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giovedì 20 agosto 2026

INDIFFERENTI

 


L’indifferenza oggi 

è il nuovo nichilismo

La società contemporanea non nega necessariamente Dio: più spesso accantona la domanda sulla trascendenza. Ma questa scelta apparentemente neutrale finisce per trasformare il modo in cui l’uomo guarda a sé stesso, agli altri e al mondo

-       di LUIGI ALICI

Ci è stato insegnato che agli antipodi della trascendenza si stende l’esteso bassopiano dell’immanenza, e in un certo senso la distinzione mantiene sempre la sua validità. Tuttavia, quando si guarda alla trascendenza indugiando dentro le pieghe del vissuto, la contrapposizione potrebbe esprimersi anche in altro modo: se la trascendenza si può pensare come irriducibile differenza, voltarle le spalle equivale a soffocare la vita nell’indifferenza.

L’alternativa fra trascendenza e indifferenza ci pone dinanzi al bivio della vita: un bivio che in alcuni casi, in circostanze gravi e impegnative, s’impone come un vero e proprio ultimatum; il più delle volte, tuttavia, l’aut aut s’insinua dentro l’ordinarietà del quotidiano in modi discreti, quasi di soppiatto, finendo per strapparci risposte distratte e sempre effimere, che alla fine, però, diventano responsabili del nostro destino. (...)

A questo punto, prima di guardare più lontano, s’impone una domanda: può esserci un’ombra totale, capace di oscurare completamente la luce? Quale nome potremmo darle? La risposta è implicita nell’intero percorso: non esiste un’ombra totale. La luce è ovunque e proviene da lontano, le tenebre sono tentativi – drammatici e vani – di oscurarla, fabbricati malamente in “casa nostra”.

Possono avere tanti nomi, quante sono le forme di rifiuto della trascendenza, e tuttavia oggi sembrano riassumersi nell’indifferenza, forse il rifiuto più insidioso di tutti, perché subdolo e infido: rifugge dagli attacchi frontali, non “parla” mai a voce alta, predilige il mormorio che sparge il veleno della sfiducia, della diffidenza, dello scetticismo. L’elogio della trascendenza, soprattutto oggi, non è scontato e deve vincere le tentazioni dell’indifferenza. Se l’immanenza rappresenta un’alternativa esplicita, in quanto teorizza un principio, con cui finisce ultimamente per identificarsi, che è oltre ogni singolo ente ma non oltre l’intero, un’alternativa “tacita” è quella che fa sparire il problema, espellendolo di fatto, senza troppi discorsi, dal tessuto stesso dell’esistere.

Basta inoculare nei gangli dell’esperienza il veleno dell’indeterminatezza generalizzata, che interrompe la circolazione del pensiero. Ogni esperienza sarebbe fondamentalmente incommensurabile e relativa: relativa a chi la vive, a chi la vive in un certo momento e non in un altro, in un certo luogo e non in un altro… A quel punto, siamo a un passo dal trionfo indiscriminato del relativo, che possiamo tranquillamente chiamare relativismo. Un passo non dichiarato, però: affermando a chiare lettere che la verità non esiste, qualcuno potrebbe sempre chiederci se tale affermazione debba essere ritenuta vera. Il relativismo è il parente spensierato e più “digeribile” dello scetticismo dichiarato.

Siamo già agli antipodi della trascendenza: il relativismo è in-differenza alle differenze. Il duro messaggio che l’apocalisse riserva alla chiesa di Laodicea sembra interpretare, con un’attualità sconcertante, il senso profondo di questa deriva: «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. tu dici: sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» ( Ap 3,15-17).

Il testo denuncia, con una crudezza imbarazzante, un pericolo mortale, più grave di qualsiasi tiepidezza religiosa: la rottura della relazione fra la creatura e il creatore, collegata alla perdita di ogni differenza. Dietro il mito dell’autonomia assoluta («sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla») si nasconde un autoinganno diabolico, che conduce a un’idea “povera” di ricchezza e a una forma “infelice” di felicità. “Non lo riconosco più” – non a caso – è l’espressione amara con la quale di solito atto che una persona amica sembra non aver più bisogno di nulla e di nessuno.

L’indifferenza generalizzata arriva a erodere ogni margine di riconoscimento, e quindi di riconoscenza, smarrendo il senso profondo delle differenze: soprattutto tra vero e falso, bello e brutto, giusto e ingiusto, bene e male, e quindi, alla fine, persino la differenza fra finito e infinito, e quella fra essere e nulla. In un mondo in cui ogni esperienza è appesa all’esile filo del divenire e si risolve in un bagliore effimero, il nulla è l’inizio e la fine di tutto, come nell’episodio del volo notturno di un uccello, raccontato da Beda il Venerabile. Ricordiamo ancora Bonhoeffer di Resistenza e resa: «Gli idoli si adorano: e l’idolatria presuppone che l’uomo adori qualcos’altro. Noi oggi non adoriamo più niente, nemmeno gli idoli.In questo siamo veri nichilisti».

La metafora sgradevole del rigurgito nauseante, in cui si coglie quella noncuranza pratica che è molto più di un nichilismo teorizzato, può essere simbolicamente collegata al secondo capitolo della Genesi, che si apre con la descrizione del giardino di Eden, dove il creatore ha fatto «germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare» (Gen 2,9), ponendo al centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male.

Solo i frutti di quest’ultima pianta sono letteralmente indigeribili per il primo uomo e la prima donna, che pure hanno a disposizione tutti gli altri. Le creature umane non possono “mangiare la differenza” tra bene e male: non possono impossessarsene, negarla, metabolizzarla, sostituendosi ad essa.

È singolare che il primo libro della Bibbia metta in guardia da questo primo peccato e che l’ultimo libro ne ricordi gli effetti devastanti. se non vogliamo bere fino in fondo il calice amaro del “nichilismo attivo” di Nietzsche o della nausea sartriana dinanzi all’assurda gratuità dell’esistere, non resta che un atto di umiltà dell’intelligenza dinanzi all’altezza del mistero. L’anestetico dell’indifferenza, alla fine, non ci lascia mai com’eravamo: quando si appiattisce la propria vocazione, si modifica da cima a fondo tutta l’organizzazione ordinaria della vita; la relazione che ognuno di noi intrattiene con se stesso si riflette immancabilmente nell’intera “filiera” pratica delle relazioni con gli altri, con il mondo, con l’assoluto.

L’indifferenza è sempre autolesionista: insidia la verticalità personale. Se la trascendenza è la luce, l’indifferenza è il tentativo di oscurarla, che non può essere una conquista. L’infinito del nulla è il nulla dell’infinito. In-differenza, ovvero vivere (e morire) per nulla.

Volgendo in positivo il discorso, ne potremmo ricavare una duplice conclusione. Una prima conclusione riguarda il riconoscimento imprescindibile della trascendenza, come incontro fra l’atto di essere e la pluralità contingente degli enti. Dall’essere infinitamente trascendente dipendono le galassie e la polvere di Marte, le alghe e i boschi di conifere, le spugne e la mia cagnolina, l’esistenza dello schiavo schiantato nella costruzione delle piramidi e il narcisismo megalomane dell’uomo politico che gioca a fare la guerra. Quanto più si sale nella scala dei viventi, tanto più la dipendenza si fa evidente e polivalente, fino al punto in cui la massima evidenza riconoscibile si attualizza nel soggetto personale. (...) La persona che si scopre capace di apertura infinita aprendosi al mondo, è invece coinvolta direttamente – appunto, in prima persona – in tale atto. L’apertura infinita che l’essere umano scopre in se stesso si rivela come apertura di se stesso. L’infinito che abita il finito lo trascende. Da dentro. Ripensando alle tappe dell’intero percorso, si potrebbe dire: non c’è stupore senza meraviglia, non c’è esistenza senza eccedenza, non ci sono legami senza relazioni, non c’è intelligenza senza senso, non c’è libertà senza responsabilità, non c’è storia senza futuro, non c’è amore senza reciprocità gratuita. Eppure – ecco una seconda conclusione – la possibilità di neutralizzare praticamente la trascendenza appartiene di fatto alla nostra esperienza quotidiana. Se la “via lunga” del pensiero appare complessa, faticosa e a mio avviso impossibile da percorrere fino in fondo in modo esaustivo, possiamo essere tentati di fermarci, voltare le spalle all’intera questione, mettendola sistematicamente in coda nell’agenda quotidiana. È difficile accreditare un pensiero che anteponga l’oscurità alla luce, è più facile vivere semplicemente nella penombra, come se il problema non potesse mai avere l’attenzione che merita. L’infinito non è la maledizione del finito: è la sua benedizione, che ne garantisce la dignità.

Il relativismo, la perdita del senso delle differenze e l’illusione dell’autonomia assoluta sono i segnali di una deriva che impoverisce l’esperienza umana

 SETTE SENTIERI PER SCOPRIRE L'INFINITO NEL QUOTIDIANO, 

di Luigi Alici, ed. Studium

www.avvenire.it

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mercoledì 1 aprile 2026

COLTELLO IN MANO


 UN  TREDICENNE ACCOLTELLA L'INSEGNANTE



«Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età nemmeno mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso.

 Dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori»

 


Alessandro D’Avenia

 «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese».  

 Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici.  

 Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta.  

 Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa.  

 Mi rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa aspettate? 

 Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica. 

 Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva.  

 Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino.  

 Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori, di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare...).  

 Proprio in questi giorni si è concluso a Los Angeles un procedimento legale in cui per la prima volta i manager di Instagram e YouTube hanno dovuto testimoniare. Un maxi-processo con 1.600 querelanti intentato a Google e Meta, a partire dalla denuncia della ventenne Kaley G.M., che ha cominciato a soffrire di ansia, depressione e pensieri suicidi a causa dell’uso precoce dei social. Il verdetto ha stabilito che le piattaforme che Kaley frequenta da quando era bambina sono colpevoli dei suoi disturbi. Anche TikTok e SnapChat erano stati citati in giudizio ma hanno patteggiato, chiudendo con un accordo privato e un risarcimento non dichiarato. 

 La strategia usata dagli avvocati delle vittime è stata quella degli anni ’90 contro l’industria del tabacco che nascondeva le conseguenze del fumo. Le compagnie dovettero risarcire 206 miliardi di dollari e sospendere la pubblicità (ricorderete film come Insider e Thank you for smoking). Allo stesso modo la sentenza del 26 marzo 2026 contro le big-tech è storica: non solo non fanno abbastanza per i minori, ma fanno male.  

 Il caso del tredicenne italiano non è diverso: la sua rabbia, invece di essere accolta dalle figure adulte vicine, viene intercettata dagli attori del Nve, come in tanti casi simili avvenuti in giro per il mondo di recente. Si tratta di ragazzini problematici o è un effetto dell’architettura dei social?  Nel 2017 la 14enne inglese Molly Rose si era uccisa dopo aver assorbito migliaia di immagini di autolesionismo. La fondazione a lei dedicata ha pubblicato di recente una ricerca che mostra come, nonostante i proclami delle piattaforme, non sia cambiato nulla. È stato simulato il profilo TikTok e Instagram di una 15enne depressa: il 95% dei video proposti dall’algoritmo «per te» sono risultati dannosi, il 55% relativi ad autolesionismo e suicidio, il 16% a modi per togliersi la vita. 

 Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli», che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza»), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno.  

 Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare? Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo.  In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi.  Bisogna allora intanto agire dal basso. Per questo partecipo a un progetto, ideato da professionisti di vari ambiti e in rapida espansione, per promuovere l’educazione digitale e preservare la salute dei ragazzi: «I patti digitali». 

 Accordi che, in comunità di diversa entità, vengono stretti da genitori, insegnanti e altre figure educative, per stabilire poche e semplici regole condivise in quella comunità (età giusta per lo smartphone, opportunità delle chat di classe, sia dei genitori che dei ragazzi, modi d’uso del registro elettronico, validità dei compiti online...) e smontare il così fan tutti: «Si sentirebbe fuori dal mondo».  

 Se in una comunità sono tutti d’accordo viene meno il senso di inferiorità, la pressione sociale e la scorciatoia comoda per sedare i figli (anche nel XIX secolo si usavano gli oppiacei per calmare i bambini, ma si finiva con l’avvelenarli). In questi anni abbiamo riempito le aule di strumenti digitali, convinti che avrebbero rivoluzionato la didattica, salvo scoprire che aiutano l’apprendimento solo in superficie, anzi hanno provocato lo sviluppo della cosiddetta «mente da cavalletta», incapace di attenzione e di tenuta, sempre alla ricerca della ricompensa, e una soglia della noia bassissima (soggetti del tutto manipolabili): bisogna quindi tornare alla scrittura a mano, alla calligrafia, alla lettura ad alta voce, all’ascolto attivo, all’attenzione mirata.  

 Non si tratta di vietare (i ragazzi sanno poi come fregarci), ma di dare alternative: nelle comunità che adottano i patti digitali cresce di pari passo la frequentazione di biblioteche, attività sportive e sociali. Possono essere gruppi di genitori, singole scuole o gruppi di scuole, intere comunità cittadine a siglare un patto e ricevere l’aiuto degli esperti, senza appesantire una vita già assai complessa. 

 Il 13 aprile prossimo alle 14.30 terremo l’incontro «Educazione e protezione digitale», dal vivo e in collegamento, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (si potrà seguire la diretta). Ci saranno esponenti della Fondazione dei Patti, testimoni dei Patti già avviati e figure politiche dell’intero arco parlamentare impegnate da tempo nelle proposte di legge per regolamentare l’uso della rete da parte dei minori, cito solo Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca, Stefano Vicari, direttore di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù, Elena Bozzola, coordinatrice della commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria, Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari, Stefania Garassini, giornalista e docente universitaria di Content management e Digital Journalism, Anna Scavuzzo, assessore all’Educazione del Comune di Milano, Marianna Madia (Pd), Lavinia Mennuni (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giorgia Latini ed Erika Stefani (Lega), Devis Dori (Verdi, già M5S). Chiedo alla premier Meloni che ha una figlia, a cui sicuramente non ha dato né darà a breve un cellulare: varate una legge in questa legislatura. 

 Il manifesto del tredicenne attentatore, evidentemente copia-incollato dai contenuti del gruppo Nlm (No Lives Matter, Nessuna vita conta, che diffonde anche un manuale per l’uso efficace di lame e armi) è un’ottima radiografia del nostro mondo adulto: «Mi sento superiore a tutti i miei coetanei. Mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto ai comuni mortali. Non sono più uno di loro, ho l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni... non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. 

 La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo... Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose». Queste parole girate al rovescio nascondono un bisogno profondo: «Guardatemi! Aiutatemi a scoprire che sono unico, a capire le mie emozioni e a non subirle, a conoscere il mondo e gli altri, a sperimentare che la (mia) vita ha senso e vale. Toglietemi il cellulare. Liberatemi! Lasciatemi vivere i miei 13 anni. Voglio vivere!».  

 La realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza."

 

Alzogliocchiversoilcielo

venerdì 2 gennaio 2026

UN PRESENTE ASSENTE

 


 “Ai giovani italiani 

è stato sottratto il futuro 

che attendeva 

le generazioni precedenti”. 

Quando il filosofo 

era studente il futuro

 lo aspettava, 

oggi i giovani vivono

 in un eterno presente 

senza obiettivi


Di Andrea Carlino

Il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti individua nel nichilismo giovanile la conseguenza di una sottrazione operata dalle generazioni precedenti.

La sua analisi emerge da interviste rilasciate a testate nazionali nelle quali dichiara: “Ai giovani è stato tolto il futuro”. Il professore contrasta la retorica del confronto generazionale affermando che i padri e i nonni non possono invocare i loro tempi come modello, poiché “quelli erano tempi fortunatissimi”.

Gli adolescenti manifestano noia, assenza di stimoli e mancanza di prospettive. I giovani tra i 15 e i 30 anni possiedono la massima forza biologica, ideativa e sessuale, ma la società non li valorizza in ambito politico, sociale ed economico.

Galimberti sostiene che lo Stato fa a meno di loro proprio quando potrebbero esprimere il loro potenziale. Il filosofo riceve messaggi da coetanei e ragazzi più giovani che descrivono una condizione di vuoto esistenziale caratterizzata dall’impossibilità di individuare obiettivi o sogni.

Il confronto tra generazioni e il vuoto sistemico

Il filosofo racconta la propria esperienza biografica per illustrare il divario tra epoche storiche. Galimberti ha iniziato a insegnare filosofia in un liceo un anno prima di laurearsi perché mancavano professori nella disciplina. Il docente afferma: “Il futuro era lì ad aspettarmi”. La generazione attuale si trova in una situazione opposta, nella quale il futuro appare imprevedibile e non retroagisce come motivazione.

La società contemporanea manda i giovani all’università senza garantire loro il lavoro per cui hanno studiato. Il nichilismo rappresenta un terribile senso di vuoto e l’assenza totale di obiettivi, concetto già preconizzato dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche nel diciannovesimo secolo. Gli adolescenti convivono con sentimenti quali angoscia, paura, frustrazione e solitudine. Le sostanze anestetizzanti come alcol e droghe fungono da strumenti per non affrontare l’ansia derivante dal futuro. I giovani vivono in un eterno presente perché il domani non rappresenta più una promessa ma una minaccia.

Le conseguenze sociali e il peso dei dati economici

Il disagio giovanile produce conseguenze drammatiche che Galimberti definisce devastanti. Il filosofo cita i 400 suicidi in età scolare come dato allarmante di una crisi sistemica. La precarietà contrattuale riguarda stabilmente quasi il 30% degli occupati, con percentuali che per i lavoratori tra i 15 e i 34 anni superano il 30% nel 2024. Il tasso di disoccupazione giovanile si attesta al 20,6% a settembre 2025, quasi quattro volte quello della fascia 50-64 anni.

Il 58,3% della ricchezza netta appartiene a famiglie con capofamiglia nato prima del 1980. I baby boomer detengono il 43,3% del patrimonio nazionale con una ricchezza media superiore ai 360.000 euro per nucleo familiare, mentre le famiglie guidate da Millennial o appartenenti alla generazione Z possiedono una media di appena 150.000 euro. L’INPS ha evidenziato durante l’audizione alla Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica che il Paese conserva opportunità di miglioramento investendo sui giovani, sulle donne e sui lavoratori anziani. La mobilità sociale garantita nei decenni passati è stata sostituita da una grave immobilità economica nella quale solo il 17,6% dei nati nel 1992 provenienti da famiglie con basso titolo di studio ha conseguito una laurea.

Orizzonte Scuola

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venerdì 8 agosto 2025

IL DIRITTO E LA FORZA

 La nuova politica nel tempo del nichilismo


Immagine che contiene cielo, aria aperta, inquinamento, Disastro

Il contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.

Foto di Emad El Byed su Unsplash

-di  Giuseppe Savagnone 

Le ultime notizie riferiscono della decisione di Netanyahu di lanciare una nuova fase dell’escalation, in una guerra che molti definiscono semplicemente un genocidio, conquistando Gaza City, incurante delle proteste che ormai da tempo si levano nell’opinione pubblica mondiale e da qualche settimana anche da parte di governi tradizionalmente amici di Israele.

Le prime pagine dei giornali parlano anche dell’ennesima giravolta di Trump sui dazi, per cui ha raddoppiato fino al 50% quelli all’India per “punirla” di avere acquistato petrolio russo, oltre a minacciare l’Unione Europea di tornare al 35% se non cede alle sue richieste di investimenti.

Siamo davanti a scelte gravissime che, anche per le motivazioni, l’atteggiamento e il tono con cui vengono compiute e comunicate al mondo, non si possono far rientrare nelle categorie tradizionali della politica internazionale, neppure nelle sue forme più ciniche.

Mai era accaduto che con tanta evidenza e tracotanza si facesse appello alla propria superiorità militare ed economica per imporre ad altri Stati e ad altri popoli la propria volontà. 

La diplomazia del passato poteva essere accusata di ipocrisia, quando esibiva giustificazioni a volte puramente formali per mascherare giochi sostanziali di potere; ma c’è una sincerità che, nei rapporti internazionali come in quelli personali, è in realtà arroganza e mancanza di rispetto.

E c’è qualcosa di ancora più grave. Chi cerca di nascondere l’immoralità dei propri piani riconosce pur sempre un valore alla morale. Chi si vergogna di comportamenti che ledono la dignità e i diritti altrui, appartiene ancora ad un ambito relazionale in cui questa dignità e questi diritti sono un punto di riferimento indiscusso. 

Anche i teorici del diritto come espressione della forza, non hanno messo in discussione la differenza che corre tra  loro. Oggi siamo spettatori di un mondo in cui il diritto non maschera la forza, perché si identifica con essa.  La forza stessa è il diritto.

Anche il paragone con l’assolutismo dell’età moderna – che faceva del sovrano l’arbitro indiscusso e indiscutibile delle sorti dei suoi sudditi e dei rapporti con gli altri Stati – non regge. Perché il sovrano era, in quell’ottica, l’incarnazione di valori  morali e religiosi, che legittimavano la sua autorità (anche se poi di fatto li contraddiceva), mentre oggi questi valori sono se mai lo strumento di cui il cristiano Trump e l’ebreo Netanyahu si servono in modo puramente strumentale per esercitare più saldamente il loro potere. 

I costi economici e umani di una politica spudorata

Da qui l’assoluta assenza di qualsiasi pudore nel dire e nel fare ciò che dicono e fanno. Il Tycoon non nasconde che il suo problema sono in primo luogo i soldi. 

«Incasseremo miliardi», ha commentato soddisfatto la sua decisione di imporre anche al Brasile dazi del 50%. Gli Stati, i popoli, le persone, non contano nulla. «Da Trump esigo rispetto», ha detto il presidente brasiliano Lula. Non parlava solo a titolo personale, ma a nome dei 212 (duecentododici!) milioni di brasiliani a cui le tariffe arbitrariamente stabilite dal capo della Casa Bianca con un tratto di penna costeranno gravi perdite, privazioni e forse, in molti casi, miseria. 

Come al miliardo e mezzo di indiani, impegnati in un difficile sforzo di emancipazione da un passato di sottosviluppo e ora ricacciati indietro, per di più con una motivazione – la “punizione” per scelte commerciali non gradite all’America – che evidenzia la pretesa da parte di quest’ultima di una indiscussa superiorità.

Per altri i costi sono sicuramente anche economici, ma prima di tutto politici e morali. Come nel caso dell’Unione Europea, trattata come una colonia e incapace di trovare un guizzo di dignità, arrendendosi senza condizioni  di fronte alla sprezzante unilateralità con cui il presidente americano si è arrogato il diritto di decidere i termini del cosiddetto “accordo”.

Senza entrare nel merito della questione se ci fossero o no altre alternative sul piano economico, lo stesso fatto che la presidente della Commissione europea abbia dovuto recarsi a casa del suo interlocutore, per subire il suo diktat, evidenzia un clima avvilente di subalternità.

Si intrecciano con quelli di Trump lo stile e la linea di Netanyahu. Emblematico il loro accordo per decidere unilateralmente le sorti del popolo palestinese. Il presidente americano ha proposto – con un’aperta violazione del diritto internazionale – di deportare i due milioni di abitanti di Gaza in altri paesi, per costruire sulle macerie delle loro case, distrutte dalle bombe e dai bulldozer israeliani, un resort internazionale di lusso. 

Netanyahu ha immediatamente ripreso con entusiasmo il progetto, traducendolo in fatti. Allo scopo di realizzare quella che nel vecchio diritto internazionale veniva condannata come “pulizia etnica”, ha intensificato le stragi di uomini, donne e bambini, per convincerli a scegliere –  “liberamente”, ha sottolineato – di cambiare aria.

E anche l’ultima decisione di occupare Gaza senza assumersene direttamente l’amministrazione, delegata a non meglio identificate “forze arabe non palestinesi” – ma sempre sotto il controllo militare israeliano – suppone una soggezione degli abitanti e favorisce la prospettiva di un loro esodo.

Contemporaneamente il governo israeliano ha accelerato, col pieno appoggio della Knesset, la creazione di insediamenti illegali di coloni ultra-ortodossi in Cisgiordania, a spese degli abitanti palestinesi, distruggendo le loro case e uccidendo chi resiste.

Una mossa molto significativa, perché implica perfino la rinunzia a giustificare la violenza coprendola con la fragile foglia di fico della lotta contro i terroristi di Hamas (la Cisgiordania appartiene all’Autorità Palestinese, nemica di Hamas, e che riconosce lo Stato ebraico), sbandierata per Gaza.

Ora, con l’occupazione della Striscia e la prospettiva dell’imminente annessione della Cisgiordania, ai governi europei, che hanno sempre ripetuto come un mantra la soluzione dei due Stati, non resta che prendere atto del fatto compiuto.

E in questo caso l’ipocrisia potrà essere molto utile per spiegare ad un’opinione pubblica ultimamente sempre più indignata per il comportamento di Israele, come mai in questi quasi due anni le democrazie occidentali non abbiano mosso un dito per fermare questa evidente politica di conquista e i quotidiani massacri ad essa legati, accettando per buone le formule ripetute da Netanyahu come «Israele ha il diritto di difendersi» e «l’aggressore è stato Hamas».

Lo sfondo ideologico del nuovo modo di fare politica

Se Trump e Netanyahu, invece, non hanno bisogno di essere ipocriti è perché ormai stabiliscono loro cosa è vero e giusto, ciò che è falso e ingiusto. Non si può spiegare questo salto di qualità solo con circostanze di fatto. Siamo davanti a una radicale svolta culturale, su cui è il caso di riflettere, invece di limitarsi a indignarsi. 

Da molto tempo si parla di un profonda crisi dell’Occidente, che non è solo di ordine economico e politico, ma ha anche una portata spirituale e intellettuale, perché colpisce la visione della realtà, della vita e dei valori propria della tradizione cristiana. Questa crisi ha avuto nel nichilismo di Friedrich Nietzsche la sua espressione più radicale. E dalla tentazione del nichilismo, più o meno consapevolmente, la nostra società da allora è costantemente insidiata. 

Concetti come quelli di verità, di bene, di progresso storico, strettamente legati al primato della realtà, che Nietzsche ha rimesso in discussione, hanno avuto – non solo tra i filosofi, ma nella coscienza diffusa – un declino che tutti possiamo constatare.  Dell’inevitabile smarrimento che ne è derivato, soprattutto fra i giovani, ha parlato ampiamente Umberto Galimberti nel suo noto libro «L’ospite inquietante».

Lo stile politico di Trump, col suo riflesso in quella di Netanyahu, è lo sbocco finale di questa deriva verso il nulla. E noi ne siamo sorpresi solo perché non ci ricordiamo delle pagine in cui Nietzsche esalta la figura dell’«oltre-uomo», il solo capace di staccarsi dal modello codificato di umano e di prendere coscienza che nessun “essere” precostituito limita la sua «volontà di potenza», per cui egli può andare «al di là del bene e del male», ricreando secondo i propri insindacabili criteri l’ordine di valori.

Trump e Netanyahu sono la squallida parodia di questo personaggio, e ne rivelano tutte le demenziali contraddizioni, per cui esso, piuttosto che «oltre-umano», si rivela tragicamente sub-umano. Però questo significa che essi sono solo il punto d’arrivo di una storia in cui tuttala nostra civiltà è coinvolta. Perciò non possiamo cavarcela demonizzandoli come “mostri”. 

E del resto a metterci in guardia da questa facile soluzione è il fatto che essi hanno – anche in Italia – i loro accaniti sostenitori. Segno di quanto il clima culturale che li ha prodotti sia ancora presente e diffuso. 

La sfida è accettare di interrogarsi sul rapporto che lega tanti nostri modi di pensare e di vivere apparentemente “innocenti” alla logica dell’autoreferenzialità, della competitività senza freni, della pretesa di essere misura del vero e  del falso, del bene e del male, che in Trump e in Netanyahu si è pienamente manifestata mostrando tutto il suo significato. 

Valorizzando, piuttosto, i germi positivi che ci rendono reattivi contro questo modello distorto e stanno alla base delle tante manifestazioni di protesta contro di loro. Riusciremo a fare questo discernimento, non in Trump e in Netanyahu, ma in noi stessi?

www.tuttavia.eu

 

giovedì 27 aprile 2023

LA RETE SENZA VERITA' FA L'UOMO NICHILISTA

Per il filosofo Han il problema non sono fake e menzogna, ma l’apparire di un mondo autoreferenziale, senza riferimento ai fatti concreti e senza alterità.

Un contesto privato della carne, del suolo e dei codici di natura diventa muto e non offre più occasione di ascolto: quello che conta è ciò che è utile al singolo utente.


- di SIMONE PALIAGA

 In questo periodo ChatGpt, l’intelligenza artificiale generativa con cui è possibile intavolare una conversazione, attraversa le cronache, soprattutto dopo che il garante per la privacy ne ha bloccato l’accesso dall’Italia. Si tratta però solo dell’aspetto più visibile di un fenomeno che accompagna le vite quotidiane ogni giorno. Con l’intelligenza artificiale e il mondo dei dati trasformati in informazioni conviviamo quotidianamente, oramai, sia che si usi un navigatore sia con i chatbot delle piattaforme o i consigli commerciali che fanno capolino sulle pagine web durante la navigazione. Senza contare l’uso che viene svolto dall’intelligenza artificiale sui social, che, peraltro, diffondono immagini, come quella di Vladimir Putin in manette o di Donald Trump strattonato dalla polizia. Immagini di cui diventa difficile stabilire la veridicità. Starebbe qui il cuore della svolta della digitalizzazione, secondo quanto scrive il filosofo coreano naturalizzato tedesco, Byung-Chul Han in Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete (Einaudi, pagine 80, euro 12,50). Ne deriverebbe un nuovo nichilismo in cui «è la stessa distinzione tra verità e menzogna a essere minata». 

A trovarsi al centro di questo nuovo nichilismo è la de-fatticizzazione della realtà. Infatti, per Han, «le fake news non sono menzogne: esse attaccano la fatticità stessa». Il problema dunque non è la menzogna, che riconosce la verità ma la distorce e se ne discosta. Il problema è invece l’apparire di un mondo in cui non si prevede alcun riferimento a fatti e a verità fattuali. E questo genera una crisi della verità. Uno degli aspetti più visibili da cui deriva la crisi della verità è la fruizione autistica dei contenuti, il rafforzamento autoreferenziale delle proprie convinzioni e opinioni. Questo esito è dovuto anche ai cosiddetti bubble filter, che fanno trovare sui profili solo quanto è coerente con le idee dell’intestatario escludendo ogni prospettiva di alterità. Da non ingenuo indagatore delle dinamiche che condizionano il mondo attuale Han è ben consapevole che all’origine della deriva che mina il valore della verità fa capolino una dinamica non riconducibile esclusivamente alla digitalizzazione. 

«La personalizzazione dei risultati delle ricerche e dei news feed - precisa il filosofo - è responsabile solo in minima parte di questo processo degenerativo. L’auto indottrinamento o l’auto propaganda avviene già offline». E il pensatore non tarda a mostrare come a essere responsabile della crisi della verità «non sia la personalizzazione algoritmica della Rete bensì la sparizione dell’altro, l’incapacità di ascoltare». Per Han quindi il processo di “defatticizzazione” della realtà, vale a dire la perdita di fiducia nei fatti, è l’esito di un processo non imputabile al processo di digitalizzazione, con tutti i suoi corollari, algoritmi, intelligenza artificiale, web, social  network, bubble filter e via enumerando. L’eclisse dei fatti, per il pensatore tedesco, sarebbe legata a un livello ulteriore, l’estinzione dell’altro. «L’espulsione dell’altro - insiste il pensatore - rafforza la costrizione autopropagandistica a indottrinare se stessi con le proprie idee. Questo autoindottrinamento produce bolle informatiche autistiche che rendono più complesso l’agire comunicativo. Se la costrizione all’autopropaganda si accresce, gli spazi discorsivi vengono progressivamente sostituiti da ecochambers, nelle quali sento parlare soprattutto me stesso».

 La digitalizzazione non fa altro che rafforzare il processo di iperculturalizzazione, come Han la definisce in Iperculturalità (Nottetempo, pagine 130, euro 15). Con questo processo, precisa il pensatore, «la cultura diventa genuinamente culturale, anzi iperculturale, denaturandosi, liberandosi cioè tanto del “sangue” quanto del “suolo”, dei codici biologici e terreni. Tale denaturazione intensifica la culturalizzazione. Se è il luogo a caratterizzare la fatticità di una cultura ecco che iperculturalizzazione significa defatticizzazione della cultura». A questo punto il mondo diventa muto, non oppone più resistenza e dunque non offre più occasione di ascolto. Nell’Infocrazia attuale a predominare sarebbe un continuo riferirsi a informazioni costruite ad hoc sul profilo degli utenti, dalle quali viene escluso ogni riferimento a un mondo della vita condiviso. Gli unici elementi a contare sono quelli trasformati in dati ed elaborati in informazioni adatte al singolo utente, senza rendere possibile il riconoscimento della verità. Di qualsiasi verità, anche di quella intersoggettiva e condivisa, rendendo così il mondo uno spazio aperto al tribalismo.

 www.avvenire

giovedì 19 marzo 2020

LA GRANDE EMERGENZA. L'UOMO E' UNA COSA INUTILE?

Il nichilismo antropologico ci assedia e ci vede solo come materia animata, un semplice momento della vita della natura, ovvero un frutto casuale dell’evoluzione cosmica.
 Nelle correnti più radicali passa talvolta l’idea che l’essere umano sia un animale mal riuscito, a causa dello spirito in lui, da cui dobbiamo liberarci.

VITTORIO POSSENTI

Forse nessun problema ha inquietato il pensiero moderno come quello del nichilismo: crisi dei valori, svalorizzazione di quelli più alti, relativismo intellettuale e morale, dissoluzione dell’idea stessa di verità. E anche un pessimismo crepuscolare orientato al declino, un senso acuto della finitudine legato alla chiusura della concezione progressiva e ascendente della storia, che ha animato larga parte della modernità. Vi sono forze di reazione o il nichilismo sta avendo partita vinta, come l’ultima parola del pensiero? No, fortunatamente il nichilismo non è il nostro destino: elementi di rinnovamento si manifestano nel pensiero filosofico, che in varie espressioni non cede alla critica dell’idea di verità, al relativismo, al totale oscuramento del senso, che conduce alla paralisi. Eppure vi è nella presente fase storica una forma di nichilismo che serpeggia, che sembra difficile debellare e concerne l’uomo: è il “nichilismo antropologico”: l’uomo come null’altro che materia animata, come semplice momento della vita della natura, prodotto casuale dell’evoluzione cosmica, l’uomo come passione povera ed inutile.
Tale nichilismo appare un processo in cui la concezione “tradizionale” dell’essere umano ha subito una forte manipolazione, ed è stata sostituita da una in cui l’esistenza della persona non ha vero senso: “nichilismo come negazione dell’umanità dell’uomo”, così l’enciclica Fides et ratio individua un carattere primario del nichilismo contemporaneo. Se la verità dell’essere e dell’uomo si è eclissata per noi, nel senso che ne abbiamo perso l’accesso, il soggetto si trova entro un turbinio dove nulla sta fermo e tutto si scinde e dissolve. Nelle correnti radicali si esprime talvolta l’idea che l’uomo sia un animale mal riuscito a causa della presenza dello spirito in lui, e che dunque per portarlo ad essere un animale riuscito e adattato a se stesso, occorra intraprendere una lotta contro lo spirito per abolirlo, negandone la libertà. Ma se crediamo di essere liberi senza esserlo, è perché la nostra vista è miope, l’orizzonte che raggiungiamo limitato: ignoriamo che esistano alternative di vita diverse e più alte di quelle che ci vengono comunemente presentate. E così la persona, che è un essere potenziale che punta oltre se stesso, rischia di veder frustrato il desiderio, spesso deluso ma sempre rinascente, di non essere un prodotto del caso e della particolare nicchia in cui la vita l’ha posto.
Entro un tale terremoto l’estrema risorsa è porre qualcosa come significante, volendolo con una volontà che va oltre la mancanza di senso, e che intenderebbe creare un nuovo ordinamento dell’essere diretto dall’ideologia della tecnica, secondo la quale tutto è a disposizione e tutto può essere trasformato. Allora i diritti dell’uomo non potranno esibire una giustificazione valida, non avranno un fondamento inconcusso, ed an- zi verranno dichiarati mera convenzione una volta giunta a maturazione l’età della tecnica con la sua intrinseca volontà di potenza. Questa idea di un fondamento assoluto è un miraggio del razionalismo moderno che abusa del termine di fondazione e che, ormai deluso di se stesso, non sa più come far quadrare i conti. La ragione umana realista non fonda ma giustifica, e nel caso dei diritti umani li giustifica vedendoli radicati in esigenze fondamentali della persona umana che è universale, e che anzi costituisce il Diritto sussistente (Rosmini). Persona e Diritto sono due facce della stessa medaglia che include l’universalità dei diritti e doveri primari. In questo senso esiste una base per trovare un accordo o un consenso sui diritti e doveri, difficile quanto si voglia, ma non arbitrario, in quanto essi parlano di noi e a noi. Sono espressione di una filosofia dell’uomo e della storia teleologicamente orientata al compimento di ogni essere umano in cammino verso un’esistenza meno grama e un riconoscimento di giustizia. Nell’idea stessa dei diritti e doveri umani è inscritto un finalismo che mai potrà essere cancellato da alcun nichilismo,
compreso quello giuridico.
Quest’ultimo merita una parola. In esso, secondo la linea sostenuta da Nietzsche e da Kelsen, si concepisce il diritto come posto da un qualsiasi volere potente in un certo momento storico: potestas non veritas facit legem. Oggi non pochi vedono nella tecnica tale volere più poderoso di ogni altro e a cui tutti gli altri devono sottostare. Ed è qui che si gioca l’esistenza stessa del Diritto. Il diritto che l’ideologia della tecnica vuole fabbricare per se stessa è un diritto da essa posto ( positum) o meglio im–posto. L’esito è agevole dal momento che il positivismo giuridico ha pensato il diritto solo come posto da una volontà, e non anche e prioritariamente come immanente alla persona e atto di ordinamento razionale.
Il positivismo giuridico radicale è una vittima del suo originario movimento antimetafisico, che cerca di togliere di mezzo ogni nucleo stabile e ogni sapere fermo; esso appare una vera manna per l’ideologia della tecnica perché le apre dinanzi senza difesa uno spazio sconfinato in cui essa può fare quello che vuole. Allora il diritto sarà pur un diritto storico e dinamico, elemento che il giuspersonalista non intende negare, ma la direzione storica e il suo dinamismo non saranno inerenti alla persona ma imposti dalla tecnica; avremo la trasvalutazione di tutti i valori come intendeva Nietzsche.
La critica elevata dal positivismo giuridico radicale contro l’idea di un diritto stabile e proprio della persona, non può che approdare all’assunto che i diritti e i doveri umani sono qualcosa di assolutamente contingente e di cui la volontà di potenza può fare a meno. La diagnosi non è allegra, ma guai a cedere allo scoraggiamento e alla paura, su cui oggi si fa leva per ottenere un ordine sociale minimo e angosciante, mentre si disseccano la speranza e il desiderio quali fattori fondamentali della vita. Alto è il bisogno di un movimento di risveglio antropologico che conduca fuori dalle attuali strettoie. Nel momento in cui il pensiero raggiunge una verità adeguata, si può avviare un moto di risveglio: aiutare a uscire da paure e rifiuti, per dialogare e ripartire. Il risveglio è una necessità inderogabile della vita, individuale e sociale. Ogni movimento del genere inizia attraverso un’esperienza spirituale, uno sguardo rinnovato sulla realtà e su noi stessi, in cui speranza e desiderio si riaccendano: il loro vigore è essenziale all’uomo per raggiungere una maggiore fecondità di giudizio sulla vita umana. Le speranze e i desideri relativi all’ideale di giustizia e di unità al quale aspirano gli uomini sono a lunga scadenza. Possiamo giudicare fortemente le disgrazie del momento presente a patto di sperare e desiderare ancora più fortemente un altro cammino: il pessimismo non è una soluzione, e il nichilismo non può essere il nostro punto di arrivo. Occorre ricostituire la sovranità del Bene, come invitava a fare Iris Murdoch.



lunedì 6 settembre 2010

LA PRIMA SCUOLA SIAMO NOI


La novità del nostro tempo, quella che chiamiamo "emergenza educativa", sembra consistere in una problematicità assai più radicale, che investe il concetto stesso e la possibilità dell’educazione.......
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lA PRIMA SCUOLA SIAMO NOI