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giovedì 29 gennaio 2026

LA SFIDA DELLA SPERANZA

 


In un tempo in cui il secolarismo determina una realtà dove l'uomo resta come riferimento veritativo e di senso, l'autore affronta le riflessioni sui temi fondamentali della nostra epoca, per confrontarsi sull'idea di uomo e su una comune grammatica dell'umano, che consenta di esercitare una competenza educativa efficace.

Tuttavia, è lecito parlare di un'epoca post-secolare, in quanto le religioni starebbero vivendo una fase di rinascita. 

Però più che un ritorno di Dio, ovvero di una religiosità dai toni pubblici, si evidenzia una religiosità fatta di una pluralità di forme de-istituzionalizzanti e legate alla preminenza dell'autonomia individuale nell'ambito della ricerca e delle pratiche spirituali.

 Nel libro l'autore offre approfondite riflessione per rispondere ad alcune domande: Come siamo passati dal coraggio di rischiare per il bene proprio e della società alla paura che ogni incertezza ci possa travolgere?

Cosa fa di noi dei soggetti umani? Cosa costituisce e fonda la nostra identità?

A quali fondamenti antropologici e pedagogici dovrebbero riferirsi adulti, genitori, insegnanti ed educatori, per guidare la crescita di ragazzi e giovani?

Questo libro nasce da un corso durato tre anni, per un complesso di ventuno lezioni, sette per ogni anno, indirizzato ai docenti delle diverse discipline, di ogni ordine e grado, organizzato dall’Associazione A.I.M.C. di Torino.

Il tema era: L’età secolare e le sue ricadute in ambito educativo.

 

La sfida della speranza nell'età secolare

di Fabio Rondano (Autore)

 Edizioni Ecogeses, 2026

venerdì 14 giugno 2024

TEMPO DI MIETITURA


 16 Giugno 2024, 11° Domenica T.O.

 Prima Lettura Dal libro del profeta Ezechiele Ez 17, 22-24

Salmo 91

Dalla seconda lettera di San Paolo ai Corinzi, 2Cor 5, 6-10

Dal Vangelo secondo Marco Mc 4, 26-34

 _26 Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; 27 dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. 28 Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. 29 Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura».

30 Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31 Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; 32 ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra». 33 Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. 34 Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa._____________

Commento di Ernesto Balducci

 Siamo in un tempo che si è soliti definire, da qualche decennio, tempo di secolarizzazione, cioè un tempo in cui l’emergenza religiosa nella società si sta logorando fino a scomparire. I simboli sacri perdono d’importanza, il linguaggio si laicizza, la stessa consistenza politica delle istituzioni religiose si sta eclissando. Qualcuno ha voluto parlare di un’epoca post-cristiana, intendendo il cristianesimo come espressione religiosa complessiva della società tradizionale. Questa società tradizionale.

Ricordiamo quel che disse un nostro grande filosofo non nonostante le sue diversificazioni interne, però accettava di riconoscersi come cristiana, credente: « noi non possiamo non dirci cristiani », nel senso che in Europa le norme morali e le concezioni della vita, che la filosofia poi assume nelle sue sistemazioni razionali, sono legate al grande evento cristiano. 

Noi — dico noi come credenti — possiamo reagire a questo processo di eclissi del cristianesimo in due modi: o deplorandolo, resistendogli, considerandolo in sé, intrinsecamente, come distruttivo della fede cristiana, oppure considerandolo come una nuova epoca, nella quale la fede deve vivere senza appoggiarsi ai simboli religiosi che sembravano essenziali sua sopravvivenza e alla sua espressione, senza e nella società attraverso strutture giuridiche e sociali da considerarsi come sue. Mi pare che la scelta storica a cui dobbiamo orientarci sia questa seconda: far viver la fede all’interno di una società secolarizzata, anche se l’ipotesi della secolarizzazione progressiva è tutt’altro che sicura. L’importante è non legare il futuro della fede alle perplessità delle ipotesi storiche. La fede è autosufficiente, si pone come un progetto e una previsione sul futuro ultimo a cui siamo incamminati. I nodi storici che intercorrono tra il nostro presente e il giorno ultimo sono contingenti, relativi, storico complessivo in cui gli uomini vivono.

Possiamo riferirci ad un noto pensiero di Pascal, che ci permette di chiarire le cose. Secondo Pascal ci sono tre ordini di grandezze tra loro non commensurabili: le grandezze fisiche, le grandezze spirituali e, egli dice, le grandezze della carità. Le grandezze fisiche sono quelle che si esprimono attraverso la potenza, la forza, la coazione. Non sono soltanto le grandezze corporee. 

La grandezza di un paese è fondata sulla  sua forza d’urto, sul suo esercito, sulla sua produttività, sulla sua economia. Le grandezze spirituali sono quelle dell’ordine razionale: quando noi parliamo di un grande scrittore, di un grande filosofo, noi alludiamo a quella misura emergente di alcuni personaggi che hanno lasciato e lasciano nella storia un patrimonio di valori razionali. Le due grandezze sopra descritte sono incommensurabili. 

Può darsi benissimo che un paese grande, ad esempio, secondo l’ordine fisico, sia piccolo secondo l’ordine spirituale; viceversa, ci può essere un paese o una città o un gruppo sociale che dal punto di vista della grandezza fisica sono insignificanti e sono invece significantissimi dal punto di vista della grandezza spirituale.

 

Da “Il mandorlo e il fuoco” vol.2 anno B   

mercoledì 28 febbraio 2024

EUROPA SENZ'ANIMA


 Senza il cristianesimo

 l'Europa è senz'anima

 Dario Antiseri e Marcello Pera

 dialogano in un saggio 

che va alla ricerca di una vera unione.

 

-        -  di Michele Brambilla

 Un libro piccolo di pagine ma grande di contenuti ci pone di fronte a un tema di cui forse, anzi certamente, non si parla al bar, e ancor meno sui social, ma che è di vitale importanza per tutti noi: che cos'è l'Europa, se ha o meno un'anima, se è ancora cristiana oppure no. È di vitale importanza perché ha a che fare con la nostra identità e con la possibilità, per l'Europa, di fermare un declino cominciato da molto tempo. Il libro s'intitola Europa senz'anima? Politica, cristianesimo, scienza, è edito da Scholé (pagg. 146, euro 15) ed è un colloquio fra due filosofi: Dario Antiseri e Marcello Pera. O meglio, è il secondo che risponde all'interrogativo del primo: «Un'Europa scristianizzata è ancora Europa?». Se ne parla da anni, da quando si decise di non inserire, nel preambolo della Costituzione Europea, il richiamo alle radici cristiane.

Pera è consapevole del fatto che la società europea è oggi del tutto secolarizzata, e dice che al posto del cristianesimo c'è il nulla. «La religione laica un modo di dire che oggi nasconde il deserto dello spirito europeo sta sconfiggendo, mettendo da parte, privatizzando e secolarizzando il cristianesimo». E questa religione laica, aggiunge Pera, è tutt'altro che liberale: «Il laicismo imperante non è forse un rettile insidioso? Non ti dice che Dio non esiste: ti dice che, se proprio ne hai bisogno per consolarti, puoi appellarti a lui. () Sembra tollerante, questo modo di pensare, ed invece è una dittatura. Perché, alla fine, la ragion pubblica laica impone i suoi contenuti su vita, morte, matrimonio, sessualità, procreazione, democrazia, libertà, diritti, e tu puoi solo ubbidire».

 L'ex presidente del Senato, che si dice laico cristiano («e tu, Dario, ti consideri credente») si rifà a sant'Agostino, per il quale «la costruzione di una società in pace, che è lo scopo dello Stato, ha bisogno di un fondamento religioso () La ragione, il calcolo degli interessi e dell'equilibrio delle forze, non è autosufficiente neppure per la costruzione dello Stato».

 Ancora Pera: «L'Unione europea vorrebbe oggi fare eccezione: vorrebbe professare la religione laica e diventare sempre più unita. Ma conferma la regola: più si pensa a-cristiana o anticristiana, meno si realizza. Se non c'è concordia di valori morali, e se non ci sono valori morali comuni tenuti insieme per fede, gli interessi, anche meglio calcolati, ponderati, combinati, sono sempre discordi e discorde resterà lo Stato. Anche ove mai ce ne fosse uno lo Stato dell'Europa».

 Citando Locke, Pera dice che la morale cristiana è la migliore per mantenere la concordia fra gli uomini e per costruire e conservare uno Stato liberale. «Dal cristianesimo discende che tutti hanno la stessa dignità», bianchi e neri, uomini e donne: «Non si può essere cristiani e pensare che la differenza fra governanti e governati riguardi il valore intrinseco della persona. O che i sottoposti siano servi o strumenti. O che il governante non risponda ad alcuna legge».

 E d'accordo, ma l'uomo d'oggi non può sottrarsi a una domanda: il cristianesimo sarà anche la religione migliore, l'unica liberale: ma è anche vera? Questa è la domanda. Marcello Pera dice di non sapere se ha fede. «Io distinguo fra credente della fede cristiana e credente della cultura cristiana».

 Ma può bastare una religione civile? A Pera lo chiede anche Antiseri: «È sufficiente la cultura cristiana, quella di cui parla, per esempio, Benedetto Croce?». Leggendo Pera pare di sì, è sufficiente. Ma il cristianesimo non è, e non può essere un insieme di valori buoni per far funzionare lo Stato. Il cristianesimo non è una morale: è un fatto. Il cristiano crede che esista un Dio, che si sia fatto uomo, che sia morto e risorto e che ci attenda per il giudizio finale, perché c'è una vita eterna. Se non si crede che tutto questo sia vero, perché seguire la morale cristiana? L'uomo di oggi la pensa come Ivan Karamazov: «Se Dio non esiste, tutto è permesso».

 Da tempo, l'uomo occidentale ha riposto nella scienza la propria aspettativa di felicità. Siamo, innanzitutto, un popolo di consumatori, non più di cittadini. Consumatori controllati, indirizzati e diretti da una tecnologia che ci illudiamo sia apportatrice di libertà. Quali sono, oggi, i valori dell'uomo occidentale, se non il vivere bene, il far carriera, il guadagnare e il divertirsi? L'Unione Europea che non ha voluto nella sua Costituzione il riferimento alle radici cristiane non è madre della secolarizzazione, ne è figlia.

 Che cosa ci aspetta, in uno scenario che Pera, rileggendo Agostino, paragona alla caduta dell'Impero romano? Il futuro è imprevedibile, ma l'uomo è una tale creatura che, per quanto distratta, si troverà prima o poi a fare i conti con quello che Wittgenstein considerava Dio stesso: il senso della vita. «È una domanda ineludibile, una richiesta inestirpabile», scrive Antiseri, che cita Norberto Bobbio: «La scienza dà risposte parziali e la filosofia pone solo domande senza dare le risposte».

 Il Giornale