sabato 31 ottobre 2026

SANTI TUTTI

 


Santi  tutti, 

tra le pieghe della storia

 e nelle piaghe del mondo



Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella XXXI domenica del tempo ordinario

Ap 7,2-4.9-14; Sal 23/24; 1Gv 3.1-3; Mt 5,1-12a

Quest’anno la solennità liturgica d’Ognissanti cade di domenica, Pasqua settimanale. D’altronde il memoriale pasquale, che celebriamo nel giorno del Signore – il Santo dei santi –, è il cespite sorgivo da cui scaturisce la grazia della santità e a cui noi possiamo continuamente attingerla. A tal proposito, il concilio Vaticano II, nel n. 22 di Gaudium et spes, ha insegnato: «Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale». Festeggiare tutti i santi vuol dire esprimere la consapevolezza credente che coloro che – con Cristo, per Cristo e in Cristo – partecipano della sua Pasqua, sono e non possono non essere santi: “tutti i santi” significa “santi tutti”.

L’odierna pagina evangelica riporta l’annuncio delle beatitudini, che il Maestro di Nazareth fa all’inizio del suo discorso della montagna. È un insegnamento radicale, che segnala le esigenze evangeliche alle quali ci si deve attenere se si desidera esser davvero discepoli del Cristo. Ed è, altresì, un insegnamento paradossale, perché dichiara beati quelli che – nel nostro mondo – non avrebbero alcun buon motivo per reputarsi felici e contenti: i poveri, chi ha fame e sete, chi è addolorato e soffre, chi è screditato e perseguitato.

Per indovinare il senso vero delle beatitudini si deve, comunque, disambiguare il linguaggio con cui sono formulate e che le fa risuonare come affermazioni strane prima ancora che straordinarie. Cosa significa, per esempio, che «beati sono i poveri in spirito, giacché di essi è il regno dei cieli»? I poveri di spirito non sono forse, nel parlato comune, i “pitocchi” (ptōchói è il termine greco che l’evangelista Matteo qui adopera)? E “pitocchi” non è sinonimo di “meschini”, stretti di spalle e con i polmoni asfittici, incapaci di largo respiro, per nulla magnanimi? Può Gesù elogiare individui di tal genere? Le parole, che egli usa per promettere loro la beatitudine eterna, devono certamente avere un altro senso. E, difatti, vogliono dire che i poveri in spirito non sono affatto persone meschine, per niente pusillanimi. Sono, invece, i «puri di cuore», come aggiunge poco più avanti: sgravati da ogni presunzione riguardo a sé stessi e riguardo agli altri. Non vantano alcun merito proprio, non sono autoreferenziali, si svuotano del loro ego e quindi risultano “capaci”, cioè pronti e disposti a ricevere e ad accogliere lo Spirito di Dio, che potrà gridare nel loro petto la medesima invocazione che Gesù rivolge al Padre suo: Abbà, come Paolo spiega nella lettera ai Romani e nella lettera ai Galati. Essere poveri in spirito – avere e avvertire un forte bisogno di Dio – significa, perciò, immedesimarsi nel Figlio e con lui ereditare il cielo.

Se il regno di Dio è di costoro, allora è giocoforza che per essere beati si deve assomigliare a loro e, come loro, ci si deve fare discepoli del Cristo. Occorre, insomma, vivere le attitudini evangeliche illustrate nelle beatitudini. Tra queste, tre mi sembrano quelle maggiormente rimarcate da Gesù: la giustizia, la mitezza, la misericordia.

La giustizia è presentata come una necessità vitale, quasi un’urgenza istintiva, al pari della fame e della sete. Ma è pure prospettata come un rischio mortale, alla stregua di una persecuzione in cui si cade innocentemente vittima di insulti, calunnie, riprovazioni e condanne infamanti. È chiaro che Gesù, in questi termini, parla della giustizia da lui stesso impersonata nella sua vicenda pasquale. Per essere beati occorre assomigliargli nel suo profilo martiriale, come hanno fatto – solo per citare due beati siciliani – il giudice Rosario Livatino e don Pino Puglisi.

La mitezza, poi, è presentata come la principale responsabilità dei discepoli verso la storia e il mondo. Il cui destino è, appunto, affidato ai miti e non ai violenti. La violenza, la rapacità, la protervia devastano il presente e pregiudicano il futuro del mondo. Solo i miti erediteranno la terra, assicura Gesù. Ma per ereditare qualcosa bisogna averne il diritto: si dev’essere figli degni di colui che fa testamento. Per questo i miti non possono e non devono restarsene con le mani in mano. Devono operare in favore della pace: saranno così riconosciuti «figli di Dio». Pensiamo a ciò che ha tentato di fare in questa prospettiva, con grande impegno, un altro siciliano come il venerabile Giorgio La Pira.

Infine, la misericordia. Gesù ne parla ricorrendo a una tautologia: si limita a ripetere che «beati sono i misericordiosi, perché troveranno misericordia». La misericordia gode di una tutta sua sovreccedenza di senso. Non servono aggettivi per qualificarla. Essa, di per sé, basta e avanza. Fa da perno alla beatitudine dei discepoli, poiché li riconduce direttamente a Dio, cioè a colui al quale – metaforicamente – il regno celeste rimanda. Misericordia, infatti, è il suo nome. Essere misericordiosi equivale a essere della stessa “pasta” di Dio. Significa indossare il vestito della festa, intessuto con la medesima stoffa agapica di Dio: chi lo porta con luminosa verità, non sarà cacciato fuori, nel buio, dove ci sarà pianto e stridore di denti. Mi piace pensare così al compianto Biagio Conte e a chi – sempre in Sicilia, a cavallo tra Otto e Novecento – lo ha preceduto nel servizio agli ultimi: Giacomo e Vincenzina Cusmano, Annibale Maria Di Francia e Maria Nazarena Majone, Maria Rosa Zangara, Angelico Lipani e tanti altri “santi della porta accanto” che hanno assecondato l’impeto della carità. Tutti loro hanno incontrato Gesù nel “sacramento” dei poveri, degli emarginati, dei deboli: lo hanno visto presente nelle loro fatiche, lo hanno riconosciuto nei loro volti e gli hanno reso testimonianza. In questo è consistita la loro beatitudine.

Vedere il Cristo nel bel mezzo delle nostre fatiche, è anche la nostra giustizia. Riconoscerlo qui e ora, ci guadagna la misericordia del Padre. Rendergli testimonianza, è la nostra più efficace impresa di pace. Così il vangelo delle beatitudini rivela che la santità (cioè la comunione con Dio, la solidarietà col Crocifisso-Risorto, la condivisione della sua eredità nel “regno dei cieli”, la beatitudine) è una questione tutt’altro che iperuranica. È un’avventura terrena, storica, non extramondana.

Ciò non vuol dire che dobbiamo “farci” santi da noi stessi, come se la santità consistesse nei nostri sforzi personali. Vuol dire, semmai, che dobbiamo farne esperienza qui e ora, umilmente ricevendola e custodendola creativamente, quale prezioso talento da reinvestire e far fruttificare. Poiché la santità cristiana è lasciar trasparire la presenza del Signore lì dove la si presume improbabile. Vale a dire nel fondo doloroso e addolorato dell’esistenza umana, nel rovescio della storia, dentro le pieghe strette e le piaghe aperte del mondo, dove il Figlio umanato si è seminato come chicco di frumento tra le zolle. Per tal motivo, la santità è prerogativa di tutti, nessuno escluso.

 www.tuttavia.eu


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