la Commemorazione
di tutti i
fedeli defunti.
Per la sua comprensione è di fondamentale
importanza soffermarsi sulla terminologia usata.
-di Alberto Maggi
Nella liturgia non si
parla genericamente di "morti", ma di "defunti", sebbene
nel linguaggio comune i due termini siano spesso considerati sinonimi.
Ma non è così, e la
differenza tra le due parole è profonda.
Il "morto" (dal
latino mortuus) descrive l'evento biologico, la cessazione delle funzioni
vitali, lo stato di fine: è uno sguardo puramente orizzontale che si ferma al
dato oggettivo dell'assenza di vita fisica e alla constatazione di una chiusura.
Il "defunto", invece, ci apre a una
prospettiva radicalmente diversa. Il verbo defungere, da cui deriva, affonda le
sue radici nel latino defungi (composto da de- e fungi), che significa aver
compiuto, adempiuto fino in fondo un compito o un ministero.
Non indica la cessazione
della vita, bensì il compimento di una missione terrena, affinché la vita
stessa possa proseguire, trasformata, in forme nuove.
Per un uso corretto del
linguaggio e della visione cristiana, bisognerebbe inoltre evitare di
contrapporre la vita alla morte. Sarebbe più corretto parlare della nascita e
della morte come di due eventi che appartengono entrambi al medesimo ciclo
della vita: l’ingresso e l’uscita dall’esistenza terrena sono due porte del
medesimo cammino.
In ciascuna di queste due
fasi si verificano, in modo paradossale, una nascita e una morte. Nella nascita
terrena, il neonato "muore" alla condizione precedente: lascia il
grembo materno, luogo di sicurezza e protezione, per affacciarsi verso l'incognito.
Ma questa "morte" è la sua unica possibilità di continuare a vivere:
solo uscendo dal grembo potrà incontrare la luce e sperimentare l'amore con cui
i genitori lo attendevano. Ugualmente nel momento della morte, l’uomo lascia un
mondo noto e rassicurante per nascere a una dimensione ulteriore.
Solo attraverso questo
passaggio l’individuo può sperimentare la pienezza dell’amore di Dio, che lo
avvolge della sua luce. Non a caso, fin dai primi secoli del cristianesimo, il
giorno della morte dei fedeli veniva chiamato dies natalis, ovvero il "giorno
della nascita", il compimento e il coronamento dell'esistenza terrena.
Con la morte la relazione
tra i viventi e i defunti non si interrompe, ma cambia modalità di
comunicazione. Così come accade nell'arco della vita terrena — in cui il modo
di relazionarsi con un bambino è diverso da quello con un adulto o un anziano
—, così l'affetto e la comunione con chi ci ha preceduto continuano in una
forma nuova, ancora più intensa, spirituale e profonda.
Il messaggio centrale del
Vangelo è che, attraverso la morte, la persona continua a esistere in una
diversa dimensione, in una continua crescita e trasformazione verso la propria
realizzazione definitiva. Come recita il Prefazio della Messa dei Defunti —
attingendo a testi liturgici latini antichissimi, tra cui il Sacramentario
Gelasiano: «_*Vita mutatur, non tollitur» (La vita non viene tolta, ma
trasformata*_ ).
Questa formula rappresenta l'espressione più antica e limpida della fede della
Chiesa di fronte al mistero della morte. A passare oltre è la persona nella sua
interezza, non una semplice astrazione. Come scrive Paolo nella Prima Lettera
ai Corinti: «_*Si semina un corpo materiale, risorge un corpo spirituale*_» (1
Cor 15,44); «_*E come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra, così
porteremo l'immagine dell'uomo celeste*_» (1 Cor 15,49).
La vita, trasformata e
impreziosita dal patrimonio di bene che ciascuno reca con sé, entra con la
morte nella pienezza della comunione divina. Lo afferma con forza l’autore
dell’Apocalisse: «_*Beati fin d'ora i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice
lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono*_»
(Ap 14,13).
Accostando in modo
paradossale due concetti apparentemente opposti — il morire e l’essere beati —,
la Scrittura ricorda che la morte fisica non ha l’ultima parola. *La morte non
è una sconfitta, né un annientamento o una dolorosa attesa nel vuoto, ma il definitivo
passaggio verso la pienezza della Vita*.
A. Maggi

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