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giovedì 29 ottobre 2026

ECONOMIA A SCUOLA?

 



I DUBBI

 SULL’ECONOMIA

 SPIEGATA 

A SCUOLA






L’educazione finanziaria alle elementari non è solo inutile, 

ma può essere dannosa

La “paghetta” non può essere equiparata al reddito da lavoro, i bambini vanno tenuti lontani dalle logiche della finanza

-di LUIGINO BRUNI

L’incontro di Pinocchio con il Gatto e la Volpe è parte integrante della narrativa dei promotori dell’educazione finanziaria dei ragazzi e dei bambini nella scuola. Perché educare al linguaggio della finanza bambini e ragazzini significherebbe metterli nelle condizioni di riconoscere e difendersi dai molti Gatti e Volpi. Quindi negli ultimi anni tutti plaudono alle iniziative di educazione finanziaria nelle scuole da parte della Banca d’Italia, della Consob, di molte banche o associazioni (Feduf ). Il Governo sulla scia di questo entusiasmo ha reso obbligatoria l’educazione finanziaria nelle scuole italiane di ogni ordine e grado (L. 5 marzo 2024, n. 21). La realtà è invece più complessa e ben diversa da quella immaginata. I recenti atti inquietanti di “ragazzini” ci dicono con forza che alla scuola serve tutto tranne l’educazione finanziaria. Gli scolari di oggi hanno un immenso bisogno di riapprendere il senso e la natura delle cose e degli oggetti, toccarli e odorarli, comprendere il loro valore, per capirne domani anche il prezzo.

Una guida per la primaria

La Banca d’Italia ha scritto una guida (online) per gli alunni della scuola elementare. A scorrerla mi sono venuti dei brividi alla schiena, al solo pensiero che quel materiale finisca nelle mani dei bambini e dei loro insegnanti. Trent’anni fa, qualcosa del genere sarebbe stato impensabile, perché il paradigma generale di vita buona nella società era la democrazia; oggi, con il business diventato cultura dominante, diventa ovvio ciò che ieri sarebbe stato considerato un abuso. E nessuno protesta. In tutti i libri, l’inizio è sempre importante. Questo infatti inizia con la « paghetta», che per la Banca d’Italia è ovviamente un buon metodo per educare bambini di sei o otto anni. Ignora così tutta una letteratura di economia, psicologia e pedagogia che da decenni getta infiniti dubbi sui buoni frutti della paghetta ai ragazzi, immaginiamo ai bambini. Ad esempio, già dagli anni settanta, esperimenti controllati sull’introduzione della paghetta nelle famiglie (ad es. i lavori di David Greene e Mark R. Lepper, 1974) mostrano che bambini così educati, nel corso del tempo sviluppano una minore attitudine a svolgere attività con sole motivazioni intrinseche, che sono quelle decisive nella vita, a cominciare dal lavoro. Introdurre la logica della paghetta nei rapporti con i bambini, e in genere sottoporli alla logica economica e finanziaria, rende infatti molto più complicato educarli all’etica delle virtù, che ha bisogno di ingredienti radicalmente diversi. L’evidenza teorica ed empirica su questi temi è ormai immensa.

Lo stipendio e la paghetta

La paghetta, inoltre, si porta dietro l’uso dell’incentivo monetario dentro casa, perché si inizia ad associare lo svolgimento di piccoli lavoretti al pagamento di una somma in denaro (5 euro per i piatti, 4 per la passeggiata col nonno, 5 per far uscire il cane…). Due strumenti teoricamente distinti, ma che spesso convivono, perché entrambi frutto della stessa invasione della logica del business nelle famiglie e in tutta la società. E poi, in quella elegante e simpatica guida per bambini, partendo dalla paghetta si vorrebbe spiegare cosa è reddito che percepiscono i genitori, definito come l’evoluzione della loro paghetta: «Sì», leggiamo, «lo stipendio è una specie di superpaghetta» . Si commette così un grosso errore, teorico e pratico, perché si dimentica che il reddito da lavoro (salari e stipendi) nasce da una struttura di reciprocità: il reddito arriva al lavoratore in cambio di lavoro, che è esattamente quanto manca alla paghetta, che quindi non ha nulla a che fare con stipendi e i salari (sarebbe più simile, proprio volendo, ad un reddito di cittadinanza). Dietro il desiderio delle merci luccicanti dei nostri ragazzini, che li porta qualche volta a sfasciare le vetrine pur di averle, si trova l’assenza dell’idea della natura di reciprocità del mercato: per avere le merci devi dare in cambio qualcosa, devi guadagnare un reddito. Il reddito non è una superpaghetta, è il suo opposto. Ancora più grave è pensare che la paghetta sia un pagamento fatto ai bambini buoni e bravi - il diritto ai beni dei figlioli non deriva dal contratto ma dalla loro condizione di figlie e figli, buoni e cattivi, laboriosi e pigri.

Snaturare l’economia

Errori, dunque, soprattutto se somministrati dalla Banca d’Italia - perché il dato di fatto diventa anche eticamente raccomandabile: è bene dare la paghetta ai vostri bambini. Il resto del libretto è dedicato alla spiegazione della funzioni

della moneta, del Pil, risparmio, persino delle tasse. Scrivere libri di economia per bambini è difficilissimo, perché soltanto una grande competenza teorica e interdisciplinare consente di semplificare categorie molto complesse senza commettere errori. Nella grande maggioranza dei casi, invece, i tentativi di adattare, mediare, semplificare il linguaggio dell’economia e della finanza per renderlo comprensibile al mondo dei bambini, significa snaturare l’economia e la finanza, che richiedono una età capace di coglierne la complessità - l’economia non è troppo diversa, in complessità, dalla meccanica o dall’ingegneria, che non mi pare nessuno voglia insegnare ad un settenne.

Pinocchio e il denaro

Torniamo allo stupendo episodio di Pinocchio alle prese con il Gatto e la Volpe. E immaginiamo un altro Pinocchio che abbia letto e studiato la guida per educarsi alla finanza. Nessuna persona di buon senso potrebbe pensare che questo altro Pinocchio sarebbe stato messo da quel libretto nella condizione di difendersi dai gatti e dalle volpi della finanza, perché l’asimmetria informativa tra le due parti sarebbe ancora infinita. L’unico messaggio serio e responsabile - probabilmente molto vicino a ciò che aveva in mente Collodi - che si dovrebbe dare a Pinocchio e ai suoi amici bambini, soprattutto ai genitori, alla scuola, agli educatori e alla politica, è il seguente: tenete i bambini lontani dal mondo, dal linguaggio e dalla logica dell’economia e della finanza. Non è un caso, tra l’altro, che tutti i guai di Pinocchio inizino dal suo entrare a contatto con il denaro degli adulti: dai soldi che gli arrivano dalla vendita del suo abbecedario ad un rigattiere (un abuso economico di un adulto), dagli zecchini che gli dona Mangiafoco, al Campo dei miracoli.

L’infanzia, tempo di gratuità

Va poi notato un elemento importante: i due furfanti seducono Pinocchio

manipolando il linguaggio del dono: « Noi – riprese la Volpe – non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri. – Gli altri! – ripeté il Gatto. – Che brave persone! – pensò dentro di sé Pinocchio» (Cap. XII). Per abusare economicamente di un bambino, l’unico linguaggio efficace è il dono, perché è la sua lingua madre, il linguaggio di casa e della fiducia primaria. Parlare a bambini di tasse, di Pil, di lavoro, di moneta, di risparmio, è come parlare a un non vedente dei colori. Gli oggetti e i concetti dell’economia sono “beni di esperienza”, che si capiscono solo facendone in parallelo esperienza. L’infanzia è il tempo della gratuità, del dono, delle motivazioni intrinseche. L’economia e la finanza, quella di cui avranno bisogno domani, la impareranno solo quando dovranno usarla: dall’adolescenza in poi. Sono invece le banche, le assicurazioni e le grandi imprese che dovrebbero educarsi al rapporto etico e corretto con i cittadini, che saranno sempre molto meno informati di esse.

Un’educazione fuori stagione

L’unica “borsa valori” buona dei bambini è quella di genitori, insegnanti e degli adulti che stanno loro intorno, perché il loro incontro con l’economia e il denaro deve essere assolutamente mediato da chi li educa. L’autonomia economica è importante per gli adulti, forse per i giovani, non per i bambini e i preadolescenti, che devono dipendere da mamma e papà. L’educazione economica è espressione diretta dell’educazione generale dei ragazzi/ ragazze, molto simile all’educazione sessuale, e parlarne fuori “stagione” non è solo inutile, è dannoso. L’incontro disgraziato con il Gatto e la Volpe condurrà Pinocchio all’impiccagione (cap. XV). Perché sbagliare da bambini il rapporto con il denaro significa sbagliare il rapporto con la vita.

Una guida della Banca d’Italia sembra dimenticare che i piccoli formati alle dinamiche economiche possono sviluppare una minore attitudine a svolgere attività con sole motivazioni intrinseche, mentre servirebbe educare all’etica delle virtù.

www.avvenire.it

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venerdì 12 settembre 2025

IN CERCA DI FELICITA'

 


"La felicità è una costruzione collettiva"

L’ultima ricerca Gallup evidenzia che a livello mondiale la percezione di soddisfazione e felicità è in costante aumento, ovunque tranne gli Stati Uniti e gran parte dell'Europa.

 

-         di Mauro Magatti 

-          L’ultima ricerca Gallup evidenzia che a livello mondiale la percezione di soddisfazione e felicità è in costante aumento.

Un risultato dovuto in larga parte al miglioramento del tenore di vita nelle economie emergenti dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.

Al contrario, continua la tendenza negativa dei Paesi occidentali (Australia compresa): negli ultimi vent’anni, il numero di persone soddisfatte negli USA è sceso dal 70% al 49%.

In Europa, invece, si è passati dal 55% al 42%.

Unica eccezione il Nord Europa, dove si registra un netto miglioramento, dal 50% al 65%.

Al di là dei limiti dello strumento utilizzato (viene misurata la percezione soggettiva), la ricerca segnala dunque un significativo deterioramento del benessere percepito nei Paesi avanzati.

La spiegazione non può essere ridotta alla sola dimensione economica.

Negli USA, il PIL è aumentato costantemente nel corso degli anni. Cosi in Germania e Inghilterra.

Ma questo non è bastato.

Il fatto è che, superata una certa soglia, la felicità non aumenta in modo proporzionale al PIL. Anzi, può addirittura diminuire.

Ciò è dovuto a due ragioni principali.

La prima è che, nelle società avanzate, la crescita non distribuisce i propri benefici a tutti i gruppi sociali.

Al contrario, le disuguaglianze aumentano, così come la precarietà e il lavoro fragile.

Perciò, non è affatto detto che una maggiore crescita economica significhi un maggiore benessere per tutti.

La seconda, puntualmente rilevata dai ricercatori, è che nelle società ad alto reddito la vita diventa difficile e solitaria.

E quando non si dispone di un adeguato capitale economico, culturale e relazionale, a crescere sono la solitudine, la depressione e lo stress legato alle performance richieste.

È questo il male sottile che sta colpendo le società occidentali: l’insoddisfazione diffusa alimenta la sfiducia nelle istituzioni e nelle élite, favorisce le pulsioni populiste e rende più difficile il dialogo sociale.

Altri dati raccolti da Gallup permettono di concludere che lo sviluppo di una società avanzata è un processo sofisticato che, oltre all’aspetto economico, coinvolge almeno altri tre pilastri.

In primo luogo, la qualità dei contesti relazionali, a partire da quelli familiari.

Non è sufficiente vivere in case confortevoli o avere redditi elevati: il benessere umano dipende in larga misura dalla capacità di stabilire e mantenere legami affettivi solidi.

Le famiglie e le reti di prossimità, come gli amici, i vicini e le associazioni, sono un potente antidoto alla solitudine e alla frammentazione sociale.

Le politiche che sostengono la genitorialità, la conciliazione tra lavoro e vita privata e la creazione di spazi di incontro e socialità hanno un impatto significativo sulla felicità collettiva.

In secondo luogo, la qualità dei beni collettivi.

L’eccezione del Nord Europa insegna molto da questo punto di vista: la legalita, l’ambiente, l’istruzione pubblica, i trasporti efficienti e accessibili, gli spazi verdi urbani e la sicurezza dei quartieri sono tutti fattori che contribuiscono a creare un contesto di vita più sereno e vivibile.

A differenza dei beni di consumo individuali, i beni collettivi generano benefici diffusi e duraturi, rafforzando il senso di appartenenza e la fiducia reciproca.

Trascurarli significa compromettere il tessuto sociale e, di conseguenza, la qualità della vita. Infine, ciò che fa la differenza è la possibilità di impegnarsi (in modo professionale o volontario), in luoghi e organizzazioni che perseguono uno scopo positivo e sono attenti alle nuove sensibilità sociali.

Lo sfruttamento fine a sé stesso e le logiche esclusivamente strumentali non motivano nessuno e riducono la felicita.

La lezione della ricerca Gallup è quindi duplice.

Il miglioramento materiale resta fondamentale per chi parte da condizioni di svantaggio: ridurre la povertà e garantire i diritti fondamentali è una priorità globale.

Ma nelle società che hanno già superato questa soglia, il compito è più complesso: bisogna ricostruire le condizioni sociali, culturali e istituzionali che rendono possibile una vita buona.

Le economie prospere hanno bisogno di un tessuto sociale che favorisca la risonanza e il riconoscimento reciproco e di assetti politico-istituzionali capaci di prendersi cura dei beni pubblici.

La felicità, come sottolinea il Rapporto, è una costruzione collettiva tanto quanto un’esperienza individuale. Riguarda l’io e il noi.

La felicità dipende sì dalle opportunità economiche, ma anche, e soprattutto, dalla qualità delle relazioni, dalla cura dei beni comuni e dalla possibilità di dare un senso condiviso alla propria esistenza.

Solo integrando queste dimensioni, lo sviluppo può dirsi davvero sostenibile.

Per l’economia e per le persone.

E quindi per la democrazia.

 

Corriere della Sera

giovedì 14 agosto 2025

NUOVE SFIDE PER LA DOTTRINA SOCIALE


 Quali sono le sfide nuove

 della dottrina sociale 

della Chiesa?



A Subiaco, un incontro per definire le res novae della Dottrina Sociale della Chiesa, organizzato dalla rivista “La Società”. 

Quali le sfide del futuro? 

Dall’intelligenza artificiale ai nuovi paradigmi economici

 -di Andrea Gagliarducci

 Dalle questioni economiche a quelle dell’intelligenza artificiale, passando per le basi sociologiche, epistemologiche, analitiche, la Dottrina Sociale della Chiesa si trova a dover affrontare le sfide dei tempi nuovi. “C’è una domanda crescente di Dottrina Sociale della Chiesa cui dobbiamo dare risposta”, ha detto Leone XIV.

Per cercare di dare risopsta a questa domanda,  la rivista La Società in collaborazione con la Rivista “Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Le cose nuove del XXI secolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e la “Cattedra Rosmini” hanno organizzato un simposio dal 25 al 27 luglio, affrontando tutti i temi possibili in un grande spirito di dialogo.

Il vescovo Mario Toso di Faenza – Modigliana, già segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha sottolineato nel suo intervento che “la Dottrina Sociale fornisce chiavi interpretative che pongono in dialogo varie discipline per dare contributo alla conoscenza, alla pace, alla realizzazione del Regno di Dio.

 La dottrina sociale non è un sapere dedotto, non è imposto dall’alto, non è una dottrina elaborata. La dottrina sociale è un sapere aperto.

Si tratta, insomma, di guardare con curiosità ai nuovi temi presenti nella società, considerando anche le novità dei nostri tempi, dall’economia informale all’intelligenza artificiale.

Va soprattutto – ha detto – superata la visione secondo la quale “la Dottrina Sociale è facoltativa e non fondamentale”, smantellando “il sospetto dell’irrilevanza della Dottrina Sociale rispetto ai dogmi del capitalismo woke”.

Il professor Alberto Preziosi ha parlato del “ventennio” in cui i cattolici italiani non si sono riuniti nelle settimane sociali. In quei tempi, ha detto, “è stato snobbato il compendio, si riteneva che fosse una sintesi sistematica in fondo superata dai tempi e non considerata dialettica”.

Ma come si è evoluta la Dottrina Sociale? Preziosi spiega che al centro della Dottrina Sociale c’è “l’annuncio del Vangelo”, e ha individuato diverse fasi della dottrina sociale: da quella che parte con la Rerum Novarum agli anni Venti e Trenta del secolo scorso; dagli anni Venti e Trenta in cui il magistero sociale diventa appannaggio di una realtà più popolare, con l’idea di fare formazione sociale, alla fase che nasce sul finire della Seconda Guerra Mondiale, con una nuova forma di magistero sociale, che si scontra anche con l’evoluzione del socialismo.

Quindi, c’è la quarta fase, quella del Concilio Vaticano II, perché – racconta Preziosi – “Giovanni XXIII e Paolo VI cambiano il metodo di elaborazione della dottrina sociale. Dal metodo deduttivo ad un metodo induttivo”.

La quinta fase segue il Concilio, ed è delicata, perché “il concilio apre lo scenario nuovo, si rende conto del cambiamento di metodo”. Già durante il dibattito conciliare si contesta l’uso del termine “dottrina”, si parla di una interpretazione più libera.

Con Benedetto XVI – è la sesta fase – “si esaurisce il confronto, perché la crisi delle ideologie ha lasciato il campo in un pensiero unico”. Viene sottolineato il nuovo umanesimo, già Giovanni Paolo II, con la Laborem Exercens, la Sollicitudo Rei Socialis e la Centesimus Annus, aveva rimesso in campo il tema dell’etica sociale, per superare le ideologie presenti.

Infine, la VII frase, con Papa Francesco, che è la fase dei grandi cambiamenti sociali.

 

Aci Stampa

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mercoledì 21 maggio 2025

CONNESSIONI PERICOLOSE

 


I fili invisibili 

che 

guidano gli adolescenti in rete

 tra capitalismo 

della sorveglianza e algoritmi 


di Barbara Benedettelli (Autore)



Frequentare il web è bello, bellissimo. Però, espone l'utente all'uso manipolativo degli strumenti sempre più evoluti che il capitalismo digitale (detto della sorveglianza) utilizza per catturare la nostra attenzione. I rischi maggiori sono per i più giovani, gli adolescenti in particolare. 

Se lo sappiamo, e sappiamo come avviene questo tentativo - riuscito - di manipolazione “mentale” e con quali scopi - di lucro -, forse siamo salvi. 

Di certo, siamo almeno consapevoli che ogni nostro like, ogni nostra ricerca, ogni nostro “sospiro virtuale”, sono beni economici che producono immense ricchezze. 

Ma per chi?


🎧 “Quando navighi non scegli tu, sono gli algoritmi a decidere per te.”

Questa frase è il cuore di Connessioni Pericolose, il saggio che tutti dovrebbero leggere prima di aprire un'app.

🎯 Cosa influenza i tuoi pensieri? Chi decide cosa leggi, guardi, pensi?

Filter bubble. Echo chamber. Manipolazione digitale. Ne libro viene messo in evidenza come i social media, attraverso l'utilizzo degli algoritmi complessi del capitalismo della sorveglianza, possano manipolare a scopo di lucro le preferenze degli utenti e il modo in cui percepiscono il mondo, influendo sul loro comportamento.

La realtà oggettiva è contrapposta alla bolla virtuale generata dagli algoritmi, che può modificare profondamente la percezione del mondo e di sé. Le bolle di filtraggio possono frammentare la società e indebolire il dialogo, mentre il like diventa uno strumento di validazione che modella identità e comportamenti.

Pensi che i social siano “solo intrattenimento”? In realtà sono uno strumento di condizionamento psicologico.

Connessioni Pericolose esplora il potere degli algoritmi: come guidano le emozioni, polarizzano il pensiero e creano bolle su misura.


 

 


mercoledì 30 aprile 2025

IL BUON LAVORO


Il  “buon lavoro” 

secondo Papa Francesco


Per “recuperare” un’idea sociale,

 incardinata nella Dottrina Sociale 

della Chiesa 

che ci piace riproporre il “manifesto” del buon lavoro 

e della buona impresa,  lanciato dal pontefice argentino


by Mario Bozzi Sentieri

Papa Francesco:

Il 1° maggio, Festa del Lavoro,  di quest’anno non può non essere segnato dalla recente scomparsa di Papa Francesco, Pontefice “peronista” si è detto e quindi populista e sensibile ai temi del lavoro. E’ per “recuperare” un’idea sociale, incardinata nella Dottrina Sociale della Chiesa, ben diversa dal genericismo di certe “ricostruzioni” giornalistiche, lette in questi giorni,  che ci piace riproporre il “manifesto” del buon lavoro e della buona impresa,  lanciato da Papa Francesco, durante la sua visita pastorale  a Genova, il 27 maggio 2017, in occasione dell’ incontro con i lavoratori dell’Ilva. Si tratta di  un manifesto che ci sentiamo di condividere per il  suo valore etico-sociale e che proponiamo,  nella sua essenzialità,  per la sua forza “programmatica”.

 ***

La dignità del lavoro

È importante riconoscere le virtù dei lavoratori e delle lavoratrici. Il loro bisogno è il bisogno di fare il lavoro bene perché il lavoro va fatto bene. A volte si pensa che un lavoratore lavori bene solo perché è pagato: questa è una grave disistima dei lavoratori e del lavoro perché nega la dignità del lavoro che inizia proprio nel lavorare bene per dignità, per onore. 

Il buon imprenditore

Il vero imprenditore conosce i suoi lavoratori perché lavora accanto a loro, lavora con loro. Non dimentichiamo che l’imprenditore deve essere prima di tutto un lavoratore! Se lui non ha questa esperienza della dignità del lavoro non sarà un buon imprenditore. Condivide le fatiche dei lavoratori e condivide le gioie del lavoro, del risolvere insieme i problemi, del creare qualcosa insieme.

Chi vende la sua gente vende la dignità propria

Nessun buon imprenditore ama licenziare la sua gente! Chi pensa di risolvere il problema della sua 

impresa licenziando gente non è un buon imprenditore, è un commerciante. Oggi vende la sua gente, domani vende la dignità propria. Una malattia dell’economia è la progressiva trasformazione degli imprenditori in speculatori. L’imprenditore non va assolutamente confuso con lo speculatore, sono due tipi diversi. Lo speculatore è una figura simile a quella che Gesù nel Vangelo chiama mercenario, per contrapporlo al buon pastore. Vede azienda e lavoratori solo come mezzi per fare profitto, usa azienda e lavoratori per fare profitto, non li ama. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda non gli creano alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, mangia persone e mezzi per il suo profitto.

Contro l’economia senza volti

Quando l’economia è abitata da buoni imprenditori le imprese sono amiche della gente. Quando passa nelle mani degli speculatori, tutto si rovina. È una economia senza volti, astratta. Dietro le decisioni dello speculatore non ci sono persone, e quindi non si vedono le persone da licenziare e tagliare.

Quando l’economia perde contatto con i volti delle persone concrete diventa senza volto e quindi spietata. Bisogna temere gli speculatori, non gli imprenditori. 

Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro

La mancanza di lavoro è molto più del venir meno di una sorgente di reddito per poter vivere. Il lavoro è anche questo, ma è molto di più, lavorando diventiamo più persone, la nostra umanità fiorisce, la Dottrina sociale della Chiesa ha sempre visto il lavoro come partecipazione alla creazione che continua grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori. Sulla terra ci sono poche gioie più grandi di quelle che sperimentano lavorando. Come ci sono pochi dolori più grandi di quando il lavoro schiaccia, umilia, uccide. Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro. Con il lavoro gli uomini e le donne sono unti di dignità. 

Edificare il patto sociale

Attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale, quando non si lavora, si lavora male o poco è la democrazia che entra in crisi, tutto il patto sociale entra in crisi. È anche questo il senso dell’articolo primo della Costituzione italiana: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Possiamo dire che togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o mal pagato, è anticostituzionale, secondo questo articolo! Se non fosse fondata sul lavoro, la Repubblica italiana non sarebbe una democrazia perché il posto del lavoro lo hanno sempre occupato privilegi, caste, rendite.

L’obiettivo sociale da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti

Bisogna guardare alle trasformazioni tecnologiche e non rassegnarsi all’ideologia che immagina un mondo dove forse metà o due terzi dei lavoratori lavoreranno, e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale. Deve essere chiaro che l’obiettivo sociale da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti. Perché senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti. Il lavoro di oggi e di domani sarà diverso, forse molto diverso, pensiamo alla rivoluzione industriale. Ci sarà una rivoluzione, ma dovrà essere lavoro, non pensione! Non pensionati, lavoro! Si va in pensione all’età giusta, è un atto di giustizia ma contro la dignità delle persone mandarle in pensione a 35-40 anni, con assegno dello Stato. 

 Gli eccessi della competizione

I valori del lavoro stanno cambiando molto velocemente e molti di questi valori della grande impresa e della grande finanza non sono in linea con la dimensione umana e pertanto con l’umanesimo cristiano. L’accento sulla competizione, oltre ad essere un errore antropologico, è anche un errore economico perché dimentica che l’impresa è cooperazione mutua. Quando si crea un sistema che mette in competizione i lavoratori tra loro, magari può ottenere nel breve periodo qualche vantaggio ma finisce col minare quel tessuto che è l’anima di ogni organizzazione e così quando arriva una crisi l’azienda si sfilaccia e implode, perché non c’è più nessuna corda che la tiene. Questa cultura competitiva è un errore, è una visione che va cambiata se vogliamo il bene dell’impresa, dei lavoratori e dell’economia. 

Gli eccessi della meritocrazia

Un altro valore che in realtà è un disvalore, è la meritocrazia oggi tanto osannata, che affascina molto. Al di là della buona fede dei tanti che la invocano, la meritocrazia sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono ma come un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi. Così, se due bambini alla nascita nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente. E così, quando quei due bambini andranno in pensione, la diseguaglianza tra di loro si sarà moltiplicata. Una seconda conseguenza della cosiddetta “meritocrazia” è il cambiamento della cultura della povertà. Il povero è considerato un demeritevole, e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa. Questa è la vecchia logica degli amici di Giobbe che volevano convincerlo che fosse colpevole della sua sventura, ma questa non è la logica del Vangelo e della vita. La meritocrazia nel Vangelo la troviamo nella figura del fratello maggiore del figliol prodigo che disprezza il fratello minore e pensa che debba restare un fallito. Il padre invece pensa che nessun figlio si merita le ghiande dei porci.

 La dignità del lavoro

Chi perde il lavoro e non riesce a trovarne un altro sente che perde la dignità. Come chi è costretto ad accettare lavori cattivi e sbagliati. Ci sono ancora lavori cattivi e sbagliati nel traffico illegale di armi, nella pornografia, nei giochi di azzardo e in tutte quelle imprese che non rispettano lavoratori e ambiente, come chi è pagato molto perché il lavoro prenda tutta la vita, senza orari. Senza lavoro si può sopravvivere, ma per vivere occorre il lavoro e la scelta è tra il sopravvivere e il vivere.  Un assegno statale, mensile, che ti faccia portare avanti la famiglia, non risolve il problema. Il problema va risolto col lavoro per tutti.

 Il lavoro e la Festa

Un paradosso della nostra società è la presenza di una quota di persone che vorrebbero lavorare e non riescono, o altri che vorrebbero lavorare di meno, ma non ci riescono perché sono stati comprati dalle imprese. Il lavoro diventa fratello quando accanto ad esso c’è la festa, il tempo libero. Senza questo, diventa lavoro schiavistico, anche se superpagato. Nelle famiglie dove ci sono disoccupati non è mai veramente domenica, perché manca il lavoro del lunedì. Per celebrare le feste è necessario poter celebrare il lavoro, vanno insieme, l’uno scandisce il tempo dell’altro. Il consumo è un idolo del nostro tempo, è il consumo il centro della nostra società e quindi il piacere. Oggi ci sono i nuovi templi aperti 24 ore, che promettono la salvezza, punti di puro consumo e di puro piacere. Il lavoro è fatica, e sudore, quando una società edonista vede e vuole solo il consumo, non capisce il valore della fatica e del sudore, non capisce il lavoro. Tutte le idolatrie sono esperienze di puro consumo. Senza ritrovare una cultura che stima la fatica e il sudore, non ritroveremo un nuovo rapporto con il lavoro e continueremo a sognare il consumo del puro piacere».

 Il lavoro e il consumo 

Il lavoro è il centro di ogni patto sociale non un mezzo per potere consumare. Tra il lavoro e il consumo ci sono tante cose, tutte importanti e belle: libertà onore, dignità, diritti di tutti. Se svendiamo il lavoro al consumo, svenderemo presto anche queste parole sorelle. 

Spiritualità del lavoro

Molte delle preghiere più belle dei nostri genitori e nonni, erano preghiere del lavoro recitate prima, dopo e durante il lavoro. Il lavoro è presente tutti i giorni nell’eucaristia i cui doni sono frutto della terra e del lavoro dell’uomo. I campi, il mare, le fabbriche, sono sempre stati altari dai quali si sono alzate preghiere belle e pure che Dio ha accolto e raccolto, recitate ma anche dette con le mani, il sudore, la fatica del lavoro di chi non sapeva pregare con la bocca. Dio ha accolto tutte queste e continua ad accoglierle anche oggi. Per questo vorrei terminare con una preghiera: il vieni Santo Spirito: “Manda a noi un raggio della luce, vieni padre dei poveri, dei lavoratori e delle lavoratrici”.

@barbadilloit



 

mercoledì 9 aprile 2025

L'AMERICA E I DAZI



 Zamagni: «La guerra dei dazi di Trump? Non durerà»

L'economista non ha dubbi: «I dazi andranno avanti al massimo per un anno e si ritorceranno contro gli americani». L'Europa pagherà conseguenze che «saranno momentanee. Farebbe meglio a concentrarsi sulle questioni strutturali che negli ultimi 20 anni l'hanno indebolita e iniziare ad investire in tecnologia e scienza»

di Anna Spena

«Che altro c’è da dire?». Risponde così – e sorride – il professore emerito di Economia Civile all’Università di Bologna Stefano Zamagni quando gli chiediamo dei dazi di Donald Trump entrati in vigore il 5 aprile. Il primo pacchetto di dazi, del 10%, viene applicato a tutti i Paesi e su quasi tutte le importazioni. A questi seguiranno dazi “reciproci” – come li ha definiti il presidente degli Stati Uniti – per tassare le merci straniere importate negli Usa. L’Unione Europea risponde con i contro-dazi a quelli – del 25% – applicati dagli Usa su acciaio e alluminio, che nel caso del vecchio continente valgono 26 miliardi. La Commissione ha deciso di colpire alcuni dei più iconici prodotti statunitensi con tariffe al 25%, salvo alcune eccezioni limitate al 10%. E mentre i mercati impazziscono stiamo a guardare il dito e non la luna.

Professore, che significa “che altro c’è da dire?”

La questione dei dazi imposti da Trump sta polarizzando l’attenzione di tutti. Quello che io rilevo è, da un lato, un eccesso di informazioni che si rincorrono e si contraddicono reciprocamente, dall’altro una scarsità di riflessioni sul significato profondo di questo fenomeno e sulle implicazioni che può avere. E non mi riferisco solo all’Italia – dove comunque il tema è più avvertito rispetto agli altri Paesi – ma all’intero mondo occidentale. 

In che senso?

La vicenda dei dazi, e delle altre misure che sono state prese in terra d’America dall’amministrazione Trump, appartengono all’ordine dei mezzi, non all’ordine dei fini, tanto in ossequio ad una teoria economica mirata a diminuire le transazioni internazionali e quindi a mettere in forza il principio sacro del libero scambio. Questo lo sa Trump, come lo sa chiunque abbia studiato un minimo di economia.

E allora perché lo fa?

Perché il suo fine è diverso. E si serve dello strumento economico, ma questo è il mio giudizio, in maniera sbagliata per raggiungerlo. 

Professore ma di che fine parliamo?

È un fine di duplice natura, da un lato politico e dall’altro culturale. Sul piano politico quello che sta avvenendo era già scritto nel famoso “Manifesto Politico della Sylicon Valley Oligarchica” di Peter Thiel. Un manifesto, pubblicato in California, che risale al 2009 e che ha tra i suoi sostenitori il vicepresidente J. D. Vance, Elon Musk e molti imprenditori delle big tech. La tesi che viene sviluppata nel manifesto è che il tempo della democrazia sia finito. Se vogliamo progredire occorre attribuire il potere non al popolo, ma ad un gruppo, a un’élite ristretta di super capaci e super esperti. Perché diversamente il rischio è di perdere gli appuntamenti della storia. L’altro obiettivo, invece, è quello di ristabilire l’egemonia culturale. Ecco, gli americani non hanno mai accettato o digerito il fatto che dal punto di vista culturale, negli ultimi 15, 20 anni, l’America sia andata giù. Questa evidentemente è una prospettiva che fa presa, non dico su tutti, ma su alcuni strati della popolazione americana e da un certo punto di vista è comprensibile, ma non giustificabile.

Perché è comprensibile?

Dopo la seconda guerra mondiale, e per decenni, l’America è stata la terra dell’avvenire, la terra promessa. Dalla grande crisi finanziaria del 2008 è diventata invece il ricettacolo di tutto ciò che non va. Crisi che, ricordiamolo, è stata causata dagli americani, e questo ha evidentemente diminuito la fiducia. In molti si sono chiesti sul piano economico, così come su quello scientifico, dove fosse la supremazia americana se in casa loro hanno “allevato” una crisi di queste proporzioni. In sostanza l’Europa sta perdendo troppo tempo su questa guerra dei dazi, perché è una guerra che non durerà.

Dice di no?

A mio modo di vedere, cioè il mio sentiment, come si suol dire, è che al massimo potrà durare ancora un anno perché chi ha un minimo di conoscenza economica sa che il prezzo che questa guerra dei dazi che Trump sta imponendo agli americani si ritorcerà contro di loro. In America è diffusa la cultura del pragmatismo. L’americano medio, a differenza dell’europeo medio, è molto meno attratto dall’ideologia o dai valori fondamentali. Dopotutto il pragmatismo è una corrente di pensiero filosofica nata proprio in America alla fine dell’Ottocento. E la filosofia pragmatista dice che va fatto tutto ciò che funziona, ovvero ciò che produce benessere. Già ora ci sono state delle proteste nei vari Stati Usa, ed è soltanto l’inizio. La gente vede che la loro condizione di vita sta peggiorando e quindi non è disposta a rinunciare al proprio benessere. Ecco quando il benessere diminuisce, l’americano medio “abbandona”. 

E le conseguenze sull’Europa?

Nel frattempo, pagheremo delle conseguenze, certo. Il Pil calerà, ma sarà una situazione momentanea. La durata di questa politica insensata è destinata a non superare le elezioni di midterm. Quando i sondaggi rileveranno il rischio per i repubblicani di perdere la maggioranza al Congresso le cose inizieranno già a cambiare, chi conosce la cultura americana lo sa. Io insegno in un’università americana da 52 anni, me ne accorgo. Vedo gli studenti, anche se sono già avanti con gli anni, come ragionano e qual è il loro modo di rapportarsi. Confronto il loro atteggiamento con gli studenti italiani. E mentre per i nostri studenti c’è sempre un gancio, chiamiamolo ideale o ideologico, a seconda delle circostanze, gli studenti americani non hanno di questi problemi perché per loro il principio è il funzionalismo e se una cosa non funziona va buttata via e va cambiata. Nel frattempo, l’Europa dovrebbe soffermarsi su altro, non sui dazi.

Altro?

Sulle cose concrete.

Quali sono?

È possibile che un continente come l’Europa non abbia una company, una corporation nel settore delle alte tecnologie, come hanno invece gli americani? Ma è mai possibile che noi non abbiamo dei centri di ricerca di altissimo livello sotto il profilo tecnico-scientifico anche se in Europa siamo pieni di cervelli che vengono esportati negli Usa? È possibile che non ci sia un’idea di difesa comune gestita con un’agenzia indipendente? Ma è mai possibile che in Europa, nella cosiddetta Unione Europea, ci siano 27 modelli diversi, tali per cui se uno si ammala in un Paese ha un trattamento e se si ammala in un altro il trattamento cambia? È possibile che l’Europa non riesca a partorire un disegno comune per evitare il frazionamento che abbiamo davanti? Pensare alle cose concrete significa aggredire le cause che hanno portato a questa situazione. 

Cosa si può fare?

Non bisogna concentrare tutte le attenzioni sulle questioni di breve termine, utilizzate come scusa per non dedicare invece attenzioni alle questioni strutturali. Questo succede perché negli ultimi 20 anni l’Europa si è indebolita, non siamo forti. E gli americani, sapendolo, ne hanno tratto vantaggio. Ora sui dazi si sta provando a percorrere la strada del negoziato, lo stanno chiedendo tutti, ed è ovvio. Ma quello che io voglio dire è che bisogna proprio uscire dal superficialismo. Ci muoviamo e ci agitiamo solo quando succede qualcosa. Guardiamo ai disastri naturali. Quando arriva l’alluvione tutti piangiamo. Ma è mai possibile? Queste cose si sapevano già da prima. Ma quando dico “da prima” intendo da anni, perché non si è mai fatto nulla? Quindi prima piangiamo e poi rifacciamo l’errore di mettere una pezza sul disastro e non curare la causa strutturale che l’ha determinato.

 AP Photo/Luis M. Alvarez/LaPresse

VITA

 

sabato 22 marzo 2025

RE-ARM . QUALE PROSPETTIVA ?

 


 Perché siamo

 di fronte 


ad un cambio 

di prospettiva


Il 12 marzo, il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione sul Libro bianco della difesa contenente anche un primo riferimento al piano ReArm Europe proposto dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Nello specifico, il paragrafo 68, che fornisce un primo riscontro politico positivo al piano di riarmo – ancora non approvato né formalmente presentato – ha ricevuto 480 voti a favore, 130 contrari e 67 astenuti. Fa riflettere anche la proposta di emendamento avanzata da parte di Fratelli d’Italia di modificare il nome del piano in Defend Europe, bocciata con 517 voti contrari, 97 a favore e 56 astenuti. Il messaggio è chiaro, dunque: in Europa ci prepariamo ad una stagione di riarmo. Cosa prevede questo piano su cui si fanno stime di spesa enormi (fino a 800 miliardi di euro) e perché l’utilizzo di questo termine, «riarmo», ci pone di fronte ad un cambio di prospettiva? Ne abbiamo parlato con Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Pace e Disarmo, organizzazione partner di Ican, la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari che nel 2017 ha ricevuto il Nobel per la pace.

«Questi 800 miliardi sono in realtà una proiezione – spiega Vignarca -. La cosa più sicura sono i 150 miliardi di prestito, che poi i Paesi dovranno restituire. Non sono soldi regalati e hanno un impatto simbolico forte, cioè quello di fare debito comune, garantito dall’Ue, per fare armi, quando prima non era proprio possibile farlo. Non si poteva fare quando lo chiedevamo per il welfare, per la Grecia, per la crisi finanziaria e adesso invece non solo si fa, ma si fa addirittura per le armi».

Non è detto, quindi, che per il piano di riarmo alla fine si spenda quanto annunciato da von der Leyen, anche perché saranno i singoli Stati europei a decidere come muoversi. «L’Italia, che ha già un debito molto forte, per esempio, farebbe fatica a trovare spazio per farsi dare questi soldi – continua Vignarca -. Dovrebbe tagliare da qualche altra parte. Spesso, però, in questi ambiti c’è un discorso di annuncio, di posizionamento dei leader che vogliono farsi vedere in una certa maniera. Il tema, tuttavia, è questo: si spinge per spendere in spesa militare, in deroga alle regole solo quando si parla di armi, e questo è grave indipendentemente da quanti saranno i soldi effettivamente messi sul piatto».

Sebbene il nome del piano proposto da von der Leyen, ReArm Europe, sia piuttosto esplicito in merito ai suoi obiettivi, la spesa per il «riarmo» globale, in realtà, è in crescita già da tempo. «Non c’è stato nessun disarmo nell’ultimo secolo – sottolinea Vignarca –. Le spese militari sono cresciute e addirittura raddoppiate in maniera globale. L’unico decennio in cui abbiamo assistito ad una diminuzione delle spese militari è stato quello degli anni 90, e non a caso è stato un decennio che ci ha fatto fare dei passi avanti su tutta una serie di cose».

Il ritorno del riarmo ha una data spartiacque: il 2001, con l’attentato alle torri gemelle di New York. «È da quel momento che riparte la spesa militare – spiega Vignarca -, ancora una volta con promesse mai mantenute del tipo: “la guerra al terrorismo ci porterà più tranquillità e più sicurezza”. Negli ultimi 25 anni abbiamo vissuto una sbornia da riarmo, di militarizzazione, di deterrenza, che però non ha portato maggiore sicurezza. È da 35 anni, inoltre, che non si tiene una Conferenza per il disarmo all’interno delle Nazioni unite».

Il cambio di rotta dal punto di vista retorico degli ultimi tempi è lampante, sottolinea Vignarca. «Fino a tre anni fa si parlava di difesa, di sicurezza, di investimenti militari, adesso invece il riarmo viene esplicitato e rivendicato. Per tanto tempo, l’aumento delle spese militari era destinato agli eserciti, a nuove forme di dispiegamento, alle missioni all’estero o per la gestione delle crisi. Negli ultimi dieci anni, invece, abbiamo visto un aumento della spesa militare, soprattutto direzionato alla spesa per le armi». E i dati, soprattutto quelli dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, il Sipri, parlano chiaro. «La quota di spesa militare mondiale per le armi è cresciuta – continua Vignarca -. Siamo sempre stati intorno al 20 o al 22 per cento, mentre ora stiamo andando verso il 30 per cento. I paesi europei della Nato, negli ultimi 10 anni, sono passati da spendere il 18% delle loro spese militari per le armi, al 32 per cento».

Di questo aumento di spesa, però, sono in pochi a beneficiarne. «Non ci guadagna nessun Paese: la prospettiva per cui si fa questo tipo di investimenti per avere anche un ritorno economico è errata – chiosa Vignarca -. Abbiamo fatto tutta una serie di analisi sul comparto militare e quello della spesa bellica ha il minor ritorno economico, rispetto a tutti gli altri. Se investissimo gli stessi soldi in energia pulita, in sanità, educazione, addirittura tagliando le tasse, il ritorno economico sarebbe maggiore».

Ma quanta consapevolezza c’è in merito al tema del ritorno economico? Vignarca spiega: «Quando intervengo in alcune conferenze, chiedo sempre al pubblico qual è la percentuale di Pil che viene dall’industria militare in Italia, in base a quello che leggono sui giornali. Qualcuno dice oltre il 15 per cento, moltissimi tra il 10 e il 15 per cento, quasi tutti dal 5 al 10 per cento, una buona parte tra il 3 e il 5 per cento e quasi nessuno dice l’uno per cento. Ma è proprio l’uno per cento, anzi meno. L’industria militare in Italia, e non solo, è residuale. È una cosa economicamente secondaria e nel nostro Paese impiega meno dello 0,5 per cento della forza lavoro».

Nei giorni dell’annuncio del piano ReArm Europe, dall’altra parte dell’oceano, a New York, si riunivano partner della Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari, per il terzo meeting dei Paesi parte del Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw). «Nel suo discorso alla prima sessione, Melissa Parke, direttrice esecutiva della campagna Ican, lo ha detto in modo chiaro: in questo momento buio e difficoltoso non dobbiamo abbassare le aspettative – racconta Vignarca, che ha partecipato ai lavori -. È proprio nel momento in cui c’è l’emergenza più grossa che le aspettative vanno rialzate. Non possiamo più accontentarci della non proliferazione delle armi nucleari. Dobbiamo rilanciare la loro totale eliminazione perché è solo così che ci salviamo. O eliminiamo le armi nucleari o, come diceva Kennedy, saranno queste armi di distruzione a eliminare noi dalla storia».

Per Vignarca, il lavoro dell’Ican e il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari rappresentano un vero cambio di paradigma su cui anche Papa Francesco ha invitato a riflettere. «Papa Francesco ci ha invitato nel 2017 in Vaticano per fare un simposio sulle armi nucleari. Ha capito che il trattato non è solo una norma, una cosa burocratica e formale – il Vaticano è tra i firmatari -, ma è il segno di una nuova vitalità di quel pezzo di mondo, sia come Stati che come società civile, che non crede a questo continuo riarmo. Non è un caso che il Papa, in quella occasione, abbia definito immorale anche il solo possesso delle armi nucleari, non più unicamente l’utilizzo. 

E questo è importantissimo perché rappresenta un vero cambio di prospettiva».

Sul tema dell’abolizione delle armi nucleari, leggi anche:

Immagine:  «Non-violence», scultura dell'artista svedese Carl Fredrik Reuterswärd, Nazioni Unite (Adobe stock)