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giovedì 30 aprile 2026

CONNESSI E DIFFIDENTI

 

L’analisi del Censis
Sempre più connessi, 
sempre più diffidenti.


Il rapporto Censis racconta un’Italia che vive dentro gli schermi ma cerca disperatamente un’informazione di cui fidarsi.

di LELIO CUSIMANO

Gli italiani consumano sempre più “media”, ma si fidano sempre meno dell’informazione. È questo il paradosso che emerge dal 21° Rapporto sulla comunicazione del Censis, presentato nei giorni scorsi a Roma. Il nostro è un Paese permanentemente connesso, immerso nella dimensione digitale, ma allo stesso tempo stanco, diffidente, spesso tentato dalla fuga davanti al flusso incessante di notizie, opinioni, allarmi e contenuti che scorrono sugli schermi senza sosta. La televisione resta il grande focolare nazionale: la utilizza il 93% degli italiani. Ma è una tv che cambia pelle. Cala quella tradizionale, cresce invece la televisione via internet, con la web tv ormai arrivata al 62% dell’utenza. Resiste anche la radio, ascoltata dal 78% della popolazione. 

L’autoradio continua a dominare, ma soprattutto aumenta l’ascolto attraverso il telefono cellulare: oltre il 90% degli italiani usa quotidianamente la rete e il proprio telefono intelligente. Più che crescita, è una condizione di saturazione: siamo arrivati al punto in cui essere online non rappresenta più una scelta, ma l’ambiente naturale dentro cui si svolge la vita quotidiana. Nel frattempo, continua la lunga crisi della carta stampata. I quotidiani cartacei a pagamento scendono al minimo storico del 21%, praticamente dimezzati rispetto al 2007. 

Ma il dato più significativo è un altro: si sta indebolendo l’intero sistema dell’informazione.Lo si vede nel rapporto sempre più tormentato degli italiani con le notizie. I telegiornali restano la principale fonte informativa, ma arretrano. Facebook perde terreno, così come i siti giornalistici. In compenso avanzano le forme di comunicazione più rapide, frammentate ed emotive: sette italiani su dieci, tra quelli che utilizzano i social, si informano attraverso i “reel”, i brevi video pensati per essere consumati in pochi

UNA INFORMAZIONE RAPIDA. PIÙ EMOTIVA CHE RAZIONALE

È un’informazione rapida, istintiva, più emotiva che razionale. Non sorprende che quasi un quarto degli utenti la consideri superficiale. Eppure, c’è anche chi la apprezza perché più immediata, più accessibile, più coinvolgente. Dietro questi comportamenti emerge una crisi di fiducia profonda. 

Quasi il 60% degli italiani dichiara di cercare deliberatamente di evitare i media più diffusi ed afferma di essere interessati ad approfondire temi trascurati dai grandi mezzi di comunicazione. È il segno di un pubblico meno passivo rispetto al passato, ma anche più spaesato dentro quella che il Censis definisce efficacemente una “palude mediatica”. A tutto questo si aggiunge la fatica da iperconnessione. 

Oltre un terzo degli italiani sente il bisogno di prendersi una pausa dai social network: per recuperare tempo, ridurre le distrazioni, difendere la privacy o semplicemente respirare fuori dalla pressione continua della rete. Il “social detox” non appare più come una moda, ma come una forma di autodifesa. In questo scenario irrompe infine l’intelligenza artificiale (IA). 

La maggioranza degli italiani dice di non sentirsi a proprio agio con l’informazione prodotta interamente dall’IA. A preoccupare è la convinzione che il lavoro umano conservi un valore insostituibile nella costruzione del racconto giornalistico.

 Forse il dato più duro del rapporto, però, è quello che ricorda quanto l’informazione reale sia chiamata a pagare un prezzo altissimo: mentre guerre e conflitti occupano stabilmente la scena mediatica globale, solo nel 2025 sono morti 129 giornalisti. 

Un numero che pesa come un monito; dietro il rumore dei contenuti digitali, esiste ancora qualcuno che rischia e perde la vita per cercare la verità.

https://www.giovannipepi.it/inpaggina-cusimano/

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venerdì 20 marzo 2026

SVEGLIARSI DAL TORPORE

 

Abbiamo davanti a noi uno scenario preoccupante. Davvero siamo nell’“età selvaggia, del ferro e del fuoco” di cui parla il Censis. 
Ai tanti conflitti che già insanguinavano il pianeta si è aggiunto quello che incendia il Medio Oriente. 

E se già la guerra in Ucraina sembrava in grado di innescare pericolose escalation, ancor più drammatiche sono le incognite che accompagnano il braccio di ferro iniziato il 28 febbraio scorso.

       -di MARCO IMPAGLIAZZO

Guerra chiama guerra, barbarie chiama barbarie. Intanto oscure narrazioni – lo denuncia Tommaso Greco – certificano che «il diritto internazionale è superato», potenti interessi spingono verso «un nuovo ordine basato esclusivamente sui rapporti di forza», «l’informazione si è accodata al bellicismo della classe politica adoratrice della forza». Su tutto domina un impasto di propaganda e di tifo da stadio, una grande ignoranza della storia e delle sue lezioni, la raffigurazione del nemico come altro da noi, la rappresentazione della guerra come via per la pace, finanche la benedizione delle armi con un linguaggio parareligioso. E su questo punto è stato chiaro il cardinale Pizzaballa: « Dio non c’entra con giustificazioni pseudoreligiose alla guerra, è invece tra coloro che stanno morendo, che soffrono».

In questa temperie la Chiesa è, come sempre nei tempi recenti, un’arca di umanità e di ragionevolezza. Papa Leone parla di pace, «disarmata e disarmante», dall’inizio del suo ministero. A Chicago ha fatto scalpore la dissociazione del cardinale Cupich dal modo di raccontare l’aggressione all’Iran, e su Avvenire se n’è parlato ampiamente.

Come la guerra in Ucraina, il nuovo conflitto mediorientale è uno spartiacque cruciale nelle relazioni internazionali, i suoi effetti si ripercuoteranno su di noi per decenni. Ma ce ne rendiamo conto solo parzialmente. Sul Corriere della Sera , Carlo Verdelli ha scritto: «Assistiamo, spettatori incuranti, come se le sequenze di orrore quotidiano non fossero quello che sono: la fine di un mondo, e il caos che precede l’inizio di un altro. Viviamo da comparse il tempo del qui e ora, in un presente dissanguato di passioni. Ma a furia di distogliere lo sguardo, contratta l’abitudine di fregarsene, di concentrarsi sul proprio giardino, corriamo il rischio che arrivi qualcosa a sciuparlo quel giardino. C’è una scritta su un muro, in inglese, che circola nei social, “ The world burns while we scroll”, “Il mondo brucia e intanto noi scrolliamo (lo schermo del telefonino)”. Il selfie perfetto su quello che siamo o che siamo diventati».

È così. L’Italia ha vissuto gli ultimi decenni da “sonnambula”, senza farsi toccare più di tanto dal cambiamento d’epoca, sperando di cavarsela come se l’è sempre cavata nella storia (almeno finora). Ma tutto ciò non è più possibile, mentre si vive «una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità» (Leone XIV). In un mondo impazzito, in cui nessuno pare in grado di governare nulla – ma, d’altra parte, l’ordine precedente era più apparente che reale, e si è disgregato per hybris e insipienza di chi avrebbe potuto governarlo –, si tratta di svegliarsi dal torpore, smettere di camminare verso l’abisso, prendere un’altra direzione, facendo emergere il meglio da noi e dagli altri, ritornando a coltivare quell’umanesimo, quella tensione unitiva, quella capacità di andare incontro all’altro, che hanno regalato all’Europa il più lungo periodo di pace della sua storia. Nella lettera del cardinale Cupich cui si è accennato c’è qualcosa che parla anche a noi. Quando dice che «viviamo in un’epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il salotto di casa si è drasticamente ridotta».

È vero. Il caos è qui, è già alle porte di casa. Ma possiamo evitare che ci annebbi la mente, che ci oscuri la vista, che ci paralizzi il pensiero. Non dimenticando che, come disse Kennedy nel giugno 1963, nel suo famoso peace speech, «i nostri problemi sono stati causati dall’uomo, e dunque possono essere risolti dall’uomo». Un discorso realista e al tempo stesso di speranza, la leva che può e deve muovere i cuori non solo dei credenti ma di ogni uomo e donna a cui sta a cuore le sorti del mondo.

Pensando anche a quale eredità potremo lasciare ai tanti giovani che cercano, nell’inquietante nebbia dell’oggi, un principio di futuro.

www.avvenire.it

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sabato 21 dicembre 2024

DOVE STA LA GRAMMATICA ?


 Grammatica a scuola, 

allarme 

lanciato dall'Accademia della Crusca

Gli italiani fanno fatica a comprendere i testi che leggono: per l'Accademia della Crusca è colpa della scarsa conoscenza della grammatica

 

 


-di Patrizia Chimera*

 Il 58esimo rapporto annuale del Censis ha svelato un quadro preoccupante per quello che riguarda la situazione sociale del nostro Paese. Per quello che riguarda la formazione e l’istruzione sono molti i punti deboli che emergono dall’indagine. In particolare i riflettori sono puntati sulla scarsa capacità di comprendere i testi che si leggono. Secondo l’Accademia della Crusca questo “problema” potrebbe essere dovuto al fatto che non si studia e non si impara più la grammatica italiana come una volta. Qual è il collegamento tra la comprensione di un testo e la grammatica di una lingua?

La scarsa conoscenza della grammatica italiana

Gli italiani hanno gravi difficoltà a comprendere i testi, un aspetto che fa parte del cosiddetto analfabetismo funzionale. Mirko Tavoni, professore di Linguistica italiana e Filologia dantesca all’Università di Pisa, in un intervento sul sito dell’Accademia della Crusca, ha analizzato i dati del Censis, soffermandosi sulla conoscenza degli italiani della grammatica.

La domanda che il linguista si pone è la seguente: lui si chiede se “la grammatica che si fa – o forse non si fa – nella scuola secondaria abbia o non abbia conseguenze sulla migliore o peggiore comprensione dei testi: abilità, quest’ultima (Reading literacy), senza alcun dubbio di capitale importanza nei sistemi educativi di tutto il mondo”.

Il linguista si chiede anche come vengono “spese le due o tre ore di scuola dedicate alla lingua, sulle sei complessive riservate all’Italiano, ogni settimana, da due milioni e mezzo di adolescenti nel pieno del loro sviluppo intellettuale, e replicate per tre anni (alle medie) più due (al biennio) della loro vita”. La mole di tempo è molta e la domanda se questo tempo e le energie spese vengono messi a frutto bene o male. Perché questo può fare la differenza per il futuro degli studenti.

Conoscere la grammatica per comprendere i testi che si leggono

Le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, che il Miur ha reso note nel 2012, non pongono troppo l’accento sulla grammatica, “né in generale né in particolare per servire a comprendere i testi”. A essere protagoniste sono le quattro abilità chiave: saper ascoltare, saper parlare, saper leggere, saper scrivere.

Il linguista, nel suo intervento, ha segnalato che 50 anni fa è iniziata la svalutazione della grammatica. I risultati di tale scelta sono sotto gli occhi di tutti, visto il rapporto del Censis e anche gli esiti delle prove Invalsi. Secondo Tavoni, però, la conoscenza della grammatica italiana ha una forte influenza nella comprensione dei testi.

“La grammatica scolastica, per quanto migliorata nella capacità di descrivere finemente la norma e l’uso, è rimasta immutata – a parte limitate iniezioni di grammatica valenziale – nell’impostazione teorica sottostante, cioè nella obsoleta routine di analisi grammaticale, analisi logica, analisi del periodo, e annesse inerti tassonomie. Appunto il tipo di grammatica che non serve granché a capire i testi”, ha poi aggiunto Mirko Tavoni.

Secondo lui, sarebbe il caso di mettere a disposizione uno strumento didattico utile ad affrontare le tematiche fondamentali “che andrebbero fatte a scuola, come la linguistica moderna ci ha insegnato da almeno trent’anni, e che costituirebbero anche l’introduzione ottimale alla comprensione dei testi”. Ad esempio, analizzare la frase in sintagmi, distinguere il livello sintattico dal livello semantico e da quello informativo, riconoscere la struttura argomentale non solo dei verbi. Per passare “dalla grammatica implicita alla grammatica esplicita, cosa che le Indicazioni nazionali raccomandano agli insegnanti di fare senza dare loro la minima indicazione su come farlo”.

Rapporto annuale del Censis e analfabetismo funzionale in Italia

Il 58° Rapporto Censis ha messo in evidenza un cambiamento generazionale. I giovani sono più attenti all’ambiente, ma frequentano un sistema scolastico che è sempre più fragile. I risultati peggiori si hanno in italiano e in matematica e sono molte le lacune per quello che riguarda la conoscenza della storia e della letteratura.

Secondo quanto è emerso, quasi la metà degli studenti delle scuole superiori (43,5% in italiano, 47,5% in matematica) non raggiunge gli obiettivi di apprendimento previsti. Anche alle scuole medie le percentuali sono allarmanti: quasi il 40% in italiano e il 44% in matematica. Molti italiani non conoscono le date fondamentali della storia italiana, come l’Unità d’Italia, o i personaggi più importanti del Risorgimento, come Giuseppe Mazzini. Scarsa anche la conoscenza di grandi eventi storici internazionali o di grandi capolavori della letteratura.

 * GIORNALISTA PUBBLICISTA

 Mondo Scuola

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sabato 7 dicembre 2024

SINDROME ITALIANA

  

«La società italiana 

al 2024» del 58°

 Rapporto Censis 

sulla situazione 

sociale del Paese


Sindrome italiana

La sindrome italiana è la continuità nella medietà, in cui restiamo intrappolati: né capitomboli rovinosi nelle fasi recessive, né scalate eroiche nei cicli positivi. Ma nasconde una insidia. Se il ceto medio si sfibra (i redditi sono inferiori del 7% rispetto a vent’anni fa) fermenta l’antioccidentalismo e si incrina la fede nelle democrazie liberali, nell’europeismo e nell’atlantismo: il 66% degli italiani incolpa l’Occidente dei conflitti in corso e solo il 31% è d’accordo con il richiamo della Nato sull’aumento delle spese militari. Intanto si infiamma la guerra delle identità sessuali, etnico-culturali, religiose, in lotta per il riconoscimento. Mentre è in atto una mutazione morfologica della nazione (l’Italia è prima in Europa per acquisizioni di cittadinanza: +112% in dieci anni). Siamo preparati culturalmente? Nel Paese degli ignoranti, per il 19% Mazzini è stato un politico della prima Repubblica e per il 32% la Cappella Sistina è stata affrescata da Giotto o da Leonardo. Ecco i conti che non tornano nel sistema-Italia: più lavoro e meno Pil, turismo su e industria giù, carenza di personale e ipoteche sul welfare. Giovani: i disagiati e i salvati.

 Intrappolati nella sindrome italiana. Se a prima vista il 2024 potrebbe essere ricordato come l’anno dei record (il record degli occupati e del turismo estero, ma anche il record della denatalità, del debito pubblico e dell’astensionismo elettorale), un’analisi approfondita ci consegna una immagine più aderente alla reale situazione sociale del Paese. La sindrome italiana è la continuità nella medietà, in cui restiamo intrappolati. Il Paese si muove intorno a una linea di galleggiamento, senza incorrere in capitomboli rovinosi nelle fasi recessive e senza compiere scalate eroiche nei cicli positivi. Anche nella dialettica sociale, la sequela di disincanto, frustrazione, senso di impotenza, risentimento, sete di giustizia, brama di riscatto, smania di vendetta ai danni di un presunto colpevole, così caratteristica dei nostri tempi, non è sfociata in violente esplosioni di rabbia. Ci flettiamo come legni storti e ci rialziamo dopo ogni inciampo, senza ammutinamenti. Ma la spinta propulsiva verso l’accrescimento del benessere si è smorzata. Negli ultimi vent’anni (2003-2023) il reddito disponibile lordo pro-capite si è ridotto in termini reali del 7,0%. E nell’ultimo decennio (tra il secondo trimestre del 2014 e il secondo trimestre del 2024) anche la ricchezza netta pro-capite è diminuita del 5,5%. La sindrome italiana nasconde non poche insidie. L’85,5% degli italiani ormai è convinto che sia molto difficile salire nella scala sociale.

La guerra delle identità. All’erosione dei percorsi di ascesa economica e sociale del ceto medio corrisponde una crescente avversione ai valori costitutivi dell’agenda collettiva del passato: il valore irrinunciabile della democrazia e della partecipazione, il conveniente europeismo, il convinto atlantismo. Il tasso di astensione alle ultime elezioni europee ha segnato un record nella storia repubblicana: il 51,7% (alle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, nel 1979, l’astensionismo si fermò al 14,3%). Per il 71,4% degli italiani l’Unione europea è destinata a sfasciarsi, senza riforme radicali. Il 68,5% ritiene che le democrazie liberali non funzionino più. E il 66,3% attribuisce all’Occidente (Usa in testa) la colpa dei conflitti in corso in Ucraina e in Medio Oriente. Non a caso, solo il 31,6% si dice d’accordo con il richiamo della Nato sull’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil. In una società che ristagna, e che si è risvegliata dall’illusione che il destino dell’Occidente fosse di farsi mondo, le questioni identitarie sostituiscono le istanze delle classi sociali tradizionali e assumono una centralità inedita nella dialettica socio-politica. Ora si ingaggia una competizione a oltranza per accrescere il valore sociale delle identità individuali etnico-culturali, religiose, di genere o relative all’orientamento sessuale, secondo una ricombinazione interclassista. La rivalità delle identità e la lotta per il riconoscimento implicano l’adozione della logica «amico-nemico»: il 38,3% degli italiani si sente minacciato dall’ingresso nel Paese dei migranti, il 29,3% prova ostilità per chi è portatore di una concezione della famiglia divergente da quella tradizionale, il 21,8% vede il nemico in chi professa una religione diversa, il 21,5% in chi appartiene a una etnia diversa, il 14,5% in chi ha un diverso colore della pelle, l’11,9% in chi ha un orientamento sessuale diverso. Se il ceto medio si sfibra, il Paese non è più immune al rischio delle trappole identitarie.

La mutazione morfologica della nazione. Mentre il dibattito politico si arrovella sui criteri normativi da adottare per regolare l’acquisizione della cittadinanza, il 57,4% degli italiani ritiene che l’«italianità» sia cristallizzata e immutabile, definita dalla discendenza diretta da progenitori italiani, per il 36,4% è connotata dalla fede cattolica, per il 13,7% è associata a determinati tratti somatici. Intanto, negli ultimi dieci anni sono stati integrati quasi 1,5 milioni di nuovi cittadini italiani, che prima erano stranieri. L’Italia si colloca al primo posto tra tutti i Paesi dell’Unione europea per numero di cittadinanze concesse (213.567 nel 2023). Con un numero molto più alto delle circa 181.000 in Spagna, 166.000 in Germania, 114.000 in Francia, 92.000 in Svezia, le acquisizioni della cittadinanza italiana nel 2022 ammontavano al 21,6% di tutte le acquisizioni registrate nell’Ue (circa un milione). E il nostro Paese è primo anche per il totale cumulato nell’ultimo decennio (+112,2% tra il 2013 e il 2022).

Il Paese degli ignoranti. Siamo culturalmente preparati al salto d’epoca? La mancanza di conoscenze di base rende i cittadini più disorientati e vulnerabili. Per quanto riguarda il sistema scolastico, non raggiungono i traguardi di apprendimento in italiano: il 24,5% degli alunni al termine delle primarie, il 39,9% al termine delle medie, il 43,5% al termine delle superiori (negli istituti professionali il dato sale vertiginosamente all’80,0%). In matematica: il 31,8% alle primarie, il 44,0% alle medie e il 47,5% alle superiori (il picco si registra ancora negli istituti professionali, con l’81,0%). Il 49,7% degli italiani non sa indicare correttamente l’anno della Rivoluzione francese, il 30,3% non sa chi è Giuseppe Mazzini (per il 19,3% è stato un politico della prima Repubblica), per il 32,4% la Cappella Sistina è stata affrescata da Giotto o da Leonardo, per il 6,1% il sommo poeta Dante Alighieri non è l’autore delle cantiche della Divina Commedia. Mentre si discute di egemonia culturale, per molti italiani si pone invece il problema di una cittadinanza culturale ancora di là da venire (del resto, per il 5,8% il «culturista» è una «persona di cultura»). Nel limbo dell’ignoranza possono attecchire stereotipi e pregiudizi: il 20,9% degli italiani asserisce che gli ebrei dominano il mondo tramite la finanza, il 15,3% crede che l’omosessualità sia una malattia, il 13,1% ritiene che l’intelligenza delle persone dipenda dalla loro etnia, per il 9,2% la propensione a delinquere avrebbe una origine genetica (si nasce criminali, insomma), per l’8,3% islam e jihadismo sono la stessa cosa.

I conti che non tornano: più lavoro, meno Pil. Molti conti non tornano nel sistema-Italia e molte equazioni rimangono irrisolte. Nonostante i segnali non incoraggianti circa l’andamento del Pil, il numero degli occupati si è attestato a 23.878.000 nella media dei primi sei mesi dell’anno, con un incremento di un milione e mezzo di posti di lavoro rispetto all’anno nero della pandemia e un aumento del 4,6% rispetto al 2007. Ma la distanza tra il tasso di occupazione italiano (siamo ultimi in Europa) e la media europea resta ancora significativa: 8,9 punti percentuali in meno nel 2023. Se il nostro tasso di attività fosse uguale a quello medio europeo, potremmo disporre di 3 milioni di forze di lavoro aggiuntive, e se raggiungessimo il livello europeo del tasso di occupazione, supereremmo la soglia dei 26 milioni di occupati: 3,3 milioni in più di quelli registrati nel 2023.

Il turismo su, l’industria giù. La produzione delle attività manifatturiere italiane è entrata in una spirale negativa: -1,2% tra il 2019 e il 2023. Il raffronto dei primi otto mesi del 2024 con lo stesso periodo del 2023 rivela una caduta del 3,4%. Invece le presenze turistiche in Italia hanno raggiunto i 447 milioni nel 2023, con un incremento del 18,7% rispetto al 2013. L’aumento più evidente nel decennio è attribuibile alla componente estera (+26,7%), che si colloca sui 234 milioni di presenze, ma il turismo domestico è comunque cresciuto del 10,9%. A Roma le presenze turistiche nel 2023 hanno superato i 37 milioni. In termini di produttività, nel periodo 2003-2023 le attività terziarie registrano però una riduzione del valore aggiunto per occupato dell’1,2%, mentre l’industria mostra un aumento del 10,0%.

L’Italia a corto di. Nel 2023 la quota di figure professionali di difficile reperimento rispetto ai fabbisogni delle imprese è arrivata al 45,1% del totale delle assunzioni previste (era pari al 21,5% nel 2017). È aumentato soprattutto il peso delle figure difficili da reperire per esiguità dei candidati: dal 9,7% del totale delle assunzioni previste nel 2017 al 28,4% nel 2023. Tra gli under 29 anni, sono di difficile reperimento per esiguità dei candidati il 34,1% delle professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione e il 33,3% delle professioni tecniche. Nel 38,9% dei casi non si riescono a trovare giovani che vogliano fare gli artigiani, gli agricoltori o gli operai specializzati. Specialisti e tecnici della salute sono ormai la primula rossa del mercato del lavoro. Il ridotto numero di candidati riguarda ben il 70,7% della domanda di lavoro per infermieri e ostetrici, il 66,8% per i farmacisti e il 64,0% delle posizioni aperte per il personale medico. Ristoratori e albergatori non riescono a trovare soprattutto cuochi (il tasso di irreperibilità per ridotto numero di candidati è salito al 39,1%) e camerieri (35,3%). La carenza di candidati riguarda anche gli idraulici (il 47,7% delle assunzioni previste) e gli elettricisti (40,2%).

Il divorzio tra città e campagne. Si acuisce il problema della rarefazione dei servizi e delle infrastrutture di coesione sociale presenti sul territorio. Se in Italia le famiglie che sperimentano difficoltà nel raggiungere una farmacia sono il 13,8% del totale (3,6 milioni) e per accedere a un Pronto soccorso sono il 50,8% (13,3 milioni), nel caso dei residenti in comuni fino a 2.000 abitanti le difficoltà riguardano rispettivamente il 19,8% e il 68,6% delle famiglie. Sono poco più di 8 milioni le famiglie italiane per cui è difficile raggiungere un commissariato di polizia o una stazione dei carabinieri. Per più di un quinto è difficile raggiungere un negozio di generi alimentari o un mercato. Ma per il 54,9% delle famiglie che vivono nei piccoli comuni anche l’accesso a un supermercato si rivela difficoltoso.

Le ipoteche sul welfare. Tra il 2013 e il 2023 si è registrato un aumento del 23,0% in termini reali della spesa sanitaria privata pro-capite, che nell’ultimo anno ha superato complessivamente i 44 miliardi di euro. Al 62,1% degli italiani è capitato almeno una volta di rinviare un check up medico, accertamenti diagnostici o visite specialistiche perché la lista di attesa negli ambulatori del Servizio sanitario nazionale era troppo lunga e il costo da sostenere nelle strutture private era considerato troppo alto. Al 53,8% è capitato di dover ricorrere ai propri risparmi per pagare le prestazioni sanitarie necessarie. Sul fronte previdenziale, il 75,7% pensa che non avrà una pensione adeguata quando lascerà il lavoro. In particolare, è l’89,8% dei giovani ad avere questa certezza.

Giovani: i disagiati e i salvati. Il 58,1% dei giovani di 18-34 anni si sente fragile, il 56,5% si sente solo, il 51,8% dichiara di soffrire di stati d’ansia o depressione, il 32,7% di attacchi di panico, il 18,3% accusa disturbi del comportamento alimentare, come anoressia e bulimia. Solo in alcuni casi si arriva a una vera patologia conclamata: un giovane su tre (il 29,6% del totale) è stato in cura da uno psicologo e il 16,8% assume sonniferi o psicofarmaci. Ma c’è anche una maggioranza silenziosa fatta di giovani che mettono in gioco strategie individuali di restanza o rilancio per assicurarsi un futuro migliore, in Italia o all’estero. Dal 2013 al 2022 sono espatriati circa 352.000 giovani tra i 25 e i 34 anni (più di un terzo del totale degli espatri). Di questi, più di 132.000 (il 37,7%) erano in possesso della laurea. Negli anni i laureati sono aumentati: nel 2013 erano il 30,5% degli emigrati dall’Italia, nel 2022 erano diventati il 50,6% del totale.

L’imbuto dei patrimoni. Si profila all’orizzonte un imponente passaggio intergenerazionale di ricchezza. Uno degli effetti nascosti della denatalità che da molti anni preoccupa il Paese è che, a causa della prolungata flessione delle nascite, il numero degli eredi si riduce, quindi in prospettiva le eredità si concentrano. Oggi le famiglie della «generazione silenziosa» (i nati prima della Seconda guerra mondiale) e del baby boom (i nati tra il dopoguerra e i primi anni ’60) detengono insieme il 58,3% della ricchezza netta delle famiglie. In attesa ci sono parte della «generazione X» (i nati tra il 1965 e il 1980), i millennial e la «generazione Z» (i nati negli ultimi decenni dello scorso secolo e nei primi anni del nuovo millennio). Quale sarà l’effetto psicologico su coloro che sanno di essere destinatari di un atto di successione? Forse una ridotta propensione al rischio imprenditoriale, compressa dalle aspettative dei potenziali rentier.

Il florido mercato della sicurezza. Il numero dei reati commessi in Italia ha conosciuto nel tempo una costante e prolungata riduzione. Nel 2023 però si è registrato un aumento dei reati del 3,8% rispetto all’anno precedente e dell’1,7% rispetto all’anno pre-Covid 2019. È presto per dire se si tratta di una fase congiunturale o di una inversione di tendenza. Benché gli episodi di criminalità facciano molta impressione nell’opinione pubblica, in quanto i reati sono concentrati nelle aree urbane, a livello nazionale gli omicidi volontari sono però diminuiti dai 502 del 2013 ai 341 del 2023 (-32,1%), le rapine sono scese nel decennio da 43.754 a 28.067 (-35,9%), i furti nelle abitazioni si sono ridotti da 251.422 a 147.660 (-41,3%). Ma tra gli italiani aumenta l’insicurezza e il bisogno di sentirsi protetti. L’85,5% possiede almeno un dispositivo per la difesa della propria abitazione e il 50,1% investirà di più nella sicurezza domestica negli anni a venire. Oggi in Italia sono quasi 1,7 milioni le persone che detengono regolarmente un’arma da fuoco. Se si considerano i loro nuclei familiari, si possono stimare in 3,7 milioni (pari al 6,3% della popolazione) le persone che hanno una pistola a portata di mano e potrebbero utilizzarla, per sbaglio o intenzionalmente. Il 43,6% degli italiani pensa che sparare a un malintenzionato che si introduce in casa per rubare dovrebbe essere considerato un atto legalmente legittimo.

Le asimmetrie delle emozioni: i luoghi delle relazioni e la solitudine tra le pareti domestiche. Dopo l’esperienza traumatica della pandemia, è sempre più evidente il ritorno alla convivialità e alla frequentazione dei luoghi pubblici. Il 58,8% degli italiani incontra gli amici durante il tempo libero almeno una volta alla settimana. Il dato sale tra i giovani, con punte intorno al 90% tra chi ha dai 15 ai 19 anni, mentre è evidente una rarefazione delle relazioni tra le persone anziane. Nel 2023 si sono registrate più di 10 milioni di presenze alle 2.397 fiere organizzate in Italia: +16,3% rispetto all’anno precedente. Aumenta la partecipazione ai concerti, con oltre 28 milioni di presenze (+70,1% rispetto al 2019). La casa invece può diventare il luogo della solitudine. Nel 2023 le persone sole hanno superato gli 8,8 milioni (+18,4% dal 2013). I vedovi (3,1 milioni) costituiscono il 34,8% delle persone sole, i single (celibi e nubili o separati e divorziati) sono il 65,2% (5,8 milioni).

 

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 CENSIS


lunedì 12 febbraio 2024

A CINQUANT'ANNI DAI DECRETI DELEGATI

Gli episodi di aggressività a scuola  sono l'esatto opposto della "partecipazione" voluta dai decreti delegati (1974).


- di  Alessandro Artini

Gli episodi di aggressività verso docenti e presidi, perpetrati rispettivamente da alunni e genitori, sono purtroppo ricorrenti e le cronache dei giornali ne danno ampia testimonianza. È evidente che dietro di essi si cela un profondo malessere, che dà luogo a forme di violenza imprevedibili e pericolose. Ma ciò che colpisce maggiormente, dal mio punto di vista, sono gli episodi di aggressione degli insegnanti da parte dei genitori, perché in qualche misura rappresentano un elemento di novità su cui riflettere. Mentre l’ostilità degli alunni verso gli insegnanti ha una sua “tradizione”, se così mi posso esprimere, ancorché oggi tocchi vertici di abbrutimento e talvolta comporti rischi per l’incolumità dei secondi, l’aggressività degli adulti genitori verso gli adulti insegnanti è del tutto inedita. Pertanto vale la pena di rifletterci su.

Tali episodi, ovviamente, hanno radici profonde e non sono riconducibili a cause singole, eliminando le quali tutto tornerebbe al “buon tempo antico”, che restituirebbe a tutti serenità, come suggerisce la pubblicità di alcune rosticcerie che propongono ricette e cibi di una volta. Il malessere che quegli episodi testimoniano e che non giustifica alcuna aggressività (diciamolo subito, a scanso di equivoci) è piuttosto pervasivo e riguarda la scuola come la restante società.

Forse per avere un’idea di ciò basterebbe scorrere le pagine di quel capitolo dell’ultimo rapporto Censis “Sulla situazione sociale del Paese”, relativo al 2023, dal titolo Fermenti e inquietudini sociali. Potremmo registrare, soprattutto mentalmente, i dati relativi alle nuove solitudini degli anziani, alla diaspora degli italiani all’estero (poiché siamo terra d’immigrazione per gli africani, ma contestualmente di emigrazione per i nostri giovani concittadini) e all’incomunicabilità generazionale, che riguarda non solo la scuola, ma l’intera società. Ci viene descritta una realtà di cui gli italiani non sono del tutto consapevoli (non lo è neppure quella parte che costituisce la classe dirigente) e che ci espone ai rischi del sonnambulismo, quando persone dormienti camminano nel buio notturno, inconsapevoli dei pericoli.

 Tuttavia, poiché non è opportuno trattare la questione in termini di sociologia generale, è il caso di puntare l’attenzione su qualche elemento specifico.

 In questa prospettiva, vale la pena di approfondire, a cinquant’anni dalla loro emanazione, la questione dei decreti delegati del 1974 dei quali non è rimasto molto (per esempio della parte relativa alla questione dello stato giuridico dei docenti, fortemente rinovellata, oppure di quella degli organi territoriali distrettuali, in pratica aboliti), salvo gli organi collegiali, che, invece, mantengono una sostanziale continuità fino a oggi.

 Grazie ad essi, mezzo secolo fa, si registrava per la prima volta l’ingresso dei genitori nella scuola, in veste di rappresentanti nei consigli di classe e in quello di istituto. In sostanza i decreti, prendendo atto dell’esistenza di un patto educativo, implicito ma concreto, tra genitori e docenti, puntavano ad animare quel patto stesso con una prassi di governo delle scuole del tutto coerente. Era importante quel patto? Certamente sì, perché, senza di esso, l’educazione non può funzionare, se demandata ai soli docenti: esso creava il cemento educativo su cui fondare l’agire sinergico degli adulti, genitori e insegnanti.

 Ebbene, quel patto oggi non sussiste più, anzitutto per lo sfaldamento molecolare della società, come osservava il Censis qualche tempo fa, ma anche per il malfunzionamento degli organi collegiali istituiti dai decreti delegati, al cui interno i soggetti adulti quel patto hanno rescisso. Gli organi collegiali non funzionano, questo è quanto suggerisce la mia esperienza unitamente a quella di tantissimi altri presidi. I genitori che vanno a votare per scegliere i loro rappresentanti sono una sparuta minoranza e una parte consistente degli eletti diserta poi le riunioni.

 Perché accade questo? Forse perché i genitori (ma anche gli studenti eletti nelle scuole superiori) avvertono di contare poco. Le decisioni delle scuole sono demandate in gran parte al collegio dei docenti, perché nelle scuole anche le attività minime hanno una valenza educativa e al collegio spetta dirimere tutte le questioni. Ovviamente i genitori non debbono entrare nel merito della didattica, ma il loro ruolo dovrebbe assumere una reale efficacia almeno negli ambiti amministrativi e organizzativi di loro competenza. La qual cosa generalmente non accade.

 La rescissione di quel patto, dunque, avrebbe provocato gli scazzottamenti subiti da docenti e presidi? Certamente non vi è un nesso di causalità diretto, perché le persone incivili hanno sempre responsabilità personali. Né gli atti di quelle persone possono essere giustificati da cause sociali o dal malfunzionamento degli organi collegiali. Ma il declino di questi ultimi certamente non favorisce il dialogo tra gli adulti, genitori e insegnanti, che vivono la scuola e ne abitano le dinamiche. Se viene a mancare, le attività educative inevitabilmente ne risentono e la scuola perde il valore simbolico di spazio significativo e autorevole per gli apprendimenti.

 Tutto ciò, ovviamente, incide anche nello sperdimento delle anime di quei giovani che aggrediscono i docenti (e anche in questo caso non vogliamo assolvere nessuno). Un’insufficienza o una bocciatura non hanno più il significato simbolico di una tappa all’interno di un percorso di crescita, che può e deve essere riattivato anche a seguito di quelle negatività, ma esprime solamente la malevolenza del docente.

 Per questo sono contrario al partito di chi vorrebbe tutti i genitori fuori dalla scuola e ripropongo invece il tema delle alleanze educative tra adulti. I genitori non debbono essere estromessi, perché la questione educativa non appartiene ai soli docenti. Nella scuola molti ne sono consapevoli, ma non traggono le necessarie conseguenze rispetto alla governance delle scuole stesse, cioè ai decreti delegati, che devono essere riformati.

 Di tutto ciò si dibatterà nel convegno che avrà luogo a Firenze, nei giorni 16 e 17 febbraio 2024, nel Salone dei Cinquecento a Firenze, dal titolo Ancora oggi dopo mezzo secolo… La riforma im/possibile dei decreti delegati del 1974, un convegno che, almeno dal punto di vista delle iscrizioni, sta riscuotendo un eccezionale successo.

Il Susssidiario

martedì 19 dicembre 2023

IL SILENZIO INTERIORE


 "Il silenzio interiore 

come antidoto 

al culto dell’io"

 

-di Marco Bevilacqua

 

Conversazione con Vito Mancuso

Il 57° Rapporto sulla situazione sociale del Paese diffuso a dicembre dal Censis interpreta i più significativi fenomeni socioeconomici in atto nel Paese. Quella del 2023 è una fotografia per molti versi impietosa di un’Italia che sembra invecchiata, rassegnata, piegata dalle avversità e da un clima generale stagnante: giusto il tempo di lasciarsi alle spalle il Covid, anche se non completamente debellato, e ora gli italiani sono angosciati dalla crisi della sanità, dai femminicidi, da un potere d’acquisto sempre più inadeguato all’inflazione, dal baratro dei conti pubblici, da una politica incapace di dialogo e di visione. Per non parlare della pena e del senso di impotenza di fronte alle guerre in Ucraina e nella striscia di Gaza, che continuano a mietere migliaia di vittime.

A soffrire di più di questa opaca fase di ripiegamento sono le giovani generazioni, quelle più sensibili anche al degrado dell’ecosistema, altra grande fonte di preoccupazione. Cominciamo da qui il nostro dialogo con Vito Mancuso, teologo e lucido osservatore dei fenomeni sociali del Paese.

 Professore, lei recentemente ha scritto su La Stampa che il Censis racconta di giovani che, rinunciando all’idea di poter cambiare il mondo, stanno perdendo la speranza a causa della mancanza di orientamento.

 Il bisogno fondamentale dell’essere umano è qualcosa che riguarda la mente, più che il sentimento, che pure è importante ma a un livello meno essenziale. Sto parlando di valori, di punti di riferimento etici. La rassegnazione dei giovani di cui parla il Rapporto è causata dall’assenza dai nostri orizzonti di un’idea forte, della stella luminosa che illumini il cammino. Un’assenza imputabile alla secolarizzazione, alla crisi dei valori religiosi e delle ideologie, malattia di cui soffre tutta la società, ma in particolare la sua parte più ingenua, più fragile, e cioè i giovani. Già nel 1802 Hegel parlava della morte di Dio.

 Mi chiedo se la mancanza di educazione e di orientamento possa incidere anche in un processo fondamentale per una società come l’elaborazione del lutto. Oggi è consuetudine che, di fronte alle grandi tragedie, sia pubbliche sia private, il dolore sia esibito, documentato fin nei più reconditi anfratti. Tutto viene ricondotto a una sorta di reality senza pudore. Mi riferisco in particolare a manifestazioni come gli applausi o i cori ai funerali. Seneca diceva che lieve è il dolore che parla, perché il grande è muto.

Ricordo che da bambino, trascorrendo le vacanze in Sicilia, vedevo uomini e donne portare il lutto, come si diceva una volta, per settimane, per mesi, fra una scomparsa di un parente e l’altra. Oggi si tende a non voler vivere più il lutto come condizione perenne, quasi a volerlo esorcizzare, ad allontanarlo da sé. Sono entrambi due eccessi, da un lato il vivere perennemente in lutto, perché tante sono le scomparse, gli episodi di dolore personale che colpiscono le vite di ciascuno di noi, e dall’altro il bisogno di liberarsi, di far finta che il dolore non esista. La necessità di socializzare il dolore c’è sempre stata. La tragedia greca nasce da qui: la polis greca una volta l’anno doveva immergersi collettivamente nel dolore delle storie esemplari di Antigone o di Edipo per comprendere la propria sofferenza, per metabolizzarla. Era un momento di lavacro, di catarsi collettiva. Oggi il contesto è diverso, ma il senso profondo è ancora lo stesso. Per questo gli applausi ai funerali non mi scandalizzano, secondo me è un modo per parlare con le mani, per testimoniare di fronte alla comunità la propria vicinanza.

 Il paradigma tecnologico, e non penso soltanto all’intelligenza artificiale, oggi segna il tempo degli uomini, l’accesso alle risorse, il posto dell’individuo nella società. Siamo senz’altro immersi in un periodo rivoluzionario della storia dell’uomo. Qual è l’approccio giusto, se esiste, per vivere questa condizione di cambiamento?

È necessario comprendere che noi siamo tecnica, ma non solo. La tecnica rimanda al fare, alla dimensione prassistica e performativa della vita. L’uomo sapiens è anche homo technologicus, ossia è un insieme di contemplazione e di prassi. Credo che mettere in contrapposizione queste due dimensioni sia un errore o, meglio, non concordo con chi demonizza il paradigma tecnologico in cui siamo immersi. Ma anche qui l’aspetto educativo è fondamentale, perché la seduzione della tecnologia e di tutti i suoi portati nella vita quotidiana è forte e può distrarre, può indurre chi ha meno esperienza (ancora una volta i giovani) a mettere da parte la propria dimensione contemplativa, sapienziale, che costituisce la nostra essenza più profonda. Per questo nelle scuole si deve improntare l’insegnamento a prospettive umanistiche e interiori, specie nei primi anni: ci vogliono meno dispositivi e più discipline che permettono la scoperta del proprio corpo, della voce, delle capacità espressive. L’aspetto tecnologico avrà poi comunque la sua parte, perché permea le nostre vite, ma la scuola dovrebbe preparare ad altro.

 In una società sempre più veloce e competitiva, ma al contempo priva di autorevoli riferimenti sociali e culturali, si può vivere la propria spiritualità nella vita quotidiana?

Vivere una dimensione spirituale per me significa entrare a contatto con la parte più profonda e più vera di noi stessi, quella legata all’interiorità e al pensiero. In greco il pensiero si chiama nous, un termine che può significare anche Dio in quanto spirito. Lei mi chiede come si fa a entrare in contatto con la parte più profonda di sé, ossia con il nous… Per farlo bisogna coltivare dei momenti di raccoglimento, una dimensione spirituale che Gesù invitava a raggiungere chiudendosi nella propria “stanza” personale, nella cripta che ciascuno di noi ha dentro di sé. L’obiettivo è coltivare il proprio silenzio interiore, condizione e insieme meta di quello stare in quiete, di quella esikìa praticata dai monaci dell’esicasmo che è anche vertice della meditazione buddista.

 In ordine ai femminicidi, e alla violenza di genere, si è parlato spesso della sussistenza culturale di modelli patriarcali. Ma so che lei non è d’accordo con questa visione, e individua il vero nodo gordiano nel culto della forza e nella venerazione del potere.

La considerazione generale da cui partire è questa: quando certe donne assurgono a posizioni di vertice politico o economico, capita spesso che si comportino esattamente come gli uomini, con ciò dimostrando che i meccanismi del potere non hanno genere. Il primo esempio che mi viene in mente è quello di Margaret Thatcher, nota come Lady di Ferro; se la mettiamo a confronto con un politico suo coevo come Nelson Mandela, è obiettivamente difficile ricondurre le politiche di ciascuno a modelli patriarcali o matriarcali. Per essere sintetici, Mandela esprime più anima, mentre Thatcher esprime più animus, come avrebbe detto Jung. Il fatto è che dentro ciascuno di noi convivono una dimensione maschile e una femminile. La prima si esprime più nell’idea della forza, e la seconda nell’idea della relazione. In sé, nessuna delle due è sbagliata. Dobbiamo ricordare che la forza è ciò che tiene insieme gli atomi, perciò è consustanziale alla vita. Ma la forza non dovrebbe mai degenerare nel potere e nella violenza, ecco il centro della questione. Il male è quando il culto della forza diventa dominio e non serve più come elemento relazionale. Purtroppo la maggior parte degli esseri umani inneggia ai vincenti, ad Achille che uccide Ettore. Questo è il punto: non c’entra il genere, ma il culto che della forza e del “vincente” si sono costruiti uomini e donne e che la nostra società sembra celebrare ogni giorno.

 Nel suo ultimo libro (Non ti manchi mai la gioia, Garzanti, 2023) lei sostiene che siamo prigionieri di un individualismo narcisista e del mito del successo, che non lasciano spazio all’espressione di sé e alla gioia di vivere. Quanto di tutto questo è frutto della mediazione dei social? O per meglio dire, i social riflettono l’involuzione della società o ne sono in qualche modo gli artefici?

Non sono un esperto di social, che utilizzo unicamente per veicolare il mio pensiero. Certo, molti indizi portano a pensare che siano fortemente connotati da violenza e aggressione verbale. Preciso peraltro che da Twitter, che adesso si chiama X, mi sono tolto non appena è stato acquistato da Elon Musk, perché non voglio avere a che fare con quella persona e con la sua filosofia di vita. Ogni civiltà ha sempre avuto alla sua base tre idee fondamentali: Dio, uomo e mondo. Parlare di Dio oggi, almeno in Occidente, è diventato un fatto privato, mentre un tempo il richiamo alla divinità era praticato e comunicato come parte di un linguaggio riconosciuto e comune, al quale non ci si poteva sottrarre. Siamo nell’antropocene, era nella quale l’essere umano con le sue attività è riuscito a incidere drasticamente sui processi geologici, facendo dell’intero pianeta una realtà da sfruttare. Si è persa la dimensione sacrale delle cose e dei luoghi, che per millenni si era mantenuta più o meno intatta. Tolti Dio e il mondo, inteso come ambiente, resta dunque l’uomo, il solo dei tre elementi cardine a sopravvivere. L’essere umano che riesce a fare a meno di Dio e piega l’universo ai suoi voleri dovrebbe essere felice e realizzato, eppure non lo è. Prendiamo gli Usa, la nazione guida del mondo occidentale: là il tasso di insoddisfazione, l’aggressività e la violenza sono ai livelli più alti. Il 40% degli americani è obeso, ed è del tutto evidente il legame di questo dato con un forte disagio psicologico. L’uomo divora tutto, gli oceani, le montagne, l’aria, e alla fine anche se stesso. L’ipertrofia dell’io che tutto può e tutto pretende è il grande male del nostro tempo. Prigioniero della trappola del narcisismo, nessuno riesce più ad accettare che ci sia qualcosa più importante di se stesso: il vero uomo spirituale non è chi prega, chi va in chiesa o mette in pratica dei precetti, ma chi ha la percezione di vivere al cospetto di realtà che sono più importanti di lui. Solo così si possono riscoprire Dio e il mondo in quanto luogo sacrale da rispettare e da contemplare.

 Un pensiero che può ricordare il panteismo.

Non c ‘è vera religiosità che non abbia echi panteisti. Che cos’è il Cantico delle creature se non un inno alla gioia per tutte le cose? Perfino la morte viene chiamata “sorella”. Tutto è permeato di Dio, nulla vi è estraneo.

 Cosa pensa del pontificato di Francesco?

Una grande speranza che corre il rischio di diventare una plateale illusione. La speranza era quella di un effettivo cambiamento e di un profondo rinnovamento della Chiesa, che forse non è oggettivamente riformabile. Probabilmente quindi non è una colpa ascrivibile a Bergoglio, che ha cercato con le forze a sua disposizione di lottare contro il clericalismo. Ma per me lo spartiacque, il momento in cui è cambiato il mio atteggiamento fino ad allora fiducioso nei confronti del suo pontificato è coinciso con il Sinodo dell’Amazzonia del 2019. In quell’occasione non è stata riconosciuta la possibilità di conferire il presbiterato ai viri probati. Non è stata consentita cioè l’ordinazione di uomini sposati di una certa età e di provata fede che possano celebrare messa in quelle comunità che hanno scarsità di sacerdoti e dove è difficile che un prete possa recarsi con regolarità. Tre quarti dell’assemblea sinodale votò a favore, papa Francesco invece votò contro. Per me questa fu una grave mancanza di coraggio. Non vedo grandi cambiamenti nemmeno sul diaconato femminile.

 Eppure, il papa resta la più autorevole, forse l’unica voce che si leva in favore della pace.

Certo, del papa profeta del mondo ho la massima stima. Il suo messaggio è potente e autorevole. In “politica estera”, quindi, gli do il massimo dei voti. È in quanto capo della Chiesa, e quindi nella politica interna, che papa Francesco non raggiunge la sufficienza.

 
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lunedì 4 dicembre 2023

L'IMPREVISTO DI PERIFERIA


L'ITALIA, 

LE PAURE, 

IL 2050

-         di Marina Corradi

 

Si direbbe che abbiamo paura. La parola torna insistentemente nel rapporto Censis sull’Italia del 2023. Abbiamo paura di un sacco di cose: dei cambiamenti climatici, di una guerra, dei flussi migratori, di un default dello Stato. Sembriamo una famiglia invecchiata che rimpiange una stabilità e un benessere perduti. La sola paura non apertamente espressa dagli intervistati è quella del declino demografico, di tutte, però, la più oggettiva. Anno 2050, saremo in 4,5 milioni di meno. Già oggi i 18-34enni, quelli che entrano nel lavoro e hanno figli, sono poco più di 10 milioni, mentre nel 2003 superavano i 13 milioni. In vent’anni abbiamo perso tre milioni di giovani.

 Tre milioni di figli non pensati e attesi, o cancellati, perché si temeva di non poterli mantenere. Perché non c’erano più i nonni vicino a casa, ma nemmeno ancora i nidi. Figli che non sono nati nel mito di una autorealizzazione individualistica, nel fallimento dei matrimoni, figli che spaventavano giovani coppie dal lavoro precario. Tre milioni di meno. Dunque, una riduzione netta della popolazione attiva, e l’aumento verticale, in parallelo, degli ultrasessantacinquenni. Il declino segnalato dai cattolici per primi, trent’anni fa, va concretizzandosi.

 «Ciechi davanti ai presagi, passivi come sonnambuli», ci descrive il Censis. C’è del vero: a livello popolare la coscienza delle crisi c’è, ma come accompagnata da un senso di impotenza, soprattutto nei giovani; di rassegnazione, nei più anziani. Non appena sui media si allontanano le vertigini del Covid, della guerra in Ucraina e ora in Israele e a Gaza, sui tg un’onda di cronaca nera. Per non pensare? Poi come sempre conti pubblici al limite, multe dalla Ue, scontri, liti, e fra poco Sanremo, di nuovo. Mai uno sguardo a lunga distanza, uno sguardo più in là. Sarà perché di certe previsioni cupe non giova dire, nei programmi elettorali. Difficilmente una prospettiva più ampia su ciò che attende il Paese porterebbe dei consensi, e siamo nella politica dei “mi piace” sui social, dell’incasso immediato. Che faranno dunque gli italiani del 2050? Chi lo sa, mancano 26 anni, nel frattempo noi speriamo che ce la caviamo. Ma quegli italiani sono i nostri figli, e saremo noi, magari ottuagenari. Bisognosi di cure, e a volte con nessuno accanto. Di tutte le paure degli italiani, quel 70 per cento che teme per Sanità e assistenza ne ha buone ragioni. E si comprende anche il gran favore per l’eutanasia, che altro non è che tangibile paura. Triste destino per i baby boomers, gli italiani più vaccinati, nutriti e istruiti di sempre. Il posto super garantito, la pensione a sessant’anni. Una generazione che non ha visto la guerra e ha perso la spinta dei suoi vecchi, che ricostruirono il Paese.

 Inevitabile declino dunque? Le scienze statistiche si basano quanto è accaduto, e quindi sul ragionevole andamento di ciò che è prossimo. Tuttavia, mancano di una categoria fondamentale: non contemplano l’imprevisto. Il Covid, cinque anni fa, sarebbe sembrato fantascienza. I tank russi in Europa anche.

 Non necessariamente nella storia l’imprevisto è un disastro. Imprevisto era anche che un polacco sul soglio di Pietro scuotesse il Muro di Berlino. Sono gli uomini che fanno la storia, ma bisogna farli nascere e educarli. Un orto oscuro e paziente, nessun risultato per trent’anni. Poi, magari, nascono figli nuovi.

 Ci occorrono dei padri e delle madri, dei maestri e dei professori. Non solo “bravi” ma buoni, capaci di dare loro le ragioni del vivere. Maestre come quelle di una volta ci servono, che alle famiglie povere dicevano: questo, fatelo studiare.

 Ora, tutto ciò richiederebbe una tensione al bene comune. L’abbiamo ancora? Gli immigrati detti “invasori” vengono da guerra o miseria, e portano con sé, almeno in molti, la gran voglia di vivere di chi ha visto la morte. Chissà chi c’è, nella moltitudine di ragazzini che imparano ora l’italiano. Quanta voglia di ricostruzione e di pace potrebbero insegnare a noi, se noi da cristiani sapessimo dimostrare loro che la vita è buona, e ha un senso.

 «Un imprevisto è la sola speranza», scriveva Eugenio Montale, all’ultimo verso di una poesia su un viaggio totalmente programmato e scontato. L’imprevisto abita forse in aule di periferia, fra i ragazzi dei nostri oratori, nelle Maternità italiane piene di neonati cinesi o africani. Il 2050 sta già cominciando. Accogliere, volere bene, insegnare l’italiano, fare studiare i migliori. Un popolo si fabbrica così, è accaduto sempre: in quell’imprevisto tenace che è la vita, troppo grande per le statistiche.

 www.avvenire.it

 

SONNAMBULI E ANSIOSI

 

CENSIS. Italia Paese di sonnambuli, alla ricerca della felicità nelle piccole cose

Il 57esimo rapporto mostra come il lavoro non sia più al primo posto, ma si punti sul benessere quotidiano. Spaventa il calo demografico - senza figli e con giovani in fuga - e le guerre alle porte

 

 -       di Alessia Guerrieri

  

L’immagine scelta quest’anno è quella dei sonnambuli, «persone apparentemente vigili incapaci di vedere i cambiamenti sociali, insipiente di fronte ai cupi presagi» e senza quel necessario «calcolo raziocinante» necessario per affrontare le complessità del periodo che stiamo vivendo. Gli italiani, insomma, sono ciechi di fronte ai presagi, che vanno dal calo demografico al rallentamento dell’economia nonostante la crescita del numero degli occupati. In più intrappolati all’interno dell’«ipertrofia emotiva» dominata dalla paura che li paralizza. La 57esima edizione del Rapporto Censis sulla condizione economica e sociale dell’Italia racconta di un Paese dove sono presenti «molte scie ma nessuno sciame», con l’80% degli italiani che considera il Belpaese in declino, con il 69% per cui la globalizzazione ha creato più danni che benefici e adesso il 60% ha paura che scoppierà una guerra mondiale e secondo il 50% non saremo in grado di difenderci militarmente.

 Così, dinanzi a questo scenario, ci si ripiega sui «desideri minori» senza rincorrere l’agiatezza e i grandi traguardi del periodo dello sviluppo, ma alla ricerca di uno spicchio di benessere quotidiano. Per l’87,3% degli occupati, infatti, mettere il lavoro al centro della vita è un errore. «Non è il rifiuto del lavoro in sé, ma un suo declassamento nella gerarchia dei valori esistenziali», precisa il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii, aggiungendo che «non sorprende quindi che il 62,1% degli italiani avverta il desiderio quotidiano di momenti da dedicare a sé stessi o che un plebiscitario 94,7% rivaluti la felicità derivante dalle piccole cose di ogni giorno: il tempo libero, gli hobby, le passioni personali. Rispetto al passato, l’81,0% degli italiani dedica molta più attenzione alla gestione dello stress e alla cura delle relazioni, perni del benessere psicofisico individuale». Ecco perché, la sua conclusione, probabilmente secondo Valeri l’Italia ha bisogno di recuperare «un immaginario propulsivo fertile».

 Parallelamente, comunque monta l’onda delle rivendicazioni dei diritti civili individuali e delle «nuove famiglie», con il 74% dei cittadini che è favorevole all’eutanasia il 70,3% che approva l’adozione di figli da parte dei single, il 65,6% che si schiera a favore del matrimonio egualitario tra persone dello stesso sesso, il 54,3% che è d’accordo con l’adozione di figli da parte di persone dello stesso sesso. Rimane invece minoritaria la quota di italiani (il 34,4%) che ammettono la gestazione per altri (Gpa). Infine, il 72,5% è favorevole all’introduzione dello ius soli, cioè la concessione della cittadinanza ai minori nati in Italia da genitori stranieri regolarmente presenti, e il 76,8% è favorevole allo ius culturae, ovvero la cittadinanza per gli stranieri nati in Italia o arrivati in Italia prima dei 12 anni che abbiano frequentato un percorso formativo nel nostro Paese.

 E nella «siderale incomunicabilità generazionale» va in scena il dissenso senza conflitto dei giovani, esuli in fuga, visto che sono più di 36mila gli emigranti di 18-34 anni solo nell’ultimo anno. «Siamo soffrendo alle radici, la parte meno visibile del Paese che fatica a reagire – sottolinea Giorgio De Rita, segretario generale del Censis -l’Italia è un Paese compromesso nelle sue radici, dove il modello di sviluppo è usurato e c’è la consapevolezza che senza crescita non c’è futuro. Dobbiamo imparare a convivere un modello di sviluppo diverso, dove dovranno aumentare stipendi e investimenti perché non possiamo accontentarci della resilienza degli italiani». Prova a vedere il bicchiere mezzo peno, il presidente del Cnel Renato Brunetta, per cui certo l’Italia è «un Paese meraviglioso ma arretrato, che ha comunque in sé molte potenzialità di crescita anche aiutate dal grande catalizzatore del Pnrr, per trasformare queste scie di cui il Censis ci ha parlato in sciami virtuosi».

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