Abbiamo bisogno di cristiani che non fuggano dalla storia, che non si rifugino in una fede intimista. La politica, quando cerca davvero il bene delle persone, è una forma altissima di amore sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non disprezzarla”.
Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, ultimo cardinale creato da papa Francesco, uomo del dialogo, attento agli scartati
della nostra società, agli ultimi. L’abbiamo incontrato.
Buongiorno
vescovo don Mimmo, come sta? Posso chiamarla don Mimmo?
Certo che può chiamarmi
don Mimmo. I titoli lasciano il tempo che trovano e a volte allontanano. Invece
la vicinanza umana resta e costruisce amicizia. E io, d’altronde, non mi
considero null’altro che questo: un fratello, un prete, un vescovo, un uomo che
prova a camminare accanto agli altri.
Lei è vescovo di una
grande città del sud, Napoli, spesso al centro delle cronache per fatti che
riguardano la delinquenza minorile, come ci si pone davanti a queste
situazioni?
Guardi, il primo errore è
parlare dei ragazzi solo quando sbagliano. Nessun giovane nasce “criminale”.
Dietro certe storie ci sono povertà educative, assenze, ferite, solitudini, violenze
viste troppo presto. Certo, il male va chiamato per nome, ma senza mai smettere
di credere che una persona possa cambiare. Per questo insisto sulla necessità
di educare, di prevenire, di recuperare, perché un ragazzo recuperato al bene e
un bambino educato con un intento preventivo valgono più di mille discorsi
sulla sicurezza.
Non crede che il Paese
non crescerà se non insieme?
Ne sono profondamente
convinto. Nessuno si salva da solo. E questo vale anche per le città e le
regioni della nostra Italia. Ce lo insegnano i momenti più duri della nostra
storia recente, ma rischiamo continuamente di dimenticarlo. E questo non vale
soltanto per le aree geografiche ma anche per il tessuto sociale nel suo
insieme. Perché una società cresce quando chi è forte non schiaccia chi è
fragile, ma lo accompagna. Quando il successo personale non diventa
indifferenza collettiva. Il bene comune infatti non è un’idea astratta: è il volto
concreto di chi resta indietro.
Sì, oggi più che mai. Le
dipendenze non sono soltanto un problema sanitario: spesso sono una domanda
disperata d’amore, di senso, di presenza. Che cade nel vuoto quando le famiglie
vengono lasciate sole. Per questo continuo a credere nel patto educativo:
un’alleanza larga, concreta, umile, dove nessuno pensi di bastare a sé stesso.
Quando una comunità diventa frammentata, quando si perde il senso del noi,
restano tanti piccoli “io”. Ma i ragazzi e i bambini hanno bisogno non solo di
adulti sani ma di persone affidabili che sappiano essere comunità, capaci di
creare una rete educativa solida.
“Terza guerra mondiale a pezzi” diceva papa Francesco.
Isaia… “Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà
l’arbitro fra molti popoli; essi, con le loro spade, costruiranno vomeri di
aratro e, con le loro lance, falci; una nazione non alzerà più la spada contro
un’altra e non impareranno più la guerra.” Utopia o realtà?
Se smettiamo di credere
alla pace, la guerra avrà già vinto. Certo, può sembrare un’utopia, ma il
Vangelo è pieno di utopie concrete: amare il nemico, perdonare, condividere il
pane. La pace non è ingenuità. È il più difficile dei realismi. Richiede coraggio,
giustizia, disarmo del cuore e delle parole. Io credo che ogni gesto di
fraternità, anche piccolo, sia già un pezzo di profezia che si compie. Ed è da
questi gesti che dobbiamo ripartire.
Don Lorenzo Milani ripeteva spesso “Ho imparato che il
problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne
da soli è l’avarizia”. Non crede ci sia bisogno di un forte impegno della Chiesa nell’educare alla politica, che è “la più
alta forma di carità”?
Assolutamente sì. Ma
attenzione: non parlo di appartenenze partitiche. Parlo dell’educazione al bene
comune, alla responsabilità, alla partecipazione. Abbiamo bisogno di cristiani
che non fuggano dalla storia, che non si rifugino in una fede intimista. La
politica, quando cerca davvero il bene delle persone, è una forma altissima di
amore sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non
disprezzarla.
Io credo che il problema
non sia come ci chiamano, ma se restiamo fedeli al Vangelo. Il Vangelo disturba
sempre quando prende sul serio i poveri. Perché non si limita all’elemosina:
domanda giustizia, dignità, diritti, lavoro, pace. Se stare dalla parte degli
ultimi crea imbarazzo a qualcuno, il non stare dalla loro parte sarebbe
imbarazzante come credenti se guardiamo i criteri che il Vangelo ci dona.
Abbiamo una società
indifferente al messaggio religioso, il cristianesimo è una bella notizia, ma è
irrilevante, come cristiani abbiamo dimenticato la sua forza vitale, la sua
dirompente speranza. Cosa dobbiamo fare per ritrovare questa forza?
Forse dobbiamo smettere
di difendere il cristianesimo e ricominciare a viverlo. In questo tempo
l’apologia serve poco: oggi più che mai abbiamo bisogno di testimonianza,
credibilità, affidabilità. Perché la gente non ha bisogno di cristiani
perfetti, ma credibili. Non di parole complicate, ma di vite autentiche e
luminose.
Si è conclusa la terza
fase del Sinodo della Chiesa italiana con il documento di sintesi. Che
impressione hai avuto di questa assemblea? Non pensi che temi come il diaconato femminile, i “viri probati”… non siano stati affrontati adeguatamente?
Riusciremo ad avere comunità con alla guida una donna o un uomo sposato?
Il Sinodo è stato un
passaggio importante perché ha rimesso al centro l’ascolto. E già questo, in
una Chiesa spesso abituata a parlare più che ad ascoltare,
è molto. Certo, ci sono temi che molti avrebbero voluto vedere affrontati con
maggiore decisione. Ma io penso che i processi ecclesiali abbiano bisogno di
maturazione, discernimento, pazienza e soprattutto libertà interiore. La
domanda vera è un’altra: vogliamo davvero una Chiesa più evangelica, più corresponsabile, più capace
di riconoscere i carismi di tutti? Se la risposta sarà sincera, allora molte
strade si apriranno. A noi spetta percorrerle senza ferite, senza
strappi.
Grazie di cuore vescovo
Mimmo. Prima di salutarci… lei ha paura della morte?
Più che della morte, ho
paura di arrivare a quel momento già morto. Perché il criterio della vita è
l’amore e se smettessi di amare, rischierei di essere morto senza saperlo.
Ecco, questa è la mia paura: non amare abbastanza. Io spero che alla fine del la
vita il Signore non mi chieda quanti risultati ho ottenuto, ma quanto cuore ho
messo nel servire gli altri. E spero che la morte, quando arriverà, mi trovi
ancora intento e operoso nell’amare.
Che impressione ha avuto
dalla visita di papa Leone? Come ha risposto la Chiesa che è in Napoli a questa visita?
La città e la Chiesa hanno risposto nel modo in cui rispondono a
tutti coloro che nel segno della pace bussano alla loro porta: con gioia e con
grande accoglienza! Perchè questa è Napoli, questo è lo spirito della sua gente
e oserei dire questo è il Vangelo che la Chiesa di Napoli annuncia. Il Vangelo della pace,
della gioia vera, della fraternità che è dono del Cristo Risorto! Ed è stato
bello vedere come negli occhi di papa Leone tutto questo si è impresso trasformandosi
sorriso. Sono molto grato al papa. Ma so anche che il papa è molto grato a questa città.
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