Visualizzazione post con etichetta Pentecoste. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pentecoste. Mostra tutti i post

domenica 24 maggio 2026

UNA FESTA DIFFICILE

 

LA PENTECOSTE


 FESTA


 DIFFICILE




-di don Tonino Bello*



Carissimi fratelli,

è veramente cosa buona e giusta che il vostro Vescovo a Pentecoste vi dica qualcosa sul dono dello Spirito Santo, sulla novità che egli è capace di introdurre nella nostra vecchiaia, sugli orientamenti che egli è solito provocare nella vita degli uomini.
Se avessi spazio e tempo, vi parlerei dello Spirito Santo come ospite dell’uomo. E mi attarderei sulla riscoperta che nella Chiesa si va facendo di lui. E vi annuncerei le meraviglie che egli opera in tante anime, nelle quali dorme, o freme, o urla, o riposa gemendo.

Oggi, però, voglio parlarvi della Pentecoste come «festa difficile».

Sì, la Pentecoste è una festa difficile. Ma non perché lo Spirito Santo, anche per molti battezzati e cresimati, è un illustre sconosciuto. È difficile, perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così.

Il complesso dell’ostrica

Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno.

Di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.

C’è poi il complesso dell’una tantum

È difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione permanente. Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini dei nostri comodi. E diventiamo borghesi.
Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di una itineranza faticosa e imprevedibile ci rattrista.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli. Ci obbliga a pagare, senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate di un impegno duro, scomodo, ma rinnovatore.

E c’è, infine, il complesso della serialità

Benché si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini fatti in serie. I gesti promossi in serie. Viviamo la tragedia dello standard, l’esasperazione dello schema, l’asfissia dell’etichetta. C’è un livellamento che fa paura. L’originalità insospettisce. L’estro provoca scetticismo. I colpi di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza. Chi non si omogeneizza col sistema non merita credibilità. Di qui, la crisi della protesta nei giovani, e l’estinguersi della ribellione.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama all’accettazione del pluralismo, al rispetto della molteplicità, al rifiuto degli integralismi, alla gioia di intravedere che lui unifica e compone le ricchezze della diversità.

Cari fratelli, la Pentecoste di questo anno vi metta nel cuore una grande nostalgia del futuro.

Vostro + Don Tonino, Vescovo



sabato 23 maggio 2026

RICEVETE LO SPIRITO SANTO

 


Solennità di Pentecoste


-di Pierbattista Pizzaballa, Patriarca L. di Gerusalemme

Il brano di Vangelo che ascoltiamo in questa solennità di Pentecoste (Gv 20,19-23) ci riporta alla sera del giorno di Pasqua, e questo è il primo dato fondamentale su cui è necessario soffermarsi.

Per “capire” la Pentecoste, infatti, bisogna tornare alla Pasqua, perché lo Spirito è la vita stessa del Risorto che viene comunicata ai discepoli.

L’evangelista Giovanni vuole che sia chiaro: lo Spirito non è un’aggiunta successiva alla risurrezione.

 Lo Spirito è la forma stessa della vita risorta. Il Signore non può non donarlo: è la sua vita, e la vita tende sempre a comunicarsi. Per questo Giovanni colloca il dono dello Spirito nello stesso giorno della risurrezione: per dire che Pasqua è già Pentecoste in germe.

Ma per dire anche che la Pasqua, in qualche modo, non sarebbe “completa” senza la Pentecoste.

Il disegno del Padre, infatti, è che l’umanità viva della vita del Figlio: ebbene, la Pasqua rende possibile questa vita, mentre la Pentecoste la rende effettiva, operante, comunicabile.

La vita risorta non è solo del Risorto, ma non vuole neppure restare chiusa e riservata per pochi: diventa Chiesa, corpo, diventa linguaggio per tutti.

E questo accade attraverso un incontro, che avviene nel Cenacolo, la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana (“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».” - Gv 20,19).

Da una parte troviamo il Risorto, ricolmato dal Padre di una vita che trabocca, che è pienezza eterna.

Dall’altra parte ci sono i discepoli: fragili, chiusi, impauriti, incapaci di futuro, segnati dal fallimento e dalla fuga. Sono vivi, ma di una vita piccola, contratta, quasi spenta.

Eppure, è dentro questa sproporzione che l’incontro accade. Il Risorto non chiede ai discepoli di essere diversi da ciò che sono: entra nelle loro ferite, non nelle loro forze; sta in mezzo alla loro paura, non alla loro fede; mostra le sue piaghe, non la sua gloria. In questo incontro, la Vita non giudica la fragilità, ma la raggiunge e la trasforma dall’interno. Il dono dello Spirito, dunque, nasce qui: la vita del Figlio che si piega sulla vita dei suoi segnata dal peccato, per rialzarla.

A queste persone fragili, il Signore non dà semplicemente un aiuto, un consiglio, un incoraggiamento.

Non si limita ad accoglierli così come sono. A queste persone fragili, il Risorto dà la sua stessa vita.

Quella vita piena, abbondante, eterna, quella vita che ha ricevuto dal Padre in dono, il Risorto la comunica ai suoi, con un gesto e una parola che segnano un passaggio, un ponte che permette a questa vita di raggiungere la Chiesa: “Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 22).

Non è un gesto allegorico: è il passaggio reale della vita divina nella vita umana. Una vita con tre caratteristiche.

Innanzitutto, è una vita riconciliata

Il primo effetto dello Spirito è il perdono: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,23). La vita del Risorto guarisce ciò che è morto, cura ciò che è malato.

Il peccato, nel linguaggio biblico, non è una macchia morale: è una zona di morte, un luogo dove la relazione si è spezzata, dove il cuore si è chiuso e la vita non circola più.
Quando il Risorto dona lo Spirito, la prima cosa che accade è che la vita entra nelle zone morte. Il perdono è questo: la vita che rientra dove non c’era più vita e tutto ha la possibilità di rifiorire, di ricominciare.

La vita del Risorto, poi, è una vita inviata: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21).

Lo Spirito non chiude, non ripiega, non isola. Lo Spirito apre, dilata e invia.
Per questo la vita nuova non può essere custodita come un tesoro privato: è una vita che tende naturalmente a raggiungere altri, come il Figlio ha raggiunto noi.
La missione non è un dovere aggiunto alla vita cristiana: è la vita stessa dello Spirito che si muove in noi, è partecipazione al movimento di Dio verso il mondo, alla sua passione per l’umanità.

Infine, la vita nuova è una vita abitata

Il Risorto non resta fuori: entra, sta in mezzo, respira sui discepoli (“stette in mezzo” … “soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo” - Gv 20,19.22). Non è dunque solo una vita migliore, ma è una vita in cui Dio prende casa. Lo Spirito non è un aiuto dall’esterno, non è una forza che viene ogni tanto, o spesso per i più fortunati. È una presenza stabile, come qualcuno che si trasferisce dentro la nostra umanità.

Questi tre elementi della vita nuova sono anche criteri di discernimento con cui leggere ciò che accade dentro e attorno a noi e riconoscere allo stesso tempo come e dove lo Spirito opera: dove qualcosa si riconcilia, lì passa la vita nuova; ciò che ci apre, ci decentra, ci fa uscire da noi stessi, viene dallo Spirito; dove cresce una presenza interiore che pacifica, illumina, orienta, lì lo Spirito abita.

Patriarcato L. di Gerusalemme

 

domenica 8 giugno 2025

PELLEGRINI, NON PREDATORI

 Il Papa: la pace tornerà se non ci muoveremo più come predatori, ma come pellegrini



 Presiedendo in piazza San Pietro la veglia di Pentecoste, nell'ambito del Giubileo dei movimenti, delle associazioni e delle nuove comunità, Leone XIV ricorda l’unità dei primi discepoli illuminati dallo Spirito: “non introversi e litigiosi, ma estroversi e luminosi”. La divisione, “sotto i nostri occhi, ogni giorno”, si sconfigge “armonizzando i nostri passi” a quelli altrui: una via per la quale non occorrono "sostenitori potenti, compromessi mondani" o "strategie emozionali”

 

-        di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

“Il profumo di una persona cara”, che rende una presenza familiare. La sincronia dei "nostri passi" con quelli "altrui”. Il vivere insieme, sfidando ogni giorno le divisioni “sotto i nostri occhi”. Nell’omelia della veglia di Pentecoste, presieduta questa sera – 7 giugno – in piazza San Pietro, Papa Leone XIV esorta ancora una volta all'unità, a una “armoniosa sintonia” nel cammino della Chiesa, tesa "fra il già e il non ancora”.

Volgersi al Regno

“Lo Spirito del Signore è sopra di me”, l’invocazione del brano liturgico tratto dal Vangelo di Luca viene rilanciata dal Papa ad una piazza San Pietro che, contando anche le aree limitrofe, conta circa 70.000 presenti. Lo fa affinché lo Spirito stesso “visiti le nostre menti, moltiplichi i linguaggi, accenda i sensi, infonda l’amore, rafforzi i corpi, doni la pace".

È questa la conversione secondo il Vangelo: volgerci al Regno ormai vicino.

 Le "cose nuove" di Dio

“Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista” – prosegue il passo liturgico. È testimonianza viva, secondo Leone XIV, di una realtà in continuo cambiamento, “perché Dio regna, perché Dio è vicino”. La vigilia di Pentecoste diventa così profondo coinvolgimento nella prossimità divina, grazie allo Spirito “che unisce le nostre storie a quella di Gesù”.

Siamo coinvolti, cioè, nelle cose nuove che Dio fa, perché la sua volontà di vita si realizzi e prevalga sulle volontà di morte.

Il profumo di una persona cara

“Mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l'anno di grazia del Signore”, cita il Papa. Parole in cui riconosce “il profumo del Crisma”, con cui ciascun battezzato e cresimato è stato segnato, unito “alla missione trasformatrice di Gesù”.

Come l’amore ci rende familiare il profumo di una persona cara, così riconosciamo stasera l’uno nell’altro il profumo di Cristo. È un mistero che ci stupisce e ci fa pensare.

Estroversi e luminosi

Leone XIV rievoca l’episodio della Pentecoste: “Maria, gli Apostoli, le discepole e i discepoli che erano con loro”, investiti da uno “Spirito di unità”, capace di raccogliere “per sempre nell’unico Signore” le unicità di ciascuno.

Non molte missioni, ma un’unica missione. Non introversi e litigiosi, ma estroversi e luminosi.

Duemila anni dopo, piazza San Pietro si presenta “come un abbraccio aperto e accogliente”, eloquente simbolo della comunione ecclesiastica, sperimentata concretamente dai diversi movimenti, associazioni e nuove comunità presenti a Roma in occasione degli eventi giubilari a loro dedicati.

 Prima della Veglia di Pentecoste con Papa Leone XIV per il Giubileo dei Movimenti, delle Associazioni e delle Nuove Comunità, quattro testimonianze da luoghi di guerra, Terra ...

"Dio non è solitudine"

Un’altra memoria, ben più recente, riporta il Papa alla sera della sua elezione: “guardando con commozione il popolo di Dio qui raccolto, ho ricordato la parola 'sinodalità'”. In essa risuona “il syn”, il “con”, che esprime “il segreto della vita di Dio”.

Dio non è solitudine. Dio è 'con' in sé stesso – Padre, Figlio e Spirito Santo – ed è Dio con noi.

La sinodalità è anche una strada – odós – da percorrere. Perché “dove c’è lo Spirito c’è movimento, c’è cammino. Siamo un popolo in cammino".

Questa coscienza non ci allontana ma ci immerge nell’umanità, come il lievito nella pasta, che la fa tutta fermentare. L’anno di grazia del Signore, di cui è espressione il Giubileo, ha in sé questo fermento.

Armonizzare i passi con quelli degli altri

Nel contesto di un mondo “lacerato e senza pace”, la Pentecoste e il suo appello a “camminare insieme” assumono forza profetica. Leone XIV la intravede in una “terra” che “riposerà”; in una “giustizia” che “si affermerà”; nella gioia dei poveri.

La pace tornerà se non ci muoveremo più come predatori, ma come pellegrini. Non più ognuno per sé, ma armonizzando i nostri passi ai passi altrui. Non consumando il mondo con voracità, ma coltivandolo e custodendolo, come ci insegna l’Enciclica Laudato si’.

La "storia" si forma nel riunirsi

“Dio ha creato il mondo perché noi fossimo insieme”, afferma il Pontefice. E questa “consapevolezza”, in ambito ecclesiale, prende proprio il nome di “sinodalità”. Una via che pone domande, invita ciascuno a “riconoscere il proprio debito”, così come “il proprio tesoro”, sentendosi frammento “di un intero”, al di fuori del quale “tutto appassisce, anche il più originale dei carismi”.

Vedete: tutta la creazione esiste solo nella modalità dell’essere insieme, talvolta pericoloso, ma pur sempre un essere insieme. E ciò che noi chiamiamo 'storia' prende forma solo nella modalità del riunirsi, del vivere insieme, spesso pieno di dissidi, ma pur sempre un vivere insieme. Il contrario è mortale, ma purtroppo è sotto i nostri occhi, ogni giorno.

Attualizzare la Parola

Le aggregazioni e comunità presenti in piazza rappresentano, nella visione del Papa, “palestre di fraternità e di partecipazione”, cellule “di incontro” e di “spiritualità”. Stare insieme, dunque, per scoprire come “il mondo” e “i cuori” cambiano attraverso “lo Spirito di Gesù”. Per esercitarsi a quella “dimensione contemplativa” che “sconfessa l’autoaffermazione, la mormorazione, lo spirito di contesa, il dominio delle coscienze e delle risorse”.

Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. L’autentica spiritualità impegna perciò allo sviluppo umano integrale, attualizzando fra noi la parola di Gesù. Dove questo avviene, c’è gioia. Gioia e speranza.

Tesi fra il "già" e il "non ancora"

Portare questo messaggio è evangelizzare: non una “conquista umana del mondo”, ma piuttosto, dice Leone XIV, “l’infinita grazia che si diffonde da vite cambiate dal Regno di Dio”.

È la via delle Beatitudini, una strada che percorriamo insieme, tesi fra il 'già' e il 'non ancora', affamati e assetati di giustizia, poveri di spirito, misericordiosi, miti, puri di cuore, operatori di pace.

Una strada già tracciata, che non contempla “sostenitori potenti, compromessi mondani, strategie emozionali”.

L’evangelizzazione è opera di Dio e, se talvolta passa attraverso le nostre persone, è per i legami che rende possibili.

In sinergia, per affrontare le sfide dell'umanità

Il pensiero finale dell'omelia del Pontefice è nuovamente rivolto alle Chiese particolari, alle comunità parrocchiali. Invita ciascuno a legarsi “profondamente” ad esse, per alimentare e spendere i propri “carismi”.

Attorno ai vostri vescovi e in sinergia con tutte le altre membra del Corpo di Cristo agiremo, allora, in armoniosa sintonia. Le sfide che l’umanità ha di fronte saranno meno spaventose, il futuro sarà meno buio, il discernimento meno difficile. Se insieme obbediremo allo Spirito Santo! Maria, Regina degli Apostoli e Madre della Chiesa, interceda per noi.

Il giro in Papamobile

Prima della celebrazione, l’arrivo del Papa in piazza San Pietro, passando dall'arco delle Campane a bordo della Papamobile, è accolto dal giubilo e dal colpo d’occhio dei vessilli delle diverse comunità accorse a Roma, che sventolano nell’aria tiepida del crepuscolo romano. Dopo l’inno del Giubileo, a scandire il percorso del Pontefice attorno all’emiciclo berniniano è la musica dei Gen Rosso, il gruppo nato da un dono di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari: una chitarra e una batteria, entrambe di colore rosso. Il giro in Papamobile si prolunga per circa mezz’ora, durante la quale Leone XIV dispensa benedizioni alla folla, in particolare ai bambini.

La realtà ecclesiale dei movimenti

Il Papa si avvia quindi verso l’altare, accolto dall’arcivescovo Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione e responsabile dell’organizzazione del Giubileo. “Davanti a lei è presente la grande e multiforme realtà ecclesiale dei movimenti”, afferma Fisichella, sottolineando come la loro partecipazione rappresenti un “segno evidente della grande opera di evangelizzazione”, portata avanti con “convinzione e credibilità”. L’arcivescovo conclude evidenziando come il momento di preghiera voglia essere anche un’invocazione di sostegno al Pontefice, affinché possa essere ricolmato di “gioia” e, nei momenti di difficoltà, di forza.

Sette fiamme per sette lampade

“Il datore di ogni bene, che nell’unico battesimo e nella varietà dei carismi e ministeri manifesta il corpo della Chiesa, accompagni i movimenti e le associazioni che rappresentate e che arricchiscono la missione evangelizzatrice della Sposa di Cristo”, proclama Leone XIV, introducendo la Veglia e il canto Veni, Creátor Spíritus. Sulle sue note, alcuni rappresentanti delle associazioni e dei movimenti presenti si accostano al cero pasquale posto accanto all’ambone, da dove attingono la luce per accendere sette lampade, le cui fiamme sono mosse e protette con le mani a coppa per via del forte vento. Segue la proclamazione del Vangelo, l'omelia, il rinnovo delle promesse battesimali e l’invocazione allo Spirito Santo. La Veglia si conclude con la Benedizione Apostolica. La schola e l’assemblea intonano poi il Regina Caeli.

 

LEGGI L'OMELIA INTEGRALE DI PAPA LEONE XIV

  Vatican News

Immagine



sabato 7 giugno 2025

VIENI SANTO SPIRITO


 NOI, MADRI DI VANGELO

Vangelo:  Gv 14,15-16.23b-26

Commento di p. Ermes Ronchi

Con lo Spirito Santo le parole non ce la fanno.

Lo Spirito è Dio in libertà e non sopporta recinti, nemmeno di parole sacre. Lui forza tutte le porte.

La prima porta che abbatte è quella sbarrata di una casa dove manca l’aria. Luca ci racconta di apostoli che ne escono come ubriachi, fuori di sé, storditi da una improvvisa predazione di Dio.

E’ la prima chiesa, stremata e impaurita; un gruppo deluso che, barricato in casa, si stava sfaldando e che improvvisamente viene rovesciato come un guanto, e affronta la città che uccide i profeti: “Quel Gesù che voi avete ucciso è vivo!”.

Parevano “ebbri”, come esagerati, fuori misura, i folli di Dio; perché il cristianesimo non si diffonde per dottrine o divieti, ma, come allora, per la consegna amorosa e contagiosa della passione per Dio e per l’uomo.

La seconda porta è aperta dal salmo tra le letture, con il suo registro maestoso, una melodia che naviga e aleggia sul mondo: del tuo Spirito, Signore, è piena la terra (Sal 103). Tutta la terra, nessuna creatura esclusa, ne è piena; non solo sfiorata dal vento di Dio, ma riempita. Anche se non è evidente, anche se rimane gonfia di sangue, di follia, di guerre ovunque.

La terza porta dello Spirito si apre su altre cento: Paolo racconta di una fiamma di fuoco che si divide e che, come una musica riempie e sposa vite diverse, benedice la genialità e l’unicità di ognuno, domanda discepoli creativi che non ripetono parole d’altri: liberi, leggeri e limpidi.

P. Vannucci: “nella grande Cattedrale che Dio va costruendo con le nostre persone, ognuno di noi è una pietra insostituibile”.

Che opera compie lo Spirito? L’opera che ha realizzato con Marco, Matteo, Luca e Giovanni: genera evangelisti. Ognuno di noi lo è, col suo vangelo da proclamare. E nessuno ci può sostituire proprio là, dove Dio ci ha posto.

La quarta porta è spalancata dal vangelo: lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera. È l’umiltà di Gesù, che non pretende di aver detto tutto, ma ci parla con verbi tutti rivolti al futuro: lo Spirito verrà, annuncerà, guiderà, parlerà. Ricorderà cose antiche e scoprirà cose nuove. Lui, sommo inventore.

E pregarlo è affacciarsi al balcone del futuro, dove la verità, sempre incompiuta, cresce e matura.

Lo Spirito compie in noi l’opera stessa realizzata in santa Maria: incarna in me la Parola, la fa crescere, ci rende tutti e tutte madri di Dio.

Allora niente cattolici depressi! Perché non mancherà mai il vento al mio piccolo veliero. Niente ansia per la rotta, perché su di noi soffia un Vento libero e liberante. E ci fa tutti vento nel suo Vento. Perché il Vangelo non è finito, è infinito, e cresce con chi lo legge (Gregorio Magno). Cresce con te. Tu ne sei madre.

Cercoiltuovolto

Immagine

 

sabato 18 maggio 2024

LO SPIRITO DI VERITA'


Pentecoste


 19 maggio 2024

Lectio Divina di Gv 

15, 26-27; 16, 12-15 


 [26] «Quando verrà il Paraclito che io manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza [27] e anche voi renderete testimonianza, perché siete con me sin dal principio.  [16, 12] Molte cose ancora ho da dirvi, ma non potete farvene carico adesso. [13] Quando, però, verrà lui, lo Spirito di verità, egli vi guiderà nella verità tutta intera; non parlerà, infatti, da sé stesso, ma comunicherà quanto ascolterà e vi annuncerà le cose a venire. [14] Egli mi glorificherà perché prenderà dal mio e lo annuncerà a voi. [15] Tutto ciò che il Padre possiede è mio. Per questo vi ho detto che prenderà dal mio e ve lo annuncerà». Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza, in te ho sempre sperato (Salmo 25, 5)

Contestualizzazione  

-         di Maria de Fatima Medeiros Barbosa Comunità Kairòs

Questo testo fa parte del dialogo tra Gesù e i discepoli prima della sua passione1. Tutto si svolge in un ambiente privato dove Gesù cena e parla con i suoi la sera prima del suo arresto. Più Gesù parla, più loro capiscono che il tempo in cui lui non ci sarà più è vicino! Il dono escatologico dello Spirito rinnovatore, quello associato già nelle Scritture al compimento pieno dell’alleanza di Dio con il suo popolo, è necessariamente connesso alla morte di Gesù intesa come ritorno al Padre dopo il compimento della sua missione2. Il vangelo inizia situando il lettore in un tempo - «quando verrà il Paraclito» -, un tempo di grazia, un futuro di consolazione. Giovanni ci proietta così in un momento di (re)incontro, di accoglienza della presenza divina nel mondo e di ricezione del mistero con intelligenza e volontà. In questo «tempo che verrà» c’è nascosto un interrogativo: quando si adempiranno le promesse messianiche attese dal popolo eletto e annunciate da Gesù di Nazareth? Come sarà la relazione con Gesù dopo il capovolgimento pasquale? Quando vedremo l’irruzione di Dio nella nostra vita e nel mondo? L’evangelista rinnova così l’attesa di quel giorno in cui «voi conoscerete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi»3. Come diceva Benedetto XVI, «la Pentecoste è questo: Gesù, e mediante Lui Dio stesso, viene a noi e ci attira dentro di sé»4. Lo Spirito d’unità opera quest’attrazione: «Dio ci seduce con il suo Amore e così ci coinvolge, per muovere la storia e avviare processi attraverso i quali filtra la vita nuova»5. Già dal primo versetto si sente la sinfonia che unisce e compone armonicamente le diversità delle tre persone divine; si può anche evocare quel futuro di speranza in cui saremmo consolati, tempo di comunione e di riconciliazione; si è altresì spinti ad aprirsi alla forza (dynamis) dello Spirito che infiamma la parola umana e la rende Vangelo6.

 Sentieri d’interpretazione

Lo Spirito di Dio verrà perché Gesù lo manda, e Gesù lo manda dal Padre (v. 26)7. Lo Spirito è venuto allora dopo Gesù come suo successore8; è inviato da lui così come lo sono i suoi discepoli9. Gesù non si dimentica dei suoi amici10, gli invia un Paraclito per confortare i loro cuori stravolti11. Lo Spirito Santo oltre ad essere un consolatore - un avvocato difensore -, è anche Spirito rivelatore della verità. Insegnandoci a discernere la presenza divina in noi e nel mondo, lo Spirito di verità illumina i gesti e le parole di Gesù, aiutandoci a trovare lì la verità di Dio per l’uomo. Basilio di Cesarea afferma che lo Spirito della conoscenza è presente nella preghiera a donare in sé stesso la forza di intuire il mistero12. Infatti, senza lo Spirito non si può né credere in Cristo, né confessarlo, né essere veri adoratori13, né invocare il Padre14. Già si intravede qui la dinamica della vita trinitaria di Dio.  L’evangelista conduce i discepoli nel fluire della vita divina: «anche voi renderete testimonianza, perché siete con me sin dal principio» (v. 27)15. Rimanendo uniti nello Spirito della sua verità - proprio quello che lo identifica come Figlio rispetto al Padre – i discepoli potranno testimoniare la rivelazione dell’amore di Dio nella carne di Gesù, il «Figlio dell’uomo»16; potranno testimoniare per di più la presenza attiva dell’amore divino nella propria carne, in ogni carne, cioè, in ogni realtà che attende consolazione, perdono e riscatto. In altre parole, la missione di «portare il lieto annunzio ai miseri»17, che spetterà ai discepoli, trova garanzia nel dono dello Spirito, fonte della testimonianza. Lui illumina la forma del rivelarsi di Dio in Gesù, ovvero la forma del Servo di Jhwh giusto e giustificante le moltitudini. San Basilio suggerisce infatti che «come nel Figlio si vede il Padre, così il Figlio si vede nello Spirito»18. Come un raggio di luce che mostrerà in sé stesso. 2 l’immagine dell’Invisibile19, lo Spirito è una guida interiore che muove l’intelligenza alla comprensione del mistero di Dio e la volontà ad aderire a lui nella sapienza della vita.

In questa pagina evangelica la funzione testimoniale dello Spirito e dei discepoli vengono messe in parallelo: «l’uno e gli altri, insieme, continueranno nel mondo la testimonianza cristologica, pubblica e visibile in parole e opere»20. Giovanni incoraggia la sua comunità a coltivare il legame con Gesù, a rimanere legati a lui - come «il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite»21. Seguire le sue orme è la condizione di possibilità, non solo perché i discepoli possano testimoniare l’«io sono» divino di Gesù22, ma altresì – grazia alla permanenza dello Spirito di Cristo in loro - emergersi nella stessa intima essenziale relazione che unisce le tre persone divine23. Attraverso questa via24 - che è la sequela di Gesù - i discepoli possono conoscere l’essere di Dio Consolatore; possono partecipare della via del Servo del Signore; possono fare «esperienza»25 dell’essere Uno e Trino divino. Esiste un tempo opportuno per far fruttificare la parola di Dio nel cuore dell’uomo. Esiste un processo graduale di assunzione del «peso» della parola, cioè un percorso di maturazione perché la Parola possa farsi carne in noi. Giovanni capisce che la parola detta da Gesù ha una misura, un tempo e una densità che limita la capacità di ascolto dei discepoli (c. 16, v. 12); come se volesse sottolineare che il mistero di Dio è più grandi di noi! Effettivamente non si può avere la pretesa di comprendere, accettare e portare l’intero carico della parola viva di Dio. Proprio per non far perdere l’efficacia di questa parola, cioè affinché la parola dei discepoli possa veramente rendere testimonianza dell’essere amore di Dio, è come se Gesù preferisse rivelarla a poco a poco, considerando se e quando i suoi saranno in grado di accoglierla con responsabilità.

La benevolenza di Dio in Gesù tiene così in considerazione le capacità dei discepoli e non gli offre più di quanto possano assimilare. Gesù conosce bene la potenza e le esigenze della parola del Padre e capisce che da soli si può arrivare fino a un certo punto. È lo Spirito di verità che dona alla parola di Gesù la potenza necessaria per togliere il velo ai nostri occhi26.. 3 intelligibile»27 li conduce nella via della «saggezza di Dio»28, integralmente assunta e compiuta con la Pasqua (v. 13). Le testimonianze a servizio dell’evangelizzazione non sono tanto merito degli amici di Gesù, ma sarà sempre l’amore del Padre e la potenza (dynamis) dello Spirito, che li abilita ad intuire la pienezza della verità - «la verità tutta intera» - e ad accoglierla come una realtà compiuta29. Lo Spirito che conduce alla verità completa non parla da sé ma comunica - come i discepoli di Gesù lo faranno – quello che ascolta (v. 13). Annunciando la riserva di futuro («le cose a venire») che Gesù ha preferito non dire ai suoi (v. 12), lo Spirito di verità attualizza - nel qui e ora della storia - un «nuovo ordine delle cose», originato dalla morte e resurrezione di Cristo. Questo «nuovo ordine delle cose» racchiude la speranza formulata nelle profezie messianiche (la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, la consolazione degli afflitti, il diritto alle nazioni, la vista ai ciechi, l’anno di misericordia del Signore)30, ma anche il compimento del destino di beatitudine e della nuova giustizia, capace di abbattere le barriere tra puro e impuro tra Dio e l’uomo31. 

Lo Spirito di verità manifesta ai discepoli quanto di Gesù stesso – e, in lui, del Padre – ancora non era stato comprensibile durante la sua vita terrena32. Perciò «egli mi glorificherà» (v. 14) – dice Gesù -, «non come la creazione, ma come Spirito di verità, che fa risplendere chiaramente in sé la verità, e come Spirito di sapienza, che rivela nella sua grandezza, il Cristo, Potenza di Dio e Sapienza di Dio (1 Cor 1, 24)»33. Lo Spirito è lo spazio della glorificazione di Gesù perché manifesta la luce del mistero di Dio in lui. Facendoci sprofondare in quella vera umanità concessa ai figli degli uomini, lo Spirito Santo - vento e fuoco purificatore - ci spinge verso gli abissi del mistero. È lo Spirito di Cristo glorificato che dimora in noi34, provocando la continua sostituzione delle brame del nostro ego per il principio del dono di noi stessi in favore del prossimo. Ricevere lo Spirito di verità è dunque la condizione di possibilità perché la comunità dei discepoli possa – attraverso l’annuncio e lo stile di vita – assumersi la responsabilità di tutta la rivelazione di Dio in Gesù. Fu infatti la Pentecoste che fece cristiani i suoi discepoli35 e lì trasformo in chiesa36. In verità, soltanto attraverso l’attività creatrice dello Spirito, la comunità dei discepoli).  Questa pagina giovannea ha una chiara impronta teologica, nella misura in cui cerca un linguaggio adatto ad esprimere il mistero di Dio. E la verità di Dio è che Gesù di Nazareth è il Figlio amato38, la parola divina fatta carne in un volto umano39. In poche parole, il Paraclito manifesterà il diritto di Gesù di essere chiamato «Figlio di Dio»40. 

 Nel linguaggio biblico Figlio è un termine con un significato preciso: «figlio» è colui che compie le stesse opere del Padre, che fa ciò che il padre fa, che gli assomiglia in tutto41. Lo Spirito glorifica il Figlio – afferma l’evangelista - perché prende quello che è del Figlio e ci consegna (v. 14). E nel consegnare il tesoro del Figlio, ci consegna anche il tesoro del Padre, perché quello che possiede il Padre è del Figlio (v. 15)42. Sarà dunque con l’aiuto dello Spirito di verità - fonte di lode filiale - che i discepoli prenderanno coscienza della relazione unica tra Gesù e Dio, ossia matureranno la fede cristologica, chiamando Dio per Padre43 e riconoscendo in Gesù il suo Figlio unigenito44. Essendo lo Spirito la pienezza dell’amore, dell’energia, della vita di Dio, quando viene apre i nostri occhi per contemplare lo splendore della gloria di Dio, introducendoci in questa realtà divina. La Pentecoste celebra perciò la missione dello Spirito Santo, che oltre a favorire l’intima unione tra Dio e l’uomo, unifica i tempi dell’ascolto, dell’accoglienza e della testimonianza della parola di Dio nella storia.

Alzogliocchiversoilcielo


 


venerdì 17 maggio 2024

IL PARACLITO


 Lo Spirito Santo “che è Signore e dà la vita”

(Simbolo di Nicea-Costantinopoli)

 

 

-         di Vincent Dollmann*

 

Lo Spirito Santo come Persona divina è sempre da riscoprire

 Se la Quaresima è caratterizzata dalla penitenza per rinnovare il nostro attaccamento a Cristo, il tempo pasquale è segnato dalla gioia di poter accedere alla sua vita risorta. Ciò richiede concretamente da noi l'attaccamento allo Spirito Santo e l'attenzione alla sua azione in noi. Questo Spirito è quello che Gesù stesso ha ricevuto al momento del suo battesimo per compiere fino in fondo la sua missione. Questo Spirito, portatore di vita divina, Gesù risorto lo ha donato ai suoi discepoli la sera di Pasqua e ancora la mattina di Pentecoste.

 Ma è vero che negli ultimi secoli lo Spirito Santo non ha occupato un posto importante nella riflessione e nella preghiera dei cristiani occidentali.

Fu solo Papa Leone XIII che, in un documento del 1897, insistette sulla preghiera allo Spirito Santo. Il Concilio Vaticano II, negli anni Sessanta, ha poi saputo dargli il posto che gli spetta, utilizzando in particolare il titolo di “Tempio dello Spirito” per designare la Chiesa.

 Accanto all'insegnamento del Concilio emersero contemporaneamente nella Chiesa cattolica numerosi gruppi carismatici. Hanno permesso a molti cristiani di sviluppare la preghiera allo Spirito Santo e di essere più attenti alla sua azione nella loro vita.

Ma per molti cristiani anche oggi, lo Spirito Santo rimane sconosciuto, il “Divino sconosciuto” secondo il cardinale Yves Congar .

Forza divina? Presenza spirituale di Dio? Soffio di rinnovamento? I termini non mancano, ma rivelano la difficoltà che abbiamo nel parlarne.

Queste espressioni vaghe possono esprimere anche la difficoltà di accogliere l'affermazione del Simbolo della Fede: «Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita. »

Siamo invitati a dire credo nello Spirito Santo, così come diciamo credo in Dio Padre e in suo Figlio Gesù Cristo. Lo Spirito Santo è una Persona divina nella quale siamo chiamati a credere e nella quale possiamo pregare.

 Gesù rivela che lo Spirito Santo è una Persona divina e che Dio, l'Unico, è Comunione d'Amore, Trinità d'Amore

 Ci siamo abituati, soprattutto nella preparazione alla Cresima, a evocare lo Spirito Santo mediante la sua azione mediante i sette doni già menzionati nel libro di Isaia per annunciare il Messia, portatore dello Spirito Santo: sapienza, intelligenza, ovvero consiglio e forza ( Cfr. Is 11,2). Evochiamo ancora lo Spirito Santo con i frutti della sua azione, indicati da san Paolo nella lettera ai Galati, quelli della carità, della gioia, della pace o anche della castità (cfr Gal 5,22).

Questi doni ricevuti dallo Spirito di Dio sono ancora i nostri talenti e i nostri carismi che sono pienamente dispiegati al servizio del progetto di Dio per l'umanità. Vediamo nel gruppo dei discepoli; Di fronte alla scoperta della tomba vuota, Madeleine, Pierre e Jean reagiscono diversamente a seconda del loro temperamento e dei loro talenti, uno più coraggioso, l'altro più prudente, uno più intuitivo, l'altro più razionale... Ma camminano tutti nella fede, e dalla Pentecoste testimonieranno la risurrezione di Cristo sfidando le barriere sociali e culturali.

Lo Spirito Santo è così dispensatore di doni per la crescita umana e spirituale di ogni persona, ma è ancora di più: è Dio, come attesta Gesù stesso.

 Lo Spirito di Verità

Il giorno prima della sua morte annunciò la Pentecoste parlando dello Spirito di verità . È Lui che ci introduce pienamente alla verità del vangelo che proclama un Dio d'Amore, una Trinità d'amore.

Lo Spirito Santo è la terza Persona della Trinità che attesta che Dio vive nel profondo di sé un rapporto di amore e di unità, rapporto che vuole condividere con tutta l'umanità. Lo Spirito Santo, diceva Giovanni Paolo II, è Dio che dona se stesso (Enciclica sullo Spirito Santo, Dominum et vivificantem 1986).

Così il racconto della Pentecoste evoca lingue di fuoco per significare che lo Spirito è come il fuoco che arde i cuori dell'amore stesso di Dio.

Gesù ha detto anche annunciando la sua morte e risurrezione: “Sono venuto a gettare un fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso! » ( Lc 12,49). La comunità degli apostoli sarà arsa da questo amore e stabilita in profonda unità.

 Gesù dà ancora un altro nome allo Spirito: quello di Paraclito che significa difensore, avvocato.

In quel momento, l'avvocato si trovava accanto all'imputato e gli sussurrò le parole in sua difesa.

Così, a Pentecoste, lo Spirito si manifesta come un soffio che scuote e spinge gli apostoli fuori dalla casa dove si trovano. Seguendo san Pietro, gli apostoli cominciarono allora ad annunciare in tutte le lingue la Buona Novella di Gesù Risorto. Gli apostoli non si sentono più orfani, ma abitati da una presenza, quella dello stesso Gesù Risorto. Lo Spirito realizza l'incredibile promessa di Gesù: “E io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi!” » (Mt 28,20).

 L'esperienza degli apostoli a Pentecoste è anche nostra

 Lo Spirito Santo ci è stato donato nel nostro battesimo, come un fuoco, per introdurci alla vita eterna, una vita di amore che non si spegne.

Ci viene donato in modo nuovo come un soffio, con conferme per condurci sulla via della testimonianza.

Potremmo dire che attraverso il battesimo, lo Spirito Santo ci innesta nella vita di Cristo e attraverso la cresima ci rende partecipi della missione di Cristo.

 Diventare figlio e figlia di Dio mediante il Battesimo è manifestare in piena luce ciò che era già iscritto nella nostra vita mediante la creazione. Dio è legato ad ogni essere umano. Il Battesimo lo afferma e lo realizza esplicitamente. Ci permette di accogliere personalmente le parole che Dio ha rivolto a Gesù durante il suo Battesimo per mezzo di Giovanni: “Tu sei il mio figlio prediletto! ".

Se la vocazione battesimale è consacrazione a Dio, è anche missione. Nel momento dell'unzione del santo Crisma, che significa il dono dello Spirito Santo e annuncia la confermazione, il celebrante dice: «Tu sei ormai membra del corpo di Cristo e partecipi della sua dignità di sacerdote, come profeta. e re”.

Per sant'Atanasio, il grande difensore della fede nel Dio Uno e Trino, la Pentecoste era la finalità della venuta del Figlio di Dio su questa terra: «Il Verbo ha preso la carne perché noi potessimo ricevere lo Spirito Santo. Dio si è fatto portatore della carne perché l'uomo potesse diventare portatore dello Spirito. (Discorso sull'incarnazione del Verbo). Portatori di Spirito Santo significa lasciare che i doni di Dio si sviluppino in noi, è lasciare che Dio agisca in noi.

 * XVincent Dollmann, Arcivescovo di Cambrai, A.E. UMEC-WUCT

Immagine


 

sabato 20 maggio 2023

L’ARTE DI PRENDERSI CURA

IN CAMMINO VERSO LA PENTECOSTE

«Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26).

- di Giovanni Perrone

L’annuale ricorrenza della Pentecoste interroga il nostro essere cristiani ed educatori. I doni dello Spirito hanno, infatti, una valenza umana e spirituale. Lo Spirito ce li offre perché anche noi possiamo farne dono a coloro che incontriamo e ai nostri alunni. Essi costituiscono forti colonne, e allo stesso tempo bussola, per la nostra vita e per il nostro servizio.

Il Paraclito, ricordato sovente nel Vangelo e promesso da Cristo ai suoi discepoli, condivide e sostiene il nostro cammino. Lo stesso termine lo dice: paraclito è colui che accompagna, che difende, che aiuta a seguire il giusto cammino; colui che si prende cura e ci sostiene nel prenderci cura di noi stessi e di coloro che ci vengono affidati.

Gli stessi doni ch’Egli elargisce, come sorgente inesauribile, «la sapienza, l'intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio» sono colonne portanti di un progetto di vita umana e cristiana, indicatori coi quali occorre confrontarci per valutare il nostro cammino e la nostra azione educativa e danno valore a ciò che facciamo, insegniamo.

Lo stesso impegno associativo, personale e comunitario, non ne può farne a meno, se vuole essere efficace, visibile credibile. Dunque, dobbiamo prendercene cura, con quotidiano impegno perché i doni che lo Spirito Santo ci elargisce siano accolti e fruttino, fortificando e rendendo feconda la vita di ciascuno e migliore la società ove operiamo.

Oggi, in un mondo in veloce mutamento, di fronte alla sfida dell’intelligenza artificiale e ai mille apprendimenti “fast food”, sovente disorientati dai fuochi artificiali di mille eventi e dall’assordante rombo di parole e discorsi, affascinati e intontiti dall’apparire, ci resta poco tempo per coltivare l’arte del discernimento e del prendersi cura.

Il prendersi cura sovente non è appariscente e non ha risultati immediati, ma un cammino costituito anche da silente, paziente e speranzosa attesa. Nel silenzio, nell’ascolto e nella lungimiranza il discernimento si raffina e produce vera crescita.

Il prendersi cura è intelligente e operosa presenza nel quotidiano. È previsione, competenza e azione. Non interessano medaglie, visibilità ed applausi, ma l’efficacia dei risultati.

I tragici eventi di questi giorni evidenziano la grande carenza e incapacità di prenderci cura del territorio. Al di là degli “eccezionali” eventi metereologici, è stata carente la manutenzione, cioè la quotidiana cura. Gli esperti ce lo dicono, i politici lo proclamano. Ma poi? Simili discorsi li abbiamo sentiti e li sentiremo. Proprio stamani, un anziano contadino mi diceva che nel passato c’era l’abitudine quasi quotidiana di curare la pulizia dei torrenti per “lasciare all’acqua la possibilità di scorrere liberamente anche quando sarebbe piovuto a dirotto”.

Gli stessi tragici eventi delittuosi che ci indignano e che danno luogo a mille dibattiti televisivi evidenziano la carenza educativa del prendersi cura, della quotidiana manutenzione di noi stessi e delle persone che ci vengono affidate.

Lo stesso può avvenire anche nella vita associativa, quando si cade nella tentazione di illudersi perché ogni tanto si celebrano grandi eventi, talora buoni principalmente per riempire i social.

Bisogna passare dalla logica del non m'importa a quella del mi importa, "i care", come diceva don Milani; dall'inedia al responsabile impegno.

Il termometro della vita personale, di quella familiare, di quella scolastica, di quella associativa, di quella religiosa e sociale è, infatti, l’arte di prenderci cura, dell’insieme e di ciascuno, prima che sia troppo tardi.

Il prendersi cura è l’arte del pellegrino che passo dopo passo va verso una meta, guardando nello stesso tempo il vicino e il lontano, e interagendo sapientemente con coloro e con ciò che incontra. È l’arte del mosaicista che sceglie una ad una le varie tessere e le situa in maniera da dare concretezza, bellezza e armonia al suo progetto. È l’arte del contadino che presta quotidiana attenzione non solo al suo campo, ma ad ogni singola pianta.

Il prendersi cura non è una somma di eventi, seppure appariscenti e appaganti; non è l’esercizio autoreferente del potere, ma è il prestare attenzione, apprezzare, aiutare, incoraggiare, valorizzare ogni risorsa, sostenersi vicendevolmente,  rendere un efficace servizio nella quotidianità, “mettendo insieme competenza e creatività” (Papa Francesco).

 Il prendersi cura non è, perciò, un solitario esercizio né un lampo di genio o un ammaliante scoop, né il riempire i social con le proprie immagini; non è una somma di eventi, seppure appariscenti e appaganti, non è il guardarsi allo specchio per compiacersi, ma è un camminare insieme verso una meta comune. È l’arte della condivisione e dell’essere paracliti gli uni gli altri.

Educare, in particolare, vuol dire prenderci cura, con costanza,  amore e con competenza, con fiducia,  specialmente dei più deboli o delle situazioni più precarie.

Siamo sempre chiamati alla speranza, che è il presente del nostro futuro (San Tommaso d’Aquino).

Cristo avrebbe potuto dare lo Spirito ai suoi apostoli in pochi istanti, ma scelse (e sceglie) il pellegrinare per gli impervi sentieri della Palestina, facendosi maestro e compagno. Passo dopo passo, giorno dopo giorno verso la Pentecoste, inizio di un nuovo cammino per i suoi discepoli e per il mondo intero. Ancor oggi Gesù ci dice: “Lo Spirito Santo vi dirà tutto ciò che ha udito e vi annunzierà le cose che verranno” (Gv. 16).

Ogni istituzione è chiamata ad essere un cammino condiviso, di solidarietà, di impegno, di maturazione; in cui ognuno voglia e sappia essere una preziosa risorsa per tutti: non il primo né il migliore, ma il servitore.

Anche noi siamo chiamati a farci generoso e quotidiano dono per tutti.

Non siamo lasciati soli: lo Spirito ci assiste e ci orienta perché ciascuno faccia del proprio meglio, divenendo Epifania dell'amore di Dio, umile e fecondo testimone di impegno attivo nella scuola, nella Chiesa, nell’associazione e nella società.