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venerdì 27 marzo 2026

OUTDOOR EDUCATION

 

Outdoor education e cervello. 


Perché il corpo 

facilita l’apprendimento




 

Il mondo della vita è una riflessione filosofica che ha la forza di scardinare paradigmi consolidati. Tutto inizia dal corpo, dal suo essere situato, immerso in un contesto storico e culturale stratificato, abitato da simboli che diamo per scontati, da quelle “ovvietà” che, proprio perché familiari, finiscono per nascondere il loro significato più profondo. Eppure, sotto questa complessità, la vita conserva una semplicità originaria: è naturale come il respiro, essenziale come il battito, irripetibile e unica in ogni sua manifestazione.

Negli ultimi decenni le neuroscienze cognitive hanno progressivamente trasformato la nostra comprensione dei processi di apprendimento, mostrando con chiarezza che la mente non opera in modo disincarnato, isolata dal resto dell’organismo, ma è profondamente radicata nel corpo e nell’ambiente. Non apprendiamo soltanto “con la testa”, come una tradizione scolastica fortemente trasmissiva ci ha a lungo indotto a credere, bensì con l’intero organismo, attraverso un intreccio continuo tra percezione, movimento, emozione e relazione. Ogni gesto, ogni postura, ogni esperienza sensoriale contribuisce a modellare la rete neurale che sostiene il pensiero.

In questa prospettiva, l’outdoor education non può essere ridotta a metodologia alternativa o a semplice strategia motivazionale per rendere le lezioni più coinvolgenti. È, piuttosto, una proposta pedagogica che trova solide radici nelle evidenze neuroscientifiche contemporanee. Riportare l’apprendimento all’esterno, in contatto con la natura, significa restituire unità all’esperienza formativa, ricomporre quella frattura artificiale tra sapere e vita che per troppo tempo ha segnato la scuola.

Riconoscere che il corpo facilita l’apprendimento implica accettare che il cervello è un organo plastico, dinamico, estremamente sensibile agli stimoli ambientali e alla qualità delle esperienze vissute. L’ambiente naturale, lungi dall’essere uno scenario decorativo, si configura come un autentico mediatore cognitivo: attiva reti neurali complesse, stimola l’attenzione diffusa, favorisce la regolazione emotiva, sostiene processi di memorizzazione più stabili e significativi.

Imparare all’aria aperta non è dunque un ritorno romantico alla natura, ma un atto coerente con ciò che oggi sappiamo sul funzionamento del cervello. È il riconoscimento che il sapere nasce dall’incontro tra corpo e mondo, tra esperienza concreta e riflessione, e che ogni apprendimento autentico è, prima di tutto, un’esperienza vissuta.

Il corpo che pensa. Fondamenti neuroscientifici dell’apprendimento incarnato

La teoria dell’embodied cognition ha evidenziato come i processi cognitivi siano radicati nell’esperienza corporea e nella relazione con l’ambiente. Il pensiero non si sviluppa in una dimensione astratta e disincarnata, ma nasce dall’interazione concreta con il mondo, attraverso i sensi e il movimento. Ogni azione, ogni gesto, ogni esplorazione spaziale contribuisce a modellare le reti neurali che sostengono la comprensione e la memoria.

Quando uno studente osserva un fenomeno naturale, manipola materiali, misura distanze, orienta il proprio corpo nello spazio, non sta semplicemente eseguendo un compito operativo, ma sta attivando un sistema integrato che coinvolge corteccia sensoriale, aree motorie, ippocampo, corteccia prefrontale e sistemi emotivi. L’apprendimento diventa così un’esperienza globale, nella quale percezione e concettualizzazione si intrecciano in modo indissolubile.

La plasticità cerebrale rappresenta il presupposto biologico di questo processo. Le connessioni sinaptiche si rafforzano quando l’esperienza è ricca, multisensoriale e significativa. L’outdoor education, offrendo stimoli vari, imprevedibili e autentici, crea le condizioni ideali perché il cervello costruisca mappe neurali più articolate e resilienti, capaci di sostenere apprendimenti trasferibili anche in contesti differenti.

Il cervello in movimento. Neurobiologia dell’attività fisica e funzioni cognitive

Il movimento non è un elemento accessorio del processo educativo, ma una componente strutturale dello sviluppo cognitivo. Numerosi studi hanno dimostrato che l’attività fisica favorisce la produzione di fattori neurotrofici, in particolare del BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor – Fattore Neurotrofico Cerebrale) che è una proteina, appartenente alla famiglia delle neurotrofine, che sostiene la sopravvivenza dei neuroni e la formazione di nuove sinapsi. Camminare, esplorare un sentiero, svolgere attività di osservazione dinamica all’aperto non significa interrompere l’apprendimento, ma potenziarlo a livello biologico.

L’aumento dell’irrorazione sanguigna cerebrale e la maggiore ossigenazione dei tessuti nervosi migliorano le funzioni esecutive, la memoria di lavoro e la capacità di concentrazione. L’ippocampo, struttura cruciale per la memoria dichiarativa e per l’orientamento spaziale, trae particolare beneficio dalle esperienze ambientali complesse e dalla navigazione nello spazio reale. L’esperienza di orientarsi in un bosco o di organizzare un’attività cooperativa all’aperto attiva circuiti neurali che difficilmente verrebbero stimolati in un contesto statico e sedentario.

Il movimento, inoltre, produce un effetto regolativo sul piano emotivo. L’attività fisica contribuisce a modulare i livelli di cortisolo, riducendo lo stress e favorendo uno stato di attivazione ottimale. In tale condizione la corteccia prefrontale può esercitare in modo più efficace le sue funzioni di pianificazione, controllo inibitorio e flessibilità cognitiva, elementi essenziali per un apprendimento consapevole e riflessivo.

Emozione e memoria. L’esperienza che lascia traccia

Il cervello apprende in modo più duraturo quando l’esperienza è emotivamente significativa. L’outdoor education favorisce questo intreccio tra emozione e conoscenza, poiché propone situazioni autentiche, spesso caratterizzate da sorpresa, meraviglia e coinvolgimento personale. L’odore della terra dopo la pioggia, la percezione del vento sulla pelle, il suono degli elementi naturali diventano ancore sensoriali che rafforzano il consolidamento della memoria.

Dal punto di vista neurobiologico l’amigdala e l’ippocampo collaborano nel processo di consolidamento mnestico, soprattutto quando l’esperienza è carica di significato emotivo. Un concetto appreso in un contesto esperienziale ricco e coinvolgente viene codificato in modo più profondo rispetto a un’informazione ricevuta passivamente. Studiare fenomeni scientifici direttamente in ambiente naturale consente di integrare dimensione percettiva, riflessione teorica e risonanza emotiva, generando una memoria più stabile e accessibile.

Inoltre, l’emozione positiva associata all’apprendimento riduce l’attivazione difensiva dell’amigdala e favorisce un clima di sicurezza psicologica. Quando lo studente si sente parte di un’esperienza condivisa e significativa, il suo sistema nervoso si orienta verso l’esplorazione e non verso la difesa, rendendo più fluido il processo di acquisizione e rielaborazione delle conoscenze.

Attenzione rigenerativa e benessere cognitivo

Gli ambienti naturali favoriscono una forma di attenzione definita rigenerativa, caratterizzata da un coinvolgimento spontaneo e non forzato. In un contesto naturale la mente non è sottoposta a un sovraccarico di stimoli artificiali e frammentati, ma può concentrarsi in modo disteso su elementi che catturano l’interesse senza richiedere uno sforzo eccessivo.

La riduzione dei livelli di stress e la modulazione del sistema nervoso autonomo contribuiscono a ristabilire un equilibrio fisiologico che sostiene le funzioni cognitive superiori. La corteccia prefrontale, responsabile delle decisioni complesse e della riflessione metacognitiva, beneficia di questo stato di calma vigile, mostrando una maggiore efficienza nei compiti di problem solving e di pianificazione.

L’outdoor education, integrando momenti di osservazione silenziosa, attività cooperative e riflessione guidata, permette di alternare attivazione e recupero, favorendo un ritmo più armonico tra concentrazione e distensione. In tal modo, l’apprendimento non si configura come un processo forzato e faticoso, ma come un’esperienza sostenibile nel tempo.

Apprendere con tutto sé stessi. Dimensione relazionale e metacognitiva

L’apprendimento all’aperto non coinvolge soltanto la dimensione individuale, ma si sviluppa all’interno di una trama relazionale intensa. Le attività cooperative, la condivisione di compiti, la gestione dell’imprevisto favoriscono lo sviluppo di competenze socio emotive e metacognitive. Lo studente impara a osservare non solo l’ambiente, ma anche sé stesso mentre apprende, sviluppando consapevolezza dei propri processi cognitivi.

Il corpo diventa spazio di comunicazione, attraverso posture, gesti, sguardi e movimenti che costruiscono significato condiviso. In questo contesto il docente assume il ruolo di facilitatore e regista di esperienze, capace di guidare la riflessione e di trasformare l’esperienza concreta in sapere formalizzato. L’integrazione tra azione e pensiero favorisce un apprendimento profondo, nel quale teoria e pratica si alimentano reciprocamente.

L’outdoor education promuove inoltre un senso di appartenenza e di responsabilità verso l’ambiente, contribuendo alla formazione di una coscienza ecologica. La relazione diretta con la natura non rimane sul piano percettivo, ma si traduce in consapevolezza etica, rafforzando la dimensione valoriale dell’educazione.

Tuttoscuola


 

mercoledì 2 ottobre 2019

GIOVANI E SALUTE, BUONE LE RELAZIONI SOCIALI MA IN PERICOLO LA SALUTE

Comunicato Stampa N°20/2019 
dell'Istituto Superiore di Sanità


Gli adolescenti hanno un’alta percezione della loro qualità di vita
e un buon rapporto con i compagni e gli insegnanti



Tuttavia, tre su 10 non fanno la prima colazione e appena uno su 10 svolge attività fisica.
Quasi tutti si relazionano tra loro attraverso i social media.
Nella fotografia dell’ISS i comportamenti degli adolescenti italiani

Gli adolescenti italiani hanno un’alta percezione della loro qualità di vita, anche se le loro abitudini non sono poi così corrette. Dal 20 al 30% degli studenti tra 11 e 15 anni, infatti, non fa la prima colazione nei giorni di scuola, solo un terzo dei ragazzi consuma frutta e verdura almeno una volta al giorno e meno del 10% svolge almeno un’ora quotidiana di attività motoria, come raccomandato dall’Oms, mentre un quarto di loro supera le due ore al giorno (il massimo raccomandato) davanti ad uno schermo.
La fotografia a tutto tondo dei comportamenti degli adolescenti è stata scattata dalla rilevazione 2018 del Sistema di Sorveglianza HBSC Italia (Health Behaviour in School-aged Children – Comportamenti collegati alla salute dei ragazzi in età scolare), promosso dal Ministero della Salute/CCM (Centro per il Controllo e la prevenzione delle Malattie), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità insieme alle Università di Torino, Padova e Siena e svolto in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, le Regioni e le Aziende Sanitarie Locali.
L’indagine, i cui risultati vengono illustrati oggi nell’Aula Pocchiari dell’ISS, mostra oltretutto che aumentano i fenomeni estremi quali il binge drinking e la preferenza, soprattutto tra le ragazze, di trascorrere tempo online con gli amici piuttosto che incontrarsi. Di contro, l’Italia risulta essere tra i paesi meno interessati dal fenomeno del bullismo. Gli studenti, perdipiù, si sentono supportati da amici e compagni di classe e hanno un buon rapporto con gli insegnanti.
 Alimentazione e stato ponderale
Sulla base di quanto auto-dichiarato da 58.976 ragazzi i dati 2018 evidenziano che il 16,6% dei ragazzi 11-15 anni è in sovrappeso e il 3,2% obeso; l’eccesso ponderale diminuisce lievemente con l’età, è maggiore nei maschi e nelle Regioni del Sud. Rispetto alla precedente rilevazione effettuata nel 2014 tali valori sono tendenzialmente stabili.
Tra i comportamenti alimentari scorretti, l’HBSC ha evidenziato nel 2018 l’abitudine frequente a non consumare la colazione nei giorni di scuola, con prevalenze che vanno dal 20,7% a 11 anni, al 26,4% a 13 anni e al 30,6% a 15 anni; tale percentuale è maggiore nelle ragazze in tutte le fasce d’età considerate. Questa abitudine, rispetto al 2014, ha subìto un lieve peggioramento.
Solo un terzo dei ragazzi consuma frutta e verdura almeno una volta al giorno (lontano dalle raccomandazioni) con valori migliori nelle ragazze. Rispetto al 2014 aumenta il consumo, almeno una volta al giorno, di verdura ma diminuisce quello di frutta in tutte le fasce d’età e per entrambi i generi. Pane, pasta e riso sono gli alimenti più consumati in assoluto (1 ragazzo su 2).
Le bibite zuccherate/gassate sono consumate maggiormente dagli undicenni e dai maschi (le consumano almeno una volta al giorno: il 14,3% degli undicenni; il 13,7% dei tredicenni; il 12,6% dei quindicenni). Il trend è però in discesa, già dal 2014, per tutte le fasce d’età e senza differenza di genere.
 Attività fisica e sedentarietà
L’OMS raccomanda almeno 60 minuti di attività motoria moderata-intensa tutti i giorni per i giovani (5-17 anni) includendo il gioco, lo sport, i trasporti, la ricreazione e l’educazione fisica praticate nel contesto delle attività familiari, di scuola e comunità. Nel 2018, la frequenza raccomandata di attività motoria moderata-intensa quotidiana è rispettata dal solo 9,5% dei ragazzi 11-15 anni, diminuisce con l’età (11 anni: 11,9%; 13 anni: 6,5%; 15 anni: 6,8%) ed è maggiore nei maschi; tale comportamento risulta in diminuzione rispetto al 2014.
Le linee guida internazionali raccomandano di non superare due ore al giorno in attività dedicate a guardare uno schermo (videogiochi/computer/internet). Dai dati 2018 si evince che circa un quarto dei ragazzi supera questo limite, con un andamento simile per entrambi i generi e valori in aumento dopo gli 11 anni. Rispetto al 2014 non si riscontra un cambiamento sostanziale.
 Fumo, alcol, cannabis e gioco d’azzardo
La quota totale (11-15anni) dei non fumatori negli ultimi 30 giorni si mantiene stabile: 89% nel 2018 rispetto al 88% del 2014. Le 15enni italiane fumano di più rispetto ai coetanei maschi; infatti il 32% delle ragazze rispetto al 25% dei ragazzi ha fumato almeno un giorno nell’ultimo mese.
Il 16% dei 15enni italiani (e il 12% delle 15enni) ha fatto uso di cannabis nel corso degli ultimi 30 giorni.
Aumentano i fenomeni estremi legati al consumo di alcolici tra i giovani. Nel 2018, il 43% dei 15enni (38% nel 2014) e il 37% delle 15enni (30% nel 2014) ha fatto ricorso al binge drinking (assunzione di 5 o più bicchieri di bevande alcoliche, in un’unica occasione) negli ultimi 12 mesi.
Più di 4 studenti su 10 hanno avuto qualche esperienza di gioco d’azzardo nella vita, con i ragazzi 15enni che risultano esserne coinvolti maggiormente (62%) rispetto alle coetanee (23%). La quota di studenti a rischio di sviluppare una condotta problematica o che possono già essere definiti problematici (presentano almeno due sintomi del disturbo da gioco d’azzardo come per esempio aver rubato soldi per scommettere) è pari al 16%, con un +10% rispetto al 2014.
Il rapporto tra pari, il contesto scolastico, il bullismo e il cyberbullismo
L’HBSC indaga anche alcuni aspetti del contesto di vita familiare e scolastico, come ad esempio il rapporto con i genitori, con i compagni di classe, gli insegnanti, i pari, il bullismo e il cyberbullismo. Nel 2018 più del 70% dei ragazzi (11-15 anni) parla molto facilmente con i genitori; più dell’80% dichiara di avere amici con cui condividere gioie e dispiaceri e più del 70% di poter parlare con loro dei propri problemi. Infine, oltre il 60% dei ragazzi ritiene i propri compagni di classe gentili e disponibili. Un ragazzo su 2 dichiara che gli insegnanti sono interessati a loro come persone e il 62,4% dei ragazzi dichiara di avere fiducia negli insegnanti.
 Il bullismo continua a vedere l’Italia tra i paesi meno interessati dal fenomeno rispetto al complesso di quelli coinvolti nella rilevazione. Gli atti di bullismo subìti a scuola nel corso degli ultimi due mesi decrescono con l’età: coloro che dichiarano di essere stati vittima di bullismo almeno una volta negli ultimi 2 mesi sono il 16,9% degli undicenni (erano il 23% nel 2014), il 13,7% dei tredicenni e l’8,9% dei quindicenni. Rispetto al 2014 tale fenomeno è quindi complessivamente in riduzione. La percentuale di coloro che dichiarano di aver subìto azioni di cyberbullismo negli ultimi due mesi diminuisce con l’età (11 anni: 10,1%; 13 anni: 8,5% e 15 anni: 7%).
 L’uso problematico dei social media
La diffusione e l’uso dei social media, soprattutto tra i più giovani, richiede un’attenzione particolare; per tale motivo nei questionari HBSC 2018 è stata introdotta un’intera sezione su questo fenomeno. I risultati mostrano che i giovani che fanno uso problematico dei social media sono l’11,8% delle ragazze e il 7,8% dei ragazzi. La preferenza per le interazioni sociali online rispetto agli incontri faccia a faccia è frequentemente considerato un comportamento che contribuisce al rischio di sviluppare un uso problematico dei social media. Infatti, soprattutto le ragazze di 13 anni (19%) dichiarano di essere d’accordo o molto d’accordo nel preferire le interazioni online per parlare dei propri sentimenti. La maggioranza delle ragazze (86,9%) e dei ragazzi (77%) ha dichiarato di avere contatti giornalmente o più volte al giorno con la cerchia di amici stretti che frequentano anche faccia a faccia.
 Le abitudini sessuali
Il 21,8% dei 15enni (26,2% maschi vs 17,6% femmine) dichiara di aver avuto rapporti sessuali completi. Il tipo di contraccettivo prevalentemente utilizzato è il preservativo (70,9% dei maschi e il 66,3% delle femmine), seguito dal coito interrotto (37% maschi vs 54,5% femmine), dalla pillola (11,1% maschi vs 11,5% femmine) e poco meno del 6,5% riferisce l’uso di metodi naturali.
L’indagine
Il sistema di Sorveglianza HBSC raccoglie importanti informazioni sulla salute e gli stili di vita degli adolescenti di 11, 13 e 15 anni (studenti delle scuole primarie di II grado e scuole secondarie). L’età pre-adolescenziale e adolescenziale rappresenta una fase cruciale per lo sviluppo dell’individuo e la comprensione dei determinanti dei comportamenti a rischio, frequenti in questa fascia d’età, può contribuire alla definizione di politiche e interventi in grado di promuovere l’elaborazione di valori positivi e che facilitino l’adozione di stili di vita salutari.
 Nella rilevazione 2018, i ragazzi di 11, 13 e 15 anni che hanno risposto al questionario sono stati 58.976 distribuiti in tutte le Regioni italiane (con un tasso di rispondenza complessivo pari al 97,1%); le classi campionate sono state 4.183, distribuite anch’esse in tutte le Regioni d’Italia (con un’adesione pari all’86,3%). L’elevata partecipazione, sia dei ragazzi che delle classi, è indicativa di un buon livello di sinergia tra il settore scolastico e il settore sanitario, nonché di una sensibilità particolare delle famiglie dei ragazzi verso i temi affrontati.
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