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sabato 28 giugno 2025

LA FINE DELLA REALTA'

 


L’eclisse della realtà

 e il dilagare

 della violenza



- di Giuseppe Savagnone 

 Una guerra senza verità

Lo svolgersi degli ultimi eventi sugli scenari internazionali sembra confermare l’idea, oggi così diffusa, che la verità non esiste, o, più precisamente, che non ce n’è una valida per tutti, perché ognuno ha la sua.

Si guardi alla “guerra dei dodici giorni” di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran. Frutto di un intervento necessario e urgente per garantire la sicurezza non solo d’Israele, ma del mondo intero, secondo l’interpretazione unanime dei governi occidentali, oppure aggressione sionista e imperialista, contraria ad ogni regola del diritto internazionale, come l’hanno definita, oltre allo stesso governo di Teheran, Russia e Cina?

E davvero l’Iran era sul punto di costruire la bomba atomica, come sostiene Israele appoggiato, ancora una volta, da tutto il mondo occidentale, oppure la repubblica islamica aveva fin dal 2003 rinunziato a questo obiettivo, puntando piuttosto su un uso pacifico dell’arricchimento dell’uranio, come nel mese di marzo  aveva affermato davanti al Congresso la direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard (che però, in seguito alle reazioni del presidente americano, ultimamente ha ritrattato queste affermazioni)?

E il significato del bombardamento americano sui siti nucleari iraniani? «Gli attacchi in Iran come Hiroshima, hanno messo fine alla guerra», ha detto Trump, secondo cui con questa operazione, ammirevole sotto il profilo militare, si è raggiunto pienamente l’obiettivo.

Di danni significativi, ma non decisivi, per il programma di arricchimento dell’uranio parlano, invece, le autorità iraniane, ma anche autorevoli fonti giornalistiche americane come il «New York Times», la CNN e il «Financial Times», secondo cui gli iraniani avrebbero in tempo trasferito il materiale più prezioso  in altri siti, segreti e sicuri.

Addirittura è sull’esito stesso della guerra che si registrano versioni opposte e contraddittorie. Un trionfo di Israele e degli Stati Uniti, secondo Netanyahu e Trump, una «vittoria schiacciante» dell’Iran secondo la Guida Suprema Khamenei.

La doppia immagine della presidenza Trump e un episodio italiano

Ma non è l’unico caso in cui lo smarrito spettatore delle vicende pubbliche è indotto a ricordare le parole di Pirandello, a conclusione del suo dramma «Così è (se vi pare)», quando mette in bocca alla donna velata, sulla cui identità nel corso dell’opera ci si è interrogati, le famose parole: «Io sono colei che mi si crede».

La stessa figura del presidente americano Trump è al centro di opposte letture. I sondaggi fatti negli Stati Uniti in questi primi mesi del suo governo indicano una caduta verticale di popolarità, sia per gli effetti economici e finanziari devastanti della sua volubilità nella politica dei dazi, sia per il mancato adempimento della promessa di chiedere in pochi giorni le due guerre in corso in Ucraina e nella Striscia di Gaza.

Più recentemente, a esasperare questa delusione è arrivato l’attacco all’Iran, che ha addirittura esposto gli stessi Stati Uniti al rischio di impantanarsi in una guerra nel Medio Oriente. Così il Tycoon ha registrato il peggiore indice di gradimento dopo cento giorni di qualunque altro presidente dal 1952 a oggi.

In diversi sondaggi è emersa anche un giudizio negativo sulla politica migratoria di Trump, che pure era stato uno dei punti del suo programma che gli aveva garantito il successo. Per molti americani le deportazioni degli irregolari sono andate «troppo in là».

In particolare è stata espressa una netta opposizione alle deportazioni nei confronti di persone che hanno vissuto negli USA per più di dieci anni, o che hanno figli con la cittadinanza americana, o che non hanno commesso alcun reato.

Da parte sua, invece, Trump ha festeggiato questo stesso periodo come «i 100 giorni più di successo di qualsiasi Amministrazione nella storia del nostro Paese». E anche all’estero non sono mancati gli apprezzamenti, soprattutto da parte dei rappresentanti politici della destra come, in Italia, Salvini e Meloni.

Per non parlare degli editoriali di Mario Sechi, direttore di «Libero», e di Belpietro, direttore de «La Verità», che hanno esaltato senza mezzi termini la spregiudicatezza del presidente americano come l’inizio di una nuova era, contrapponendola alla ingessata ed obsoleta politica tradizionale.

Ed è degli ultimi giorni il messaggio che il Segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha inviato a Trump dopo l’attacco all’Iran e l’imposizione ai paesi europei dell’aumento al 5% delle spese militari: «Caro Donald congratulazioni per la tua azione cruciale in Iran, una cosa che nessuno avrebbe osato fare». Poi, sull’obiettivo del 5%: «Donald, ci hai guidati verso un momento veramente importante per l’America, l’Europa e il mondo». E ancora: «Raggiungerai qualcosa che nessun presidente americano è riuscito a fare negli ultimi decenni».

Ultimo segnale di questo impero della contraddizione: pochi giorni fa il governo del Pakistan ha proposto di assegnare al presidente USA Donald Trump il Premio Nobel per la Pace 2026, come riconoscimento del suo «decisivo intervento diplomatico» in occasione della recente crisi tra India e Pakistan.

Anche per quanto riguarda il nostro paese, gli esempi di “doppia verità” non mancano. Alcuni giorni fa il nostro ministro degli Esteri, Tajani ha affermato che «quello che abbiamo fatto noi a Gaza non l’ha fatto nessun governo europeo».

E la nostra premier ha dichiarato in Parlamento che «obiettivo prioritario per l’Italia» è «il cessate il fuoco a Gaza, dove la legittima reazione di Israele a un terribile e insensato attacco terroristico sta assumendo forme drammatiche e inaccettabili, che chiediamo a Israele di fermare immediatamente». Solo qualche giorno dopo, però, al Consiglio europeo l’Italia, insieme alla Germania, si è fermamente opposta alla proposta, avanzata da diversi altri paesi membri dell’UE, di interrompere l’accordo di associazione con Israele, in forza di un articolo di esso che ne prevede la sospensione in caso di violazione di diritti umani.

Possiamo rassegnarci alla fine della realtà?

«Il mondo è diventato favola», aveva affermato Nietzsche, in uno dei suoi scritti. Nella sua visione nichilista la realtà non esiste e si riduce alle narrazioni che noi ne facciamo. Così come non esiste alcun criterio etico che  possa fondarsi sulla verità delle cose – «Al di là del bene del male» si intitola una sua opera. 

Non ci resta ormai che prendere atto dell’ineludibile forza di questa profezia e adattarci al quadro che in base ad essa si sta delineando?

Proprio ciò che abbiamo sotto gli occhi ci costringe a ribellarci a questo destino. Perché una verità almeno sembra imporsi in modo indiscutibile, ed è che la fine della verità consegna il mondo alla logica di una violenza illimitata, al cui trionfo stiamo assistendo. Dove violenza è la forza che non si fonda sul diritto, ma pretende di sostituirlo.

Violenza è quella del regime iraniano, che soffoca la libertà – soprattutto quella delle donne – e, sia vero no che sta costruendo la bomba, non rinunzia  comunque alla pretesa di cancellare dieci milioni di cittadini dello Stato d’Israele.

Violenza è quella di Netanyahu, che, simmetricamente, vuole fondare la sicurezza dello Stato ebraico su una guerra di annientamento senza limiti e senza fine contro chiunque costituisca un pericolo prossimo o remoto nei suoi confronti.

E violenza è quella di Trump, che in nome degli interessi americani – o di quelli che egli crede tali – calpesta le vite di milioni di persone, minaccia anche i paesi amici – con i dazi o addirittura con le armi, come nel caso della Groenlandia – e avanza pretese spudoratamente affaristiche, come quelle sulle terre rare dell’Ucraina.

Senza verità e senza distinzione tra bene e male la violenza non è più la patologia della politica, ma la sua regola, perché ognuno può raccontare la realtà come gli conviene. Ma questo non è più il mondo degli esseri umani, è la giungla, dove l’unica legge è quella del più forte.

E la violenza ricade su tutti, non solo su chi immediatamente la subisce. Ci si può illudere di rifare di nuovo grande l’America sostenendo Israele nel più grande massacro di civili dalla seconda guerra mondiale in poi, bloccando l’attività dell’USAID, la più grande agenzia al mondo di aiuti umanitari ai poveri, e al tempo stesso conducendo una lotta senza quartiere contro questi stessi  poveri che cercano negli Stati Uniti una vita migliore.

Così come ci si può illudere che questa stessa logica vada bene per rifare grande l’Italia, dove la nostra premier è totalmente appiattita sulla linea di Trump.

Così come si può anche credere che aumentando gli armamenti ci si tutelerà dalle minacce alla nostra sicurezza, in funzione della politica imperialista d Putin, senza rendersi conto che il dittatore russo, con le sue folli manie di grandezza, è solo la punta di un iceberg ben più minaccioso per l’Occidente egoista che abbiamo creato, e che è il Sud del mondo, del quale fanno parte i poveri, che diventano sempre più numerosi e il cui odio stiamo attizzando sempre di più. «Si vis pacem para bellum», ha detto in Parlamento Giorgia Meloni, ricorrendo a una dotta citazione per sostenere la sua adesione al programma di riarmo della NATO, che prevede l’innalzamento delle spese militari dall’1,5% al 5% del nostro PIL.

Ma davvero l’unica via per la sicurezza è spendere i soldi per le armi, invece che per rendere migliori le condizioni di vita di chi ci minaccia? Le armi non hanno mai garantito la pace.

Se vuoi la pace, prepara la pace. Essa ha bisogno che l’odio diminuisca, e le bombe su Gaza non solo non rendono più sicuro Israele, ma creano le condizioni perché la sua insicurezza duri per sempre, così come le violenze nei campi di concentramento in Libia e in Tunisia finanziati dall’Italia non sembrano un buon biglietto da visita per il tanto strombazzato “piano Mattei”, che vorrebbe avvicinare il nostro paese all’Africa.

A ricordarci che il mondo che stiamo costruendo, puntando sulla corsa agli armamenti, potrà solo basarsi su una guerra continua è stato recentemente Leone XIV: «Non dobbiamo abituarci alla guerra, bisogna respingere la corsa agli armamenti», ha detto il papa. «Ripeto ai responsabili ciò che diceva Papa Francesco: “la guerra è sempre una sconfitta”».

Ma la pace, come insegnava Gandhi, ha bisogno della verità e nasce da essa. È da qui che bisogna ricominciare. Solo che riscoprire la cultura della verità richiede l’abbandono di quella oggi dominante, che chiude non solo i politici, ma tutti noi, nella bolla delle nostre illusioni soggettive e ci impedisce di vedere la realtà.  È una sfida epocale. Ma noi saremo capaci di raccoglierla?

 www.tuttavia.eu 

 Foto di Mahmoud Sulaiman su Unsplash




 

 

 

martedì 12 novembre 2024

IL MEGA e IL MAGA


 Un Mega contro il Maga di Trump

Il past president del Cese, l'organismo che rappresenta la società civile europee, Luca Jahier analizza i molti importanti dossier che coinvolgono l'Ue nella nuova era trumpiana, per concludere che occorre rispondere al "Make America Great Again" del tycoon con il "Make Europe Great Again"

di Luca Jahier

È da un anno che in Europa si dibatte sulla eventualità di un ritorno di Donald Trump. Ma questo lungo tempo di attesa non pare aver finora prodotto strategie operative e quel salto di qualità che sarebbe necessario, prima per non perire e poi per svolgere quel ruolo che l’Europa ha svolto con grandi risultati nei decenni passati, cioè di coniugare il volto di un altro Occidente, promotore di pace, progresso condiviso e multilateralismo.

Dal nucleare, al clima, tutti i ripiegamenti Usa

Non è certo un mistero capire quali saranno le linee di impatto della seconda amministrazione Trump sull’Europa: basta guardare a cosa è successo durante la sua prima presidenza. Principale sponsor e sostenitore della Brexit, ritenendo che l’Europa unita non fosse interesse degli Usa e arrivando persino a definire l’Ue come il peggior nemico degli Stati Uniti, con gli esiti che sappiamo, ma che allora fecero molti adepti in molti paesi europei. Poi l’uscita dall’accordo sul nucleare con l’Iran, l’uscita dall’accordo di Parigi sul clima, l’imposizione di dazi commerciai nei confronti di diverse esportazioni europee per finire alla sfida rispetto alle spese per la difesa in ambito Nato. In questo secondo mandato si possono solo aspettare elementi di maggiore assertività su questi punti, sia perché le strategie di questa presidenza sono state preparate con molta più solidità della precedente, sia perché le spinte per una nuova primazia americana sugli scenari internazionali è molto più impellente di allora, sia per gli aspetti della sfida della rivoluzione tecnologica ed economica in corso, sia perché l’asse principale del confronto geopolitico mondiale è quello del Pacifico e dello scontro con la Cina (con la quale i dazi su alcuni prodotti sono già al 60%) e gli Stati Uniti non intendono più perdere troppo tempo con l’Europa o il Medio Oriente.

Trump I e II, ecco le differenze

La differenza radicale di oggi con la prima amministrazione Trump è il fatto che allora in Europa vi erano alcune leadership solidissime, da Macron a Merkel, affiancate da Juncker e Tusk (l’altro Donald) che riuscirono in tempi brevi a darsi strategie unitarie per fronteggiare le politiche aggressive verso l’Europa di Trump. L’esempio probabilmente di maggior successo in questo è stato la gestione nel negoziato della Brexit, sul quale, contro la previsione di molti, l’Europa non solo non si è divisa ma ha saputo persino rafforzarsi, pur perdendo un membro di grande peso. La seconda è che ora siamo in una situazione di “guerra estesa”, i cui punti di maggiore e devastante crisi sono il fronte ucraino e il Medio Oriente. E questo non solo pesa già per gli enormi costi in vite umane ma anche in spese militari e per la difesa e costi economici che abbiamo e dovremo sostenere, ma anche per le grandi incognite rispetto al futuro, di fronte al quale l’annunciato abbandono dell’Ucraina da parte di Trump e un suo negoziato diretto con Putin per congelare il conflitto sulle posizioni attuali, per ora, sarebbe assai nero per l’Ucraina, per la Moldova, per la Georgia, ma anche peer l’Europa e per le aeree più vicine, a partire dai Balcani.

Finita la speranza coltivata da molti che non finisse così, resta ora la crudezza di una realtà da affrontare, evitando il rischio della rincorsa disordinata alla corte del vincitore per ottenere qualche favore sui propri specifici interessi nazionali. Al di là di coloro che in Europa esultano e si aspettano che esso dia una spinta alle forse populiste e nazionaliste nelle prossime tornate elettorali (da Orban a Le Pen passando per l’Afd tedesca) se comincerà quella sorte di “pellegrinaggio a Lourdes” di cui si sono già viste alcune avvisaglie, allora non resta che la rassegnazione, che già Balzac aveva definito una sorta di suicidio quotidiano. Analogamente sarebbe quello di attestarsi, come insieme dei paesi europei e delle istituzioni comuni, su una sola postura di strategie difensive, secondo una logica di limitare per quanto possibile i danni oggi, sperando in un domani migliore. Una postura dal fiato molto corto e che però già si intravede dai timidissimi risultati del vertice di Budapest di questi giorni.

Il tweet di Gonzales Laya: «Il futuro dell’Europa è nelle mani dell’Europa»

Mi pare che il migliore commento politico al risultato del voto sia contenuto in un tweet di Arancia Gonzales Laya, già ministro degli Esteri spagnolo e oggi succeduta a Enrico Letta come decana della Paris School of international Affairs, a Science Po. “Trump non è il problema, Harris non sarebbe stata la soluzione. Il futuro dell’Europa è nelle mani dell’Europa. Il lavoro deve cominciare ora” Agli inizi di quest’anno di ho scritto un libro Fare l’Europa, fare la pace. Per evitare il collasso del progetto europeo (Feltrinelli), indicando una concreta Agenda della speranza per questa nuova fase post elezioni europee.

Insomma, è ora che la risposta a ciò che ormai ha sostituito il cuore della tradizione repubblicana americana, cioè il “movimento Maga”, ancora richiamato da Trump nel suo discorso della vittoria come il più grande evento politico della storia americana, diventi per l’Europa il Mega “make Europe great again”!

È il tempo di fare quello che ebbi già a definire come un “salto quantico”, in termine di politiche, di integrazione, di istituzioni e investimenti comuni che è la sola condizione per non frantumare quanto abbiamo costruito, preservare il nostro modello sociale e democratico e poter definire un nuovo ruolo negli scenari internazionali così sconquassati che stiamo vivendo. Dopo la caduta del muro di Berlino l’Europa seppe superare le reticenze accelerando sul mercato interno e progettando sia l’Euro che il più grande allargamento della storia. Dopo la pandemia, l’Europa ha saputo rispondere con il Next generation EU, basato su 750 miliardi di debiti europei, finalizzati in gran parte a rafforzare la strategia del Green Deal e della transizione digitale, che era stata messa al centro della legislatura pochi mesi prima.

L’agenda delle cose possibili

Ora l’agenda delle cose possibili e necessarie è molto ampia, ma credo che una strategia solida si possa basare almeno su questi cinque punti. Assumere l’Agenda Draghi e il Rapporto Letta come progetto costituente di questa e della prossima legislatura, a partire da una solida strategia industriale e di sovranità strategica e dall’Unione del mercato dei capitali, per favorire i flussi degli investimenti necessari. Un fondo europeo per la Difesa, basato sul debito comune. Un decisivo rilancio della Agenda verde, sul quale l’Europa ha oggi un vantaggio competitivo, anche in ambito tecnologico. Affrontare il nodo dei meccanismi decisionali in seno all’UE, abolendo almeno il potere di veto. Fare dell’allargamento, della politica Mediterranea e di una alleanza strategica con l’Africa gli assi traenti di una decisiva politica estera comune. Sono tutti aspetti per i quali i piani concreti ci sono, con già precisi riferimenti nelle deleghe dei nuovi commissari europei che entreranno in funzione, Ci vuole però un salto decisivo di leadership politica nelle capitali europee, in molte della quali prevale oggi una condizione di fragilità sia economica che politica, che sostenga quella che si può presumere sarà un tandem ai vertici europei molto forte e molto sintonico, Von der Leyen e Costa, che tra poche settimane dovrebbero essere nel piano dei loro rispettivi mandati.

La sola speranza non è certo una strategia, ma oggi siamo chiamati ad evitare che il mondo cada in uno scenario tipo anni ‘30 dello scorso secolo, quando gli USA fecero una scelta isolazionista  a seguito della crisi del ’29, e siamo sfidati non solo a dare un buon futuro a noi europei ma anche a rappresentare il volto di un altro Occidente nelle dinamiche delle relazioni internazionali.

Luca Jahier è past president del Cese, l’organismo di rappresentanza della società civile europea

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