L’imminente compleanno mi
obbliga a dialogare con il tempo, che io, tempo fatto carne, credo di poter
dominare contando i giri della Terra attorno al Sole. A che scopo? Solo
per sapere quanto sono vicino all’aspettativa media di vita, che per gli uomini
italiani si attesta sugli 82? Non ho il controllo del tempo, e sapere il numero
di volte in cui la Terra ha girato attorno al Sole mi serve solo a misurare gli
anni di vita, non la vita negli anni. Quella come si misura? Mi torna in mente
un libro letto da bambino: Momo di Michael Ende.
-di Alessandro D'Avenia
Momo è una bambina che non
sa quanti anni ha, e se le chiedono l’età risponde che lei c’è sempre
stata. Grazie a questa sua libertà dal tempo misurato e da far rendere, ha
un’eccezionale capacità di ascoltare, perché ha «tutto il tempo» e
lascia «tempo al tempo», e così diventa la soluzione dei problemi di chi le si
rivolge: «Vai da Momo che ti passa!», dicono di lei. Per questo i Signori
Grigi, agenti della Banca del Tempo, la vogliono eliminare, perché ostacola
il loro progetto di convincere la gente a «risparmiare» il tempo per poterlo
riavere un giorno, con gli interessi. Un’immagine in cui nel 1973 lo scrittore
tedesco celava l’ossessione consumistica del controllo del
tempo, alla base dell’ansia e della mancanza di gioia. Espressioni come «in
tempo zero», «in tempo reale» tradiscono il nostro aver
sostituito il tempo con la velocità, il destino con la carriera, la gioia con
l’ansia. Dove trovare Momo?
Una volta un maestro
chiese a un bambino la strada migliore tra due punti, e mentre un adulto
avrebbe tracciato la linea retta che da A va a B, quel bambino ne
disegnò una lunghissima e tortuosa. Il maestro stupito gli chiese come mai un
percorso così lungo, il bambino rispose: «Perché tu mi hai chiesto la
strada migliore, non la più veloce. E la strada migliore è quella che
permette di vedere più cose». Allora dovremmo cercare di sostituire la domanda
«che cosa mi aspetto io dalla vita?», che provoca la sua accelerazione, con
«che cosa si aspetta la vita da me?», che provoca un dialogo: passare dal
controllo del tempo all’amore del tempo.
Ma come faccio a scoprire
che cosa si aspetta la vita da me, in questo istante? Non risparmiare,
non ottimizzare, non accelerare. Stare: «Nessuno si rendeva conto che,
risparmiando tempo, in realtà risparmiava tutt’altro. Nessuno voleva ammettere
che la sua vita diventava sempre più povera, sempre più monotona e
sempre più fredda. Se ne rendevano conto i bambini, invece, perché nessuno
aveva più tempo per loro. Ma il tempo è vita. E la vita risiede nel
cuore. E quanto più ne risparmiavano, tanto meno ne avevano» (M. Ende, Momo).
Qualche giorno fa mia
moglie mi ha fatto leggere un articolo che stava scrivendo: «L’arte
dell’abbastanza è quindi un invito a saper vedere quello che già c’è. Eppure,
nella nostra vita, la distanza tra desiderio e realtà tende a riaprirsi
continuamente… tendiamo a volere sempre di più, immaginando che il passo
successivo ci renderà finalmente completi». «Abbastanza» non è
«accontentarsi» ma «essere contenti» (cioè contenuti): impegnare l’energia
inesauribile del desiderio (l’unico infinito presente nell’uomo è il suo
desiderare) non in standard da raggiungere, tipico della visione funzionale,
quantificata, lineare del tempo (diploma, laurea, lavoro, soldi, felicità…) ma
nel processo di scoperta di sé e del mondo (quanto sono «contenuto» e
quindi contento nel presente?).
Non si raggiunge
l’infinito accatastando cose finite, ma rendendo infinito qualcosa di finito:
cioè amando. L’arte dell’abbastanza cerca pienezza nell’istante, anche perché
lo considera l’ultimo, fa i conti con il limite. Se la felicità è invece
sempre qualcosa da raggiungere, perché così dice il mondo, allora cominciamo a
voler controllare il tempo, ad accelerarlo per arrivare prima possibile a un
traguardo, salvo scoprire che poi ce n’è un altro, e un altro…
Questo porta a scambiare
la velocità con l’intensità, ma l’intensità dipende dalla densità
di vita, dal senso che ha: se ascolto un brano musicale che amo a doppia
velocità per poterlo sentire due volte sto solo rovinando la gioia di quel
brano, che vuole il suo tempo, la sua verità. Lottare per raggiungere e
superare l’aspettativa di vita è troppo poco, perché il fine
della vita umana non è la conservazione, ma la pienezza.
Per questo ho sempre
amato l’arte dell’abbastanza proposta da Cristo quando parlava del trovare il
regno dei cieli, cioè della felicità: «Vegliate dunque, perché non sapete né il
giorno né l’ora», star svegli per ricevere quello che la vita ha da darci adesso.
L’arte dell’abbastanza non «accelera l’attimo» perché quello vero deve ancora
arrivare, ma «sta nell’attimo» perché contiene già tutto:
applica l’energia del desiderio non per «il distante», che non c’è, ma per
«l’istante», che è pieno. Sostare. So stare? Questo non vuol dire rinunciare
agli obiettivi, tutt’altro: significa godersi ogni passo del processo verso un
obiettivo come se già fosse raggiunto, come il bambino che da A va a B,
in cui A e B sono solo i due limiti di un infinito. Per questo Cristo
aggiunge: «Tutte le cose che voi domanderete pregando, credete che le avete
ricevute e voi le otterrete» (Mc 11,24). La preghiera non serve a ottenere, ma
ad aprire gli occhi: ottiene chi sa che ha già ricevuto! E allora vivere è prestare
attenzione, e in fondo una buona cultura non è altro che educazione
all’attenzione, quell’attenzione che infatti oggi viene catturata ed esaurita
dai maghi della distrazione di massa. Se le presto attenzione la vita mi darà
proprio ciò di cui ho bisogno.
Faccio degli esempi
ordinari per rendere il percorso da A a B appassionante.
1) Un colloquio
scolastico. Chiedo ai genitori di venire, se possibile entrambi,
nel bar della scuola, per bere un buon caffè e prenderci il tempo che ci serve.
Solo così un colloquio diventa «abbastanza»: crea un legame, fa accadere il
tempo nella carne e diventa attenzione condivisa, che è la vera soluzione agli
eventuali problemi del figlio, perché quell’attenzione darà occhi per vedere
che cosa fare.
2) Una lezione in
classe. Se lo standard è il programma, vige l’ansia, se invece si cerca la
bellezza, come nel caso del brano musicale da ascoltare al tempo giusto, allora
sostiamo tutto il tempo che serve, come per esempio sull’Odissea, che leggiamo
per intero lungo tutto l’anno. L’arte dell’abbastanza non è accontentarsi, ma
essere contenuti, purché si sia disposti ad andare con pazienza e calma, non a
correre verso un pezzo di carta.
3) Comprare
qualcosa. Se c’è mia moglie tutto cambia, non prendo la prima cosa che
capita, perché qualcuno mi dice «ti dona». Non si va a far shopping, ma a
volersi bene. Dare tempo al tempo permette di sostituire l’ansia con
l’attenzione.
La vita in fondo mi
chiede, istante per istante, di gioire, purché io la metta in condizione di
darmi ciò di cui ho bisogno. E quando mi sembra che manchi qualcosa non devo
accelerare ma ascoltare, prestare attenzione, star sveglio, come lo scrittore
C.S. Lewis suggeriva a un lettore adolescente, che gli chiedeva la via della
felicità: «Continua a svolgere tutti i tuoi doveri. E, in tutti i modi leciti,
continua a gioire di tutto ciò di cui si può gioire: i tuoi amici, la tua
musica, i tuoi libri. Ricorda che ci è stato detto di “rallegrarci”. A volte,
quando ti chiedi cosa Dio voglia che tu faccia, Lui vuole davvero donarti
qualcosa» (lettera a Keith Manship, 13 settembre 1962).
Ma per riceverla bisogna
allenare l’organo del tempo, che è il cuore, come dice Momo: «Come voi avete
occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore
per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è
perduto».
Corriere della Sera - Alzoglioccchiversoilcielo
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