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martedì 20 gennaio 2026

SIATE FECONDI !


 L'insegnante cristiano, 

testimone 

di fecondità e di vita.

 

-di Giovanni Perrone

 

Siate fecondi e moltiplicatevi!” Questo è il primo comandamento che Dio ha dato alle sue creature. Non significa semplicemente “ Abbiate figli !”. Ciò è molto importante, certo, per lo sviluppo dell’umanità, ma significa di più. È l’invito che Dio ci rivolge ogni giorno, l’invito a desiderare e a saper essere fecondi: la fecondità come modo di essere e di vivere.

È fecondità sostenere la vita, soprattutto quella più debole e svantaggiata, per garantire a tutti un vivere dignitoso, per una piena umanizzazione.

Questo  invito  deve coinvolgere e guidare ogni individuo, e ogni società, a fare del proprio meglio. La fertilità non si compra in farmacia, né può essere autoreferenziale, ma relazionale. È dono di sé agli altri e al mondo intero. È dono d'amore, non di violenza.

Per gli educatori, soprattutto cristiani, lo è ancora di più. È la fecondità che viene dallo Spirito, una fecondità spirituale, intellettuale, professionale e relazionale. È la fecondità della parola e dell'azione  ("cuore, mente e mano", diceva Papa Francesco)..

Papa Leone ci invita "disegnare nuovi cammini di speranza". Cosa significa ciò per noi? Che speranza c'è per le persone in guerra, per i bambini vittime della violenza e della fame, per i massacri di bambini e adulti a Gaza e altrove, per i ragazzi di strada, per coloro che sono privati dell'istruzione o che sono circuiti delle ideologie o degli stessi media?

L'educatore  sa identificare e comprendere i problemi e trovare buone soluzioni. Sa fare memoria, ma sa anche percorrere nuove strade e nuove strategie perché ogni alunno sia pienamente valorizzato e possa dare il meglio di se stesso.  E' questo il suo principale compito.

Perciò, la fecondità si manifesta attraverso intelligenza e generosità, creatività e responsabilità, competenza, impegno e coerenza, dinamismo e testimonianza. Così promuove l'amicizia, la competenza e la gioia di vivere e di avanzare verso il domani.

La fertilità è un invito a dire "Voglio impegnarmi! Sono responsabile! Nonostante tutto, mi piace essere entusiasta e costante nel mio cammino!"

Le istituzioni hanno la responsabilità di essere vivaci e feconde. Questo vale in particolare per le scuole, le associazioni, i progetti educativi e il servizio di ciascun insegnante e di ogni comunità.

 È vero: non è facile essere fecondi oggi. I frenetici ritmi di vita, le varie turbolenze e i diffusi inquinamenti (fisici e culturali) ce lo impediscono.  La stessa società occidentale  (che si crede progredita) sta perdendo la sua fertilità procreativa. Ricorriamo sempre più alla manipolazione e alle medicine senza comprendere che dobbiamo cambiare il nostro stile di vita. La fecondità della  carne e dello spirito non può essere geneticamente modificata, non può essere ravvivata con mezzi artificiali. Essa deve essere coltivata giorno dopo giorno attraverso uno stile di vita basato su relazioni efficaci con se stessi, con gli altri e con Dio. In tal senso la speranza diviene concretezza quotidiana.

È vero: talora si avverte stanchezza, confusione,  solitudine e la speranza si affievolisce. Molti chiedono aiuto, pochi lo danno.

Purtroppo, spesso è la logica della morte e dell'oppressione a essere favorita, e non quella della vita e della condivisione.

Non dobbiamo scoraggiarci, ma dobbiamo sostenerci a vicenda. Dio, fonte di fecondità, ci dà il suo sostegno e ci accompagna. Ci dona gratuitamente la forza della speranza e dell'impegno; ci dona il cuore, gli occhi e la mente (e anche le mani) per fare bene e per vedere lontano; ci aiuta a sviluppare la capacità di rispondere in modo appropriato alle sfide di ogni giorno; ci offre il coraggio del cambiamento e ci aiuta a trovare il modo migliore per vivere (e promuovere) i  valori che esaltano la dignità umana e la società odierna.

Ritengo che la grande sfida per l'educatore cristiano oggi (nelle scuole cattoliche, ma sempre più anche in quelle laiche, dove talora si trova solo) sia quella di saper essere testimone di fecondità e educatore alla fecondità e alla vita.

Solo l'educazione, infatti, può fornire la bussola per orientarsi nella confusione e nel pluralismo della società, per imparare a discernere il vero dal falso, il bene dal male, la bellezza dalla bruttezza, la codardia e l'ignavia dalla vivacità del vivere,  l'autoreferenzialità - che ci inganna e ci imprigiona- dal generoso servizio. «Siate vigilanti e pronti», dice Gesù. «Andate come pellegrini di speranza, artigiani del bene, in comunione con tutti, con e per gli altri». Impariamo, dunque,  ad offrirci in dono a tutti, con umiltà e generosità.

Contemplazione, riflessione, accoglienza e relazioni positive, discernimento, memoria, lungimiranza, dinamismo danno vita e fecondità al cammino concreto e favoriscono lo sviluppo di competenze utili, nella vita quotidiana, a noi stessi e agli altri.

La vita associativa arricchisce e aiuta a discernere e ad agire fecondamente. La fecondità, infatti, fa interagire memoria e futuro, non è una fuga verso il domani: valorizza le radici e le nuove fronde che garantiscono vitalità.  La fecondità della persona favorisce la fecondità della comunità in cui opera e vive.

In particolare, gli educatori sono chiamati a coltivare la fecondità della mente e dello spirito. Il diritto allo sviluppo spirituale deve essere riconosciuto più pienamente ai ragazzi che vengono loro affidati, e anche a loro stessi. La formazione continua è l'acqua e il nutrimento che rinnova e rinforza la fecondità. La riflessività, la cura e l'amore favoriscono una crescita rigogliosa e fruttuosa.

Purtroppo, sovente privilegiamo lo stile del potere e della conquista, dell'arroganza e dell'autoreferenzialità, piuttosto che quello del servizio e della promozione umana. In tal caso la fecondità si inaridisce a può spegnersi.

La trascendenza permette di guardare in alto, oltre l'orizzonte e alzare le ali. Non possiamo, infatti,  dimenticare che educare spiritualmente i ragazzi  significa dare loro dei punti di riferimento per aiutarli a vivere la loro vita in pienezza, cioè a voler e sapere essere sempre fecondi per sé stessi, per gli altri, per il mondo intero.

Perciò è necessario favorire la fecondità dell'intelletto e dello spirito; la stessa intelligenza artificiale deve concretizzarsi come intelligenza artigianale: l'arte di essere e di agire, di pensare e di servire. Ogni persona è, è infatti, un dono prezioso per gli altri.

Solo le persone e le istituzioni feconde andranno verso il futuro!

L'educazione, infatti, è un cammino, per le complesse e variegate vie del mondo.

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sabato 16 novembre 2024

NON SIATE STERILI

 LA SCUOLA VERDE


        Domenica 17 Novembre 2024
Commento al brano del Vangelo di: Mc 13, 24-32


Commento di p. Ermes Ronchi


Scene apocalittiche, nel vangelo come nella storia nostra.

In quei giorni il sole si oscurerà, la luna si spegnerà, le stelle cadranno dal cielo.

Un mondo che va alla deriva? Guarda più a fondo, con occhi di profeta: in realtà è un mondo che rinasce.

Dalla pianta di fico imparate: quando il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Gesù ci porta alla scuola delle piante, perché le leggi dello spirito e le leggi della realtà, in fondo, coincidono.

Il fico è la pianta più citata nelle scritture. Più del grano, più della vite. Era l’albero piantato davanti casa, la cui ombra e i cui frutti rimandavano alla serenità del vivere, alla dolcezza della Parola, alla presenza di qualcuno che, dentro casa, manda avanti e cura la vita.

Imparate dalla sapienza degli alberi: l’intenerirsi del ramo, la linfa che riprende a gonfiare i suoi piccoli canali, è una sorpresa che non dipende da te. Uno stupore ogni volta nuovo.

Così anche voi sappiate che egli è vicino, è alle porte. Dio è qui; e dice vita, dice primavera.

Da una gemma di fico, piccola realtà incamminata verso la sua pienezza, imparate il futuro del mondo: il mondo non è finito, concluso così com’è; il creato è una realtà germinante.

Da una gemma imparate Dio: tra i suoi cento nomi c’è anche ‘germoglio’ (inôn, sl 72,17): “il suo nome è perennità, in faccia al sole. Inôn è il suo nome”. Non la perennità fissa della pietra, bensì quella dell’alba, del rinascere. Una perennità di germogli.

Mi mette pace, allegria, speranza, buon umore, immaginare e pensare Dio come germinazione a primavera; non un ramo secco, un legnetto da ardere nel fuoco, ma un tralcio verde.

E sopra si aprono gemme come occhi, come stelle verdi.

Passeranno i cieli e la terra ma le mie parole non passeranno. Passano il sole e la luna, si sbriciola la terra, ma le mie parole sono un sole che non tramonta, perché scolpite nel cuore dell’uomo.

Gesù ci convoca tutti a dare fiducia al futuro, a credere che il cammino della storia è, nonostante tutte le smentite, un cammino di salvezza.

Il Vangelo parla di stelle che cadono, il Profeta Daniele parla di stelle che salgono a ripopolare il cielo: “Uomini giusti e donne sante salgono nella casa delle luci, dove risplenderanno come stelle”.

Cercali, guardali, ringraziali i giusti e i limpidi che vivono attorno a te, i profeti di oggi, che si sono impregnati di luce, per te.

Germogli benedetti, imbevuti di cielo, intrisi di Dio, oasi di speranza. Sono tanti, e “ognuno è un proprio momento di Dio” (Turoldo), ognuno sillaba del Verbo, ognuno consonante di quella “speranza che è il presente del nostro futuro” (Tommaso d’Aquino).

Il mondo non finirà nel fuoco, ma nella suprema bellezza.

 

Cercoiltuovolto

Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.

 

venerdì 6 settembre 2024

LA GRATITUDINE, DONO SOCIALE


Parla la religiosa, docente di economia e segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. "È una delle parole chiave per una economia basata sulla condivisione"

La fecondità della dimensione sociale della gratitudine è al centro della riflessione che in questa conversazione offre suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia politica alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione Auxilium e Segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.

 

-         Intervista di Cristina Uguccioni

-          

La gratitudine ha dimensione sociale e fecondità sociale: come le descriverebbe?

Credo ci siano molte implicazioni pubbliche della gratitudine. Sottolineo un aspetto che è ogni giorno alla portata di tutti. Anzitutto le persone grate determinano una atmosfera, creano attorno a sé un senso di fiducia e di benessere grazie al quale è più facile che anche altri passino dal lamento e dalla sfiducia a un atteggiamento costruttivo. Questo perché le persone grate fanno sentire importante chi hanno di fronte, sono portate a sintonizzarsi sul meglio che è negli altri e a chiamarlo in gioco. La loro capacità di concentrarsi sulla crescita e la loro natura altruistica creano spazio per far fiorire gli altri. Sono persone umili, perché la gratitudine le porta a riconoscere il debito che le lega ai doni altrui. Ma “umile” rimanda all’humus, alla fertilità della terra che ogni ambiente umano può diventare. Chiaramente, “fertile” può farci pensare anche alle conseguenze economiche e sociali di una convivenza segnata da queste attenzioni, dal saper dire grazie. In effetti, se una comunità ha forte consapevolezza di ciò che uno deve all’altro e di come le sfide si vincono insieme, la sua crescita è più dinamica e felice rispetto alla situazione in cui si combatte tutti contro tutti.

In che modo la gratitudine può dare forma all’economia?

Già Adam Smith, padre fondatore della Scienza Economica, nel suo libro ‘La teoria dei sentimenti morali’ sostiene che la gratitudine giochi un ruolo vitale nel rendere il mondo un posto migliore in cui vivere. Benedetto XVI ha dedicato la Caritas in Veritate a mostrare come la gratuità, la logica del dono, non sia un di più, ma un aspetto fondante la dinamica economica. È un aspetto che le teorie economiche classiche hanno ampiamente sottovalutato e che la Chiesa ha contributo e sta contribuendo a portare in evidenza: protagonisti dell’economia sono gli esseri umani che, nonostante il peccato, non sono per natura irrimediabilmente egoisti e votati all’interesse proprio. I loro scambi, i loro progetti, le soluzioni che costruiscono per far fronte alla vita di ogni giorno, hanno in sé una continua vocazione al bene dell’incontro e della cooperazione. In questo ambito, la parola gratitudine può assumere la sfumatura della restituzione: a un territorio, alle generazioni successive, a coloro cui si deve la propria crescita. Gratitudine e restituzione implicano anche il superamento di quelle disuguaglianze che si devono alla storia e allo sfruttamento degli uni sugli altri. Noi dobbiamo ai poveri giustizia: questo è un aspetto drammaticamente attuale e poco riconosciuto della gratitudine. L’economia civile e altre ricerche – cattoliche e non – di nuovi modelli di sviluppo vorrebbero manifestare più chiaramente come uno sguardo grato alla vita debba generare un’economia del dono, mostrando che si tratta di un’economia non di decrescita, ma di una crescita a più alta intensità: più inclusiva, più ecologica, più integrale.

Una delle parole chiave di The Economy of Francesco (EoF) è proprio gratitudine: questo processo/movimento, nato cinque anni fa, sta cominciando ad avere rilevanza sul piano internazionale?

Sì, sta iniziando ad avere rilevanza internazionale, ma è ancora un movimento in fase di sviluppo e di crescita. La gratitudine è una delle parole chiave che guida i giovani coinvolti, i quali promuovono un’economia basata sulla condivisione, la solidarietà e il rispetto dell’ambiente. Molti giovani imprenditori, economisti e attivisti stanno aderendo a questo movimento e contribuendo a diffondere i suoi principi e valori in tutto il mondo. Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare per trasformare realmente il sistema economico attuale e portare avanti un’economia più equa e sostenibile. La gratitudine è uno dei punti di forza dell’EoF che i giovani possono capitalizzare per raggiungere questo obiettivo.

Come accompagnare e sostenere le giovani generazioni alle prese, in Occidente, con un clima culturale dominato dall’individualismo e dall’imperativo dell’autosufficienza?

Le giovani generazioni stanno educando oggi quelle più adulte a uno sguardo meno individualistico di quello che ha trionfato negli scorsi decenni. Sono le vittime di una ubriacatura di cui, a volte in forme incerte e scomposte, altre volte in forme silenziose e sofferte, patiscono le conseguenze e desiderano il superamento. I giovani in Occidente sono pochi, poco ascoltati, spesso accusati da chi ha costruito attorno a loro un mondo respingente e giudicante. Il loro desiderio di cambiamento è radicato, profondo. La nostra responsabilità è quella di vedere nelle loro incertezze e nei loro bisogni una chiamata alla conversione, così da offrire testimonianze credibili e da sostenere con risorse materiali e spirituali i loro sogni.

In Occidente stiamo assistendo a una crescente burocratizzazione dei rapporti sociali e dunque anche dei rapporti di lavoro; una burocratizzazione che considera la gratitudine qualcosa di nobile ma di superfluo e ininfluente per far funzionare il mondo del lavoro. Come si corregge questa visione che marginalizza la gratitudine?

Riconoscenza ha la stessa radice di riconoscere: per dire grazie devo saper vedere il dono. In economia, e in particolare nella gestione delle organizzazioni, si è abituati a ragionare in termini di programmazione e controllo: si fissano gli obiettivi e si controlla che essi siano raggiunti. Poco spazio viene lasciato al dono, e quindi poco o nulla si fa per accorgersi di quel dono. Trovo interessante la tesi di Norbert Alter: egli sostiene che chi lavora all’interno delle organizzazioni ha bisogno di esprimersi come persona nel proprio lavoro, di personalizzarlo, di donarsi, di andare oltre la lettera del contratto. Le organizzazioni, che hanno tutto l’interesse a ottenere molto dai dipendenti, organizzano sistemi di controllo che non sanno riconoscere il dono, quindi non lo vedono. Per questo motivo non sono riconoscenti e non lo apprezzano, rischiano di far demotivare i lavoratori arrivando a impedire loro di donare. L’ingratitudine impedisce il dono, ecco la tesi di Alter. Volendo ottenere molto dai dipendenti, il management rinuncia alla risorsa più preziosa, la capacità di donare, che porta alla cooperazione e tiene alte le motivazioni. La gratitudine quindi, oltre che collante sociale, si può rivelare una forza enorme anche nella gestione delle organizzazioni: essa, però, non può essere imposta. Ha bisogno di occhi che sappiano riconoscere il dono, quel dono volontario e spontaneo che in qualche modo è anche la personalizzazione del lavoro che si fa. È anche questo il motivo per cui diciamo grazie al barista e non al distributore automatico del caffè: nel lavoro del barista c’è un’espressione di sé, unica e legata al suo modo di essere e di esprimersi. Ed è su questa linea che possiamo immaginare la gratitudine insieme a un buon contratto e non in sostituzione di esso. La riconoscenza verso il dono-gratuità non è in opposizione al denaro, ma le due cose possono stare insieme: anche un aumento di stipendio può essere una forma di gratitudine, se è conseguente al riconoscimento del dono.

A chi desidera rivolgere parole di ringraziamento?

Il primo pensiero va a coloro che mi hanno donato la vita e trasmesso una fede radicata nella semplicità della terra e della vita quotidiana. Si tratta dei miei genitori e di quelle persone a cui sono legate la mia infanzia e la mia adolescenza in Abruzzo. Desidero ringraziare anche chi, in oratorio, ha allargato la mia esperienza di fiducia e di casa, nell’amorevolezza del metodo educativo salesiano. Sono poi grata a coloro che mi hanno chiesto dei passi, a volte delle vere e proprie obbedienze, che hanno plasmato il cammino della mia vita adulta. La vita religiosa, in questo, credo sia per tutti una provocazione, l’invito a pensare che l’adulto non è principalmente chi si fa da sé, ma chi accoglie volentieri – creativamente e attivamente – anche le circostanze che non avrebbe pensato adatte a sé: da sola non avrei scelto di studiare Economia, ma poi mi sono accorta di quanto preziosa è stata l’intuizione delle mie formatrici. E da sola non avrei pensato alla Curia Romana come a un luogo di cura e di incontro.

 www.avvenire.it

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venerdì 30 agosto 2024

LA GRATITUDINE, DONO SOCIALE

 


«Le persone grate determinano una atmosfera, creano attorno a sé un senso di fiducia e di benessere che coinvolge gli altri»

  Parla suor Alessandra Smerilli, docente di economia e segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale «È una delle parole chiave che guidano un’economia basata sulla condivisione, la solidarietà e il rispetto per l’ambiente»

 

-         di CRISTINA  UGUCCIONI

 

La fecondità della dimensione sociale della gratitudine è al centro della riflessione che in questa conversazione offre suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia politica alla Pontificia Facoltà di scienze dell’educazione Auxilium e segretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.

La gratitudine ha dimensione sociale e fecondità sociale: come le descriverebbe?

Credo ci siano molte implicazioni pubbliche della gratitudine. Sottolineo un aspetto che è ogni giorno alla portata di tutti. Anzitutto le persone grate determinano una atmosfera, creano attorno a sé un senso di fiducia e di benessere grazie al quale è più facile che anche altri passino dal lamento e dalla sfiducia a un atteggiamento costruttivo. Questo perché le persone grate fanno sentire importante chi hanno di fronte, sono portate a sintonizzarsi sul meglio che è negli altri e a chiamarlo in gioco. La loro capacità di concentrarsi sulla crescita e la loro natura altruistica creano spazio per far fiorire gli altri. Sono persone umili perché la gratitudine le porta a riconoscere il debito che le lega ai doni altrui. Ma “umile” rimanda all’humus, alla fertilità della terra che ogni ambiente umano può diventare. Chiaramente, “fertile” può farci pensare anche alle conseguenze economiche e sociali di una convivenza segnata da queste attenzioni, dal saper dire grazie. In effetti, se una comunità ha forte consapevolezza di ciò che uno deve all’altro e di come le sfide si vincono insieme, la sua crescita è più dinamica e felice rispetto alla situazione in cui si combatte tutti contro tutti.

 In che modo la gratitudine può dare forma all’economia?

Già Adam Smith, padre fondatore della Scienza Economica, nel suo libro “ La teoria dei sentimenti morali” sostiene che la gratitudine giochi un ruolo vitale nel rendere il mondo un posto migliore. Benedetto XVI ha dedicato la Caritas in Veritate a mostrare come la gratuità, la logica del dono, non sia un di più, ma un aspetto fondante la dinamica economica. È un aspetto che le teorie economiche classiche hanno ampiamente sottovalutato e che la Chiesa ha contributo e sta contribuendo a portare in evidenza: protagonisti dell’economia sono gli esseri umani che, nonostante il peccato, non sono per natura irrimediabilmente egoisti e votati all’interesse proprio. I loro scambi, i loro progetti, le soluzioni che costruiscono per far fronte alla vita di ogni giorno, hanno in sé una continua vocazione al bene dell’incontro e della cooperazione. In questo ambito, la parola gratitudine può assumere la sfumatura della restituzione: a un territorio, alle generazioni successive, a coloro cui si deve la propria crescita. Gratitudine e restituzione implicano anche il superamento di quelle disuguaglianze che si devono alla storia e allo sfruttamento degli uni sugli altri. Noi dobbiamo ai poveri giustizia: questo è un aspetto drammaticamente attuale e poco riconosciuto della gratitudine. L’economia civile e altre ricerche di nuovi modelli di sviluppo vorrebbero manifestare più chiaramente come uno sguardo grato alla vita debba generare un’economia del dono, mostrando che si tratta di un’economia non di decrescita, ma di una crescita a più alta intensità: più inclusiva, più ecologica, più integrale.

Una delle parole chiave di The Economy of Francesco (EoF) è proprio gratitudine: questo processo/movimento, nato cinque anni fa, sta cominciando ad avere rilevanza sul piano internazionale?

Sì, ma è ancora un movimento in fase di sviluppo e di crescita. La gratitudine è una delle parole chiave che guida i giovani coinvolti, i quali promuovono un’economia basata sulla condivisione, la solidarietà e il rispetto dell’ambiente. Molti giovani imprenditori, economisti e attivisti stanno aderendo a questo movimento e contribuendo a diffondere i suoi principi e valori in tutto il mondo. Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare per trasformare realmente il sistema economico attuale e portare avanti un’economia più equa e sostenibile. La gratitudine è uno dei punti di forza dell’EoF che i giovani possono capitalizzare per raggiungere questo obiettivo.

A chi desidera rivolgere parole di ringraziamento?

 Il primo pensiero va a coloro che mi hanno donato la vita e trasmesso una fede radicata nella semplicità della terra e della vita quotidiana. Si tratta dei miei genitori e di quelle persone a cui sono legate la mia infanzia e la mia adolescenza in Abruzzo. Desidero ringraziare anche chi, in oratorio, ha allargato la mia esperienza di fiducia e di casa, nell’amorevolezza del metodo educativo salesiano. Sono poi grata a coloro che mi hanno chiesto dei passi, a volte delle vere e proprie obbedienze, che hanno plasmato il cammino della mia vita adulta. La vita religiosa, in questo, credo sia per tutti una provocazione, l’invito a pensare che l’adulto non è chi si fa da sé, ma chi accoglie creativamente e attivamente anche le circostanze che non avrebbe pensato adatte a sé: da sola non avrei scelto di studiare Economia, ma poi mi sono accorta di quanto preziosa è stata l’intuizione delle mie formatrici. E da sola non avrei pensato alla Curia Romana come a un luogo di cura e di incontro.

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sabato 27 aprile 2024

UNA VIGNA FECONDA


 I TRALCI 

CHE 

PORTANO FRUTTO

Domenica V di Pasqua - 

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli». Giovanni 15,1-8

  Commento al Vangelo di fra Ermes Ronchi

Per il vangelo la santità non risiede nella perfezione, ma nella fecondità. Potare non è sinonimo di amputare ma di dare vita, e togliere il superfluo equivale a fare molto frutto.

 La bibbia è un libro pieno di olivi, di fichi e di viti. Pieno di uomini di cui Dio si prende cura e dai quali riceve un vino di gioia. Con le parole di oggi Gesù ci comunica Dio, cose da capogiro, attraverso lo specchio delle creature più semplici. Ci porta a scuola in un vigneto, a lezione dalla sapienza della vite e da un Dio contadino, profumato di sole e di terra.

 All'inizio della primavera mio padre mi portava nella vigna dietro casa. Sui tralci potati affiorava, in punta, una goccia di linfa che tremava e luccicava al vento di marzo. E mi diceva: guarda, è la vite che va in amore! C’è un amore che muove il sole e le altre stelle, che ascende lungo i ceppi di tutte le viti del mondo, e l’ho visto aprire esistenze che sembravano finite, far ripartire famiglie che sembravano distrutte. E perfino le mie spine ha fatto rifiorire.

 Dobbiamo salvare la linfa di Dio, il cromosoma divino in noi.

 Che Dio sia descritto come creatore non ci sorprende, l’abbiamo sentito. Ma Gesù afferma oggi una cosa mai udita prima: io sono la vite, voi i tralci. Io e voi la stessa cosa! Stesso tronco, stessa vita, unica radice, una sola linfa.

 E mentre nei profeti antichi Dio appariva piantatore, coltivatore, vendemmiatore, ma sempre altro rispetto alle viti, oggi ascoltiamo una parola inaudita: Dio e io siamo la stessa vite; lui tronco, io tralcio; lui mare, io onda; lui fuoco, io fiamma. Il creatore si è fatto creatura. Dio è in me, non come padrone, ma come linfa vitale. E’ in me, per meglio prendersi cura di me.

 Rimanete in me e io in voi. Non è da conquistare l’unione con Dio, è cosa di cui prendere consapevolezza: siamo già in Dio, ci avvolge con il suo affetto, lo respiri, lo urti! E Dio è in noi, è qui, è dentro, scorre nelle vene della vita. Dio che vivi in me, nonostante tutte le distrazioni e i miei inverni, e tutte le forze che ci trascinano via. Ma via da lui non c'è niente.

 Questa comunione precede ogni liturgia, è energia che sale, cromosoma divino che scorre in noi.

 Ed ogni tralcio che porta frutto, egli lo pota perché porti più frutto.

 Il grande e coraggioso dono della potatura! Potare non è sinonimo di amputare ma di dare vita, ogni contadino lo sa. Togliere il superfluo equivale a fare molto frutto.

 Il filo d’oro che cuce il brano e illumina ogni dettaglio è “frutto”. Sei volte viene ribadito ribadisce, perché sia ben chiaro: il vangelo sogna mani di vendemmia e non mani perfette, magari pulite ma vuote, che non si sono volute mischiare con la materia incandescente e macchiante della vita.

 Per il vangelo la santità non risiede nella perfezione ma nella fecondità. Dov’è mai questa perfezione nei discepoli di Gesù, pronti alla fuga e alla bugia, duri a capire...

 La morale evangelica ha la colonna sonora delle canzoni della vendemmia, di una festa sull’aia; sogna fecondità e non osservanze. Più generosità, più pace, più coraggio.

 E mi piace tanto il Dio di Gesù, che si affatica attorno a me perché io porti frutto, che non impugna lo scettro ma la zappa, non siede sul trono ma sul muretto della vigna. A contemplarmi, con occhi belli di speranza.

Alzoglioccchiversoilcielo

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sabato 20 marzo 2021

NOI SIAMO FRUTTO DI QUEL DONO


Se il chicco di grano 

caduto in terra muore,

 produce molto frutto.

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 12,20-33

 In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

 Il commento al Vangelo di domenica 21 Marzo 2021 – Anno B, a cura di Paolo Curtaz.

 Gesù sa che il suo modo di parlare di Dio non può essere tollerato, visto che non è stato possibile ricondurlo a normalità. Non sa cosa accadrà. Sa solo che è pronto ad andare fino in fondo. A non cedere.

Morirà, piuttosto che rinnegare il volto del Padre. Allora parla di fecondità. Di seme che deve morire per portare frutto. La gloria, la presenza di Dio, la shekinah, si manifesterà in Gesù, quando donerà definitivamente la sua vita. Il cuore dell’annuncio di Gesù non è la morte, ma il portare frutto. Ci sono gesti che apparentemente sono un fallimento ma che, invece, sono gravidi di vita e di futuro. Come la croce che non è un grande dolore, ma un grande dono di sé.

Donare la vita

Gesù parla di odiare questa vita per conservarla per l’eternità. Brutta traduzione. Gesù sta dicendo che esiste una vita più intensa nascosta in questa nostra vita. Una vita che è riflesso dell’Eterno. Una vita che si manifesta quando finalmente entriamo nella logica del dono, del servizio. Servi della felicità altrui. Servi come Filippo e Andrea che portano i greci ad incontrare Gesù.

Non è facile donare la vita. Non è facile diventare dono. In perenne bilico fra un narcisismo innalzato a regola di vita e un servilismo strisciante vestito da umiltà, donare la vita è una lotta continua, un equilibrio difficile che solo alla luce dello Spirito Santo possiamo realizzare.

E che Gesù realizza come mai nessuno prima di lui. Libero. Senza rancore. Senza rabbia. Senza pianti. Senza recriminazioni. Libero di donare senza aspettarsi nulla in cambio. 

Questo significa seguire il Nazareno, questo significa diventare discepoli.

Turbamento

Ma non è una scelta semplice, quella del dono. Né eroica. Né devota. È sangue e fango. È paura e tentennamento. Gesù è turbato, e lo dice. E vorrebbe non arrivare fino a questo punto, fino al marcire in terra. Tentenna, parla ad alta voce, vorrebbe essere salvato dalla tenebra che si staglia all’orizzonte. Ma si fida di Dio. Si fida del Padre. Sia Lui a decidere. Sia Lui. Se questo manifesta la gloria agli uomini, sia. Accada.

Quella croce, quel dono, quel Dio osteso e osceno, quella brutale sconfitta esprime pienamente la logica del Padre. Che ama fino a morirne. Mi rattrista questo Vangelo. Perché vedo il dolore del Signore. Mi consola questo Vangelo. Perché vedo il dolore del Signore. Che è il mio. Che è esattamente il mio.

Se Gesù ha avuto paura, cosa ho da temere? Perché mai dovrei nascondere le mie fragilità e fingere di essere ciò che non sono: forte. Deciso a donare, sì. Ma pavido e vigliacco. Desideroso di essere discepoli, ovvio, ma spesso chiedo di essere salvato dalla terra umida e buia. Ma da questa terra Gesù sarà innalzato. E tutti volgeranno lo sguardo. Lo alzeranno. Noi siamo i frutti di quel seme. Io. Tu.

Noi siamo frutto di quel dono.

 Cercoiltuovolto



 

venerdì 17 luglio 2020

TORNARE A GENERARE PER RISCOPRIRSI UN POPOLO



Al di là delle news, 

la crisi della natalità

di Giuseppe Savagnone

Avrebbe forse meritato maggiore attenzione, da parte della stampa e dell’opinione pubblica, il dato, pubblicato in questi giorni, dall’Istat, secondo cui nel 2019 il numero delle nascite, in Italia, è ulteriormente diminuito di 19.000 bambini (-4,5%) rispetto all’anno precedente, toccando un minimo storico dal tempo dell’Unità. Abituati come siamo a lasciarci polarizzare dalle novità che “fanno notizia” – le news –, rischiamo di non percepire la direzione dei grandi processi a medio e lungo termine che maturano anno per anno, e da cui in realtà il nostro futuro dipende molto più che da singoli eventi su cui tanto si discute.
Il riflesso sulle pensioni
In questo caso la gravità della situazione avrebbe dovuto essere percepita se non altro alla luce dall’altro dato, anch’esso ufficiale, che il numero delle pensioni erogate dall’Inps, nel nostro Paese, ha superato per la prima volta quello degli stipendi. Perché non è necessario essere particolarmente inclinati alla matematica per aver chiaro che cosa questo significhi per le future generazioni. In passato un lavoratore poteva contare, per ricevere la meritata pensione, sui prelievi che lo Stato faceva dagli stupendi dei suoi due o tre figli. Era una piramide la cui base, normalmente abbastanza ampia (i figli a volte erano anche più d due o tre), di soggetti produttivi, sosteneva senza problemi il vertice, costituito dal pensionato.
Era già allarmante, nel recente passato, la progressiva riduzione di quella base. Il numero di giovani lavoratori che potevano mantenere gli anziani a riposo è andato diminuendo sempre di più. Oggi sappiamo che il rapporto è addirittura sceso al di sotto della parità. Grazie anche a riforme come quella della “quota cento”, fatta dal precedente governo, che ha ulteriormente favorito l’aumento dei pensionati (220.000 in più rispetto all’anno precedente). Se continua così, chi verrà dopo di noi, i nostri figli, non potrà più avere la ragionevole fiducia di godere, alla fine del proprio servizio professionale, di un reddito garantito. Si parla tanto di “diritti”, ma noi stiamo sistematicamente violando – in questo come in altri campi – quelli delle generazioni future.
L’occasione sprecata degli stranieri
Per un certo periodo a compensare questi vuoti c’è stata l’immigrazione, con l’arrivo di lavoratori stranieri i cui stupendi hanno dato ossigeno al nostro sistema pensionistico. Il precedente presidente dll’Inps, Tito Boeri – silurato dal governo giallo-verde anche per questo –, si era sforzato disperatamente di spiegarlo, dati alla mano, chiedendo una politica di progressiva integrazione che permettesse di fa passare dal lavoro “in nero” a quello “in regola” i cosiddetti “clandestini”. I “decreti sicurezza” – emanati dal Conte 1 e mai abrogati dal Conte 2, malgrado il cambiamento della formazione governativa – hanno messo una pietra tombale su questo progetto, rendendo sempre più difficile quella integrazione e respingendo gli stranieri verso un quasi inevitabile permanenza nella clandestinità.
Un Paese di vecchi
Ma l’emergenza pensionistica è solo un aspetto – sia pure di immediata rilevanza economica – di un problema più ampio. Stiamo sempre più diventando un Paese di vecchi. Il tasso di natalità è di 1,5 figli per donna, quando ce ne vorrebbero almeno due per mantenere il nostro livello di popolazione. Perfino gli stranieri, che avevano in una prima fase sopperito a questo deficit di natalità e contribuito a mantenere discretamente alto il numero degli alunni nelle nostre scuole primarie, da una parte sono stati scoraggiati dal venire in Italia (-8,6%) dall’altra sembrano essersi adeguati al trend degli italiani.
Il risultato, secondo lo studio Istat, è che la nostra popolazione dovrebbe scendere dai 60 milioni e 391mila residenti del 2019 ad appena 28 milioni alla fine di questo secolo. Anche altri Paesi del mondo stanno avendo una flessione, ma noi siamo in prima linea.
La mancanza di una politica per la famiglia
Le cause ovviamente sono tante. Una però è subito evidente, ed è la mancanza di una seria politica a favore della famiglia tradizionale – quella, per intenderci, che genera figli – e della maternità. Nella crescente attenzione ai diritti individuali l’Italia è rimasta sempre più indietro, rispetto anche ad altri Paesi europei, nel sostegno alla comunità familiare come tale, anzi ha promosso una serie di misure legislative, in nome della libertà individuale, che ne indebolivano i legami costitutivi, senza controbilanciarle – come invece si è fatto altrove – con altre che almeno incoraggiassero comunque alla generazione di figli.
Già al tempo del referendum sull’aborto
Il problema, del resto, ha radici antiche. Clamoroso il fatto che, già nella storica disputa sulla legalizzazione dell’aborto, non si sia mai pensato, prima di arrivare allo scontro sui princìpi, a promuovere di comune accordo – fautori e oppositori – una politica che, predisponendo una serie di contributi e di servizi, rendesse comunque più libera la scelta delle donne, dando loro, prima che il triste diritto di interrompere la gravidanza, quello di portarla a termine. Dall’una e dall’altra parte, si sono fatte dichiarazioni, si sono enunciati grandi valori, e non si è fatto quello che era più ovvio e più necessario.
Nessuna meraviglia: si era al tramonto di una stagione in cui a governare era stato il partito dei cattolici, da sempre entusiasti tutori della sacralità della famiglia, ma che non aveva fatto per essa nemmeno la metà di quello che si era invece fatto nella laicissima Francia.
E si è continuato sempre così, fino ad oggi. Molta retorica, sovrabbondanti promesse, qualche occasionale bonus bebè, ma non un’organica legislazione in grado di incoraggiare la generatività. C’è da stupirsi che siamo agli ultimi posti nel mondo?
Il problema del lavoro
Al di là dei fattori che riguardano direttamente la famiglia, ce ne sono altri che l’hanno colpita indirettamente. Penso alla difficoltà di trovare un lavoro prima di un certa età (e talvolta anche dopo…), che ovviamente ritarda la possibilità per le coppie di progettare di avere un figlio. Oppure, anche quando il lavoro c’è, alla sua precarietà (pardon, in politically correct si dice “flessibilità”): chi può pensare di mettere al mondo un bambino quando sa che il suo contratto scade dopo un anno? E questo già prima della pandemia. Che succederà adesso?
Non solo biologia
La mancanza di fecondità degli italiani non è però solo un fatto che riguarda la biologia. Da molti anni si parla di un “declino” dell’Italia che non è tanto una questione demografica o, come alcuni credono, economica, ma riguarda le risorse più profonde di vitalità del nostro Paese. del resto, sono gli economisti a sottolineare che la decrescita del Pil dipende da una crisi della produzione, che a sua volta deriva da quella del consumo, le cui origini vanno cercate in una diffusa sfiducia. Manca la speranza nel futuro.
La rabbia e la paura non generano nulla
Le passioni dominanti di questi ultimi anni sono state la rabbia e la paura. Ma con esse non si genera nulla. Con la rabbia si rimpiange qualcosa del passato che si è perduto, con la paura ci si trincera nell’esistente, difendendolo con le unghie e con i denti. Perché si possa generare bisogna, invece, aprirsi al futuro, preferire il rischio alla sicurezza, immaginare ciò che ancora non esiste invece di aggrapparsi a ciò che non esiste più.
La mancanza generatività biologica è così una metafora di quella spirituale e culturale che ci rende un Paese di vecchi anche a prescindere dall’anagrafe. Non mancano, naturalmente le eccezioni che potrebbero essere invocate per smentire questa diagnosi. Ma è pur vero che molte grandi espressioni del genio italiano sono state possibili proprio per il fatto che sono state realizzate all’estero.
Tornare a generare per riscoprirsi un popolo
In ogni caso, resta il problema di fondo di un risveglio delle risorse morali e spirituali del nostro popolo. La ripresa economica, che pure è una urgenza assoluta, in questo momento difficilissimo, non può essere affidata solo a misure che piovono dall’alto. A parte le perplessità – che purtroppo condivido – sull’efficacia di queste ultime, anche nella migliore delle ipotesi esse non possono sostituire uno spirito di iniziativa, una creatività, un coraggio che esige l’impegno di tutti. Per uscire dalla crisi bisogna di nuovo ritornare a generare: non solo figli, ma anche idee, esperienze, relazioni costruttive… Magari riscoprendo, così, di essere quello che ci siamo dimenticati di essere: un popolo.




domenica 12 luglio 2020

UN TERRENO FECONDO


Dal Vangelo secondo Matteo

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Commento di P. Paolo Curtaz

Ripartiamo dall’essenziale, allora. Con il Vangelo in mano, con il cuore aperto, con la voglia di prendere saldamente il timone della barca della nostra vita e di prendere il largo.
Le risposte sono tutte lì, davanti ai nostri occhi. Si tratta di coglierle, di vederle. Di viverle.
Se Gesù ha salvato il mondo, perché assistiamo ancora e ancora alla follia del dolore e della guerra?
Se egli era davvero la presenza stessa di Dio, se la sua morte ha cambiato il cuore dell’uomo, dov’è questa salvezza? Erano le domande che si poneva la comunità di Matteo, travolta dalla repressione dell’Impero Romano che era giunta a distruggere il tempio. Una catastrofe, la fine di un mondo, anche di un mondo di fede. Dio era stato apparentemente sconfitto dall’aquila romana.
Perché, come l’epidemia ha messo in evidenza, la nostra fede spesso è superficiale e non incide nella vita reale? Perché nonostante tutto l’impegno che mettiamo nel raccontare il volto luminoso di Dio stentiamo ad essere ascoltati ed accolti? Perché la primavera del Concilio non ha portato i frutti che ci si aspettava?
Matteo, come risposta, propone alla sua comunità scoraggiata, e alla nostra, la parabola del seminatore. Propone di vedere le cose dal punto di vista di Dio.
Ecco: il seminatore uscì a seminare.
Il seme
Al centro della parabola Gesù pone il seme: è lui il protagonista, tutti i verbi usati nel breve racconto hanno come oggetto proprio il nostro seme. Seme che è la Parola rivelata dal Padre per bocca di Gesù e poi accolta e ritrasmessa da Matteo alla sua comunità e da questa al mondo.
Il messaggio è chiaro: il seme agisce da sé, a prescindere, è efficace al di là della bravura del seminatore o della qualità del terreno.
Se è sotto gli occhi di tutti che per tre quarti delle volte la semina è destinata a fallire, è altrettanto vero che una volta su quattro il risultato è stupefacente, ben al di là delle aspettative.
La parabola è un incoraggiamento, un invito alla fiducia, uno sguardo positivo sulla realtà.
Racconta la logica di un Dio che lascia liberi di accogliere e di ascoltare il suo messaggio.
Oppure di rifiutarlo. O di accoglierlo parzialmente, per poi lasciarlo inaridire e morire.
Il terreno
La Parola viene gettata a piene mani. Da Dio, da Cristo, da noi discepoli. Magnifico.
Poi, che accade?
Il racconto viene ripreso più avanti, in una specie di appendice al testo, una spiegazione privata ad uso dei discepoli da parte di Gesù.
La parabola, allora, diventa quasi un’allegoria e l’incoraggiamento diventa un avvertimento.
Se sei un annunciatore resta sereno. Keep calm e lascia agire il seme.
Ma, prima di essere evangelizzatore e discepolo, sei uno che accoglie la Parola, sei il terreno: stai dunque attento a come accogli.
Guarda il tuo cuore: prima accogli, poi annuncia. Perché annunci solo ciò che accogli.
È Gesù stesso a parlarne e a spiegare le sue parole.
Il seme cade sulla strada, su un cuore indurito. Indurito perché calpestato da molti.
Gesù non entra nel dettaglio, constata che ci sono dei cuori apparentemente impermeabili a qualunque sollecitazione di fede, incapaci anche solo di lasciare che qualcosa scalfisca le loro incrollabili certezze. Sanno. Di Dio, della fede, dei cristiani. Sanno. Non hanno bisogno di nulla.
Su questi cuori il seme rimbalza. Poi viene Satana e lo porta via, come un corvo che cala sulle granaglie. Da brividi.
La Parola che cade sulla strada è destinata a sparire.
Un cuore indurito, pietrificato, asfaltato, è impermeabile alla Parola e, quindi, a Dio.
Apparentemente è impossibile da cambiare.
Non per Dio, che semina anche sull’asfalto. Insiste, l’inguaribile ottimista.
Poi
Gesù continua: se il seme trova anche solo un briciolo di terra, germoglia.
Ma ha bisogno di costanza, per crescere. Così accade ad alcuni discepoli.
Subito accolgono la Parola: con entusiasmo. Ce ne sono di persone così, adulti che riscoprono la fede grazie ad un viaggio, ad una giornata di ritiro, ad un’amica credente che li coinvolge, al lockdown. Ed è bello vedere nel loro sguardo lo stupore di scoprirsi amati da Dio e la voglia di conoscere.
Il primo cuore è indurito. Il secondo è incostante.
La fede diventa una parentesi della vita, anche felice, certo, ma una parentesi.
Ha ragione, Gesù: il seme va coltivato, va protetto dal sole troppo caldo, dalle intemperie.
La Parola va custodita, approfondita, meditata, pregata.
Gesù continua. Diversa è la situazione di chi ha costanza, di chi accoglie la Parola e la custodisce ma intorno a lui crescono altri interessi che si ingrandiscono e, alla fine, soffocano la Parola che rimane, ma non porta frutto. È presente, ma inutile.
Sopraggiungono le preoccupazioni del mondo, il pre-occuparsi, l’occuparsi prima, anzitempo; ed invece di vivere il momento presente, di assaporare il tempo, lo amplifichiamo, lo estendiamo, e così la preoccupazione continua contagia la nostra vita e la nostra anima. E la soffoca, come una pianta infestante.
E anche la bramosia soffoca il seme, cioè il desiderio smodato, auto-referenziale, fuori controllo. Dei soldi, della casa, del cibo, del sesso… Ogni cosa rischia di diventare un idolo e di ingigantirsi fino a prendere il controllo di noi stessi, fino a mettere ai margini la nostra anima.
Ma esiste un’ultima possibilità. Meno male.
Frutti
Il tono della parabola cambia. È un finale colmo di speranza.
Esiste un terreno buono che accoglie e porta frutto, tanto frutto. In cui la Parola scava i cuori, cambia la vita, modifica le scelte. Converte.
E produce un gran raccolto: trenta, sessanta, cento per uno. Gesù usa un’iperbole per indicare che il seme produce molto più di quanto immaginiamo o speriamo.
Ed è proprio ciò che accade: a fronte di tanto insuccesso, agli occhi degli uomini, resta il fatto che milioni di persone, accogliendo il vangelo, hanno radicalmente cambiato la propria vita.
Noi fra questi. Io, fra questi.
Chi è il terreno buono? Chi si è ritrovato nei terreni precedenti, meditando la parabola. Chi, leggendo, ha ammesso davanti al Dio di ogni tenerezza di essere impietrito, asfaltato, di avere un cuore scostante.  Chi ha sentito il desiderio immenso di portare frutto, di diventare terreno fecondo che fa fiorire la vita.
Vale la pena di riflettere su questo aspetto: leggere la nostra vita, le nostre vicende, il nostro passato per vedere quanto l’incontro col vangelo ci abbia cambiati. E anche noi possiamo dire che avere accolto il vangelo della nostra vita ha comportato qualche rinuncia. Ma ci ha dato cento volte tanto (Mt 19,29)