Visualizzazione post con etichetta Cantalamessa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cantalamessa. Mostra tutti i post

sabato 2 marzo 2024

QUANDO I MEDIA DISTRUGGONO

 Oggi esiste purtroppo nella società «una specie di “denti” che triturano senza pietà, più crudelmente dei denti di leopardo» di cui parlava sant’Ignazio di Antiochia: sono «i “denti” dei media e dei cosiddetti social». Lo ha detto venerdì 23 febbraio 2024 il cardinale cappuccino Raniero Cantalamessa nell’Aula Paolo VI durante la prima predica di Quaresima in preparazione alla Pasqua.

 Attualizzando le parole del vescovo martire Ignazio — «Sono frumento di Dio e [devo essere] macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo» — il predicatore della Casa pontificia ha spiegato che i mezzi di informazione «meritano tutto il rispetto e la stima» quando «rilevano le storture della società o della Chiesa»; mentre non svolgono la loro missione se «si accaniscono contro qualcuno per partito preso, semplicemente perché non appartiene al proprio schieramento». Tutto ciò «con cattiveria, con intento distruttivo, non costruttivo. Povero chi finisce oggi in questo tritacarne, sia egli un laico o un ecclesiastico», ha commentato.

 In questo caso, ha aggiunto Cantalamessa, «è lecito e doveroso far valere le proprie ragioni nelle sedi appropriate, e se ciò non è possibile, oppure si vede che non serve a nulla», non resta a un credente che «unirsi a Cristo flagellato, coronato di spine e a cui hanno sputato addosso». Nella lettera agli Ebrei, ha osservato il porporato, si legge questa esortazione ai primi cristiani che può aiutare in simili occasioni.

 È una cosa «difficile e dolorosa al massimo, soprattutto se ne va di mezzo la propria famiglia naturale o religiosa», ma la grazia di Dio «può fare — e spesso ha fatto — di tutto ciò occasione di purificazione e di santificazione». Si tratta di «avere fiducia che, alla fine, come avvenne per Gesù, la verità trionferà sulla menzogna». E trionferà meglio, «forse, con il silenzio che con le più agguerrite autodifese».

 Un’altra occasione «da non sciupare, se vogliamo essere anche noi “macinati” per
diventare farina di Dio» è quella di  «accettare di essere contraddetti, rinunciare a giustificarsi e volere aver sempre ragione, quando ciò non è richiesto dall’importanza della cosa». O ancora, «sopportare qualcuno, il cui carattere, modo di parlare o di fare ci dà sui nervi, e farlo senza irritarci interiormente, pensando, piuttosto, che anche noi siamo forse per qualcuno una tale persona». Si tratta, ha rilevato il frate minore cappuccino, di due “banchi di prova” significativi soprattutto per quanti lavorano nella Curia romana, «che — ha puntualizzato Cantalamessa — non è una comunità religiosa o matrimoniale, ma di servizio e di lavoro ecclesiale».

 In sostanza, lo scopo finale del lasciarsi “macinare” non è «di natura ascetica, ma mistica; non serve tanto a mortificare sé stessi, quanto a creare la comunione». Si tratta di una verità che ha accompagnato la catechesi eucaristica fin dai primi tempi della Chiesa. Resta esemplare, in proposito, un discorso di sant’Agostino che, sviluppando questo tema, mette in parallelo il processo che «porta alla formazione del pane che è il corpo eucaristico di Cristo e il processo che porta alla formazione del suo corpo mistico che è la Chiesa». Tra i due corpi, quello «eucaristico e quello mistico della Chiesa, non c’è solo somiglianza, ma anche dipendenza». Ed è grazie «al mistero pasquale di Cristo operante nell’Eucaristia, che noi possiamo trovare la forza di lasciarci “macinare”, giorno per giorno, nelle piccole, e a volte nelle grandi, circostanze della vita».

 Il cardinale ha sviluppato il tema delle prediche «Ma voi, chi dite che io sia? (Matteo 16, 15)» partendo dal dialogo tra Cristo e gli apostoli a Cesarea di Filippo. L’interrogativo di Gesù, ha spiegato, non è da prendere «nel senso con cui quella domanda si intende di solito»; come, cioè, se al Signore «interessasse sapere cosa pensa di lui la Chiesa, o cosa i nostri studi di teologia ci dicono di lui». Esso va considerato come va «presa ogni parola uscita dalla bocca di Gesù, e cioè come rivolta, hic et nunc, a chi l’ascolta, singolarmente, personalmente».

 Per realizzare questo esame, ha detto Cantalamessa, viene in aiuto un altro evangelista, Giovanni. Nel suo Vangelo, infatti, «troviamo tutta una serie di dichiarazioni di Gesù, i famosi Ego eimi, “Io Sono”, con i quali egli rivela cosa pensa, lui, di sé stesso, chi dice, lui, di essere: “Io sono il pane della vita”, “Io sono la luce del mondo”, e così via». Il predicatore durante le prediche passerà in rassegna cinque di queste auto-rivelazioni per domandarsi ogni volta se «Egli è davvero per noi quello che Lui dice di essere e come fare perché lo sia sempre di più».

 Sarà un momento, ha aggiunto, «da vivere in modo particolare». Non, cioè, «con lo sguardo rivolto all’esterno, ai problemi del mondo e della stessa Chiesa, come si è costretti a fare in altri contesti, ma con uno sguardo introspettivo», come un «evangelizzarci per evangelizzare, un riempirci di Gesù» per parlarne «per ridondanza d’amore».

 Partendo dalla prima di queste affermazioni del Signore, «Io sono il pane della vita», il predicatore si è domandato: «come e dove si mangia questo pane della vita?». La risposta dei padri della Chiesa, ha sottolineato il porporato, è stata: in due “luoghi” o due modi, «nel sacramento e nella Parola, cioè nell’Eucarestia e nella Scrittura». Ci sono state, ha riconosciuto, «accentuazioni diverse»: qualcuno ha insistito «di più sulla Parola di Dio», mentre altri hanno accentuato «l’interpretazione eucaristica». Nessuno di essi, però, «ha inteso parlare di un modo, con esclusione dell’altro». Si parla della Parola e dell’Eucaristia, come delle «due mense» imbandite da Cristo. E questo è evidente soprattutto nella liturgia, dove «la loro sintesi è stata sempre vissuta pacificamente».

 Proprio partendo da questo, Cantalamessa ha esortato «a fare un passo avanti», che consiste «nel non limitare il mangiare la carne e bere il sangue di Cristo alla sola Parola e al solo sacramento dell’Eucaristia, ma nel vederlo attuato in ogni momento e aspetto della nostra vita di grazia». Gesù, del resto, «è pane di vita eterna non solo per quello che dà, ma anche — e prima di tutto — per quello che è. La Parola e il Sacramento sono i mezzi; vivere di Lui e in Lui è il fine». Tutto il discorso di Gesù, dunque, «tende a chiarire che vita è quella che egli dà: non vita della carne, ma vita dello Spirito», ossia «la vita eterna».

 Fonte: L'Osservatore Romano

mercoledì 7 aprile 2021

IL PAPA AI GIOVANI: DIO HA SETE DI VOI !


 Pubblichiamo l’introduzione di Francesco al libro scritto dal cardinale Raniero Cantalamessa che racconta la tradizione di frate Pacifico, cantastorie che seguì il Poverello di Assisi


PAPA FRANCESCO

 Questo libro è stato voluto per te, mio giovane fratello in ricerca, e io vorrei introdurti alla sua lettura consegnandoti in dono parole colme della grande stima e fiducia che ripongo in te e in tutti i giovani.

Forse ti sarà capitato di aprire i Vangeli e ascoltare quello che Gesù disse un giorno nel famoso discorso della Montagna: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto» (Mt 7,7-8). Sono parole forti, cariche di una grande e impegnativa promessa, ma, potremmo domandarci: vanno prese sul serio? Davvero se io chiedo al Signore egli ascolterà la mia richiesta, se lo cerco lo troverò, se busso egli mi aprirà? Tu potresti obiettarmi: non è forse vero che a volte l'esperienza sembra smentire questa promessa? Che molti chiedono e non ottengono, che cercano e non trovano, che bussano alle porte del cielo e da dietro non si ode che silenzio? Allora ci si può fidare o no di queste parole? Non saranno anch' esse, come le molte altre che sento intorno a me, fonte di illusione e quindi di delusione?

Comprendo i tuoi dubbi e apprezzo le tue domande - guai se non ne avessi! - , essi interrogano anche me e mi richiamano alla mente un altro passo della Scrittura che, accostato alle parole di Gesù, mi sembra le illumini in tutta la loro profondità. Nel libro di Geremia, il Signore dice per mezzo del profeta: «Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; mi lascerò trovare da voi» (Ger 29,13-14). Dio si lascia trovare, sì, ma solo dall'uomo che lo cerca con tutto il cuore.

Apri i Vangeli, leggi degli incontri di Gesù con le persone che andavano a lui e vedrai come per alcuni di loro le sue promesse si sono realizzate. Sono quelli per cui trovare una risposta era divenuto questione essenziale. Il Signore si lasciò trovare dall'insistenza della vedova importuna, dalla sete di verità di Nicodemo, dalla fede del centurione, dal grido della vedova di Nain, dal pentimento sincero della peccatrice, dal desiderio di salute del lebbroso, dalla nostalgia della luce di Bartimeo. Ognuna di queste figure avrebbe potuto proferire con pieno diritto le parole del salmo 63: «Di te [Signore] ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz' acqua».

Chi cerca trova se cerca con tutto il cuore, se per lui il Signore diventa vitale come l'acqua per il deserto, come la terra per un seme, come il sole per un fiore. E questo, se ci pensi bene, è molto bello e molto rispettoso della nostra libertà: la fede non si dà in maniera automatica, come un dono indifferente dalla tua partecipazione, ma ti chiede di coinvolgerti in prima persona e con tutto te stesso. È un dono che vuole essere desiderato. È, in sostanza, l'Amore che vuole essere amato.

Forse tu hai cercato il Signore e non lo hai trovato, ma permetti anche a me di consegnarti una domanda: quanto era forte il tuo desiderio di Lui? Cercalo con tutto lo slancio del tuo cuore, prega, domanda, invoca, grida, ed egli, come ha promesso, si farà trovare. Il re dei versi, la cui storia leggerai nelle pagine che seguono, amava la vita e, come ogni giovane, desiderava viverla appieno. Era uno tra i più famosi cantori del suo tempo e nel suo impetuoso desiderio di pienezza cercava senza saperlo Colui che solo può riempire il cuore dell'uomo. Cercava e fu trovato.

Questo ci mostra una verità ancora più profonda: il Signore desidera che tu lo cerchi perché egli possa trovarti. Deus sitit sitiri disse san Gregorio di Nazianzo, cioè, Dio ha sete che si abbia sete di Lui, perché trovandoci così disposti egli possa finalmente incontrarci. Egli che ci invita a bussare, in realtà si presenta per primo alla porta del nostro cuore: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).

E se oggi bussasse alla tua porta? Il re dei versi incontrò frate Francesco un giorno nel monastero di Colpersito a San Severino Marche; fu trafitto dalla sua parola e una scintilla nuova si accese dentro di lui. Avvenne, forse, per lui, quello che avvenne per san Paolo sulla via di Damasco: che la luce di Dio «rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo» (2 Cor 4,6). Egli vide Francesco nello splendore della sua santità e in lui intravide la bellezza del volto di Dio. Quello che aveva sempre cercato ora finalmente lo trovava, e lo trovava grazie a un uomo santo. E, come per san Paolo, quelle cose che per lui erano guadagni le considerò una perdita, una spazzatura, dinanzi alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù (cf. Fil 3,7-9).

Subito ruppe ogni indugio: «Che bisogno c'è di aggiungere altro? Veniamo ai fatti. Toglimi dagli uomini e rendimi al grande Imperatore!».

Quando il Signore chiama a sé non vuole compromessi o tentennamenti da parte nostra, ma una risposta radicale. Gesù direbbe: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Mt 8,22). In quel giorno nacque un uomo nuovo, non più Guglielmo da Lisciano, il re dei versi, ma fra Pacifico, un uomo abitato da una pace nuova prima sconosciuta. Da quel giorno divenne tutto di Dio, consacrato interamente a lui, uno dei compagni più intimi di san Francesco, testimone della bellezza della fede.

Perciò, mio caro giovane, mentre ringrazio il carissimo padre Raniero per il nuovo dono che fa alla Chiesa con le preziose e sapienti pagine di questo libro, con la certezza che faranno tanto bene a chi le leggerà, auguro a te una proficua lettura, e ricorda: Dio non ha smesso di chiamare, anzi, forse oggi più di ieri fa sentire la sua voce. Se solo abbassi altri volumi e alzi quello dei tuoi più grandi desideri, la sentirai chiara e nitida dentro di te e intorno a te. Il Signore non si stanca di venirci incontro, di cercarci come il pastore cerca la pecora perduta, come la donna di casa cerca la moneta dispersa, come il Padre cerca i suoi figli. Egli continua a chiamare e attende con pazienza da noi la stessa risposta di Maria: «Ecco la serva del Signore: avvenga di me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Se avrai il coraggio di lasciare le tue sicurezze e aprirti a Lui si schiuderà per te un mondo nuovo e tu, a tua volta, diverrai luce per gli altri uomini.

Grazie del tuo ascolto. Invoco su di te il Santo Spirito di Dio e anche tu, se puoi, non dimenticarti di pregare per me.

Tuo Papa Francesco

 

IL LIBRO:

Raniero Cantalamessa

Francesco il giullare di Dio

Edizioni Francescane Italiane