaro segno della riflessione sulla morte e sull’oltrevita. Ma la stessa mappa geografica offerta dalla Genesi (si legga 2,10-14) va ben oltre una mera identificazione spaziale puntuale. I quattro fiumi che si dipartono dal giardino “paradisiaco” sono il Tigri e l’Eufrate e due altri fiumi ignoti, il Pishon e il Ghihon, variamente identificati (Indo-Gange e Nilo?), ma essi sono destinati a costruire una mappa idrografica planetaria centrata su una sorta di «ombelico del mondo», il giardino di Eden.

 In sintesi, può darsi che l’autore sacro, descrivendo il cosiddetto «paradiso terrestre», abbia avuto in mente un rimando a un’area mirabile ed “esotica” o a una grandiosa oasi o a un centro antico, ma l’uso che ne fa è squisitamente “sapienziale” e simbolico, destinato a illustrare una situazione esistenziale ideale e una qualità teologica permanente e costitutiva dell’umanità.

 Una piccola nota a margine. Il giardino “paradisiaco” (a chiamarlo così per prima sarà l’antica versione greca della Bibbia detta «dei Settanta») è collocato dalla Genesi in Eden, un vocabolo che di per sé significa «delizia, piacere», così da creare l’idea di un’oasi, un «giardino di delizie», segno della piena armonia dell’umanità col Creatore e col suo progetto storico-cosmico.

Famiglia Cristiana 


*Gianfranco Ravasi  è un cardinale, arcivescovo cattolico e biblista italiano, teologo ed ebraista.


 

 

lunedì 21 ottobre 2024

APOSTOLO PER ECCELLENZA


Biografia di Paolo 



di Gianfranco Ravasi  (Autore)

 

Mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, Paolo fu “afferrato, ghermito, conquistato, impugnato” da Cristo. È questa la linea di demarcazione tra il prima e il poi, tra il persecutore e l’apostolo del cristianesimo.

Da quel giorno, a poca distanza dalla morte di Cristo, Paolo diventa il più appassionato missionario cristiano.

L’evangelo che egli annuncia però non è solo una teoria, è anche un modo di esistere: le sue Lettere sono questo intreccio tra parole e vita.

Per scoprire il contenuto del messaggio di Paolo e la stessa trama della sua esistenza è dunque necessario rifarsi al suo epistolario. Si tratta di lettere genuine e non solo rivestite fittiziamente del carattere epistolare: la trattazione teologica è sempre aperta alla proposta etica, pastorale, esistenziale.

Questo itinerario nel mondo personale e ideale dell’“Apostolo per eccellenza” è un invito a staccare Paolo dalle pagine agiografiche per farlo scendere nel nostro mondo secolarizzato.

 

Gianfranco Ravasi, Ero un blasfemo, un persecutore e un violento. Biografia di Paolo, ed. Cortina, 2024

 


 

domenica 28 luglio 2024

CITIUS, ALTIUS, FORTIUS

 


Padre Didon 

ispirò 

il motto olimpico


 

In questo articolo il Cardinal Ravasi ci parla di Angela Teja e di come analizza le dimensioni filosofiche ed etico-spirituali di «Citius, altius, fortius» e del profilo del domenicano, straordinario spirito eclettico nei suoi interessi.

 - di Gianfranco Ravasi.

Non ho mai praticato nessuno sport, se si eccettua la camminata chilometrica quasi quotidiana, che non è però riconosciuta come disciplina sportiva. Eppure, forse sono l’ecclesiastico che ha intrattenuto il maggior numero di contatti, rapporti e dialoghi col Comitato Olimpico Internazionale e col suo presidente Thomas Bach, al punto tale che – quando ho concluso il mio mandato di capo-dicastero vaticano della Cultura, nell’ottobre 2022 – ho ricevuto dalle sue mani come omaggio simbolico una delle medaglie d’oro delle Olimpiadi di Tokyo.

 Questa premessa autobiografica, forse un po’ spudorata, è tuttavia necessaria per presentare un saggio di Angela Teja, la più importante studiosa dello sport come fenomeno storico e culturale e, per certi versi, imparentato con la religione (tanti sportivi hanno evocato i loro esordi nei campetti degli oratori parrocchiali del passato). Infatti, in appendice al volumetto è raccolta tutta la documentazione degli incontri e dei carteggi tra la Santa Sede e il Cio, compresi quelli diretti tra il presidente Bach e il papa Francesco, particolarmente sensibile a questo tema tanto da avallare la costituzione di un’Athletica Vaticana che ha iniziato ad affacciarsi anche in alcune competizioni internazionali.

 Il cuore ideale di questa connessione della Chiesa cattolica con la massima istituzione sportiva è da ricercare in una componente ignota ai più che risale alle radici stesse dell’olimpismo. Il celebre artefice di questa realtà ormai universale a livello istituzionale (si pensi al rilievo del nostro Coni), il barone Pierre de Coubertin (1863-1937) aveva come guida spirituale un domenicano, p. Martin Didon (al secolo Henri Louis Rémy), a cui era legato da profonda amicizia. Fu questo religioso, nato nel 1840 e dotato di uno straordinario spirito eclettico nei suoi interessi, a suggerire il motto latino olimpico «Citius-Altius-Fortius», di implicita matrice tomista.

 In realtà, questa triade che rimanda – attraverso un comparativo assoluto – a una tensione progressiva nella velocità, nell’altezza e nella forza era stata elaborata inizialmente nel 1891 all’interno dell’attività pedagogica che p. Didon esercitava nel collegio francese di Arcueil. La studiosa nel suo saggio ricostruisce la genesi di questo motto anche nelle sue dimensioni filosofiche ed etico-spirituali, prima che entrasse ufficialmente nella “Carta olimpica” nel 1949, quando p. Didon e lo stesso de Coubertin erano da tempo morti (il domenicano si era spento nel 1900), ma con un’accezione tendenzialmente “fisica”. Tuttavia il Comitato Olimpico si era sforzato di assegnare ad esso implicitamente una qualità più morale come codice di condotta nelle competizioni sportive.

 L’ottica iniziale era, infatti, legata al rinnovamento del sistema educativo ai fini di una formazione integrale della persona: fin dalla classicità si promuoveva un equilibro interattivo tra corpo e anima. Chi non ricorda il detto Mens sana in corpore sano, tratto da un verso (il 356) della X Satira del poeta latino Giovenale (I-II sec. d.C.)? La paideia greca esaltava una formazione basata sull’euritmia fisica, psichica e intellettuale, tant’è vero che gli eventi olimpici classici erano persino generatori di poesia, come le odi Olimpiche di Pindaro (VI-V sec. a.C.).

 A questo punto, però, ritorniamo al rapporto vaticano col CIO suggellato da una mia visita ufficiale nella sede di Losanna nell’aprile 2016. Fu già in quell’occasione che – anche attraverso la sensibilità del presidente Bach – sul tappeto fu posta la questione dell’aggiornamento del motto olimpico tenendo conto di alcuni fenomeni di prevaricazione o di tifo esasperato e della necessità di recuperare lo spirito autentico della “competizione”, che nella sua stessa etimologia latina suppone un petere cioè un “gareggiare” cum “insieme”.

 Le molteplici visite di Bach in Vaticano, l’impegno della stessa istituzione olimpica, i vari convegni e gli incontri con le altre religioni attorno ai temi dell’inspiration-inclusion-involvement, e la stessa presenza della Santa Sede con un suo osservatore ai vari Giochi e Sessioni olimpiche condussero all’idea di trasformare la triade in una tetralogia: Citius-Altius-Fortius-Communiter, che poteva essere resa in inglese come Faster-Higher-Stronger-Together (inizialmente il CIO aveva proposto una sgrammaticatura latina, Communis). In tal modo, a distanza di quasi cent’anni si completava il progetto di p. Didon con una dimensione, tra l’altro, cara a papa Francesco, quella della fratellanza sportiva.

 Dopo tutto, un suo predecessore, Pio XI, era stato alpinista quasi “professionale”, tant’è vero che alcune vette e sentieri d’ascesa recano ancora oggi il suo cognome originario, Ratti. Per non parlare di Giovanni Paolo II, definito «l’atleta di Dio», fotografato mentre sciava, faceva canoa e nuoto e si rivolgeva spesso agli sportivi di ogni disciplina, mentre papa Francesco era ed è tifoso della squadra di calcio S. Lorenzo di Buenos Aires, della quale è tesserato (n. 88235N-O). D’altronde, il simbolo del gioco è una delle categorie analogiche usate anche in teologia, e lo scrittore francese André Maurois osservava che «il vero spirito sportivo partecipa sempre dello spirito religioso» spesso usandone simboli e riti.

 Cortile dei Gentili


 

venerdì 5 luglio 2024

UN DIO DAL CORPO UMANO

 


- di Gianfranco Ravasi


Il Dio della Bibbia è decisamente molto “umano”, a partire dal corpo: ha braccia, mani, piedi, volto, cuore, occhi, bocca e persino naso (in ebraico l’«ira» è espressa con il termine ’af che evoca lo sbuffare delle narici). Ha anche «viscere» materne, segno di amore istintivo, e in questa linea prova tutta la gamma delle emozioni e passioni umane: dalla collera alla tenerezza, dalla gelosia all’amicizia, dal pentimento alla fedeltà, dalla paternità alla maternità, dall’innamoramento al rifiuto.

 Come un vasaio, egli plasma l’uomo o, come un tessitore, stende la pelle sul corpo umano; è un pastore che guida il suo gregge, un sovrano che passeggia a sera nel suo parco reale o che sta assiso sul trono, un padre di famiglia che cuce le vesti per i suoi figli, uno scriba che sulla pietra incide la legge, un nomade che dispiega i teli della sua tenda celeste, un generale che comanda il suo esercito, un eroe assonnato ed ebbro, pronto, una volta sveglio, a riprendere la lotta, e così via, per decine di altre immagini che toccano anche il Nuovo Testamento.

Siamo in presenza di quello che tecnicamente viene definito come «antropomorfismo», la rappresentazione divina in forma umana, come indica la matrice greca di questa parola. È un dato presente in tutte le civiltà, spesso con notevoli varianti: ad esempio, nell’antico Egitto si preferiva lo zoomorfismo per raffigurare la divinità (si pensi al coccodrillo sacro o al bue Api) e così avveniva nella religione degli indigeni della Terra Santa, i Cananei, per i quali il toro era il simbolo di Baal, il dio della fecondità (il cosiddetto vitello d’oro che gli Ebrei erigono nel deserto era in realtà un torello, su imitazione cananea).

 Si tratta, comunque, di una via espressiva legittima: per parlare di ciò che ci supera, dobbiamo ricorrere a ciò che conosciamo tendendolo verso un livello superiore di pienezza e perfezione. È quella che si chiama in teologia «analogia», ben formulata dal Libro della Sapienza: «Dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla l’Autore» (13,5).

 Anche la creatura umana, uomo e donna, è «immagine» e somiglianza di Dio (Genesi 1,26-27). E la piena attuazione si ha nell’Incarnazione quando Dio non è solo come l’uomo, ma è uomo in Cristo Gesù: «Dio nessuno l’ha mai visto, ma proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Giovanni 1,18).

 A questo punto interroghiamoci: gli Israeliti, quando ricorrevano all’antropomorfismo, capivano che si trattava di una via simbolica per indicare una pienezza trascendente? La risposta è sì e no al tempo stesso. È un po’ quello che accade ai nostri giorni con la civiltà dell’immagine e della comunicazione informatica: quante volte si oscilla tra verità e illusione, tra dato e inganno, tra reale e virtuale e il fruitore non riesce spesso a sceverare immagine e realtà.

 Ebbene, nella Bibbia si attacca spesso l’idolatria: essa è proprio l’incomprensione del vero valore dell’antropomorfismo. Ci si ferma all’immagine senza capire che essa è un «segno» (san Giovanni chiama così i miracoli), che ci conduce oltre, verso l’Alto e l’Altro trascendente.

 Esemplare è il citato episodio del vitello d’oro ove si scambia un simbolo della benedizione feconda di Dio proprio con Dio stesso. E se volessimo scegliere un antropomorfismo perfetto, il più alieno da equivoci? La scelta, a nostro avviso, dovrebbe cadere sul giovanneo «Dio è amore» (1Giovanni 4,8.16; si veda anche 2Corinzi 13,11 ove si parla del «Dio d’amore»).

 

Famiglia Cristiana

mercoledì 19 giugno 2024

L'ALFABETO DI DIO


                                                                                                 Attraverso l’analisi di 107 vocaboli ricorrenti nelle Scritture emerge un efficace punto di vista sulla sua Parola

A volte feriscono il popolo dei credenti le frequenti polemiche intracristiane fra cosiddetti progressisti e conservatori: a parere di chi scrive non è che non debbano o possano esistere, dato che ci sono sempre state e sempre ci saranno, ma la polarizzazione delle opinioni fa sì che spesso non si riesce a cogliere il positivo in posizioni che si giudica contrarie al proprio punto di vista. E questo è un fenomeno da cui deriva un impoverimento per tutto il pensiero cristiano.

Affrontando la parola ekklesia, che deriva dal verbo kaleo e sta a significare la convocazione dei cristiani attorno alla parola di Dio e all’eucaristia, Gianfranco Ravasi nel suo nuovo libro L’alfabeto di Dio ricorda come sia stata poco adoperata nei Vangeli e molto negli Atti degli apostoli e nelle lettere, ove si racconta la comunione di vita delle prime comunità cristiane. «Il ritratto delle varie Chiese che emerge – commenta il cardinale – rivela la presenza di tensioni, di differenze e persino di crisi: è questo il segno dell’incarnazione, che riflette i condizionamenti umani, storici, etnici, culturali. È allora significativo l’appello all’unità che spesso affiora perché la Chiesa sia “sale della terra e luce del mondo”».

Nel libro edito da San Paolo (pagine 320, euro 20,00), il cardinal Ravasi presenta i più significativi vocaboli ebraici e greci dell’Antico e del Nuovo Testamento e non cessa di stupire i lettori. Il biblista ha scelto 55 parole ebraiche e 52 greche. Per la prima parte, «in un certo senso – si legge nell’introduzione – potremmo essere in sintonia con la voce di Gesù che queste parole le aveva imparate, le conosceva bene, le ascoltava e le ripeteva ogni sabato e nelle feste ebraiche in sinagoga a Nazaret o a Cafarnao, oppure nel tempio di Gerusalemme». Nella seconda parte, va sottolineato come nell’impero romano il greco venisse utilizzato come facciamo oggi con l’inglese. Ma anche come nella comunità cristiana, e nelle lettere di Paolo in particolare, numerose parole acquistassero un significato originale: si pensi a pneuma (spirito), sarx (carne) o charis (grazia).

Sempre nell’introduzione, Ravasi si chiede quali lingue parlava Gesù e se sapeva leggere e scrivere. «È probabile – annota - che Gesù usasse un po’ di greco quando aveva contatti con non ebrei e forse durante il dialogo processuale con Pilato». Era infatti la lingua franca che si usava ad esempio nei mercati e per comunicare fra ebrei e gentili. Si rammenta poi il giudizio dello studioso americano John P. Meier, per il quale «né la sua occupazione di falegname a Nazaret, né il suo itinerario in Galilea circoscritto a città e villaggi decisamente giudaici, avrebbero richiesto scioltezza e regolarità dell’uso del greco. Così non c’è ragione per pensare che Gesù insegnasse regolarmente in greco alle folle che si riunivano attorno a lui».

 Per quanto concerne l’ebraico, Gesù l’ha imparato nella scuola della sinagoga di Nazaret, dato che più volte nei Vangeli è testimoniato che leggesse le Scritture, e l’ha utilizzato nelle dispute con scribi e farisei. Ma la lingua con cui si esprimeva comunemente era senz’altro l’aramaico, la più diffusa a livello popolare, parlata normalmente da artigiani, pescatori e contadini. Conclude Ravasi: «Pur avendo una certa conoscenza del greco e dell’ebraico, Gesù parlò al suo uditorio in un aramaico che non conosciamo con precisione e che solo in via ipotetica e con molta libertà, considerata anche la distanza cronologica, può essere comparato con l’aramaico parlato oggi in pochi centri della Siria meridionale (in particolare a Malula), purtroppo ora devastati dalla guerra».

Addentrandoci in altre voci del volume, risalta l’uso a volte simile a volte diverso delle parole in ambito ebraico e greco. Ruah, ad esempio, che sta per spirito o respiro o vento, è impiegato per designare la presenza di Dio che passeggia nel giardino dell’Eden o il soffio vitale che dà respiro alle creature in molti altri casi. Anche il greco pneuma ha alla base il respiro, il soffio, il vento – e non a caso la nostra parola “anima” rimanda al greco anemos che significa “vento”. Ma è con Paolo che il termine pneuma dà vera sostanza all’uomo, che è fatto di corpo (sarx) e anima (psyché). Il cristianesimo va oltre la separazione fra carne e anima propria della cultura greca.

Infine, la parola di origine ebraica “Satana” che ricorre 36 volte nel Nuovo Testamento, quasi come il termine diàbolos, presente 37 volte. Se nel libro di Giobbe l’Avversario è «una specie di pubblico ministero assiso nella corte celeste con la funzione di denunciare i peccati degli uomini», nei Vangeli ha un’accezione solo negativa, è il tentatore che vuole far pendere verso il male la bilancia della storia. Non a caso Ravasi cita Baudelaire («La più grande astuzia del diavolo è di farci credere che non esiste») e Gide («Non credo nel diavolo, ma è proprio quello che egli spera: che non si creda in lui»).

www.avvenire.it


 

mercoledì 27 settembre 2023

NAPOLITANO E RAVASI


 Tra gli oratori scelti dalla famiglia per i funerali laici di Giorgio Napolitano c’era anche il cardinale Gianfranco Ravasi, già Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e Prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano dal 1998 al 2007.


 - di Gianfranco Ravasi

È con emozione e gratitudine che ho accolto questo invito – per molte persone un po’ sorprendente, e anche per me – di offrire una testimonianza all’interno di questa celebrazione così alta, e dopo queste parole così straordinarie, così forti che abbiamo ascoltato. Vorrei essere idealmente sulla soglia e dare una testimonianza personale che ha, però, anche risvolti e valenze pubbliche, seppure il nostro dialogo sia stato quasi sempre celato. Vorrei ora, di questo lungo “filmato” dei nostri incontri, scegliere solo quattro istantanee che permettono di avere ciascuna un tema.

La prima è del 25 aprile 1998. Napolitano è Ministro dell’Interno, è a Milano e desidera incontrarmi e visitare la Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana che allora presiedevo. Dopo aver visto il Codice Atlantico di Leonardo, Caravaggio e altri capolavori, è entrato nello studio del Prefetto. Da una scaffalatura che stava alle mie spalle e che raccoglieva gli autografi di un grande autore illuminista, ho voluto mostrargli un testo. Ricordo ancora in quel momento le sue mani: con emozione egli apriva l’autografo Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, una reliquia laica all’interno di un tempio culturale ecclesiastico. Subito egli andò a cercare le pagine sulla pena di morte, un emblema particolarmente significativo anche per lui.

La seconda istantanea è del 2010, quando entra in scena un personaggio ecclesiale che ha avuto un grande legame con Giorgio Napolitano: papa Benedetto XVI, col quale i dialoghi, gli incontri e le sintonie furono molteplici. Si era deciso di offrire al papa un fac-simile del De Europa di Enea Silvio Piccolomini, che nel 1458 diventerà papa Pio II. Io avevo preparato un saggio introduttorio, il Presidente la prefazione. In quel momento – ecco l’istantanea – Napolitano citò una frase dell’amatissimo a tutti, anche al papa, Thomas Mann tratta dal saggio sul Don Chisciotte del 1934: «Il cristianesimo rimane una delle colonne portanti dello spirito occidentale, e l’altra è l’antica cultura mediterranea». Naturalmente, papa Benedetto XVI ripeté in tedesco la stessa frase che conosceva a memoria.

Passerò ora alla terza istantanea. Qui entra in scena la cultura, l’arte. Come è stato ricordato, Napolitano era uomo di altissima cultura, l’ho potuto testimoniare quasi in maniera continua. E dovrei evocare anche tutti i suoi amori letterari: ne cito solamente due. Il primo è naturalmente Thomas Mann: ricordo ancora che mi citava l’incipit di Giuseppe e i suoi fratelli o del Doktor Faustus, in tedesco. L’altro amore fu Dante. Andai io a chiedergli, con il Consiglio della “Casa di Dante”, di diventare presidente di quell’istituzione una volta chiuso il suo mandato di Presidente della Repubblica. Egli accettò. L’ultima volta che lo incontrai nello studio a Palazzo Giustiniani aveva un’edizione-miniatura della Divina Commedia, perché diceva che ogni tanto ne leggeva una pagina, quasi fosse una sorta di breviario laico.

In questa stessa terza istantanea metterei anche la musica. Quanti concerti Napolitano ha offerto a papa Benedetto XVI nel suo compleanno, fino alla fine, quando lui stava concludendo il suo mandato di Presidente della Repubblica e il papa gli confidò che, pochi giorni dopo, anche lui si sarebbe ritirato dal ministero petrino. In questo ambito tanti sono i ricordi anche per me, perché stavo accanto a lui ascoltando la musica nei vari concerti, in particolare quelli di Natale pre-registrati dalla Rai ad Assisi. In questo momento, voglio immaginare che a salutarlo musicalmente ci sia un testo – che è religioso – di Mozart, scritto per il Corpus Domini del 1791. È l’Ave verum, K 168. Finita l’esecuzione Napolitano mi disse: «Sono stati quattro minuti di bellezza ultraterrena». Questo amore continuò in tante forme, in tanti modi, in tanti momenti che ora mi si affacciano in questa terza diapositiva che potrebbe sfrangiarsi in varie memorie differenti.

Concludo con l’ultima istantanea, la quarta: è il discorso “spirituale” nel senso più alto e più ampio del termine, non confessionale. Qui pongo un’altra data e un’altra diapositiva ideale: è il 5 ottobre 2012. Siamo ad Assisi, un pomeriggio coi colori mirabili, quasi da Piero della Francesca o da Perugino, con una folla enorme e con un dialogo che abbiamo costruito insieme, nell’interno del “Cortile dei Gentili”, un simbolo desunto dallo spazio del tempio di Gerusalemme nel quale anche i pagani, i non credenti agli occhi degli ebrei, potevano accedere e vedere ciò che accadeva al di là. Ebbene, in questo “Cortile dei Gentili” il Presidente tenne una straordinaria lezione sul rapporto società–religione ma soprattutto, alla fine, forse anche per la simpatia e sintonia che c’era tra noi due, nel dialogo successivo raccontò in pubblico il momento in cui lasciò la sua pratica religiosa, confessando ancora di «rispondere sempre a un intimo bisogno di raccoglimento, sfuggendo alla pressione incessante di doveri e di assilli da cui si rischia di non riuscire a sollevare lo sguardo e la mente».

Vorrei concludere con le sue stesse parole ma anche, se mi permettono la sua famiglia, a partire da sua moglie Clio, vorrei portare un fiore ideale sulla sua tomba. Prima, però, ecco le parole di quel pomeriggio: «Il visibile impoverimento ideale e culturale della politica ha rappresentato il terreno di coltura del suo inquinamento morale… Nel dialogo tra credenti e non credenti, sempre prezioso in vista del bene comune da perseguire nella così travagliata nostra Italia, è dall’esperienza, dalla schiettezza del dialogo e da un esito fruttuoso che possono venire stimoli e sostegni nuovi per una ripresa di slancio ideale e di senso morale».

A questo punto, come dicevo, depongo un fiore sul feretro, un fiore di parole. Egli sapeva che la mia competenza primaria era quella di studioso delle Scritture sacre, in particolare quelle ebraiche. Sapeva anche che questo testo è il grande codice della cultura occidentale. Desidererei, allora, porre sulla sua tomba un verso tratto dal Libro del profeta Daniele, significativo perché l’immagine è desunta dalla cultura pitagorica, quindi dal mondo pagano. I discepoli di Pitagora guardavano nelle notti stellate verso l’alto e immaginavano – perché questa era la loro credenza – che l’anima alla morte diventasse una stella della Via Lattea. Cercavano la presenza della moglie, del marito, del figlio, della persona amata lassù. Ed ecco le parole del profeta Daniele (12, 3) come mio omaggio ideale a Giorgio Napolitano: «I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento, coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre».

giovedì 18 maggio 2023

QUEL CHE GESU' RIESCE A DIRE OGGI

 


- di Gianfranco Ravasi

 Eravamo insieme sui banchi del liceo dell’imponente Seminario arcivescovile milanese immerso nel verde collinare del Varesotto. La sua intelligenza lanciava già i primi lampi delle sue intuizioni, forse sobbollivano anche i fremiti della critica, insieme partecipavamo al ritmo di giornate scandite dalla triade «preghiera – studio – ricreazione». Dopo quegli ormai lontani anni seminaristici, le nostre strade si sono divaricate lungo territori e sotto cieli differenti. Eppure il filo dell’amicizia, spesso implicita, non si è mai allentato né tanto meno spezzato.

 Pochi forse immaginano che sto parlando del filosofo Umberto Galimberti, il cui profilo nella mente di molti è affidato al suo pensiero incisivo e decisivo, espresso nelle pagine di testi significativi e suggestivi ma anche in quelli di giornali o negli schermi televisivi.

 Come dicevo, i nostri sono stati percorsi certamente distanziati, basati anche su discipline diverse e su visioni talora alternative. Tuttavia, come devo confessare di non aver mai ignorato l’intensità e persino il fascino dei suoi scritti che erano per me uno stimolo costante di riflessione e di analisi, così Umberto non ha mai cessato di gettare il suo sguardo sull’orizzonte teologico e spirituale che, in quei giorni ormai remoti della nostra giovinezza, ci avvolgeva e coinvolgeva (e forse talora ci travolgeva).

 È così che si spiega quella che può sembrare ad alcuni una sorpresa, il libro che stiamo presentando, inserito curiosamente in una collana dalla destinazione emblematica, «Feltrinelli Kids» ma con un protagonista inatteso.

 Infatti, Galimberti offre in meno di una ventina di pagine il suo ritratto di Gesù e della relativa eredità cristiana non sempre custodita, anzi, talvolta tradita.

 Certo, sulla ribalta di questo volume accompagnato dalle deliziose illustrazioni di Giorgia Merlin, si impone anche un nostro più giovane comune amico, il biblista Ludwig Monti, dotato di una importante attrezzatura esegetica e di un’indubbia finezza interpretativa. È lui a isolare, cesellare e dispiegare cinquanta (più una) parole di Gesù, rivelatrici del suo messaggio e del suo stile di vita.

 Così, i ragazzi – non solo di educazione cristiana (ai quali il libro sarebbe da donare alla Comunione e alla Cresima), ma anche gli altri che non possono ignorare una figura così capitale nella cultura occidentale – potranno quasi dal vivo incontrare e seguire parole necessarie anche oggi: dall’amore alla paura, dal cielo alla luce, dalle domande alla sapienza, dalla natura allo spirito, dalla pace alla verità, ma anche dal diavolo, dal peccato e dalla morte, al perdono, alla verità e alla risurrezione e così via, in un arcobaleno di spiegazioni quasi colloquiali, illuminate dalle immagini sempre vivaci e dai testi evangelici finali corrispondenti.

 È una vera e propria introduzione alla «Buona novella» dei Vangeli che dovrebbe essere ugualmente «ascoltata» dai genitori e dagli educatori insieme ai loro ragazzi.

 Tra l’altro, lo stesso Monti ha da poco pubblicato per gli adulti un ritratto intenso eppure limpido di Gesù, volto di Dio.

 È una sorta di viaggio «biografico» lungo tutte le tappe della storia di un uomo che sempre travalica il perimetro della sua carne per sconcertare ed emozionare con epifanie trascendenti, al punto tale da far serpeggiare incessantemente l’interrogativo: «Voi, chi dite che io sia?».

 Le pagine del volumetto rivelano certamente agli occhi dello studioso il palinsesto di una solida investigazione storico-critica; eppure esse sono per tutti, anche per il non credente, un’esplorazione trasparente di un grande artefice della nostra storia e di un mistero che ci precede e ci eccede.

 Ma ritorniamo al testo delle parole di Gesù e alla voce di Galimberti: prima del lessico evangelico elaborato da Monti, egli offre quasi il succo di una vasta e personale risposta all’interpellanza di Gesù sopra citata. Essa è affidata, come accade anche nei suoi saggi più ardui e ora a maggior ragione, a una straordinaria chiarità (e non solo chiarezza) di linguaggio e di pensiero.

 Emergono, così, alcuni lineamenti del volto di Cristo e altrettante sottolineature del suo messaggio care a Galimberti: ad esempio, il presente come terreno d’incontro col divino e con la salvezza, contro ogni decollo verso cieli mitici o futuri. Dichiarava Gesù a Nicodemo: «chi fa la verità viene verso la luce», varcando così la frontiera solo contemplativa del vero, tipica della cultura greca. L’amore non tanto verso il prossimo ma facendosi prossimo dell’altro è la conseguenza naturale di quella concezione. E ancora, la lotta contro l’ipocrisia religiosa per il primato della fede con la critica di un cristianesimo «imperiale» e «coloniale». Il rigetto della «mondanizzazione della fede evangelica ridotta ad agenzia etica», insita in una certa tradizione ecclesiale.

E altro ancora, soprattutto nel marcare la dialettica radicale tra religione e fede, tanto da invitare il cristianesimo a «un esodo da sé stesso… dato che la sua parola si è fatta più normativa che profetica…, più pastorale di quel che resta del gregge che evangelica».

Alla fine, rimane la parola di Cristo, simile a seme fecondo e a spada affilata, che non può essere incatenata, come riconosceranno impotenti le guardie che erano state comandate di arrestarlo: «Mai un uomo ha parlato così!» ( Giovanni 7, 46 ).

 Umberto Galimberti, Ludwig Monti, Le parole di Gesù, Feltrinelli, pagg. 158, € 20

 Ludwig Monti, Gesù, volto di Dio, Messaggero, pagg. 172, € 17

IL SOLE 24 ORE

mercoledì 14 dicembre 2022

ESSERE AMATI o SAPERE AMARE ?

-“Non essere amato 

è una sfortuna; 

non saper amare

 è una tragedia”-


-  di Gianfranco Ravasi


Non è la prima volta che attingiamo a questo autore aspro ma profondo, ateo ma teso verso una sua spiritualità (ha scritto cose sorprendenti anche sulla santità). Albert Camus, scrittore francese nato in Algeria nel 1913 e morto in incidente stradale nel 1960, è spesso inquietante, ma sa essere non di rado emozionante come nella frase che oggi proponiamo.

Chi non immagina quanto sia acre una giornata in cui non c'è nessuno che ti ricordi, ti dica una parola, pensi alla tua solitudine? E ci sono persone che per anni proseguono così, in questa «sfortuna», che dura fino in punto di morte, tant'è vero che ci sono alcuni dimenticati persino in quell'istante estremo. Ma Camus alla «sfortuna» del non essere amati oppone una «tragedia», quella del non saper amare.

In questo caso, infatti, sei tu stesso che blindi la tua anima perché non accolga nessuno, blocchi il cuore perché non abbia un fremito, paralizzi la mano perché non faccia una carezza. Un altro grande autore, il tedesco Thomas Mann, scriveva: «La felicità non sta nell'essere amati: può creare solo soddisfazione e vanità. La felicità è nell'amare». E Camus continuava così la sua riflessione: «Quando si è avuto una volta la fortuna di amare intensamente, si spende la vita a cercare di nuovo quell'ardore e quella luce». Ecco, allora, una verifica da fare: se ci si è ridotti a un ghiacciolo, senza più un palpito, senza il desiderio di un incontro, senza la volontà di un dono, si deve essere preoccupati più che per una malattia. Sarà, infatti, sempre meglio aver amato e perduto o sbagliato che non aver mai amato.

 Da “Breviario laico”

martedì 22 novembre 2022

LA PIANTA GRASSA


Non esiste una pianta grassa 

irta di spine 

che non lasci spazio 

anche per un piccolo bocciolo di fiore 

(Aforisma africano).

 

- di Giancarlo Ravasi

 

È uno dei pocket in inglese che si trovano nelle edicole degli aeroporti stranieri e contiene una raccolta di detti proverbiali dei vari continenti. Non so come, ma è riaffiorato tra i miei libri e mi ha offerto, con questo aforisma africano, uno spunto suggestivo di riflessione. In molte case si custodiscono piante grasse che sopravvivono lungamente senz’acqua e che sono avvolte in una cortina di spine più o meno acuminate. Eppure, quasi miracolosamente talvolta riescono a far emergere fiorellini dai colori ora accesi ora tenui, oltre naturalmente a offrire quel verde costante che le contraddistingue. La parabola è semplice e fa il paio col nostro, molto meno poetico, proverbio secondo il quale «ogni ladrone ha la sua devozione».

Un racconto apocrifo molto noto narra che Gesù di fronte alla carogna di un cane morto, mentre i suoi discepoli ne segnalavano il disgusto, esclamasse: «Guardate i suoi denti: sono candidi come chicchi di grandine!». In ogni creatura, anche dietro le apparenze più infami e le storie più vergognose, alberga un’oasi, sia pure striminzita, di bontà e umanità. Il vero cristiano dovrebbe puntare a quel varco per allargarlo, prima di ergersi a giudice inesorabile, del resto, segnato dal male. È un po’ il motto di Cristo, «cercare ciò che è perduto», o per ricorrere a un’immagine di Isaia ripresa anche da Gesù, riutilizzare la canna incrinata e non spegnere il lucignolo fumigante. Non è «buonismo- a tutti i costi, ignorando il male, ma è scommettere sulla forza dirompente del bene. Finisco con un altro proverbio tratto da quel libretto. E tibetano: «Nessuno è nato sotto una cattiva stella. Ci sono piuttosto persone che non sanno comprendere il cielo».

 

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori





mercoledì 20 luglio 2022

SAPERSI INDIGNARE

 OGGI MANCA LA CAPACITÀ 

DI INDIGNAZIONE

 

Spesso si dice che l’opinione pubblica è indignata. 

E magari è anche vero: al mattino. 

Alla sera siamo tutti a guardare la partita!

                                    (Indro Montanelli)                              


 È morto nel 2001, ma ne conservo ancora un ricordo molto intenso, soprattutto per gli incontri avuti con lui nell’ultima fase della sua vita, incontri segnati dal dialogo e dalla simpatia. Parlo di Indro Montanelli che ho qui evocato attraverso questa sua citazione che delinea, con lo stile incisivo da tutti riconosciuto, uno dei suoi tratti tipici. Bisogna sempre ripetere che, se l’ira rabbiosa è uno dei vizi capitali, lo sdegno etico è una virtù, attestata dai profeti e dallo stesso Gesù (si provi a leggere il capitolo 23 di Matteo).

 Ciò che, invece, si registra di fronte alle palesi ingiustizie della società, alle menzogne pubbliche e alle ipocrisie è, sì, il fuoco di paglia di una protesta solitamente sguaiata. Ma subito dopo si passa o allacquiescenza o persino all’effettiva connivenza. 

Il principio dei panem et circenses non valeva solo per gli antichi romani: ancor oggi basta che uno prometta unelargizione o cancellazione di tasse e riesca a narcotizzare la massa con qualche sport popolare, che si ha facilmente la caduta di ogni indignazione morale. 

Il vantaggio personale, a scapito di quello generale, il corporativismo, la superficialità nei giudizi riescono agevolmente a far dimenticare il bene comune, il senso dello Stato, gli obblighi civici. È per questo che lo sdegno autentico, come fremito della coscienza, è una virtù.

 Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

 

lunedì 1 marzo 2021

IL GRANDE LIBRO DEL CREATO


 Come Agostino, 

venerate la terra 

senza idolatrarla

 

-         GIANFRANCO RAVASI

      

C’è una sorta di mantra che viene recitato anche da coloro che non ne hanno un concetto preciso: è il vocabolo 'resilienza', dal latino resilire, 'rimbalzare', adatto a definire quella proprietà di alcuni materiali, come i metalli, di assorbire un urto senza rompersi, riprendendo la forma originaria. Traslato in ambito psicologico, sarebbe quel processo cognitivo, emotivo e comportamentale che rielabora il dolore, la perdita, il lutto, il trauma superandoli, ricostruendo il proprio impianto personale e sviluppando energie interiori prima ignote. È, quindi, possibile sperare, attraverso la stessa capacità umana di resilienza, nella ripresa della vita personale e comunitaria in pienezza? A questa fiducia di natura psico-fisica si deve, però, associare anche la missione che la fede espleta attraverso la virtù teologale della speranza e la consapevolezza del primato della grazia divina. Si suol dire che nella Bibbia per 365 volte risuona questo saluto divino: «Non aver paura». È quasi il 'buongiorno' che Dio ripete a ogni alba. Lo ripete idealmente anche in questo periodo così arduo. E per chi ha perso la fede si potrebbe proporre, invece, la confessione dello scrittore García Márquez: «Sfortunatamente, Dio non ha uno spazio nella mia vita. Nutro la speranza, se esiste, d’avere io uno spazio nella sua». 

Nell’enciclica Fratelli tutti papa Francesco ricorda che «quando parliamo di avere cura della casa comune, ci appelliamo a quel minimo di coscienza universale e di preoccupazione per la cura reciproca che ancora può rimanere nelle persone... Il mondo esiste per tutti, perché tutti noi esseri umani nasciamo su questa terra con la stessa dignità» (nn. 117-118). Il creato è, quindi, un nostro interlocutore comune anche perché è a tutti destinato. Il papa, citando i grandi Padri della Chiesa come Basilio, Ambrogio, Agostino, Pietro Crisologo, ribadisce il valore primario e fondamentale della destinazione universale dei beni creati (n. 119). In questa luce la terra coi suoi doni e frutti non è riducibile a un mero strumento né solo a uno scenario, perché è il principio vitale dell’esistenza delle creature viventi. Anzi, per l’uomo e la donna di tutti i tempi è possibile ritrascrivere liberamente, oltre che per il prossimo, il famoso precetto biblico anche così: «Ama la terra come te stesso». 

Sant’Agostino invitava a «venerare la terra», certo senza idolatrarla ma riconoscendone una parentela con noi, pur nella sua propria identità. In questa prospettiva, come abbiamo sperimentato durante questo tempo travagliato pandemico, dobbiamo riconoscere che essa ha i suoi segreti, i suoi enigmi, i suoi misteri. Il nostro atteggiamento nei suoi confronti potrebbe esprimersi anche in un ulteriore senso che potremmo affidare a un motto ottimistico: «Belle sono le cose che si vedono, più belle quelle che si conoscono, bellissime quelle che si ignorano». A formulare questa trilogia suggestiva che riguarda la nostra conoscenza è stato un grande scienziato danese il cui nome latinizzato è Nicola Stenone (Niels Steensen), vissuto tra il 1638 e il 1686, e per alcuni anni anche in Toscana. In lui l’altissimo livello della ricerca scientifica s’intrecciava con l’anelito religioso. Da un lato, infatti, fondamentali sono stati i suoi studi di anatomia (ad esempio il 'dotto di Stenone' nella parotide) e di geologia (la 'legge di Stenone' per i cristalli, oppure le sue analisi stratigrafiche). D’altro lato, si deve ricordare che fu anche un appassionato credente e vescovo di Hannover, proclamato beato da Giovanni Paolo II nel 1988. I tre livelli che egli propone sono un ideale itinerario della mente e dell’anima.

Certamente importante è la contemplazione della realtà, capace di generare stupore. Affascinante è il percorso che ci conduce oltre la superficie nella profondità, nei segreti della natura, del corpo e dello spirito. Ma, con umiltà, ogni grande scienziato e ogni autentico credente sente vibrare l’attrazione suprema che esercita l’ignoto. Non solo nell’infinitamente grande, ma anche nel microscopico, ogni scoperta rivela altri orizzonti ulteriori e sconosciuti da perlustrare. Nella scienza come nella fede, il mistero non è oscurità irrazionale, ma luce non ancora attinta eppur sempre vivace, e mai spenta. E sarà questa anche la lezione che la Bibbia ci offrirà nel percorso che stiamo intraprendendo.

 www.avvenire.it

G. Ravasi, Il grande libro del creato, ed. san Paolo, 2021, pagg. 464, € 22