mercoledì 25 febbraio 2026

LA CARTA DELLA DEMOCRAZIA

 

Dialogo, confronto,
 no alle parole d’odio: così ciascuno può difendere la democrazia



LA “CARTA” DI FONDAZIONE GARIWO PER RICOSTRUIRE LA FIDUCIA PARTENDO DAGLI ATTI CONCRETI DI OGNI CITTADINOCHE VOGLIA ESSERE MESSAGGERO DI NON VIOLENZA

 

La Carta della Democrazia, di cui pubblichiamo un’ampia sintesi, è il documento che guiderà tutte le celebrazioni per la Giornata dei Giusti dell’Umanità, che coinvolgeranno i circa 300 Giardini dei Giusti sparsi in tutto il mondo.

Le celebrazioni iniziano idealmente il 6 marzo alla Camera dei Deputati e hanno come fulcro la cerimonia al Giardino dei Giusti di Milano dell’11 marzo, in cui verranno onorati Piero Calamandrei, Martin Luther King, Vivian Silver, Reem Al-Hajajreh e Aleksandra Skochilenko.

 

Oggi, molti anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del Muro di Berlino, sta accadendo qualcosa di inaspettato per chi ha creduto che i valori della democrazia, del dialogo, della pace e della nonviolenza fossero garantiti. Le immagini delle autocrazie del XXI secolo, che perseguitano e mettono a tacere ogni voce differente, così come il clima di odio e di contrapposizione che si percepisce sulla scena pubblica, ci fanno capire come si sta perdendo il gusto e il richiamo ai fondamenti della democrazia. Cosa può fare dunque la persona comune per arrestare questa deriva, che ci costringe a vivere in un clima sempre più ostile, fino a quasi abituarci a diventare sudditi servili e impotenti?

Ritrovare il gusto del dialogo e dell’ascolto

La prima nostra responsabilità è ritrovare il gusto del dialogo e della conversazione, anche con persone che la pensano diversamente da noi.

Troppo spesso, in un dibattito, lo scopo principale è quello di affermare sé stessi e non quello di cercare con umiltà un orizzonte comune. Questa degenerazione ha inquinato profondamente la vita pubblica, dove i gruppi

politici si affrontano come nemici in un campo di battaglia. Sta, purtroppo, nascendo l’idea che chi governa debba affermare unicamente la propria posizione e non, invece, rappresentare la moltitudine delle opinioni e degli interessi. Da qui nasce il pericolo maggiore per il futuro della democrazia, che si può trasformare, così, in una dittatura della maggioranza o in una democrazia illiberale. Per questo, nel tempo di oggi, essere democratici significa salvaguardare con i propri comportamenti la pluralità umana.

Riscoprire la forza dell’agire comune

Tante volte, anche nei momenti più bui, persone di diverse opinioni si sono ritrovate assieme per cambiare il corso degli eventi. È accaduto durante il confino di Ventotene, quando alcuni intellettuali resistenti scrissero il Manifesto alla base dell’idea di un’Europa unita; è accaduto dopo la caduta del fascismo, quando esponenti di partiti con ideologie diverse scrissero la Costituzione italiana, che unì un Paese intero; è accaduto durante gli anni del potere comunista a Praga, quando personalità con differenti visioni diedero vita a Charta 77, il gruppo che creò le premesse della Rivoluzione di Velluto del 1989; è accaduto negli Stati Uniti, quando nacque il movimento nonviolento di Martin Luther King contro la segregazione razziale. Anche oggi, se nel nostro piccolo saremo capaci di costruire delle esperienze comuni con persone diverse, si può rivitalizzare la democrazia e creare dal basso modalità nuove di partecipazione che possono diventare esempi virtuosi per tutta la società.

Essere un argine all’odio in ogni luogo

Una volta odiare era considerato un sentimento da cui prendere le distanze. Oggi, al contrario, il disprezzo dell’altro è diventato una consuetudine.

Non si discute o si dissente, ma si disprezza e si attacca pubblicamente chi ha un'idea diversa.

Ogni cittadino ha la possibilità di contrastare questo odio se nella propria vita pubblica e privata è capace di manifestare sentimenti di rispetto. Aprirsi agli altri e sentirsi parte di un destino comune è la condizione per sottrarsi all’odio e all’invidia e provare il piacere di vivere la prossimità dell’altro. Come scrisse Etty Hillesum, l’odio è una malattia che deturpa la nostra anima e «ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale».

Avere un controllo sulle proprie parole

Oggi le parole non si perdono e si esauriscono tra le mura di casa e nelle discussioni nei bar, ma con i social si amplificano e durano nella memoria del tempo. Per questo, nella comunicazione virtuale, è importante autoimporsi un galateo etico che preveda l’umiltà di ricercare la verità, di citare le fonti, di evitare che una affermazione affrettata possa ferire una persona. Dobbiamo sempre ricordare il comandamento biblico “non mentire”, perché ogni informazione falsa fatta circolare, anche se in buona fede, inquina la vita democratica del nostro Paese. Possiamo, così, rendere nudo quel nuovo re che ci racconta che i cambiamenti climatici sono una invenzione, che il paese aggredito è un aggressore, che uno sterminio è solo propaganda politica, che un attacco ad un parlamento è legittimo, che dobbiamo difenderci dall’invasione dei migranti.

Essere custodi dell’etica della nonviolenza e messaggeri di pace Una delle grandi conquiste della democrazia è stata la creazione di istituzioni nazionali e sovranazionali che trasformassero le contrapposizioni in dialogo politico, sociale e culturale. Le Nazioni Unite sono nate per affermare il diritto internazionale e istituire luoghi di discussione per trovare soluzioni condivise ai conflitti. Oggi, questi organi non solo si dimostrano impotenti nelle crisi internazionali, ma sono messi in discussione da coloro che ritengono debba prevalere la legge del più forte.

Ognuno di noi ha la possibilità di arrestare il nuovo pericoloso fascino della violenza. Anche con piccole azioni quotidiane. Si può, per esempio, sostenere quei palestinesi e israeliani che, nel conflitto del Medio Oriente, cercano il dialogo e la condivisione; i russi e gli ucraini che cercano di costruire, nonostante la guerra, nuove relazioni; le associazioni di pace che operano in aree di conflitto costruendo scuole, ospedali, corridoi umanitari.

Ricreare lo spazio comune della pluralità umana

 Dobbiamo dare forza a tutti coloro che, nel mondo, in nome della nonviolenza e della sacralità della vita umana, si sentono messaggeri dello spirito della Convenzione di Raphael Lemkin del 1948 sulla prevenzione dei genocidi. Perché la storia ha insegnato che la stazione finale dell’odio, il genocidio, non giunge mai all’improvviso, ma arriva passo dopo passo, proprio quando le parole violente e malate contagiano le persone. Solo attraverso un lavoro interiore che ci fa riscoprire la dimensione morale, possiamo uscire dal nostro piccolo ego, ritrovare il gusto del dialogo con gli altri e la nostra appartenenza all’intera umanità.

 

*Presidente di Fondazione Gariwo

www.avvenire.it  


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