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mercoledì 7 ottobre 2026

INCLUSIONE NON PIETISMO

 


IL SENSO 

DELLA SCUOLA


Il ruolo dei compagni 

e degli educatori 

di fronte a chi esprime

 bisogni diversi

La via dell’inclusione in classe? Senza pietismo né scorciatoie

La storia di Dario e dei suoi compagni ci racconta come amicizia, responsabilità e fiducia nell’altro possono trasformare i limiti e le fragilità in occasioni di crescita per tutti.

Il rischio è che, per tutelare una persona in condizione di fragilità, la si metta sotto una campana di vetro, facendo sconti e rinunciando alle sfide Così, però, crescere diventa impossibile. Se giustizia non significa trattare tutti allo stesso modo ma dare a ciascuno il suo, non è però nemmeno giusto fare differenze dove non serve, trattando da diverso chi non lo è Perché nessuno è diverso Anzi, lo siamo tutti.

 -di MARCO ERBA*

Dario è simpaticissimo: ha un sorriso contagioso, lo sguardo luminoso. A volte sembra chiudersi in sé, perso nei suoi pensieri: quando però entra in relazione mette allegria, semina buonumore. Dario non può camminare: vive seduto sulla sua carrozzina elettrica, che conduce ovunque con grande agilità. Dario è ben inserito nella sua classe: ha amici veri, con cui si trova in sintonia. Certo, a volte ci sono le inevitabili tensioni che tra adolescenti si creano, ma nel complesso quando entro in quella classe respiro un clima bello, accogliente. Dario e i suoi amici sono un dono per la mia vita: mi hanno aiutato ad aprire nuove prospettive. Ad esempio durante un concerto a scuola. A quel concerto l’accompagnatore ero io, con me c’era l’educatore di Dario. Siamo entrati nell’auditorium della scuola tra i primi, ci siamo messi davanti. Q uando però il concerto stava per iniziare, Dario mi ha chiesto di uscire: il suono così ravvicinato degli strumenti, delle voci, delle casse, avrebbe potuto dargli molto fastidio. Mi è dispiaciuto, ma non me la sono sentita di chiedergli uno sforzo: gli ho detto di sì, rassegnato. L’educatore si stava già alzando per accompagnarlo, quando è intervenuto un compagno. «Ma no, aspetta» ha detto a Dario. «Non uscire: stiamo insieme in fondo all’auditorium dove la musica arriva meno potente e vediamo come va. Che ne dici?» gli ha chiesto. Dario ha annuito: ci stava, valeva la pena provare. Io ho assistito alla scena, ma non sono intervenuto. Quel compagno mi ha chiesto: «Prof, possiamo?». M i è bastato uno sguardo d’intesa con l’educatore per capire che anche lui era d’accordo. «Sì, certo» ho detto. Dario è partito con la sua carrozzina, alcuni compagni lo hanno seguito e si sono messi in ultima fila, tranquilli, ad attendere l’inizio del concerto. Mi sono voltato indietro più volte durante lo spettacolo: Dario cantava, rideva, gli brillavano gli occhi, si muoveva al ritmo della musica. I suoi compagni cantavano a loro volta, si divertivano. Non erano lì con lui per compassione, erano lì con lui per condividere un’esperienza. Erano un gruppo di amici, e che uno di loro fosse seduto su una carrozzina e gli altri sulle sedie dell’auditorium non cambiava nulla. Io li osservavo, poi mi voltavo verso il palco e non riuscivo a decidere quale fosse il vero spettacolo. U na settimana dopo stavo andando verso la scuola in auto per una riunione fissata subito dopo la fine delle lezioni. Non avevo le ultime ore quel giorno, quindi ero tornato a casa per poi rientrare. La mia scuola è collegata alla città da una comodissima pista ciclabile che corre in un prato non lontano dalla strada asfaltata. Guidavo proprio lungo quella ciclabile, quando ho notato qualcuno che la percorreva.

Dario: andava sulla pista ciclabile dritta e completamente libera a tutta velocità con la sua carrozzina elettrica. Ma non era solo: in piedi dietro di lui, sulla carrozzina, c’era uno dei compagni che con lui era stato in fondo all’auditorium durante il concerto a scuola. Dovevano fare un lavoro scolastico insieme, avrei scoperto il giorno dopo, e si stavano dirigendo a casa del compagno. Ma era Dario a portarlo: la sua carrozzina elettrica era veloce e faceva risparmiare tempo a entrambi. P orto nel cuore queste due immagini, affiancate come in un dittico. Dario che, di fronte a una difficoltà, non viene lasciato solo dai compagni e riesce ad assistere a un bel concerto, godendone dal fondo di quell’auditorium. Dario che restituisce il favore, dando a suo modo un passaggio a uno dei compagni che gli è rimasto al fianco nel momento del bisogno. Un bisogno che si fa dono, un limite che diventa condivisione. Quel compagno ha accolto il limite di Dario, che ha avuto la forza di condividerlo, e ora, su quella carrozzina, il limite di Dario diventava uno strumento utile a entrambi. Penso che questi due episodi, che questi due gesti di attenzione, valgano quanto tutte le ore di educazione civica che ogni anno, a volte un po’ stancamente, proponiamo ai nostri studenti.

Parlare di inclusione a scuola non è facile: si rischia lo slogan, il proclama privo di concretezza. A volte si rischia di usare questo termine per autoincensarsi o per affermare dei sacrosanti principi, senza però tenere conto della fatica delle circostanze concrete. Di certo, inclusione non significa protezione eccessiva. Il rischio è che, per tutelare una persona in condizione di fragilità, la si metta sotto una campana di vetro, facendo sconti e rinunciando alle sfide. Così però crescere è impossibile.

Inclusione è anche impatto con la realtà, impatto che non può essere privo di conflitto. L’inclusione è inoltre totalmente estranea al pietismo. Se la compassione è un nobilissimo sentimento, il pietismo distrugge: la retorica del «poverino», del giustificare ogni azione alla luce delle difficoltà, non aiuta affatto; anzi, è ancora più escludente. Penso a Dario, ai suoi compagni, alla sua famiglia, che anche su questo mi hanno insegnato tanto. Dario fa sport, sostenuto dai genitori, che si sobbarcano a volte lunghe trasferte. Genitori che lo sfidano a buttarsi nella sfida, e così lo aiutano a tirare fuori il meglio di sé, a vivere la sua vita appieno. Parlando delle sue gare, una volta l’ho sfidato anche io a una competizione nel cortile della scuola: io con la mia bicicletta elettrica, lui con la sua carrozzina elettrica. Ci è stato: abbiamo riso e scherzato, lo ricordo come un momento molto bello. Vedere Dario sorridere mi ha confermato il potere terapeutico dell’ironia e dell’autoironia: non c’è peso che non possa essere alleggerito da una risata spontanea, non c’è fatica che non possa essere affrontata con più energia. A lla giornata dell’atletica, nella staffetta quattro per cento, insieme ai suoi compagni ha gareggiato anche Dario. Non è stato facile emotivamente, è ovvio, ma per lui e per tutti è stato un successo incredibile, un episodio da manuale. 

Il senso di una scuola inclusiva non è rendere tutto più facile, cancellare il disagio, ma allenare ad abitarlo, proprio come quel giorno è accaduto. Per questo quella staffetta è stata un trionfo umano ed educativo. C’è un ultimo episodio che mi ha colpito e che ha Dario per protagonista. Un giorno, in classe, c’è stata tensione e lui ha manifestato una richiesta con una modalità scomposta. Io, per quieto vivere, l’ho assecondato. All’intervallo è venuto da me uno degli amici di Dario e me lo ha fatto notare: «Prof, secondo me non è giusto cedere per evitare lo scontro quando la richiesta non è motivata e non è portata avanti nei dovuti modi.» Ho pensato tutto il giorno a quelle parole. La mattina dopo sono entrato in classe, ho ripreso davanti a tutti l’episodio e la critica mossami da quel compagno e ho detto che quel compagno aveva ragione. Poi mi sono scusato. Il compagno che mi aveva criticato era uno di quelli che era stato al fianco di Dario in fondo all’auditorium.

È un suo amico vero, fa parte del gruppo con cui Dario esce nel fine settimana. Il suo essere diretto e il suo non fare sconti, mi rendo conto, è stato più inclusivo del mio cedimento per rendere la situazione più tranquilla. Mi ha insegnato che, se giustizia non significa trattare tutti allo stesso modo ma dare a ciascuno il suo, non è però nemmeno giusto fare differenze dove non serve, trattando da diverso chi non lo è. Perché nessuno è diverso; anzi, lo siamo tutti: ciascuno di noi è unico e irripetibile nella storia dell’umanità ed è chiamato a vivere le proprie relazioni e la propria esistenza al massimo delle sue potenzialità, senza sconti né scorciatoie.

*Insegnante e scrittore

/ ICP

www.avvenire.it


 

sabato 13 giugno 2026

ESTATE PALESTRA DI BELLEZZA

DALLA

 PRESTAZIONE 

AL DONO

 


Marco Erba agli adolescenti: «Vivete l’estate come “palestra di bellezza”, per passare dalla logica della prestazione a quella del dono»

Lo scrittore e insegnante Marco Erba riflette su disagio, scuola e confini a margine delle giornate di Edufest - Festival dell'Educazione di Cinisello Balsamo (Mi): «Occorre aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi»

di Alessandro Barba

L’edizione 2026 di Edufest, il Festival dell’Educazione appena conclusosi a Cinisello Balsamo (Mi), per tre giorni ha messo a confronto formatori, psicologi, filosofi e esperti dello sviluppo sul tema dei “Confini”. Eros Giampiero Ferri, presidente delle cooperative Progetto A e Orsa, promotrici della kermesse, spiega la sfida a cui hanno voluto rispondere con queste giornate: «Scuola, famiglia e società si trovano oggi a ridefinire i margini tra regola e libertà, tra ciò che è norma e ciò che è divergenza. In questo contatto tra generazioni e visioni diverse, i confini non sono più linee statiche, ma territori vivi di confronto. Ci siamo interrogati insieme a tante figure professionali diverse del mondo educativo, tra le più autorevoli in Italia, su come tracciare nuove traiettorie per ripensare il modo in cui cresciamo, insegniamo e viviamo insieme come comunità”.

Oltre 30mila persone si sono ritrovate agli incontri e alle attività nel parco di Villa Ghirlanda, tra famiglie, bambini, bambine e giovani di tutte le età. Ma il dato di partecipazione è solo il punto di partenza di una riflessione più ampia: che cosa significa oggi comprendere i giovani, soprattutto quando il disagio prende forme difficili da leggere?

A partire dai recenti fatti di cronaca che hanno riportato l’attenzione sulla violenza esercitata da giovanissimi dentro e fuori la scuola, anche contro gli insegnanti, Marco Erba, scrittore e insegnante che ha tenuto una sessione del Festival, invita a evitare letture superficiali. Non parla di singoli episodi da archiviare come casi isolati, ma di segnali che chiedono di guardare al contesto in cui ragazze e ragazzi crescono.

«Penso che ci sia una strettissima connessione tra la nostra società ipercompetitiva e queste forme di violenza», spiega Erba. Una società «nella quale la prestazione sembra essere diventata un assoluto», dove «si tende a misurare tutto» e «si corre sempre più veloci». Secondo Erba, questa pressione contribuisce ad alimentare sia la violenza rivolta verso gli altri, sia quella rivolta verso se stessi: dal self-cutting al ritiro sociale.

Il punto, per l’insegnante, è il modo in cui un adolescente costruisce la propria identità dentro un modello che chiede continuamente di dimostrare valore. Se intorno trova solo l’idea che bisogna “correre e vincere”, dice Erba, il rischio è che si percepisca come «un fallito». Da qui può nascere la possibilità «che faccia del male a qualcuno o si faccia del male».

Occorre passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie. Aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi

Per questo, secondo Erba, la chiave educativa non può limitarsi alla correzione dei comportamenti. Serve un cambio di prospettiva: «Passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie». Significa aiutare gli adolescenti «ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro», sulla loro unicità e sulla possibilità di essere, a loro volta, «dono». Ma questo passaggio, sottolinea, riguarda prima di tutto gli adulti: «Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo».

Da insegnante, Erba racconta di vedere ogni giorno una realtà più complessa di quella spesso restituita dal dibattito pubblico sugli adolescenti. «Vedo tante scintille di bellezza ogni giorno, tanta ricerca di sé, tanta fatica, tanto dolore, tante situazioni a volte complicate, ma tanta voglia di futuro». Per questo invita a «porsi in ascolto prima di giudicare». Non si definisce ingenuamente ottimista, ma dice di essere «estremamente positivo» perché gli adolescenti, a suo giudizio, hanno «veramente tante risorse».

La scuola, in questa prospettiva, ha un ruolo decisivo. Per Erba le discipline possono diventare strumenti per «avvicinarli alla vita» e per «aprire domande», non solo contenuti da trasmettere.

Ma perché questo accada servono condizioni diverse da quelle attuali. Tra le urgenze cita «più pedagogia tra i banchi», più pedagogisti, più psicologi, più ascolto e una maggiore capacità di intercettare il disagio.

www.vita.it

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sabato 20 dicembre 2025

GLI STUDENTI PROTESTANO


INCONTRI 

DI 

FUTURO


Uno studente molto intelligente, diretto e quindi scomodo provoca l’insegnante con una protesta che fa riflettere

«Questo romanzo mi interessa di più» Se Mattia non segue la lezione del prof.

Ha quasi 18 anni, i voti migliori della classe e viene beccato a leggere Asimov durante le spiegazioni in aula 

«Credo di avere la capacità di scegliere come investire il mio tempo». E le regole?

-         di MARCO ERBA*

Le proteste degli studenti fanno sempre discutere, che siano gli universitari di medicina o i maturandi che si rifiutano di sostenere l’orale. Anche io, come prof, mi sono imbattuto nella mia carriera in diverse forme di protesta. Una delle più pittoresche, se così si può definire, fu quella di un mio allievo di quarta superiore, che fece infuriare un collega. Ricordo l’ingresso di quel docente in sala insegnanti: era furente e aveva ragione. Il ragazzo in questione era intelligentissimo, dotato di un elevato senso critico, ma a tratti anche duro, eccessivamente diretto; mai esplicitamente provocatorio, mai platealmente sgradevole, ma a volte scomodo o addirittura indisponente. Il collega raccontò l’accaduto. Stava spiegando e aveva notato che quell’allievo non seguiva. Lui, prof preparatissimo, molto deciso, appassionato, era subito intervenuto. L’allievo, che stava guardando sotto il banco, aveva alzato la testa. « Mattia, cosa stai facendo? Cos’hai lì sotto? ». Mattia, sereno, aveva risposto: «Questo!». E aveva alzato un romanzo di fantascienza di Isaac Asimov.

La sua naturalezza era riuscita a far restare il prof senza parole. Mattia aveva spiegato serafico: «Questo romanzo mi interessa più di quello che lei sta spiegando. Comunque studierò tutto sul libro, a casa, e nell’interrogazione prenderò un buon voto». Su quest’ultima affermazione non c’era alcun dubbio, dato che Mattia era uno degli studenti coi voti migliori della classe.

Ne era seguita una sacrosanta sfuriata, ma Mattia non si era scomposto minimamente, difendendo la sua posizione: se riteneva un argomento irrilevante per la propria vita, riteneva di avere il diritto di ignorarlo. Mi sentii subito dalla parte del mio collega, provai fastidio io stesso. Mi innervosiva l’atteggiamento di Mattia: se ognuno dei suoi compagni si fosse comportato come lui, noi prof come avremmo potuto fare lezione? Eppure, comprendevo che quella sua forma di contestazione, o forse semplicemente quella sua scelta, in qualche modo conteneva una provocazione utile. Per questo gli parlai. Lui accettò il confronto, come sempre. «Prof, ho quasi diciotto anni. Credo di avere la capacità di scegliere come investire al meglio il mio tempo, no?». «Sì, Mattia, però ci sono delle regole, dal cui rispetto dipende una condizione di lavoro serena per tutti, non credi?». «Certo. Io però non impedivo ai miei compagni interessati di seguire. Ero in perfetto silenzio».

« Ma pensa agli altri che ti vedevano! Il tuo atteggiamento ti sembra costruttivo?». « Perché, prof? Vedere uno che legge un romanzo distoglie chi è interessato da una spiegazione? ». « E l’insegnante? Sta spiegando, ce la mette tutta e vede uno che legge un romanzo sotto il banco!». « Mi sta dicendo che un prof che insegna da tanti anni si offende se uno studente non segue una sua lezione? O mi sta consigliando di fingere di seguire?». Niente: non ne cavai un ragno dal buco. 

La scorsa estate, quando alcuni studenti si sono rifiutati di sostenere l’esame orale della maturità in segno di protesta, mi è tornato in mente Mattia. Le sue affermazioni avevano qualcosa in comune con quella contestazione. Credo che la questione fondamentale sia questa: quanto la scuola tocca davvero la vita degli studenti? Quanto davvero li aiuta a crescere come persone? E quanto invece è, o viene percepita, come una noiosa imposizione, come un dovere arido, come una pressione volta alla prestazione pura? L’atteggiamento di Mattia con quel collega è assolutamente non condivisibile, proprio come è estremamente forte e provocatoria la scelta di non sottoporsi alla prova orale della maturità. Sono però convinto che un atteggiamento di pura censura, di critica, da soloni che hanno già la verità in tasca e si limitano a urlare O tempora, o mores! facendo il verso a Cicerone e spiegando a quei ragazzi come avrebbero dovuto comportarsi invece di fare ciò che hanno deciso di fare, non porti da nessuna parte. Ma non portano da nessuna parte nemmeno i tentativi di strumentalizzare quella protesta attraverso una acritica esaltazione. Trovo molto più promettente, di fronte a queste azioni, pormi e porre delle domande: le domande schiudono il cammino, aprono orizzonti, al contrario dei giudizi troppo netti, che costruiscono steccati. Potremmo ad esempio chiederci che senso hanno i voti nella scuola. Che senso ha il buon voto di Mattia in una interrogazione su un argomento che trova tanto irrilevante per la sua esistenza da leggere un romanzo di fantascienza durante la spiegazione in classe? Che senso hanno i voti di maturità e i voti in generale? Sono stimoli per un percorso o un giudizio sulla qualità di una persona?

Essere valutati è importante.

 Ottenere un voto positivo dopo essersi impegnati può essere un’esperienza molto formativa. I voti però misurano una prestazione scolastica, nulla di più: non sono un giudizio di Dio, non dicono nulla della qualità umana dei nostri studenti: occorre ricordarlo. Le persone non sono i voti che prendono, eppure quante volte io, da prof, ho faticato a vedere il valore di chi a scuola va male o molto male e invece ho colto con molta più facilità le qualità personali dei miei allievi più attivi, partecipi, impegnati, capaci di ottenere ottimi risultati con facilità? I voti sono un cartello che indica una direzione, non un proiettile da sparare su chi riteniamo inadatto o colpevole. Dobbiamo sempre ricordare che l’intelligenza non ha una definizione univoca: ognuno ha le proprie doti. Se uno studente si impegna, ma va male nella mia materia, non significa che non sia intelligente, significa semplicemente che ha un’intelligenza diversa dalla mia, in quanto essere umano unico, irripetibile e quindi diverso da me. Di fronte alle provocazioni degli studenti potremmo inoltre chiederci cosa sia per noi la scuola: un luogo accogliente o un campo di battaglia? Una spedizione verso una cima difficile, nella quale ci aiutiamo a vicenda, o uno Squid Game giocato tutto sull’eliminazione dei più fragili, sulla selezione dei migliori? La scuola forse può ambire ad essere una privilegiata palestra di felicità, se accetta la sfida delle interrogazioni e delle verifiche senza però scadere nell’ossessione per la prestazione e la selezione a tutti i costi. Una scuola esigente con tutti, ma che non riduce le persone a numeri. M i piacerebbe però porre una domanda anche a Mattia e a quegli studenti che hanno rifiutato di sottoporsi all’orale: voi agite seguendo i principi in modo assoluto o cercando di essere responsabili? I principi, se seguiti in modo inflessibile, possono portare a rifiutare la realtà, a tirarsene fuori, a contestarla. Tutto legittimo, ma poi? Non esiste realtà umana che sia come dovrebbe essere: le istituzioni, il mondo, le persone stesse non sono come dovrebbero, sono ciò che sono. È una banalità, ma bisogna farci i conti. La realtà, anche quella della scuola, si può rifiutare perché ingiusta o inadeguata, oppure si può vivere con amore, standoci dentro, cambiando le cose nella fatica di ogni giorno. Questo è lo stile della responsabilità, di chi si fa carico degli altri, di chi si chiede quale effetto la sua azione concreta avrà sul contesto intorno. Ricordo una classe estremamente competitiva, dove ogni interrogazione o verifica era l’occasione per una malsana gara a chi prendeva i voti migliori. Due compagne, che ottenevano voti molto buoni, ma si trovavano a disagio in quel clima, decisero una forma di protesta strepitosa: iniziarono a trovarsi al pomeriggio con i loro compagni più in difficoltà aiutandoli a studiare. Scelsero di avere più a cuore il miglioramento di chi faticava che il primeggiare. Non rinunciarono ai loro principi, ma li trasformarono in responsabilità, in cura, in dedizione. Mi commossero: se la protesta scuote, è la responsabilità che costruisce futuro.

Le contestazioni dei ragazzi richiamano una domanda: la scuola tocca davvero la loro vita? La si può rifiutare perché inadeguata. Ma la si può anche vivere, e cambiare, standoci dentro.

La scuola richiede lo stile della responsabilità di chi si fa carico anche degli altri.

*Insegnante e scrittore

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giovedì 2 gennaio 2025

UN MAESTRO

 

“Ricordi positivi, 

il tesoro per la vita nato tra i banchi 

di scuola”



- di Marco Erba

La lezione di un maestro elementare: coltivare i talenti di ciascuno, suscitando tra gli allievi la fiducia nelle proprie capacità.

Decisivi gli insegnanti che vivono il lavoro come una vera missione.

Un giorno, durante un viaggio, incontrai un insegnante straordinario. Uno di quelli che non fanno notizia, ma cambiano la storia.

Faceva il maestro nella scuola elementare di una grande città di mare, in un quartiere degradato e difficilissimo. Era pieno di energia esplosiva: rideva, scherzava, raccontava di tutto.

Svolgeva il suo lavoro in uno dei contesti socialmente più difficili d’Italia, ma questo sembrava centuplicare le sue forze e la sua voglia di vivere.

Parlava con un’ironia contagiosa, anche se entrava in contatto quotidianamente con situazioni drammatiche.

Mi raccontò che una volta, un ragazzino si era presentato a scuola elegantissimo.

«Che bello, festeggi qualcosa?», aveva chiesto il maestro.

«Sì! È morto mio cognato!», aveva risposto quello. «Cosa?».

Il maestro era certo di aver capito male. Si sbagliava.

«È morto mio cognato!», aveva ripetuto allegro il ragazzino.

«E perché festeggi, allora?». «Perché mio papà lo sostituisce nel clan, fa un salto di carriera!», aveva spiegato il ragazzino, tutto fiero.

Una morte che generava una progressione nella criminalità organizzata: questo era dunque il motivo della festa.

In un’altra occasione, un bimbo dormiva serafico sul banco di scuola. Il maestro lo aveva svegliato con delicatezza. Da lì era nato un dialogo surreale.

«Che c’è, sei stanco?». «Si, maestro. Stanotte non ho dormito...».

«Perché? Hai guardato la televisione fino a tardi? ». «No».

«Hai giocato ai videogiochi?». «No».

«E allora che hai fatto?». «Sono uscito con papà. Ho fatto il palo per lui».

Un bimbo utilizzato come palo per rubare: anche questo accade spesso in quei mondi non troppo lontani da noi, ma che preferiamo non guardare, perché fanno troppa paura.

Il maestro, invece, in quel mondo dava tutto sé stesso.

Da dove veniva tutta quella energia?

Lo capii continuando la chiacchierata con lui: gli veniva dalla forza della vita, dalla bellezza che a volta splende più forte di ogni bruttura, da quei germogli testardi che, se li sai assecondare, bucano anche l’asfalto più grigio, più soffocante.

Questo era esattamente il compito che il maestro si dava ogni giorno e che, talvolta, portava frutti insperati, meravigliosi.

Uno di questi frutti era un ragazzino che credeva di avere dei problemi di memoria.

Il maestro era all’inizio della sua carriera, era ancora supplente.

Era entrato in una classe e quel ragazzino gli si era avvicinato facendo un’affermazione perentoria: «Maestro, io non funziono».

«In che senso, scusa?». «Nel senso che la memoria non mi funziona».

«Perché dici così?». «Perché non riesco a imparare a memoria le poesie che la maestra ci dà da studiare. Non mi restano in testa.

Devo avere qualcosa che non va: la mia memoria deve essere danneggiata, per questo non funziona».

Il maestro lo aveva guardato benevolo: «Secondo me dovresti fare un’altra prova».

«Quale?» aveva chiesto il ragazzino, speranzoso.

«Tu oggi vai a casa, scegli una canzone che ti piace, la impari a memoria e domani me la reciti tutta. È un test, così vediamo com’è la tua memoria. Va bene?».

«Va bene, maestro».

La mattina dopo il ragazzino era entrato in classe tutto felice. «Allora, hai fatto quello che ti ho chiesto?» gli aveva domandato il maestro.

«Sì!» aveva risposto lui, entusiasta.

E non solo gli aveva recitato il testo di una canzone a memoria, gliela aveva addirittura cantata davanti a tutti; i compagni, alla fine, erano esplosi in un lungo applauso.

Il maestro lo aveva guardato soddisfatto: «Hai visto? Il problema non sei tu, è che le poesie che devi studiare non ti piacciono abbastanza.

La tua memoria è a posto.  Tu funzioni». 

Erano passati tanti anni. Un giorno il maestro passeggiava in un’altra città. In mezzo alla gente, uno sconosciuto lo aveva fermato: «Maestro!».

Lui non lo aveva riconosciuto. «Maestro, lei è stato mio supplente quando ero alla scuola elementare!

Ero quello che credeva di avere qualcosa fuori posto nella memoria e lei mi ha fatto cantare una canzone davanti a tutti i miei compagni, per dimostrarmi che il mio cervello era a posto!».

Il maestro a quel punto si era subito ricordato, aveva intravisto il bambino di ieri sotto la scorza dell’adulto di oggi: «Ma certo! Come stai? Che ci fai qui?».

«Ora vivo in questa città. Mi sono trasferito qui perché ho studiato medicina e sono primario all’ospedale». «Che meraviglia, complimenti!».

«Io non l’ho mai dimenticata, maestro.

Tanti anni fa, con quella canzone, lei mi ha fatto capire che potevo credere in me stesso.

Il cammino che mi ha portato qui è iniziato quel giorno, perché lei mi ha dato la certezza che io funziono».

Ho sempre amato Giovanni Pascoli: una passione che è stata accesa in me dal mio insegnante di lettere della scuola media che un giorno entrò in classe con una piccola dispensa su quel poeta per ciascuno di noi.

L’aveva pazientemente assemblata lui stesso, visto che Pascoli era uno dei suoi poeti preferiti.

Così, non molto tempo dopo, mi feci regalare per Natale dai miei genitori un libro che raccoglieva le migliori poesie di Pascoli.

Quella stessa mattina, scartati i doni, aprii una pagina a caso: mi imbattei in un componimento molto poco noto, che inizia così: Allora... in un tempo assai lunge felice fui molto; non ora: ma quanta dolcezza mi giunge da tanta dolcezza d’allora!

Pascoli, segnato da una tragica giovinezza, non ha certo una visione ottimista della vita; nelle sue poesie spesso esprime paure, angosce, pensieri di morte e desiderio di protezione. In questo testo, tuttavia, parla di felicità.

Una felicità collocata in un passato lontano, quasi magico, ma assolutamente reale.

Un’epoca che ancora, in qualche modo, illumina il presente di una luce benefica.

Quell’epoca poi, nei versi del poeta, si restringe. Diventa prima un anno, poi un giorno, poi un punto.

Ma un punto di una positività insopprimibile, per quanto fuggevole: Un punto!... così passeggero, che in vero passò non raggiunto, ma bello così, che molto ero felice, felice, quel punto!

Certi ricordi di infanzia sono indelebili e restano per sempre in noi.

Possono essere distruttivi oppure benefici.

Nel finale de I fratelli Karamazov l’immenso Fëdor Dostoevskij lo afferma a chiare lettere: i ricordi belli da bambini sono sacri e chi porta con sé molti di questi ricordi sarà salvo per sempre.

Perché, anche se diventerà un adulto cinico e spietato non riuscirà a ridere fino in fondo della sua ingenuità di allora.

Nel suscitare ricordi positivi, la scuola e gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale.

È esattamente quello che ha fatto il maestro di cui più sopra ho parlato, dando fiducia a un ragazzino cresciuto in un contesto problematico e poi diventato primario.

Per generare ricordi positivi, è fondamentale credere nelle persone che si incontrano tra i banchi di scuola.

Credere nelle loro capacità, nella loro intelligenza.

Anzi, nelle loro intelligenze, perché non bisogna dimenticare mai che le intelligenze sono multiple: ognuno ha talenti propri, diversi da quelli degli altri, e l’abilità dell’insegnante è proprio quella di far fiorire il talento, unico e irripetibile, di ciascuno.

In questo modo la didattica non si limiterà a trasmettere nozioni aride ma porterà a fare esperienze di un reale buono, un reale nel quale ciascuno studente ha la sua parte e può dare il proprio contributo.

Perché ciascuno studente, come quel ragazzino disorientato, funziona.

Tutti noi funzioniamo. I nostri figli, i nostri allievi, funzionano, ciascuno a modo suo.

Ripenso a quel maestro.

Incontrarlo per me è stato un dono. Come sono un dono tutti gli insegnanti di periferia, che accettano sfide enormi in contesti difficili, trasformando ogni giorno il loro lavoro in una missione decisiva.

Ricordo una prof che mi disse: «Il mio successo è quando al termine del primo anno di professionale tutti i miei studenti riescono a stare per un’ora intera seduti al banco in silenzio, alzando la mano prima di intervenire».

Per me, privilegiato docente di liceo, quelle parole furono una grande provocazione: mi ricordarono che una didattica di successo parte sempre dalle classi reali che si hanno davanti; che l’importante non è l’altezza della vetta che si raggiunge ma il dislivello che si riesce a compiere insieme: l’ascesa, non la meta in termini assoluti.

 

www.avvenire.it