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lunedì 4 maggio 2026

IL LAVORO SOCIALE

 

Manifesto 

del lavoro

sociale



Educatori, assistenti sociali, insegnanti, infermieri, oss, badanti...Mai come oggi le lavoratrici e i lavoratori della filiera della cura sono in sofferenza. Le condizioni economiche e di stress professionale contano molto. Ma non conta meno la mancanza di riconoscimento civile e pubblico verso questi professionisti che hanno un peso determinante nella vita di tutti noi. Il "Manifesto del lavoro sociale" elaborato da VITA con le 75 organizzazioni del suo Comitato Editoriale vuole essere una presa di coscienza collettiva che senza i social worker perdiamo tutti

di Redazione

Il lavoro di cura tiene in piedi le nostre comunità. Eppure chi lo svolge, educatori, insegnanti, assistenti sociali, operatori delle Rsa, psicologi, Oss, badanti… spesso ha remunerazioni che non consentono di acquistare un’abitazione o di metter su famiglia. Ma non è solo questo: è la stima sociale che manca. VITA ha costruito intorno al tema un approfondimento di quasi 80 pagine che potrete leggere da settimana prossima sul numero del magazine di maggio. Ma abbiamo voluto andare oltre: con un Manifesto in cinque punti che non è una rivendicazione di categoria, ma un appello civico. Perché senza welfare non c’è benessere e senza lavoratori del sociale non c’è welfare. Condividilo, diffondilo, fallo girare: nei tuoi spazi professionali, nelle tue comunità, tra le persone che conosci. Ogni condivisione è un atto culturale e politico. È il modo più concreto per dire che questa società non può continuare a fingere di non vedere.

Di seguito il testo integrale del “Manifesto del lavoro sociale”. In coda trovate le indicazione su come scaricare la versione pdf e su come, peer chi lo volesse, condividere la propria storia di lavoratore/lavoratrice del sociale.


I. Il lavoro di cura difende il benessere di tutti

Fate sparire per un giorno solo le educatrici e gli educatori, le e gli insegnanti, le e gli assistenti sociali, le operatrici e gli operatori di comunità, le e i badanti, le psicologhe e gli psicologi dei consultori, le e gli oss delle Rsa, le e i cooperanti. Guardate cosa rimane. Rimangono anziani soli che non sanno come alzarsi dal letto. Rimangono ragazzi a rischio senza nessuno che li intercetti. Rimangono classi senza qualcuno che tenga insieme una comunità di bambini e adolescenti che spesso portano in aula il peso del mondo. Rimangono famiglie con una persona con disabilità abbandonate a se stesse. Rimangono donne in difficoltà che non sanno a chi rivolgersi. Rimangono persone in crisi senza nessuno che sappia come starci accanto. E quando questi professionisti non ce la fanno più — quando si dimettono, vanno in burnout, cambiano mestiere — quel vuoto non si riempie in fretta: perché questo lavoro richiede anni per essere imparato davvero, e si impara stando accanto alle persone, non sui libri. Ma c’è un punto ulteriore che non possiamo ignorare: molte delle condizioni che oggi attraversano la società — disabilità, cronicità, fragilità complesse — non chiedono interventi occasionali, ma continuità, integrazione, responsabilità condivisa nel tempo. Senza questa capacità di presa in carico, il sistema non solo si indebolisce: smette di essere affidabile. Il risultato lo pagano i più fragili per primi. Ma lo paga anche chi fragile non si considera ancora. Perché la vulnerabilità può raggiungere tutti, e prima di quanto pensiamo. Difendere chi si prende cura non è un gesto di generosità verso una categoria. È difendere noi stessi.

II. Il lavoro sociale è lavoro qualificato, oltre che vocazionale

Per molto tempo la cura è stata raccontata solo come vocazione, missione, dono. Dimensioni ispiratrici, che esigono oggi di essere riconosciute per il loro valore strutturato: è venuta l’ora di parlare di lavoro. Lavoro vero, spesso duro, qualificato. Chi accompagna una persona con disabilità costruisce percorsi di autonomia che richiedono anni di formazione e una resistenza emotiva che pochi mestieri esigono. Chi educa un bambino in condizione di fragilità in Italia e in tante altre parti del mondo porta su di sé una responsabilità enorme, compie un’impresa di altissimo valore  e lo fa a nome di tutta la società. La “passione” si traduce in competenza e la “dedizione” diventa fatica professionale: in quanto tali non possiamo continuare a non valorizzarle, a non tutelarle, a non rispettarle. Se non lo faremo, continueremo a perderle. 

III. I professionisti del sociale vanno  pagati in modo equo

Il tema salariale è reale e urgente e va affrontato senza sconti. Ci sono professionisti del sociale che faticano a pagare le spese di prima necessità, come la casa, e a cui sono preclusi progetti di vita come la costruzione di una famiglia. Serve una remunerazione migliore. Oltre a questo, la crisi del lavoro sociale è strettamente connessa a una crisi di riconoscimento: di stima pubblica, di considerazione civica, di narrazione collettiva. Chi lavora nel sociale si sente invisibile, sottovalutato. Questa percezione non è un capriccio: è il riflesso fedele di come una società intera ha scelto di guardare — o meglio, di non guardare — chi si prende cura di lei. Riconoscere il lavoro sociale significa riconoscere un’infrastruttura essenziale del Paese: quella che tiene insieme servizi, famiglie e comunità, e che rende possibile, ogni giorno, la vita delle persone nelle situazioni di maggiore fragilità e dei loro familiari. 

IV. Il welfare è un investimento redditizio

Occorre mettere la cura al centro del discorso pubblico. Smettere di trattare il welfare come una voce di costo da comprimere e cominciare a vederlo per quello che è: l’investimento più redditizio che una società possa fare su se stessa. Ogni euro speso in educazione, assistenza, salute mentale, supporto alle famiglie è un euro che evita dieci euro di emergenza. Ma soprattutto, è un euro che dice a ogni cittadino che non sarà lasciato solo: l’esperienza di cura è una formidabile pratica di responsabilità e partecipazione democratica. Questo richiede un salto di qualità: superare la frammentazione tra sanitario e sociale, costruire percorsi realmente integrati, garantire continuità della cura lungo tutto l’arco della vita, favorire la libertà di azione dei soggetti sociali affinché si realizzi concretamente il principio di sussidiarietà. Questo è il patto civile che vogliamo valorizzare. Questo è il patto che rischiamo di perdere.

V. Il lavoro di cura è un lavoro aperto a tutti: uomini e donne

Il personale maschile nelle scuole dell’infanzia non arriva all’1%. Nelle Rsa, nei consultori, nelle comunità educative, a reggere il welfare sono quasi sempre donne. Questo sbilanciamento deriva da una cultura che ha assegnato alle donne la responsabilità della cura. Ma è anche un’occasione mancata.  Il lavoro di cura e di educazione offre ciò che molti cercano in un mestiere: senso, relazione, impatto reale sulla vita delle persone. Per i giovani uomini che cercano un lavoro con significato, è una frontiera quasi inesplorata e c’è bisogno di loro. In questi mondi la presenza maschile manca e si sente. Prendersi cura è una delle competenze più richieste, più difficili e più umane che esistano. Vale per le  donne e vale per gli uomini. 

L’illustrazione in apertura è di Ludovica Fantetti


VITA


domenica 12 aprile 2026

INVESTIRE SUI GIOVANI

 

Giovani, tra choc 

e futuro incerto

 

Benessere, relazioni (e fede) I giovani a caccia di stabilità

Il Rapporto 2026 dell’Istituto Toniolo fotografa la condizione di una generazione diventata adulta tra continue crisi globali.

 Il coordinatore Rosina: «Faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità»

-         di PAOLO FERRARIO

Prima c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande crisi del 2008, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare adulti, per la generazione nata dopo il 2000, è stato soprattutto un percorso a ostacoli tra choc globali e minacce costanti al futuro del mondo. Una condizione indagata in profondità, che restituisce un’immagine di perenne precarietà. Così, anche “fare famiglia” diventa faticoso e lasciare l’Italia «non è più soltanto un’opzione », ma per tanti «è una necessità». «I giovani non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità», avverte il coordinatore dell’Osservatorio Giovani e tra i curatori della ricerca, Rosina.

La crisi della fiducia

All’alba del nuovo millennio c’è stato l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, poi la Grande recessione globale del 2008-2013, la pandemia da Covid-19 e, ora, le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Diventare grandi per le generazioni nate dopo il 2000 ha significato, soprattutto, attraversare una serie pressoché continua di choc. «Crescere nel XXI secolo significa fare i conti con un mondo strutturalmente instabile», sintetizza il Rapporto Giovani 2026 dell’Istituto Toniolo, realizzato in collaborazione con Ipsos e con il sostegno di Fondazione Cariplo, che sarà nelle librerie nei prossimi giorni. «Leggere il primo quarto del XXI secolo attraverso questa lente consente di cogliere come la fragilità del futuro non sia solo un tratto generazionale, ma il prodotto di un contesto che ha scaricato costi crescenti su chi arrivava dopo – ragiona Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani Istituto Toniolo, tra i curatori del Rapporto –. È da qui che occorre partire per comprendere atteggiamenti, scelte, motivazioni e mobilitazioni delle nuove generazioni e per interrogarsi sulla capacità delle società contemporanee di uscire dalla crisi non semplicemente resistendo, ma cambiando direzione».

In un contesto sempre più fragile che fa dell’incertezza la propria cifra distintiva, a farne le spese, in prima battuta, sono proprio le relazioni stabili. «Anche le scelte più intime, come costruire una relazione stabile, risentono oggi di precarietà economica e incertezza lavorativa», si legge nel Rapporto. E anche «i percorsi affettivi sono sempre più condizionati dalle risorse materiali, trasformando la progettualità di coppia in un traguardo difficile da raggiungere». Avere o meno un lavoro, possibilmente stabile, fa, allora, la differenza tra la possibilità o meno di “farsi una famiglia”. «La condizione occupazionale appare come un ulteriore elemento discriminante circa la probabilità di essere in una relazione intima stabile – scrivono Adriano Mauro Ellena e Francesca Luppi nel capitolo “Giovani italiani e relazioni sentimentali: tra stabilità, benessere e autonomia” –. I giovani occupati, infatti, mostrano una presenza più marcata nelle relazioni stabili (56,9%) rispetto a studenti (43,4%) e, soprattutto, rispetto ai Neet (37,5%), che registrano invece livelli più alti di relazioni

non stabili (10,7%) o di assenza di relazione (51,8% rispetto al 30% fra gli occupati)».

Se questo è il quadro di riferimento, lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità – si legge ancora nel Rapporto –. La mobilità internazionale viene riletta come risposta alla carenza di opportunità, segnalando la difficoltà del Paese nel trattenere e valorizzare il proprio capitale umano, in particolare quello femminile e qualificato». La conferma arriva anche dalle risposte del campione intervistato per il Rapporto del Toniolo. «Nel confronto con le altre grandi nazioni europee – sottolineano Alessandro Rosina ed Emiliano Sironi nel capitolo “Andarsene o restare? Un confronto europeo sulla mobilità internazionale” – non arriva al 12% la percentuale dei giovani italiani (18-34 anni) che ritengono il proprio paese capace di offrire maggiori opportunità di realizzazione dei propri obiettivi di vita». Di contro, «la Germania è nettamente considerata la nazione che è più in grado di fornire condizioni migliori di realizzazione rispetto al nostro paese. A ritenerlo è oltre il 70% dei rispondenti», ricordano Rosina e Sironi. Una ragione ulteriore, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, di invertire la direzione di marcia e cominciare, finalmente, a investire davvero sulle giovani generazioni. « I giovani – avverte Rosina – non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità».

Lasciare l’Italia «non è più solo un’opzione: per molti giovani italiani è diventata una necessità» Una risposta «alla carenza di opportunità»

www.avvenire.it

Rapporto giovani

venerdì 27 marzo 2026

OUTDOOR EDUCATION

 

Outdoor education e cervello. 


Perché il corpo 

facilita l’apprendimento




 

Il mondo della vita è una riflessione filosofica che ha la forza di scardinare paradigmi consolidati. Tutto inizia dal corpo, dal suo essere situato, immerso in un contesto storico e culturale stratificato, abitato da simboli che diamo per scontati, da quelle “ovvietà” che, proprio perché familiari, finiscono per nascondere il loro significato più profondo. Eppure, sotto questa complessità, la vita conserva una semplicità originaria: è naturale come il respiro, essenziale come il battito, irripetibile e unica in ogni sua manifestazione.

Negli ultimi decenni le neuroscienze cognitive hanno progressivamente trasformato la nostra comprensione dei processi di apprendimento, mostrando con chiarezza che la mente non opera in modo disincarnato, isolata dal resto dell’organismo, ma è profondamente radicata nel corpo e nell’ambiente. Non apprendiamo soltanto “con la testa”, come una tradizione scolastica fortemente trasmissiva ci ha a lungo indotto a credere, bensì con l’intero organismo, attraverso un intreccio continuo tra percezione, movimento, emozione e relazione. Ogni gesto, ogni postura, ogni esperienza sensoriale contribuisce a modellare la rete neurale che sostiene il pensiero.

In questa prospettiva, l’outdoor education non può essere ridotta a metodologia alternativa o a semplice strategia motivazionale per rendere le lezioni più coinvolgenti. È, piuttosto, una proposta pedagogica che trova solide radici nelle evidenze neuroscientifiche contemporanee. Riportare l’apprendimento all’esterno, in contatto con la natura, significa restituire unità all’esperienza formativa, ricomporre quella frattura artificiale tra sapere e vita che per troppo tempo ha segnato la scuola.

Riconoscere che il corpo facilita l’apprendimento implica accettare che il cervello è un organo plastico, dinamico, estremamente sensibile agli stimoli ambientali e alla qualità delle esperienze vissute. L’ambiente naturale, lungi dall’essere uno scenario decorativo, si configura come un autentico mediatore cognitivo: attiva reti neurali complesse, stimola l’attenzione diffusa, favorisce la regolazione emotiva, sostiene processi di memorizzazione più stabili e significativi.

Imparare all’aria aperta non è dunque un ritorno romantico alla natura, ma un atto coerente con ciò che oggi sappiamo sul funzionamento del cervello. È il riconoscimento che il sapere nasce dall’incontro tra corpo e mondo, tra esperienza concreta e riflessione, e che ogni apprendimento autentico è, prima di tutto, un’esperienza vissuta.

Il corpo che pensa. Fondamenti neuroscientifici dell’apprendimento incarnato

La teoria dell’embodied cognition ha evidenziato come i processi cognitivi siano radicati nell’esperienza corporea e nella relazione con l’ambiente. Il pensiero non si sviluppa in una dimensione astratta e disincarnata, ma nasce dall’interazione concreta con il mondo, attraverso i sensi e il movimento. Ogni azione, ogni gesto, ogni esplorazione spaziale contribuisce a modellare le reti neurali che sostengono la comprensione e la memoria.

Quando uno studente osserva un fenomeno naturale, manipola materiali, misura distanze, orienta il proprio corpo nello spazio, non sta semplicemente eseguendo un compito operativo, ma sta attivando un sistema integrato che coinvolge corteccia sensoriale, aree motorie, ippocampo, corteccia prefrontale e sistemi emotivi. L’apprendimento diventa così un’esperienza globale, nella quale percezione e concettualizzazione si intrecciano in modo indissolubile.

La plasticità cerebrale rappresenta il presupposto biologico di questo processo. Le connessioni sinaptiche si rafforzano quando l’esperienza è ricca, multisensoriale e significativa. L’outdoor education, offrendo stimoli vari, imprevedibili e autentici, crea le condizioni ideali perché il cervello costruisca mappe neurali più articolate e resilienti, capaci di sostenere apprendimenti trasferibili anche in contesti differenti.

Il cervello in movimento. Neurobiologia dell’attività fisica e funzioni cognitive

Il movimento non è un elemento accessorio del processo educativo, ma una componente strutturale dello sviluppo cognitivo. Numerosi studi hanno dimostrato che l’attività fisica favorisce la produzione di fattori neurotrofici, in particolare del BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor – Fattore Neurotrofico Cerebrale) che è una proteina, appartenente alla famiglia delle neurotrofine, che sostiene la sopravvivenza dei neuroni e la formazione di nuove sinapsi. Camminare, esplorare un sentiero, svolgere attività di osservazione dinamica all’aperto non significa interrompere l’apprendimento, ma potenziarlo a livello biologico.

L’aumento dell’irrorazione sanguigna cerebrale e la maggiore ossigenazione dei tessuti nervosi migliorano le funzioni esecutive, la memoria di lavoro e la capacità di concentrazione. L’ippocampo, struttura cruciale per la memoria dichiarativa e per l’orientamento spaziale, trae particolare beneficio dalle esperienze ambientali complesse e dalla navigazione nello spazio reale. L’esperienza di orientarsi in un bosco o di organizzare un’attività cooperativa all’aperto attiva circuiti neurali che difficilmente verrebbero stimolati in un contesto statico e sedentario.

Il movimento, inoltre, produce un effetto regolativo sul piano emotivo. L’attività fisica contribuisce a modulare i livelli di cortisolo, riducendo lo stress e favorendo uno stato di attivazione ottimale. In tale condizione la corteccia prefrontale può esercitare in modo più efficace le sue funzioni di pianificazione, controllo inibitorio e flessibilità cognitiva, elementi essenziali per un apprendimento consapevole e riflessivo.

Emozione e memoria. L’esperienza che lascia traccia

Il cervello apprende in modo più duraturo quando l’esperienza è emotivamente significativa. L’outdoor education favorisce questo intreccio tra emozione e conoscenza, poiché propone situazioni autentiche, spesso caratterizzate da sorpresa, meraviglia e coinvolgimento personale. L’odore della terra dopo la pioggia, la percezione del vento sulla pelle, il suono degli elementi naturali diventano ancore sensoriali che rafforzano il consolidamento della memoria.

Dal punto di vista neurobiologico l’amigdala e l’ippocampo collaborano nel processo di consolidamento mnestico, soprattutto quando l’esperienza è carica di significato emotivo. Un concetto appreso in un contesto esperienziale ricco e coinvolgente viene codificato in modo più profondo rispetto a un’informazione ricevuta passivamente. Studiare fenomeni scientifici direttamente in ambiente naturale consente di integrare dimensione percettiva, riflessione teorica e risonanza emotiva, generando una memoria più stabile e accessibile.

Inoltre, l’emozione positiva associata all’apprendimento riduce l’attivazione difensiva dell’amigdala e favorisce un clima di sicurezza psicologica. Quando lo studente si sente parte di un’esperienza condivisa e significativa, il suo sistema nervoso si orienta verso l’esplorazione e non verso la difesa, rendendo più fluido il processo di acquisizione e rielaborazione delle conoscenze.

Attenzione rigenerativa e benessere cognitivo

Gli ambienti naturali favoriscono una forma di attenzione definita rigenerativa, caratterizzata da un coinvolgimento spontaneo e non forzato. In un contesto naturale la mente non è sottoposta a un sovraccarico di stimoli artificiali e frammentati, ma può concentrarsi in modo disteso su elementi che catturano l’interesse senza richiedere uno sforzo eccessivo.

La riduzione dei livelli di stress e la modulazione del sistema nervoso autonomo contribuiscono a ristabilire un equilibrio fisiologico che sostiene le funzioni cognitive superiori. La corteccia prefrontale, responsabile delle decisioni complesse e della riflessione metacognitiva, beneficia di questo stato di calma vigile, mostrando una maggiore efficienza nei compiti di problem solving e di pianificazione.

L’outdoor education, integrando momenti di osservazione silenziosa, attività cooperative e riflessione guidata, permette di alternare attivazione e recupero, favorendo un ritmo più armonico tra concentrazione e distensione. In tal modo, l’apprendimento non si configura come un processo forzato e faticoso, ma come un’esperienza sostenibile nel tempo.

Apprendere con tutto sé stessi. Dimensione relazionale e metacognitiva

L’apprendimento all’aperto non coinvolge soltanto la dimensione individuale, ma si sviluppa all’interno di una trama relazionale intensa. Le attività cooperative, la condivisione di compiti, la gestione dell’imprevisto favoriscono lo sviluppo di competenze socio emotive e metacognitive. Lo studente impara a osservare non solo l’ambiente, ma anche sé stesso mentre apprende, sviluppando consapevolezza dei propri processi cognitivi.

Il corpo diventa spazio di comunicazione, attraverso posture, gesti, sguardi e movimenti che costruiscono significato condiviso. In questo contesto il docente assume il ruolo di facilitatore e regista di esperienze, capace di guidare la riflessione e di trasformare l’esperienza concreta in sapere formalizzato. L’integrazione tra azione e pensiero favorisce un apprendimento profondo, nel quale teoria e pratica si alimentano reciprocamente.

L’outdoor education promuove inoltre un senso di appartenenza e di responsabilità verso l’ambiente, contribuendo alla formazione di una coscienza ecologica. La relazione diretta con la natura non rimane sul piano percettivo, ma si traduce in consapevolezza etica, rafforzando la dimensione valoriale dell’educazione.

Tuttoscuola


 

giovedì 8 gennaio 2026

STARE BENE IN CLASSE

 


“In classe si sta bene 

solo quando 

non ci si accorge

 della presenza

 dell’insegnante”



La Redazione

"Stare bene non significa non fare fatica. La scuola non è un luogo di svago ma un ambiente di impegno creativo. La scuola che immaginiamo è..."

La presenza dell’altro è preziosissima per la crescita individuale di ogni essere umano e questo concetto, mai come in nessun altro posto, prende vita proprio tra i banchi di scuola. Ad affrontare questo argomento è stato l’esperto di pedagogia Daniele Novara, queste le sue parole:

“Che a scuola s’impari dai compagni dovrebbe essere scritto a lettere cubitali in ogni ingresso scolastico”. Il gruppo, come ci spiega l’esperto: “crea un'osmosi nei processi di apprendimento, ossia si creano degli incastri, degli effetti domino estremamente importanti che rendono l’apprendimento un gioco di squadra tra gli alunni, dove l’insegnante ha un’azione propulsiva e di regia”.

Il pedagogista spiega con chiarezza quale dovrebbe essere il “modus operandi” di ogni insegnante, in classe il processo di apprendimento non dovrebbe essere di tipo “verticale”, dall'alto dell’insegnante fino al basso degli studenti, ma sarebbe più opportuno adottare un metodo “orizzontale” dove il confronto avviene tra pari e ogni alunno può mettere in campo le proprie capacità, strategie e memorie sociali.

“La memoria sociale, infatti, ci permette di essere quello che siamo. In questa imitazione sistematica tra gli alunni si creano gli innesti per poter imparare stando bene. Stare bene non significa non fare fatica. La scuola non è un luogo di svago, ma un ambiente di impegno creativo. La scuola che immaginiamo è faticosa, esigente, ma anche viva, creativa, animata dal lavoro attivo degli alunni”, e in una scuola viva, ci spiega l'esperto: “l’alunno costruisce, esplora, produce". 

“Come ricordava Maria Montessori: “Voglio entrare in una Casa dei Bambini e non accorgermi della presenza dell’insegnante, perché stanno lavorando loro” conclude Novara.

Ascuolaoggi

Immagine

 

giovedì 18 dicembre 2025

BENESSERE A SCUOLA


Il Ministero chiama

 Telefono Azzurro


Protocollo d'intesa fra il dicastero dell'Istruzione e del merito e la storica organizzazione di tutela e promozione firmato oggi a Roma. 

Il Mim si impegna a promuovere – tramite gli Uffici Scolastici Regionali – la cultura del rispetto dei diritti dell’infanzia, sostenendo la diffusione di progetti formativi, campagne di sensibilizzazione e attività educative «volte a contrastare ogni forma di disagio, anche quelle legate all’uso improprio delle nuove tecnologie digitali»

 

di Giampaolo Cerri

 

Il ministero dell’Istruzione e del merito  – Mim si allea al Telefono Azzurro per promuovere «il benessere dei bambini e degli adolescenti e nella prevenzione dei fenomeni di disagio giovanile». Lo dice una nota della storica organizzazione di tutela e promozione di infanzia e adolescenza. Il ministro Giuseppe Valditara e il professor Ernesto Caffo, fondatore e presidente di Telefono Azzurro, hanno infatti firmato oggi un protocollo d’intesa triennale con l’obiettivo «di rafforzare la collaborazione nella promozione del benessere dei bambini e degli adolescenti e nella prevenzione dei fenomeni di disagio giovanile».

La cultura del rispetto dei diritti dell’infanzia nelle scuole

Che cosa prevede l’intesa? Il Mim si impegna a promuovere – tramite gli Uffici Scolastici Regionali – i contenuti del protocollo presso tutte le istituzioni scolastiche la cultura del rispetto dei diritti dell’infanzia, «sostenendo la diffusione di progetti formativi, campagne di sensibilizzazione e attività educative volte a contrastare ogni forma di disagio, anche quelle legate all’uso improprio delle nuove tecnologie digitali». Da parte sua, Telefono Azzurro «metterà a disposizione le proprie competenze per collaborare con scuole, enti di ricerca e innovazione per sviluppare metodologie didattiche innovative per promuovere un uso sicuro e consapevole del digitale. Saranno inoltre monitorati gli effetti delle buone pratiche per migliorare costantemente gli interventi educativi».

Il protocollo prevede la realizzazione di laboratori psicoeducativi dedicati ai diritti dell’infanzia, al contrasto di bullismo e cyberbullismo, alla multiculturalità e alla sicurezza online. Le attività saranno accompagnate da iniziative didattiche innovative che prevedono l’uso di nuove metodologie di insegnamento collegate al Gaming, Inquiry Based Learning, Intelligenza Artificiale e Metaverso, per favorire un apprendimento coinvolgente e attuale.

Il ministro Valditara e il professor Caffo

«Un ruolo centrale», si fa sapere, «è riconosciuto a scuola e famiglia, pilastri educativi insostituibili nella prevenzione e nella gestione quotidiana delle situazioni di disagio. Per questo saranno promossi interventi formativi specifici rivolti a docenti, genitori e studenti, su temi come l’uso consapevole di Internet, prevenzione dell’abuso e del maltrattamento, sicurezza online e inclusione».

Promossa anche la conoscenza delle linee d’ascolto

il protocollo promuove la diffusione della conoscenza delle linee di ascolto e dei servizi di Telefono Azzurro attraverso laboratori, eventi e materiali informativi destinati al personale scolastico e agli studenti, «nel rispetto dell’autonomia scolastica», significa cioè che i singoli istituti valuteranno se e in quale misura aderire.

Infine, sono previsti interventi coordinati in situazioni di emergenza, con procedure condivise tra Mim, Uffici scolastici regionali e Telefono Azzurro, «per una risposta tempestiva e qualificata ai diversi tipi di disagio nell’infanzia e nell’adolescenza».

Dopo la firma, Ernesto Caffo ha sottolineato che «questo protocollo rappresenta un passo importante per garantire ai bambini e ai ragazzi un contesto educativo sicuro, inclusivo e attento ai loro bisogni. Collaborare con il Ministero significa unire forze e competenze per costruire un sistema educativo capace di riconoscere e affrontare il disagio, costruendo reti altamente formate e di qualità», conclude Caffo.

 

VITA

mercoledì 16 luglio 2025

PERSONA NON IDEOLOGIE


 S
alute e istruzione si sviluppano

 guardando alla persona

 non alle ideologie


Il rappresentante della Santa Sede all'Onu di New York è intervenuto in due momenti al Forum politico di alto livello sullo sviluppo sostenibile: necessarie "politiche integrate" per promuovere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne

Vatican News



Raggiungere la salute e il benessere per tutti, promuovere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne: sono due obiettivi fondamentali dell’Agenda 2030 che, secondo la Santa Sede, richiedono un approccio centrato sulla persona e sulle relazioni, non su mere agende ideologiche. Lo ha ribadito l’arcivescovo Gabriele Caccia, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, intervenendo il 14 e il 15 luglio a due sessioni dell’High-Level Political Forum, dedicate rispettivamente agli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) 3 e 5.

Il diritto alla salute

Parlando del diritto alla salute, l’arcivescovo ha ricordato che «la salute non è semplicemente l’assenza di malattia, bensì uno stato olistico di benessere fisico, psicologico, sociale, spirituale ed emotivo». Essa, ha sottolineato, «è parte vitale dello sviluppo umano integrale». Eppure, monsignor Caccia ha constatato che «i progressi verso il raggiungimento dell’SDG 3 rimangono disomogenei». Le disparità restano profonde: «Milioni di persone non hanno ancora accesso all’assistenza sanitaria di base», i tassi di mortalità materna sono stagnanti e tante sofferenze legate alla salute mentale «restano invisibili». Per affrontare questi ostacoli, servono «politiche integrate» che riconoscano l’interdipendenza tra la salute e altri obiettivi, come la lotta alla povertà, la nutrizione, l’istruzione, l’acqua e i servizi igienico-sanitari, il finanziamento allo sviluppo. Soprattutto, ha rimarcato Caccia, la salute deve essere garantita «ai membri più vulnerabili della famiglia umana: i nascituri, i bambini, gli anziani, le persone con disabilità, i migranti e coloro che vivono in aree di conflitto».

La famiglia come luogo originario di relazioni

E proprio di dignità umana, uguale e «inalienabile», monsignor Caccia ha parlato nel suo secondo intervento, citando la dichiarazione Dignitas infinita del Dicastero per la Dottrina della Fede. La piena uguaglianza, ha detto, richiede più del semplice riconoscimento formale: servono «condizioni che permettano lo sviluppo integrale delle donne», come l’accesso all’istruzione di qualità, all’assistenza sanitaria, a un lavoro dignitoso e alla vita pubblica. Ha poi messo in guardia contro una visione individualista e utilitaristica del ruolo femminile: «Le donne non vanno ridotte a strumenti di agende economiche o politiche». Occorre invece valorizzare «la complementarità tra uomo e donna» e riconoscere la famiglia come luogo originario di relazioni. Per questo, ha concluso, le politiche di genere devono «sostenere e proteggere le famiglie, la maternità e la genitorialità», insieme alla promozione dell’uguaglianza.

Vatican News

 

giovedì 5 dicembre 2024

IL VOLONTARIATO E' TEEN

 


Giornata mondiale 

del volontariato


La fascia 14-18 anni è l'unica che vede aumentare la percentuale di impegno nel volontariato: tra il 2021 e il 2023 è raddoppiata. 

Un vivaio d’impegno sociale, con ricadute positive sul benessere mentale degli adolescenti.

Chi fa volontariato soffre meno di depressione e di ansia. 

Un'inchiesta nella Giornata mondiale del volontariato

di Chiara Ludovisi

 Non è vietato ai minori di 18 anni, tutt’altro: il volontariato è consigliato ai giovani e ancor di più ai giovanissimi. Li aiuta di tirar fuori il loro lato migliore, riduce i rischi di malessere psicofisico e soprattutto smentisce la narrazione più diffusa: quella che ritrae i ragazzi come problematici o annoiati, iperattivi o depressi, disimpegnati e dipendenti. Nel migliore dei casi confusi e persi, nel peggiore dei casi protagonisti o vittime di gesti violenti o disperati: degrado non per nulla è parola ricorrente quando si parla di loro.

È una narrazione da rivedere e correggere, alla luce di un dato nascosto nelle pieghe della statistica italiana. È contenuto nell’indagine demoscopica “Aspetti della vita quotidiana”, realizzata ogni anno dall’Istat su 20mila famiglie e 50mila individui (l’ultima è stata pubblicata a maggio 2024 ed è relativa ai dati del 2023): tra i 14 e i 17 anni, il 7% dei ragazzi e delle ragazze svolge un’attività di volontariato. Non sono certo moltissimi, anzi restano un piccola minoranza, ma è bene sapere che nel 2021 questa percentuale era molto più bassa: appena il 3,9%. 

Adolescenti, numeri in controtendenza

In soli due anni quindi il numero di adolescenti che hanno deciso di prestare un po’ del loro tempo a un’attività di volontariato è quasi raddoppiato. Un trend sorprendentemente positivo, soprattutto se confrontato con quello relativo alle altre fasce d’età. Osservando infatti le elaborazioni di Openpolis e Con i bambini sui medesimi dati Istat, emerge come solo tra i 14 e i 17 anni l’impegno nel volontariato sia in costante crescita, dopo il crollo della pandemia. In tutte le altre fasce d’età al contrario l’andamento è altalenante, con una tendenza al calo dell’impegno, specialmente tra i neo maggiorenni. Nel 2023, per esempio, la percentuale di adolescenti attivi nel volontariato era più alta rispetto a quella dei neomaggiorenni (18-19 anni).

Dagli stessi dati Istat, emerge chiaramente come al Nord il volontariato goda di migliore salute rispetto al Sud, a prescindere dall’età. Al settentrione, quasi il 10% della popolazione (dai 14 anni in su) presta attività gratuita in associazioni di volontariato mentre al Sud il dato si ferma al 5,7%. Si va così dal 16% del Trentino Alto Adige al 4,6% della Sicilia. Le ragioni sono molteplici: tra queste, il numero di associazioni presenti sul territorio, che diminuisce sensibilmente scendendo lungo lo Stivale. Anche qui, solo un paio di dati per semplificare: nel 2020 in Friuli-Venezia Giulia erano censite 1.150 associazioni di volontariato per 100mila residenti, in Campania solo 396 (fonte Openpolis-Con i Bambini su dati Istat).

In soli due anni il numero di adolescenti che hanno deciso di prestare un po’ del loro tempo a un’attività di volontariato è quasi raddoppiato. Un trend sorprendentemente positivo, soprattutto se confrontato con quello relativo alle altre fasce d’età

Al Sud, i ragazzi hanno meno opportunità di impegno

Leggendo il dato da un’altra angolazione, possiamo dire che i ragazzi e le ragazze del Sud hanno minori possibilità d’impegno e di attivismo rispetto ai loro coetanei del Centro e del Nord. Una delle tante disparità a cui occorrerebbe trovare rimedio, soprattutto visto l’impatto positivo che questa esperienza ha sui giovani: il volontariato infatti non solo è una risorsa per la comunità, ma anche un ottimo antidoto contro il malessere psicofisico, specialmente tra i più giovani.

Proprio al Sud, comunque, stanno sbocciando esperienze di volontariato tra i giovanissimi particolarmente ricche e significative, spesso in contesti di povertà economica, sociale ed educativa. 

Fare volontariato contiene l’ansia e la depressione

Che il volontariato faccia bene a sé, non solo agli altri, lo ha dimostrato un recente studio internazionale pubblicato su Jama Network, dedicato proprio all’impatto positivo del volontariato sugli adolescenti e basato sui dati ufficiali del Data Resource Center for Child and Adolescent Health. In sintesi, emerge come il volontariato sia associato a maggiori probabilità di salute eccellente nei bambini e negli adolescenti, a minori probabilità di disturbi d’ansia negli adolescenti e a minori problemi comportamentali nei bambini e negli adolescenti.

I risultati di questo studio sono incoraggianti per ulteriori indagini volte a valutare la causalità, che, se rivelata, potrebbe suggerire l’opportunità di prescrivere il volontariato come intervento di salute pubblica

Per fare qualche esempio tratto dal rapporto, mettendo a confronto la popolazione complessiva degli adolescenti (12-17 anni) e coloro che, nella stessa fascia d’età, svolgono attività di volontariato, tra i primi si rileva un tasso di depressione di circa l’11%, mentre tra i secondi la percentuale scende allo 0,78%. Per quanto riguarda l’ansia, colpisce il 19% degli adolescenti, ma solo lo 0,74% di quelli che sono impegnati in attività di volontariato.

Il nesso causale è tutto da approfondire, ma intanto i ricercatori concludono che «i risultati di questo studio sono incoraggianti per ulteriori indagini volte a valutare la causalità, che, se rivelata, potrebbe suggerire l’opportunità di prescrivere il volontariato come intervento di salute pubblica».


– Da utente a volontario: il circolo virtuoso è made in Sud


– Volontari in erba, ricchezza e sfida per le nostre associazioni


– Il volontariato? Si impara a scuola

 Vita

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domenica 1 dicembre 2024

NUTRIRE LA MENTE PER VIVERE BENE

 


Questo volume, che vede all’opera un nutrizionista noto a livello internazionale e un celebre psicoterapeuta, parte da questo punto: pensare bene, mangiare bene, per vivere bene! 

Non siamo di buonumore? Magari tristi e depressi? Tenderemo ad alimentarci in modo più “pesante" e disarmonico. 

Questo perché i nostri pensieri, e in particolare le emozioni, determinano la qualità e la quantità dei cibi. 

Siamo di buonumore? Magari allegri e gioiosi? Saremo portati verso un’alimentazione più “leggera" perché ci sentiremo in contatto con le parti più elevate della nostra coscienza, sospinti a ingerire cibo di qualità nella giusta quantità. 

Bisogna conoscersi e volersi bene in tutti i sensi, orientando la propria vita verso il bello così da poterlo cogliere in ogni aspetto della vita. 

Non è semplice e non basta da sola la volontà, ma dobbiamo cercare di trovare, per quanto possibile, il piacere, anche attraverso il cibo, e sapere che le emozioni ci nutrono e che lo stress può portare il bisogno incontrollato di cibo. 

Il cibo è relazione con la vita: per questo è importante nutrirsi bene per vivere bene, essere consapevoli di sé, del proprio corpo e liberarsi da parole tossiche e comportamenti disfunzionali.

Nutrire la mente. Tra parole, cibo ed emozioni


venerdì 30 agosto 2024

LA GRATITUDINE, DONO SOCIALE

 


«Le persone grate determinano una atmosfera, creano attorno a sé un senso di fiducia e di benessere che coinvolge gli altri»

  Parla suor Alessandra Smerilli, docente di economia e segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale «È una delle parole chiave che guidano un’economia basata sulla condivisione, la solidarietà e il rispetto per l’ambiente»

 

-         di CRISTINA  UGUCCIONI

 

La fecondità della dimensione sociale della gratitudine è al centro della riflessione che in questa conversazione offre suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia politica alla Pontificia Facoltà di scienze dell’educazione Auxilium e segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.

La gratitudine ha dimensione sociale e fecondità sociale: come le descriverebbe?

Credo ci siano molte implicazioni pubbliche della gratitudine. Sottolineo un aspetto che è ogni giorno alla portata di tutti. Anzitutto le persone grate determinano una atmosfera, creano attorno a sé un senso di fiducia e di benessere grazie al quale è più facile che anche altri passino dal lamento e dalla sfiducia a un atteggiamento costruttivo. Questo perché le persone grate fanno sentire importante chi hanno di fronte, sono portate a sintonizzarsi sul meglio che è negli altri e a chiamarlo in gioco. La loro capacità di concentrarsi sulla crescita e la loro natura altruistica creano spazio per far fiorire gli altri. Sono persone umili perché la gratitudine le porta a riconoscere il debito che le lega ai doni altrui. Ma “umile” rimanda all’humus, alla fertilità della terra che ogni ambiente umano può diventare. Chiaramente, “fertile” può farci pensare anche alle conseguenze economiche e sociali di una convivenza segnata da queste attenzioni, dal saper dire grazie. In effetti, se una comunità ha forte consapevolezza di ciò che uno deve all’altro e di come le sfide si vincono insieme, la sua crescita è più dinamica e felice rispetto alla situazione in cui si combatte tutti contro tutti.

 In che modo la gratitudine può dare forma all’economia?

Già Adam Smith, padre fondatore della Scienza Economica, nel suo libro “ La teoria dei sentimenti morali” sostiene che la gratitudine giochi un ruolo vitale nel rendere il mondo un posto migliore. Benedetto XVI ha dedicato la Caritas in Veritate a mostrare come la gratuità, la logica del dono, non sia un di più, ma un aspetto fondante la dinamica economica. È un aspetto che le teorie economiche classiche hanno ampiamente sottovalutato e che la Chiesa ha contributo e sta contribuendo a portare in evidenza: protagonisti dell’economia sono gli esseri umani che, nonostante il peccato, non sono per natura irrimediabilmente egoisti e votati all’interesse proprio. I loro scambi, i loro progetti, le soluzioni che costruiscono per far fronte alla vita di ogni giorno, hanno in sé una continua vocazione al bene dell’incontro e della cooperazione. In questo ambito, la parola gratitudine può assumere la sfumatura della restituzione: a un territorio, alle generazioni successive, a coloro cui si deve la propria crescita. Gratitudine e restituzione implicano anche il superamento di quelle disuguaglianze che si devono alla storia e allo sfruttamento degli uni sugli altri. Noi dobbiamo ai poveri giustizia: questo è un aspetto drammaticamente attuale e poco riconosciuto della gratitudine. L’economia civile e altre ricerche di nuovi modelli di sviluppo vorrebbero manifestare più chiaramente come uno sguardo grato alla vita debba generare un’economia del dono, mostrando che si tratta di un’economia non di decrescita, ma di una crescita a più alta intensità: più inclusiva, più ecologica, più integrale.

Una delle parole chiave di The Economy of Francesco (EoF) è proprio gratitudine: questo processo/movimento, nato cinque anni fa, sta cominciando ad avere rilevanza sul piano internazionale?

Sì, ma è ancora un movimento in fase di sviluppo e di crescita. La gratitudine è una delle parole chiave che guida i giovani coinvolti, i quali promuovono un’economia basata sulla condivisione, la solidarietà e il rispetto dell’ambiente. Molti giovani imprenditori, economisti e attivisti stanno aderendo a questo movimento e contribuendo a diffondere i suoi principi e valori in tutto il mondo. Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare per trasformare realmente il sistema economico attuale e portare avanti un’economia più equa e sostenibile. La gratitudine è uno dei punti di forza dell’EoF che i giovani possono capitalizzare per raggiungere questo obiettivo.

A chi desidera rivolgere parole di ringraziamento?

 Il primo pensiero va a coloro che mi hanno donato la vita e trasmesso una fede radicata nella semplicità della terra e della vita quotidiana. Si tratta dei miei genitori e di quelle persone a cui sono legate la mia infanzia e la mia adolescenza in Abruzzo. Desidero ringraziare anche chi, in oratorio, ha allargato la mia esperienza di fiducia e di casa, nell’amorevolezza del metodo educativo salesiano. Sono poi grata a coloro che mi hanno chiesto dei passi, a volte delle vere e proprie obbedienze, che hanno plasmato il cammino della mia vita adulta. La vita religiosa, in questo, credo sia per tutti una provocazione, l’invito a pensare che l’adulto non è chi si fa da sé, ma chi accoglie creativamente e attivamente anche le circostanze che non avrebbe pensato adatte a sé: da sola non avrei scelto di studiare Economia, ma poi mi sono accorta di quanto preziosa è stata l’intuizione delle mie formatrici. E da sola non avrei pensato alla Curia Romana come a un luogo di cura e di incontro.

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