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venerdì 2 ottobre 2026

LA CULTURA DEL DONO

 


'Dono,

 sacramento

 delle relazioni'


Luigino Bruni 

Mi trovavo ad Amsterdam, in scalo per il mio volo verso Seul e, nell’attesa, mi chiesi se acquistare o meno un pensiero per le due colleghe che mi aspettavano in Corea e che nei giorni successivi mi avrebbero accompagnato nel mio programma accademico. Riflettei un attimo e, in prima battuta, pensai tra me e me: «In fondo vado lì per lavoro, anche Clara e Garam staranno con me per lavoro, e già dedicare un’intera settimana alle loro università è un dono». Poi, però, mi arrivò il pensiero di «seconda battuta»: «Ma proprio perché non è necessario, ha senso arrivare con un piccolo pensiero». E così, con un modesto investimento economico, presi due oggetti in porcellana olandese (per inciso: se avessi avuto «buona testa», e quindi quel pensiero mi fosse arrivato prima di partire, avrei speso un terzo del denaro...). 

Il pensiero ha infatti uno strano rapporto con il dono. Perché, da una parte, arrivare con un dono da una persona significa esattamente averla «pensata», aver voluto fare intenzionalmente quel gesto. Quindi veramente un dono è un «pensiero». Dall’altra parte, però, proprio nel dono vale il motto «il pensiero non basta», perché se fossi arrivato dalle mie colleghe dicendo: «Mannaggia, avevo pensato di farvi un dono, ma poi, per mancanza di tempo, non sono riuscito, un imprevisto me lo ha impedito» tale pensiero non solo non avrebbe sostituito il dono, ma, anzi, avrebbe prodotto nelle destinatarie del suddetto «pensiero» l’effetto esattamente contrario. In altre parole: il dono somiglia a quei contratti che il diritto romano chiamava reali (come il deposito o il pegno), che non sussistono senza la «cosa», la res. Quindi, il pensiero senza dono è un anti-dono che produce effetti opposti a quelli del dono. 

Ecco perché le cose che diventano dono cambiano natura: l’intenzione e la destinazione donativa operano una sorta di «transustanziazione». Una bottiglia di vino comprata per berla insieme con i miei famigliari, e la stessa bottiglia di vino acquistata per donarla a chi mi ha invitato a cena, sono due bottiglie di vino diverse, pur essendo identiche da ogni punto di vista merceologico. L’intenzione (il «pensiero») cambia il senso/direzione a quell’oggetto, che diventa un sacramento di un rapporto; e come accade con i sacramenti della Chiesa, quell’oggetto rinvia a qualcosa di invisibile ma reale, e ogni volta che guardiamo l’oggetto risaliamo al suo donatore. 

 Oggi il mercato sta riducendo di molto i doni, per trasformarli o in regali o in incentivi. Fenomeni simili, ma in realtà molto diversi. Eppure, se non reimpariamo l’arte del dono, con tutta la sua liturgia che varia da cultura a cultura (qui in Corea sto imparando quanto le pratiche di dono siano calate nella cultura, e se non si conoscono si fanno molte gaffes… subito perdonate), perderemo ricchezza, significati, volti, persone. Una delle operazioni più belle, quando al mattino arrivo in ufficio, è riconoscere tutte le persone che mi parlano ancora dentro i loro oggetti-doni, in un dialogo che non si interrompe mai. È anche questo uno splendido linguaggio che vince la morte e ci consente di parlare con gli amici defunti attraverso i loro doni: grazie alla penna che mi donò vent’anni fa per la mia cattedra a Milano, Pier Luigi continua a scrivere insieme a me. 

Nella vita ci sono molti linguaggi. La cultura dominante del business vorrebbe, purtroppo, ridurli tutti a quello delle merci e del denaro. Ma il giorno in cui dimenticheremo tutte le lingue delle cose, quando le chiameremo non ci risponderanno più. 

 Messaggero di sant'Antonio 

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mercoledì 29 luglio 2026

VOLONTARI PER CRESCERE

 


Il volontariato, scuola 
di relazioni


TEMPO DONATO 

PER CRESCERE


-         di STEFANO VICARI

Molti adolescenti oggi raccontano di sentirsi soli. Non sempre usano questa parola. A volte lo dicono con il ritiro, con l’insonnia, con l’irritabilità, con la fatica a uscire o con il bisogno continuo di essere rassicurati. È una solitudine che può convivere con centinaia di contatti, messaggi continui e una presenza digitale permanente. Si può essere sempre raggiungibili e sentirsi raramente cercati. Avere molti contatti e non sapere a chi rivolgersi quando si sta male.

Le ragioni sono molte. Ma un punto appare evidente: molti adolescenti sono poco aiutati a costruire relazioni nella vita reale. Le loro giornate sono spesso piene di attività, ma molte seguono una logica competitiva. Riuscire, emergere, dimostrare, ottenere risultati. Così anche la relazione rischia di trasformarsi in confronto, esposizione e ricerca di conferme.

L’estate, con la chiusura della scuola e la sospensione dei ritmi abituali, può offrire uno spazio diverso. Non per riempire ogni momento con nuovi impegni, ma per domandarci quali esperienze proponiamo ai ragazzi per stare con gli altri. Non basta chiedere loro di spegnere il telefono. Occorre offrire alternative credibili, luoghi in cui la relazione non passi attraverso un profilo, un’immagine, un voto o un like; luoghi in cui si possa essere presenti senza esibirsi, collaborare senza dover vincere, sentirsi parte senza essere continuamente valutati.

Il volontariato può essere uno di questi luoghi. Non una terapia contro la solitudine, non un dovere morale o un titolo da spendere nel curriculum. Il suo valore sta nell’offrire ai ragazzi e alle ragazze uno spazio in cui la relazione si sperimenta, non si predica.

Chiede di esserci per qualcuno, di donare tempo, di incontrare una realtà diversa dalla propria.

Donare tempo significa uscire, almeno per un momento, dalla logica del rendimento. Significa fare qualcosa che non produce subito un vantaggio personale e non si misura in voti, follower o riconoscimenti. In una fase della vita in cui l’identità è ancora in costruzione, sentirsi utile a qualcuno diventa una forma concreta di riconoscimento. Non quello fragile dello sguardo digitale, che approva e dimentica in pochi secondi, ma quello più profondo di una relazione reale, di qualcuno che ti aspetta, che ha bisogno della tua presenza e che si accorge se non ci sei.

Anche lo sport, il teatro, la musica e la vita associativa possono costruire legami. Nel volontariato, però, la relazione nasce intorno a un compito condiviso. Nel confronto con i bisogni, i tempi e le fragilità dell’altro, un ragazzo può scoprire capacità che non sapeva di avere e limiti con cui imparare a fare i conti.

Il volontariato permette inoltre di sottrarsi alla frammentazione continua.

Molti adolescenti vivono giornate interrotte da notifiche, messaggi e video brevi. Donarsi agli altri richiede invece continuità nello stare, ascoltare, aspettare, tollerare la fatica e la lentezza.

Anche da qui passa la crescita. La libertà non coincide con l’assenza di legami, ma con la capacità di scegliere a che cosa dedicare tempo, attenzione ed energie.

Bisogna però evitare ogni strumentalizzazione. Non si entra in una casa di riposo, in un doposcuola o in un’associazione soltanto perché “fa bene” agli adolescenti. Il volontariato è prima di tutto un gesto gratuito verso persone e bisogni reali. Proprio per questo educa, perché chiede rispetto, discrezione, continuità e responsabilità.

L’altro non è uno strumento per sentirsi migliori, ma una persona da incontrare.

Non tutti i ragazzi sono pronti nello stesso modo. Un adolescente molto chiuso, ansioso o depresso non va spinto bruscamente in un’esperienza a cui non è preparato. Non si cura la solitudine imponendo socialità.

Servono gradualità, ascolto e adulti capaci di accompagnare. Le possibilità, del resto, sono molte: bambini, anziani, persone con disabilità, tutela dell’ambiente, cura degli animali, doposcuola, associazioni sportive, iniziative civiche o parrocchiali. Ciò che conta è che l’esperienza sia autentica e non sia, invece, trasformata in una nuova prestazione da fornire. Ai genitori si chiede allora non di “imporre” il volontariato, ma di aprire possibilità. Gli adulti hanno il compito di proporre ai figli incontri, responsabilità e occasioni in cui misurarsi con il mondo reale. Scuola, associazioni, parrocchie, società sportive e istituzioni locali possono creare contesti seri e continuativi, nei quali i ragazzi siano accompagnati a comprendere il senso di ciò che fanno. I ragazzi non hanno bisogno soltanto di meno schermi. Hanno bisogno di più mondo. Di adulti che li aiutino a incontrarlo. Di esperienze che insegnino loro che il tempo non è soltanto qualcosa da consumare, riempire o perdere.

 Il tempo può essere donato. E quando viene donato, smette di essere vuoto per diventare relazione, responsabilità e libertà.

www.avvenire.it

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sabato 13 giugno 2026

ESTATE PALESTRA DI BELLEZZA

DALLA

 PRESTAZIONE 

AL DONO

 


Marco Erba agli adolescenti: «Vivete l’estate come “palestra di bellezza”, per passare dalla logica della prestazione a quella del dono»

Lo scrittore e insegnante Marco Erba riflette su disagio, scuola e confini a margine delle giornate di Edufest - Festival dell'Educazione di Cinisello Balsamo (Mi): «Occorre aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi»

di Alessandro Barba

L’edizione 2026 di Edufest, il Festival dell’Educazione appena conclusosi a Cinisello Balsamo (Mi), per tre giorni ha messo a confronto formatori, psicologi, filosofi e esperti dello sviluppo sul tema dei “Confini”. Eros Giampiero Ferri, presidente delle cooperative Progetto A e Orsa, promotrici della kermesse, spiega la sfida a cui hanno voluto rispondere con queste giornate: «Scuola, famiglia e società si trovano oggi a ridefinire i margini tra regola e libertà, tra ciò che è norma e ciò che è divergenza. In questo contatto tra generazioni e visioni diverse, i confini non sono più linee statiche, ma territori vivi di confronto. Ci siamo interrogati insieme a tante figure professionali diverse del mondo educativo, tra le più autorevoli in Italia, su come tracciare nuove traiettorie per ripensare il modo in cui cresciamo, insegniamo e viviamo insieme come comunità”.

Oltre 30mila persone si sono ritrovate agli incontri e alle attività nel parco di Villa Ghirlanda, tra famiglie, bambini, bambine e giovani di tutte le età. Ma il dato di partecipazione è solo il punto di partenza di una riflessione più ampia: che cosa significa oggi comprendere i giovani, soprattutto quando il disagio prende forme difficili da leggere?

A partire dai recenti fatti di cronaca che hanno riportato l’attenzione sulla violenza esercitata da giovanissimi dentro e fuori la scuola, anche contro gli insegnanti, Marco Erba, scrittore e insegnante che ha tenuto una sessione del Festival, invita a evitare letture superficiali. Non parla di singoli episodi da archiviare come casi isolati, ma di segnali che chiedono di guardare al contesto in cui ragazze e ragazzi crescono.

«Penso che ci sia una strettissima connessione tra la nostra società ipercompetitiva e queste forme di violenza», spiega Erba. Una società «nella quale la prestazione sembra essere diventata un assoluto», dove «si tende a misurare tutto» e «si corre sempre più veloci». Secondo Erba, questa pressione contribuisce ad alimentare sia la violenza rivolta verso gli altri, sia quella rivolta verso se stessi: dal self-cutting al ritiro sociale.

Il punto, per l’insegnante, è il modo in cui un adolescente costruisce la propria identità dentro un modello che chiede continuamente di dimostrare valore. Se intorno trova solo l’idea che bisogna “correre e vincere”, dice Erba, il rischio è che si percepisca come «un fallito». Da qui può nascere la possibilità «che faccia del male a qualcuno o si faccia del male».

Occorre passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie. Aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi

Per questo, secondo Erba, la chiave educativa non può limitarsi alla correzione dei comportamenti. Serve un cambio di prospettiva: «Passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie». Significa aiutare gli adolescenti «ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro», sulla loro unicità e sulla possibilità di essere, a loro volta, «dono». Ma questo passaggio, sottolinea, riguarda prima di tutto gli adulti: «Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo».

Da insegnante, Erba racconta di vedere ogni giorno una realtà più complessa di quella spesso restituita dal dibattito pubblico sugli adolescenti. «Vedo tante scintille di bellezza ogni giorno, tanta ricerca di sé, tanta fatica, tanto dolore, tante situazioni a volte complicate, ma tanta voglia di futuro». Per questo invita a «porsi in ascolto prima di giudicare». Non si definisce ingenuamente ottimista, ma dice di essere «estremamente positivo» perché gli adolescenti, a suo giudizio, hanno «veramente tante risorse».

La scuola, in questa prospettiva, ha un ruolo decisivo. Per Erba le discipline possono diventare strumenti per «avvicinarli alla vita» e per «aprire domande», non solo contenuti da trasmettere.

Ma perché questo accada servono condizioni diverse da quelle attuali. Tra le urgenze cita «più pedagogia tra i banchi», più pedagogisti, più psicologi, più ascolto e una maggiore capacità di intercettare il disagio.

www.vita.it

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mercoledì 4 febbraio 2026

DONO O REGALO?

 


IL REGALO 

NON È 

UN DONO



Il dono è una faccenda di gratuità, è un bene relazionale, cioè un atto non dovuto, dove il bene principale non è l’oggetto donato ma la relazione tra chi dona e chi riceve.


Luigino Bruni

Si sono concluse le feste di Natale, e così, a «bocce ferme», possiamo fare qualche nuova riflessione sui doni e sulla differenza tra i doni e i regali.

I regali e i doni sono atti umani diversi, convivono gli uni accanto agli altri, spesso sono entrambi buoni, ma non vanno confusi tra di loro. Il valore dei regali tra Natale ed Epifania dipende dalla qualità dei doni tra Epifania e Natale. Il panettone che portiamo alla zia anziana lontana dice qualcosa di buono e bello se durante l’anno quel regalo natalizio è stato preceduto da qualche telefonata, una visita, tempo speso, abbracci di corpi, parole buone e benedizioni reciproche. Noi sapiens parliamo anche con le cose e con gli oggetti, perché le parole qualche volta non bastano, e con un oggetto riusciamo a dire cose che con la bocca e la penna diremmo diversamente e peggio. La civiltà umana, a differenza degli animali, è fatta di parole e di cose, di oggetti (quadri, case, chiese) che dicono chi siamo come e forse meglio delle parole. I doni sono i verbi che collegano e danno senso ai nostri regali, e li fanno entrare nei nostri discorsi più belli. 

Nella pratica e nella vita concreta i doni e i regali si somigliano, si intersecano, li chiamiamo con le stesse parole, anche perché non è necessario studiare economia per vivere bene. I regali si fanno spesso (anche se non sempre) per assolvere a obblighi, normalmente a buoni obblighi, verso famigliari, amici, colleghi, fornitori, capi, clienti, responsabile ufficio acquisti, e sono legati ai tempi e alle date della vita. 

Il nostro tempo del business globale ama sempre più i regali, perfettamente coerenti con il suo spirito, ma capisce sempre meno i doni. I regali sono previsti, regolati dalle convenzioni sociali, e in non pochi casi sono pretesi – in molte regioni i regali per i matrimoni sono regolati da norme molto dettagliate e rigidamente osservate, fino a indebitarsi. C’è poca gratuità nei regali, tanto che se non li facciamo, i potenziali destinatari ci giudicano male. Un economista, Joel Waldfogel (nel 1993), ha dimostrato che i regali di Natale distruggono in media il 20% del valore dei beni regalati, poiché se le persone scegliessero i propri regali invece di riceverli dagli altri, la loro soddisfazione sarebbe maggiore di circa un quinto. Così quest’economista proponeva di regalare denaro ad amici e parenti; ed è quanto ormai accade abitualmente con figli, nipoti e parenti, poiché regalare denaro diventa una via più semplice, per chi dà e per chi riceve. Per non parlare dei «regali di nozze»: dai servizi da tè e servizi di asciugamani si è prima passati alla lista nozze, poi alla busta coi soldi, e ora direttamente all’iban indicato nell’invito. 

Il dono è diverso, è altra cosa, ha altra natura, un altro costo, e altro valore, un altro corso, un altro senso. È una faccenda di gratuità, è un bene relazionale, cioè un atto non dovuto, dove il bene principale non è l’oggetto donato ma la relazione tra chi dona e chi riceve. Il dono non è preteso, spesso non è neanche previsto; a volte è atteso, è sempre eccedente, non legato al merito, sorprendente, squilibrato, eccessivo, non simmetrico. Quando il dono si esprime anche con un oggetto donato, quel dono incorporerà per sempre quell’atto d’amore, il volto della persona che ce lo ha donato. E quando il dono si incarna in un oggetto, lo spirito del dono trasforma quella cosa in sacramento, vedendola siamo invitati a pensare e guardare qualcos’altro, un volto lontano ma presentissimo.

Messaggero di Sant'Antonio

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martedì 6 gennaio 2026

I MAGI E L'ARTE DEL DONO

 


La visita dei magi

 è una grande 

grammatica 

del dono.

 



-di Luigino Bruni

 Uomini saggi, astronomi e astrologi, venuti da est.  Non erano pastori, erano esperti di stelle e di scienza.

Erano uomini, dei maschi, ed erano capaci di fare doni: maschio è Erode, ieri e oggi; ma maschi sono anche i magi, che ci dicono che anche i maschi sanno fare doni.

Quegli uomini si misero in cammino inseguendo «una stella», per «adorare» un bambino (Mt 2,2).

Ecco i primi due elementi di questa grammatica del dono: c’è un cammino e c’è una stella. Cammino dice impegno e dice tempo, gli ingredienti fondamentali di ogni dono.

I regali non richiedono molto tempo, ne facciamo molti in poche ore di shopping; il dono no, è diverso.

Non c’è dono senza un cammino, senza un viaggio materiale o spirituale.

Ci si alza, si va a trovare quella persona che abbiamo deciso di onorare con la nostra visita e con il nostro dono.

Quasi tutto quello che volevamo dire a quella persona lo diciamo andandola a trovare.

Il primo dono dei magi fu il loro mettersi in cammino. Poi c’è la stella.

Nei doni, di certo in quelli più importanti, non si parte senza l’apparizione di una "stella" - senza una voce, un segno, una chiamata.

Ciò che siamo oggi dipende da molte cose, ma dipende soprattutto dai doni-stella che abbiamo ricevuto nella vita.

Dono chiama dono: ecco perché secondo il Vangelo (apocrifo) arabo dell’infanzia di Gesù «Maria donò loro alcune delle fasce del bambino Gesù».

I magi portano in dono «oro, incenso e mirra» (2,11).

Per dire regalità (oro), divinità (incenso), e corporeità (mirra).

La grammatica e la sintassi del dono continua a svelarsi.

In ogni incontro che nasce dal dono, ti incontro per dirti che hai la dignità di un re, che sei sacro come un Dio e che sei un essere umano, e quindi il tuo limite e la tua futura morte non sono maledizione e condanna, ma compito e destino. Questo significa onorare.

«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (2,11).

C’è anche Maria nel dono dei magi, una sorpresa e una gioia aggiunte alla loro gioia che era già grandissima.

E in Maria possiamo rivedere un’altra amica biblica dei magi: la regina di Saba, che partì da lontano, con molti doni, per conoscere e onorare la sapienza.

Il dono dei magi è l’altro Magnificat dei Vangeli, e la visita di Maria ad Elisabetta è l’episodio che più gli assomiglia. Maria accolse con fiducia i magi dentro casa, li fece entrare, li riconobbe come ospiti buoni, accettò il loro dono.

E infine l’ultima nota del dono. Anche i magi, come Maria con Elisabetta, dopo aver fatto il loro dono presero la via di casa.

È questa l’ultima nota del processo del dono, che si chiude col ripartire.

Il ritorno a casa

Chi conosce quest’arte sa che «fare ritorno a casa» è il capolavoro del dono, perché dice castità, la sorella gemella della gratuità.

Chi sa donare non occupa spazi, li libera. È discreto. Sa stare senza fretta, ma poi in fretta riparte.

Non si appropria del tempo della reciprocità. E porta via con sé una "grandissima gioia".

Questo bell’augurio di Buon Cammino e di Buona Epifania di Ignazio Punzi, formatore, psicologo e psicoterapeuta familiare, presidente dell’associazione “L’aratro e la stella”

 I MAGI NON ERANO CRICETI

Il giorno dell'Epifania non si può non porsi questa domanda: quando ci si mette in cammino?

Credo che occorrano almeno tre condizioni:

- quando si intuisce che qualcosa o qualcuno di veramente importante ancora ci manca

- quando si ha la consapevolezza che questo "qualcosa o qualcuno" non si trova nei luoghi in cui si abita o si frequentano

- e quando infine, come conseguenza delle prime due, si ha il coraggio di "uscire" e osare l'incontro con il nuovo.

Ci si mette in cammino se si obbedisce ad una assenza che preme dal profondo di noi stessi e si manifesta come invito a mettersi in cammino verso il non ancora, per terre sconosciute.

Si incontra la verità solo da nomadi, da stranieri.  Facciamocene una ragione.

Se non si accetta questo cambio di status, che è spirituale, emozionale e cognitivo, il cammino nel quotidiano, seppur faticoso, è più simile a quello del criceto nella ruota.

I criceti, però, non inaugurano nuove vie, ma smaltiscono solo il grasso accumulato nella loro stanzialità.

Se si vuole tracciare diritto il proprio solco, è più saggio uscire dalle proprie ruote e dalle proprie gabbie dove tutto è garantito e mettersi finalmente in cammino per territori inediti, attaccando l'aratro ad una stella, in cerca di una verità che ci renderà liberi.

In questo giorno di Epifania, facciamo nostra l'esortazione di don Tonino Bello a metterci in cammino senza più aspettare e senza paura, per fare "straripare la speranza.

Andiamo a Betlemme!

[ ...] Per noi, disperatamente in cerca di pace, ma disorientati da sussurri e grida che annunziano salvatori da tutte le parti, e costretti ad avanzare a tentoni dentro infiniti egoismi, ogni passo verso Betlemme sembra un salto nel buio.

Andiamo fino a Betlemme. È un viaggio lungo, faticoso, difficile, lo so.

Ma questo, che dobbiamo compiere «all'indietro», è l'unico viaggio che può farci andare «avanti» sulla strada della felicità.

Quella felicità che stiamo inseguendo da una vita, e che cerchiamo di tradurre col linguaggio dei presepi, in cui la limpidezza dei ruscelli, o il verde intenso del muschio, o i fiocchi di neve sugli abeti sono divenuti frammenti simbolici che imprigionano non si sa bene se le nostre nostalgie di trasparenze perdute, o i sogni di un futuro riscattato dall'ipoteca della morte.

Andiamo fino a Betlemme, come i pastori.

L'importante è muoversi.

Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro.

E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della onnipotenza di Dio.

Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove Egli continua a vivere in clandestinità.

A noi il compito di cercarlo.

E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita.

Mettiamoci in cammino, dunque, senza paura.

Il Natale di quest'anno ci fa trovare Gesù e, con Lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell'essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell'impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.

Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte e illuminato di stelle.

E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza.

 Famiglia Cristiana

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martedì 9 dicembre 2025

L'ARTE DEL PRENDERSI CURA

 


Il Piccolo Principe

 e la lezione 

della sua rosa: 

il vero amore 

nasce dalla cura

 

Per Antoine de Saint-Exupéry, la lezione della Rosa ne "Il Piccolo Principe" insegna che le relazioni importanti richiedono cura e responsabilità.

 

-         di Saro Trovato

-          

Una delle più grandi lezioni sul valore delle persone a cui si vuole bene che Il Piccolo Principe dona ai suoi lettori è sorprendentemente semplice e, al tempo stesso, rivoluzionaria: una relazione diventa unica solo quando qualcuno sceglie di averne cura. Antoine de Saint-Exupéry affida questa verità a una Rosa fragile e alla saggezza silenziosa della Volpe, mostrando che il vero amore, e qualunque legame profondo, non nasce dalla perfezione dell’altro, ma dal tempo, dall’attenzione e dalla responsabilità investiti nella relazione.

È solo comprendendo questa legge che il Piccolo Principe riesce a cogliere ciò che gli occhi non avevano saputo mostrargli. La sua Rosa non era speciale per natura, ma lo era diventata grazie alla storia costruita giorno dopo giorno attraverso gesti di cura.

Questa intuizione risiede nel cuore di uno dei testi più significativi del Novecento. Pubblicato nell’aprile del 1943, Il Piccolo Principe è l’opera più celebre di Antoine Saint-Exupéry e uno dei libri più tradotti e amati al mondo. La sua grandezza non dipende dalla forma fiabesca, ma dalla capacità di trasformare un racconto breve in una meditazione universale sulle relazioni, sull’unicità e sulla responsabilità affettiva.

In questo quadro, la lezione della Rosa svela il suo valore più profondo: ciò che rende una persona insostituibile non è ciò che è, ma ciò che si sceglie di costruire con lei attraverso la cura.

I 5 punti della lezione della Rosa che Antoine de Saint-Exupéry dona sulle relazioni

Il percorso del Piccolo Principe con la sua Rosa diventa una guida preziosa per comprendere che cosa renda davvero unico un legame. Attraverso cinque momenti chiave, Saint-Exupéry mostra come il valore di una relazione nasca dalla cura, dal tempo condiviso e dalla responsabilità affettiva.

Sono lezioni che riguardano l’amore, l’amicizia e ogni relazione profonda della vita.

1. La crisi del valore: quando l’unicità sembra svanire

La grande svolta narrativa e simbolica arriva quando il “Piccolo Principe” scopre un intero roseto simile alla sua Rosa. Ciò che fino a quel momento era stato percepito come unico, improvvisamente appare comune, replicabile, sostituibile.
Da qui nasce la delusione che lo spinge a mettere in discussione tutto ciò che credeva di sapere sull’amore:

Credevo di essere ricco perché avevo un fiore unico al mondo, e invece non sono che il proprietario di una rosa qualsiasi.

La sua crisi rivela una verità che riguarda ogni relazione umana. Finché non viene costruita una storia condivisa, una persona è una tra molte, non una tra le poche. Saint-Exupéry mette in scena il crollo dell’illusione estetica per mostrare che l’unicità non è qualcosa che si trova, ma qualcosa che si costruisce nel tempo.

E questa è la prima grande intuizione: senza cura, nessun rapporto può dirsi speciale.

2. La rivelazione della Volpe: l’unicità nasce dal tempo donato

È la Volpe a trasformare la crisi del Piccolo Principe in consapevolezza. Il suo insegnamento contiene la chiave interpretativa dell’intera opera:

È il tempo perso per la tua rosa che rende la tua rosa così importante.

Quel “tempo perso” non è tempo sprecato, ma tempo donato, sottratto alla produttività e al calcolo, dedicato alla costruzione di un legame.
Il “Piccolo Principe” ripensa allora a tutto ciò che ha fatto per la sua Rosa. L’ha protetta sotto una campana di vetro nelle giornate di vento, l’ha annaffiata ogni mattina con pazienza, l’ha ascoltata quando si lamentava o quando si vantava, e ha accolto anche i suoi silenzi.

Sono questi gesti, ripetuti e spesso invisibili, che trasformano un rapporto in qualcosa di unico.

L’unicità non è un dono naturale, ma la conseguenza del tempo donato, dell’attenzione e della responsabilità che si decide di assumere.

3. La verità dell’essenziale: il cuore vede ciò che sfugge agli occhi

La Volpe offre poi la frase più celebre dell’opera:

Si vede bene soltanto col cuore. L’essenziale non lo vedono, gli occhi.

Non è un invito al sentimentalismo, ma una riflessione sulla percezione del valore. Gli occhi vedono solo ciò che è replicabile: le cinque mila rose del roseto. Il cuore vede ciò che è insostituibile: la storia vissuta, i gesti, la cura.

Quando il Piccolo Principe si rivolge alle rose del giardino, afferma:

Voi non siete affatto uguali alla mia rosa, voi non siete ancora niente… Siete belle ma siete vuote.

Questa frase racchiude una verità universale, ovvero che la bellezza senza legame non crea valore e che la cura senza bellezza crea invece un legame inestimabile.

4. La responsabilità del legame: la prova definitiva dell’amore

L’insegnamento si compie nella frase più adulta e impegnativa dell’intera opera:

Tu sarai per sempre responsabile di ciò che hai addomesticato.

Qui Saint-Exupéry introduce la dimensione etica dell’amore: un legame non è soltanto sentimento, ma responsabilità. Chi diventa parte della nostra vita merita continuità, presenza, fedeltà emotiva.

Il legame non è un evento, ma una scelta rinnovata, un impegno che nasce dal riconoscere la vulnerabilità dell’altro e la nostra capacità di influire sulla sua felicità.

5. Una lezione universale: vale per l’amore, l’amicizia e ogni relazione significativa

La cura che rende unica la Rosa non è solo metafora dell’amore romantico. È la legge che regola ogni legame profondo, dall’amicizia agli affetti familiari, fino alle persone con cui si costruisce un rapporto importante.

Ogni volta che qualcuno investe tempo, ascolto, attenzione, un legame prende forma. Ogni volta che si accettano le imperfezioni dell’altro, quel legame si rafforza. Ogni volta che si sceglie di restare, nasce l’unicità.

Il Piccolo Principe non invita a cercare persone perfette, ma a riconoscere la bellezza che nasce dalla cura reciproca.

La cura come fondamento di ogni legame umano

Nel percorso de Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry non offre semplicemente una metafora poetica, ma un principio che riguarda da vicino ogni persona: la qualità di un legame dipende dalla cura che gli viene dedicata. È questo il punto in cui la fiaba si trasforma in un’analisi lucida delle relazioni umane.

Il Piccolo Principe comprende troppo tardi che la Rosa non chiedeva perfezione, ma presenza. Non pretendeva di essere capita senza sbavature, ma desiderava che qualcuno restasse accanto alla sua fragilità. Questa intuizione, frutto di rimpianto e consapevolezza, rivela la dinamica più profonda delle relazioni contemporanee. Spesso si confonde la facilità con il valore, la bellezza con la verità, la novità con l’unicità.

Eppure, come insegna il libro, una relazione non diventa importante perché appare straordinaria, ma perché qualcuno sceglie di attraversarne le imperfezioni con continuità.
La cura è ciò che trasforma un incontro in una storia, una conoscenza in amicizia, una presenza in amore.

Comprendere questa legge significa riconoscere che nessun legame può reggersi sul desiderio immediato, sulla spontaneità o sull’emozione passeggera. Tutto ciò che è umano vive di attenzione ripetuta, di gesti piccoli ma costanti, di responsabilità che non si impone, ma che nasce naturalmente dal valore che l’altro acquisisce nella nostra vita.

Saint-Exupéry sembra ricordare che oggi, più che mai, il rischio maggiore non è soffrire per qualcuno, ma non concedere a nessuno il tempo necessario per diventare importante. Chi non investe cura resta circondato da “rose belle ma vuote”, relazioni superficiali, legami senza profondità.

Il Piccolo Principe, invece, scopre che l’essenziale non è la perfezione della Rosa, ma il rapporto che ha costruito con lei. E che ciò che si cura, ciò che si protegge, ciò per cui si resta, diventa inevitabilmente unico.

Questa è, in ultima analisi, la lezione che attraversa il libro di Antoine de Saint-Exupéry e continua a parlare agli adulti.

 L’unicità non si eredita, si crea.

E ciò che si crea con cura merita di essere custodito.

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lunedì 1 dicembre 2025

LA CULTURA DEL DONO


 “Per una cultura del dono”, convegno a Falcone: le testimonianze dei maestri cattolici e delle associazioni

 



-         di Enzo Baglione

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Nell’aula consiliare del municipio di Falcone si sono riuniti i maestri cattolici della locale sezione dell'Associazione Italiana Maestri Cattolici e i rappresentanti di alcune associazioni di volontariato presenti nel comune di Falcone, per discutere sul tema “Per una cultura del dono”. Dopo l’introduzione della presidente Angela Raccuia, che ha evidenziato come “... dopo un lungo e a volte anche vivace confronto si è giunti a questo momento di condivisione gioiosa, - ha continuato - questa sera in quest’aula ci sono alcune delle più attive associazioni che operano e agiscono nel comune di Falcone”. È toccato all’ing. Carmelo Paratore, sindaco del borgo marinaro, che nel suo intervento di saluto ha evidenziato come “... la cultura del dono non è una cosa semplice, poiché́ oggi nel mondo c’è tanto egoismo generalizzato e purtroppo le persone che lo praticano sono semplicemente esseri inconcludenti che non riescono a lasciare alcun segno positivo nella vita”. 

Per fortuna - ha evidenziato ancora l’amministratore - ci sono tante altre persone che praticano concretamente la cultura del dono - e nel citare Gandhi ha concluso - “...sicuramente riusciranno a raggiungere traguardi immensi”. Al convegno, che ha registrato una massiccia partecipazione di maestri e semplici cittadini, non hanno fatto mancare il concreto contributo la sezione di Falcone dell’associazione Misericordia con il presidente Salvuccio Sottile, Pasquale Caliri vice presidente dell’associazione Falcone 2.0, l’associazione Talassa con il suo presidente Angelo Ventura e Rosetta Milone quale vice presidente dell’Aimc. Ognuno dei quattro rappresentanti, ha portato una testimonianza di quanto la propria associazione ha fatto e dato, nel comune di Falcone e anche nei paesi limitrofi nel corso degli anni in termini di “dono” nelle sue varie e diverse declinazioni.

Nella sua relazione padre Alessandro Caminiti, parroco della parrocchia di San Giovanni Battista e assistente spirituale della sezione locale dell’AIMC, ha evidenziato come: “...l’arte del donarsi, oggi stride con il modo di vivere e comportarsi da parte della nostra società nella quale è l’individualismo e l’egoismo a prevalere. Cos’è il dono? Il dono è dare qualcosa a qualcuno, senza aspettarsi nulla in cambio. È fondamentale promuovere la cultura del dono per promuovere la dignità̀ della persona”. 

Nella parte finale del suo intervento padre Caminiti, ha evidenziato, attraverso la parabola della moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci, come Gesù ha detto ai discepoli preoccupati dal fatto che non avevano cibo sufficiente per tutta la folla immensa presente “... date voi stessi da mangiare”, intendendo “voi non come soggetto bensì come complemento oggetto”, cioè̀ ognuno di noi è chiamato a dare e a condividere quel poco che ha con gli altri, così come ha detto Santa Teresa di Calcutta “...una goccia di ognuno di noi concorre a formare l’oceano”. È stata la psicologa e psicoterapeuta Chiara Librizzi, con la sua relazione dal titolo “Dono come legame comunitario” a declinare la differenza fra il donare e il donarsi, attraverso l’analisi del comportamento tenuto da San Francesco in due distinte circostanze della sua vita. 

Sul complesso e affascinante argomento, Librizzi ha illustrato il pensiero dell’antropologo francese Marcel Mauss, uno dei primi e massimi studiosi del dono, il quale analizzando il comportamento di alcune tribù̀ ha visto come il dono sin dalle origini “... è stato non un accordo di natura economica quanto una scelta morale fra le parti. Il dono è dunque una condivisione, è un collante sociale. Il dono è una circolazione è un vero reciprocare fra le parti”. Sull’argomento - ha ancora detto - “...il monaco Enzo Bianchi scrive che nel donare c’è un soggetto, il donatore che in totale libertà non costretto, per amore e per generosità̀ fa un dono all’altro indipendentemente dalla risposta di questo”. È fondamentale che il volontariato e il terzo settore diventino laboratori concreti e comuni del dono capaci di creare bene comune. Ha poi concluso il suo intervento ricordando, che la Repubblica Italiana con la legge del 4 ottobre 2015 ha istituito la giornata del dono.

Il convegno si è poi concluso in piazza “Principe Romeo”, dove l’AIMC ha regalato alla cittadinanza un angolo realizzato con sassi colorati realizzati con l’arte del riciclo creativo, per diffondere e ricevere messaggi di gioia, positività̀, coraggio e speranza.