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sabato 13 giugno 2026

ESTATE PALESTRA DI BELLEZZA

DALLA

 PRESTAZIONE 

AL DONO

 


Marco Erba agli adolescenti: «Vivete l’estate come “palestra di bellezza”, per passare dalla logica della prestazione a quella del dono»

Lo scrittore e insegnante Marco Erba riflette su disagio, scuola e confini a margine delle giornate di Edufest - Festival dell'Educazione di Cinisello Balsamo (Mi): «Occorre aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi»

di Alessandro Barba

L’edizione 2026 di Edufest, il Festival dell’Educazione appena conclusosi a Cinisello Balsamo (Mi), per tre giorni ha messo a confronto formatori, psicologi, filosofi e esperti dello sviluppo sul tema dei “Confini”. Eros Giampiero Ferri, presidente delle cooperative Progetto A e Orsa, promotrici della kermesse, spiega la sfida a cui hanno voluto rispondere con queste giornate: «Scuola, famiglia e società si trovano oggi a ridefinire i margini tra regola e libertà, tra ciò che è norma e ciò che è divergenza. In questo contatto tra generazioni e visioni diverse, i confini non sono più linee statiche, ma territori vivi di confronto. Ci siamo interrogati insieme a tante figure professionali diverse del mondo educativo, tra le più autorevoli in Italia, su come tracciare nuove traiettorie per ripensare il modo in cui cresciamo, insegniamo e viviamo insieme come comunità”.

Oltre 30mila persone si sono ritrovate agli incontri e alle attività nel parco di Villa Ghirlanda, tra famiglie, bambini, bambine e giovani di tutte le età. Ma il dato di partecipazione è solo il punto di partenza di una riflessione più ampia: che cosa significa oggi comprendere i giovani, soprattutto quando il disagio prende forme difficili da leggere?

A partire dai recenti fatti di cronaca che hanno riportato l’attenzione sulla violenza esercitata da giovanissimi dentro e fuori la scuola, anche contro gli insegnanti, Marco Erba, scrittore e insegnante che ha tenuto una sessione del Festival, invita a evitare letture superficiali. Non parla di singoli episodi da archiviare come casi isolati, ma di segnali che chiedono di guardare al contesto in cui ragazze e ragazzi crescono.

«Penso che ci sia una strettissima connessione tra la nostra società ipercompetitiva e queste forme di violenza», spiega Erba. Una società «nella quale la prestazione sembra essere diventata un assoluto», dove «si tende a misurare tutto» e «si corre sempre più veloci». Secondo Erba, questa pressione contribuisce ad alimentare sia la violenza rivolta verso gli altri, sia quella rivolta verso se stessi: dal self-cutting al ritiro sociale.

Il punto, per l’insegnante, è il modo in cui un adolescente costruisce la propria identità dentro un modello che chiede continuamente di dimostrare valore. Se intorno trova solo l’idea che bisogna “correre e vincere”, dice Erba, il rischio è che si percepisca come «un fallito». Da qui può nascere la possibilità «che faccia del male a qualcuno o si faccia del male».

Occorre passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie. Aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi

Per questo, secondo Erba, la chiave educativa non può limitarsi alla correzione dei comportamenti. Serve un cambio di prospettiva: «Passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie». Significa aiutare gli adolescenti «ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro», sulla loro unicità e sulla possibilità di essere, a loro volta, «dono». Ma questo passaggio, sottolinea, riguarda prima di tutto gli adulti: «Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo».

Da insegnante, Erba racconta di vedere ogni giorno una realtà più complessa di quella spesso restituita dal dibattito pubblico sugli adolescenti. «Vedo tante scintille di bellezza ogni giorno, tanta ricerca di sé, tanta fatica, tanto dolore, tante situazioni a volte complicate, ma tanta voglia di futuro». Per questo invita a «porsi in ascolto prima di giudicare». Non si definisce ingenuamente ottimista, ma dice di essere «estremamente positivo» perché gli adolescenti, a suo giudizio, hanno «veramente tante risorse».

La scuola, in questa prospettiva, ha un ruolo decisivo. Per Erba le discipline possono diventare strumenti per «avvicinarli alla vita» e per «aprire domande», non solo contenuti da trasmettere.

Ma perché questo accada servono condizioni diverse da quelle attuali. Tra le urgenze cita «più pedagogia tra i banchi», più pedagogisti, più psicologi, più ascolto e una maggiore capacità di intercettare il disagio.

www.vita.it

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sabato 11 giugno 2022

UN'ESTATE DIGITALE ?

Dieci piccoli consigli 

per un’estate digitale

È tempo di vacanze. Di tempo libero che improvvisamente entra copioso nelle nostre vite e, a volte, ci prende come di sorpresa facendoci dire: come lo impiego?

Penso a me. Penso a mia figlia adolescente. Ai miei e ai suoi coetanei. E a tanti adulti e a tanti ragazzi.

Tutti immersi nelle proprie vacanze anche digitali.

Su un punto infatti c’è poco da discutere.

Qualunque sia la nostra età e la nostra predisposizione per le tecnologie ormai il digitale è parte delle nostre vite e quindi anche delle nostre vacanze. E per questo ci fa e ci farà discutere ancora di più del solito («metti giù quel telefonino», «ogni tanto alza la testa dallo schermo», «possibile che non riesci mai a staccarti da TikTok»).

 Noi genitori siamo convinti che il problema riguardi solo i ragazzi, ma la verità che anche noi siamo intossicati dal digitale. Possiamo raccontarcela in mille modi ma l’unica cosa che spesso ci differenzia dai nostri figli è la nostra frase rifugio: «scusate ma è per lavoro».

Siamo sinceri. Troppe volte anche a tavola noi adulti guardiamo il cellulare («scusate ma è per lavoro»). Troppe volte abbandoniamo un pranzo o una cena familiare per rispondere ad una chiamata («scusate ma è per lavoro») e troppe volte, la sera, prima di addormentarci, guardiamo per la centesima volta lo smartphone dicendoci: «è per lavoro».

Ecco: pensando a tutti noi, in estate, con in mano un cellulare (al mare come in montagna, in passeggiata come in bicicletta, in una città d’arte come in un villaggio vacanze) ho provato a scrivere un decalogo con dieci piccoli consigli validi innanzitutto per me stesso. Una formula, quella del decalogo, che ci costringe a scegliere e ad essere sintetici. Nel compilarlo ho idealmente seguito quattro filoni: il tempo, noi, gli altri,

la vera libertà.

Chiunque lo vorrà integrare, modificare, ampliare o ridurre ha già sin da ora il mio ringraziamento.

Ecco 10 piccoli consigli per un’estate anche digitale: 1) Organizza bene il tuo tempo digitale (metti delle regole, degli orari e rispettali. E soprattutto fa che valgano per tutti, ragazzi e adulti) 2) La vacanza è anche riposo. Se ti annoi, non ti rifugiare subito nel cellulare: sfidati a inventare qualcosa di diverso.

3) Quando parli di te sui social, sforzati di raccontare anche il bello che vedi attorno a te (luoghi, persone, situazioni) 4) Ricordati sempre che gli altri non sono numeri ma persone (rispetta le loro idee, la loro privacy e i loro sentimenti).

5) Se sei un adulto, sforzati di rispettare le scelte dei ragazzi (stai loro accanto, informati sul perché passano ore su Instagram e TikTok invece di giudicarli a priori) 6) Se sei un ragazzo, rispetta gli adulti che magari ne sanno meno di te di digitale (spesso ne sanno molto più di te di vita) 7) Non lasciare che siano gli algoritmi a decidere ciò che devi vedere. Sforzati di cercare contenuti di valore 8) Non usare scorciatoie per avere successo sui social (non svendere ciò che sei) 9) A tutti fa piacere ricevere dei like. Ma ricordati che la dignità e il rispetto per sé e per gli altri contano di più e durano di più 10) La regola più importante non è nata col digitale ma è antica come il mondo: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te».

 

www.avvenire.it

 

 

giovedì 22 luglio 2021

IN VACANZA CON DIO IN VALIGIA

Nel documento dei presuli d’Oltralpe l’invito a dare tempo alla carità e a evitare pretesti per saltare la Messa. L’importanza di contemplare la bellezza. L’ultimo messaggio di don Hamel, il parroco ucciso cinque anni fa da due jihadisti Durante il periodo di pausa dalle attività consuete «non basta rimanere cristiani ma si deve suscitare la fede negli altri». Fare molta attenzione all’egoismo «camuffato da relax»

Dai vescovi francesi il “Decalogo del cristiano in vacanza” per evitare di mandare in ferie anche la fede. Tra i consigli quello di portare con sé una piccola Bibbia e il Rosario evitando i luoghi «senza il Signore»

-         di RICCARDO MACCIONI

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Siamo frenetici, agitati, di corsa. La nostra vita è così “elettrica” che giochiamo con il vocabolario dell’energia anche per parlare di riposo. «Ho le batterie a terra», «devo staccare la spina», «mi prendo qualche giorno, giusto per ricaricare le batterie». Nelle immagini che definiscono le vacanze c’è tutto il nostro bisogno di una pausa, di aria pulita per riossigenare il corpo e lo spirito, di una scossa capace di garantire la giusta riserva di freschezza per i mesi a venire. L’importante è decidere il serbatoio giusto cui attingere, trovare un distributore aperto, avere la lucidità necessaria per non sbagliare caricatore. Domenica scorsa all’Angelus il Papa è stato chiaro: l’estate è il tempo giusto per una buona «ecologia del cuore che si compone di riposo, contemplazione e compassione». Un’immagine, quella del rinnovarsi dentro, che risuona chiara e commovente nelle parole di Jacques Hamel, l’anziano sacerdote francese assassinato da due estremisti islamici nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray. Nel suo ultimo messaggio ai parrocchiani pochi giorni prima di quel terribile 26 luglio 2016 in cui fu ucciso, il “don” si augurava che in vacanza si riuscisse a «sentire l’invito di Dio a prendersi cura di questo mondo» per renderlo «là dove viviamo, più caloroso, più umano, più fraterno». L’estate, dunque, come «un tempo di incontro con familiari e amici», come un momento per prendersi il tempo di vivere qualcosa insieme, «per essere attenti agli altri, chiunque essi siano. Un tempo di condivisione».

Perché sono tanti i modi di spendere le ferie. Le vacanze possono essere una palestra a cielo aperto per rafforzare il fisico, l’occasione per viaggiare, un’oasi di relax e di lettura, un modo per dimenticare o almeno provare a farlo, ciò che ci opprime e ci fa star male. Con, “allegato”, un rischio, quello di relegare in soffitta o spingere in fondo all’archivio della memoria, tutto quanto richiede impegno. E qualche volta fatica. Non caso i vescovi francesi, nel documento preparato in vista dell’estate 2021 mettono in guardia dal pericolo di mandare in ferie anche Dio. Nel “Decalogo del cristiano in vacanza” i presuli transalpini so- no espliciti: in estate «siamo meno cristiani, a volta non lo siamo affatto». Può capitare allora che si viva la festa dimenticando il festeggiato, come nelle domeniche in cui non si va a Messa.

Succede quando la religione rappresenta un vincolo e non, come dovrebbe, una via di crescita personale e comunitaria, una strada, (anche) per la piena realizzazione umana, che necessariamente passa dall’incontro con l’altro, dall’ascolto di chi incontriamo sul nostro cammino. Non a caso i vescovi francesi nel loro Decalogo (consultabile sul sito eglise.catholique.fr/actualites ) mettono al primo posto l’esigenza di dare “tempo alla carità”, in qualche modo di programmare la condivisione, evitando che le vacanze siano una forma di egoismo «camuffato da relax».

Ma nel documento c’è anche molto altro. Ad esempio, il secondo consiglio, parlare di comandamenti è francamente troppo, è un invito a “mettere Dio in valigia”, cioè avere sotto mano «una piccola Bibbia, la vita di un santo, magari un breve trattato di teologia». E poi aggiungere un segno della nostra fede utile alla preghiera, tipo la coroncina di Rosario, un’icona, una croce. Sembra di sentire papa Francesco e il suo invito, ripetuto tante volte, di avere sempre a portata di mano un Vangelo, in tasca o nella borsa, così da poterlo leggere durante il giorno. In questo modo sarà più facile camminare “sulla strada della fede”, la regola numero tre, che consiste nell’avere Dio nel cuore in ogni momento del proprio viaggio. Una condizione, un legame che comporta di evitare il più possibile “i luoghi senza Dio”, quarta voce del Decalogo, vale a dire le «situazioni che danneggiano il nostro rapporto con il Signore e con gli altri». Al contrario invece le vacanze andrebbero vissute come «una lunga domenica» con momenti da dedicare soltanto a Dio, in una specie di anticipazione del riposo eterno dove, si spera, saremo al Suo cospetto. Ne deriva ovviamente, e siamo al sesto punto, l’importanza di “non perdere la Messa”, evitando il ricorso a scuse banali per saltarla, tipo il rischio di perdere il treno o l’essere in posti privi di chiese. «Sono pretesti», denunciano i vescovi francesi. E se la preghiera fa parte del nostro bagaglio di vacanzieri, se l’Eucaristia domenicale viene vissuta bene, risulterà più facile rispettare gli altri punti del Decalogo. Come “contemplare” la bellezza, senza la quale la vita diventa più amara ed arida. Si tratta cioè, ed è un obbligo piacevole, di non perdere il contatto con il bello che si trova negli altri esseri umani, nell’arte. E, ovviamente, nella natura, secondo l’antico detto francese: «Dio è solo in campagna». Così, con gli occhi illuminati dai segni

del divino, sarà più facile testimoniare Gesù, visto che in vacanza «non ci si deve limitare a rimanere cristiani ma bisogna suscitare le fede negli altri» secondo la regola per cui la Chiesa cresce per attrazione. E si concretizza, regola numero nove, nel mettersi al servizio, condizione che, a pensarci bene, sovverte un po’ la filosofia delle ferie, quando ci piace che siano gli altri a soddisfare le nostre esigenze. Ma questo cambiamento di prospettiva non comporta affatto tristezza, anzi se l’estate è un prolungamento virtuoso del cammino percorso durante l’anno, se il riposo diventa occasione di autentica ricarica spirituale, tutto confluirà nella festa, nel “gioire”, ultimo consiglio e in qualche modo obiettivo dal Decalogo transalpino. «Il cristiano si rallegra di tutto – scrivono i vescovi francesi – perché la sua gioia è innanzitutto in Dio. Lontano dall’ideale mondano dell’ozio pigro e disumanizzante secerne gioia come Dio dona la sua grazia, nella verità e nella gratuità del dono di sé» E al suo ritorno dal periodo di relax, più ancora che mostrare orgoglioso le foto scattate durante il viaggio, il cristiano «darà testimonianza di un cuore più felice» perché ha «portato Dio in vacanza con sé». Non presenza ingombrante ma luce lungo la strada, significato e insieme punto d’arrivo dell’eterno vagabondare dell’uomo. Non solo in estate ma anche nei giorni più freddi. Da soli o in compagnia. Sempre.

 

www.avvenire.it