martedì 25 gennaio 2022

IL PERICOLO DELL'INFODEMIA


 Il Papa: non origliare né spiare, ma ascoltare. Questa è buona comunicazione

Messaggio di Francesco per la 56.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali: “Tanta sfiducia verso l’informazione ufficiale ha causato anche una ‘infodemia’, dentro la quale si fatica a rendere credibile e trasparente il mondo dell’informazione”. L’appello per i migranti: “Vincere i pregiudizi ascoltando le loro storie, davanti non abbiamo numeri o pericolosi invasori”

-         Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

 Podcast, chat audio, social, reportage. Lo sguardo di Francesco nel Messaggio per la 56.ma Giornata delle Comunicazioni sociali è alle nuove forme dell’informazione attuale, ma l’invito a giornalisti e comunicatori è ad andare in profondità e cogliere l’essenza di ciò che si racconta, si pubblica, si registra. Azione possibile solo attraverso l’“ascolto”, che non significa “origliare o spiare” o tantomeno “parlarsi addosso” come spesso accade nel dibattito pubblico, ma “l’ascolto di sé, delle proprie esigenze più vere, quelle inscritte nell’intimo di ogni persona”. Un modo anche per superare ostacoli e pregiudizi, come quelli sui migranti che non sono “numeri” o “pericolosi invasori”, o per intercettare il “disagio sociale” alimentato dalla pandemia.

Il Papa: raccontare la vita vera, no all’informazione fotocopia

“Ascoltare”, quindi. Per una trentina di volte nel documento per la Giornata che si celebra il 29 maggio 2022, Francesco ripete questo verbo che idealmente fa seguito a quell’“andare e vedere” e “sporcarsi la suola delle scarpe” del Messaggio dello scorso anno. L’ascolto, scrive il Papa, “interpella chiunque sia chiamato ad essere educatore o formatore, o svolga comunque un ruolo di comunicatore”: dal genitore all’insegnante, dal comunicatore all’operatore pastorale o il politico.

Chiudere l'orecchio porta all'aggressività verso l'altro

Ascoltare “rimane essenziale per la comunicazione umana”, tuttavia la tendenza è quella di “voltare le spalle e chiudere le orecchie”. “Il rifiuto di ascoltare finisce spesso per diventare aggressività verso l’altro”, sottolinea Papa Francesco. Il rischio è grave:

Solo facendo attenzione a chi ascoltiamo, a cosa ascoltiamo, a come ascoltiamo, possiamo crescere nell’arte di comunicare, il cui centro non è una teoria o una tecnica, ma la capacità del cuore che rende possibile la prossimità.

Il Papa: guardiamo negli occhi gli scartati che incontriamo

“Tutti abbiamo le orecchie, ma tante volte anche chi ha un udito perfetto non riesce ad ascoltare l’altro. C’è infatti una sordità interiore, peggiore di quella fisica”, annota il Pontefice. In quest’ottica, sposta l’attenzione sulla realtà delle migrazioni forzate, problematica complessa che nessuno “ha la ricetta pronta” per risolverla.  

Per vincere i pregiudizi sui migranti e sciogliere la durezza dei nostri cuori, bisognerebbe provare ad ascoltare le loro storie. Dare un nome e una storia a ciascuno di loro. Molti bravi giornalisti lo fanno già. E molti altri vorrebbero farlo, se solo potessero. Incoraggiamoli! Ascoltiamo queste storie! Ognuno poi sarà libero di sostenere le politiche migratorie che riterrà più adeguate al proprio Paese. Ma avremo davanti agli occhi, in ogni caso, non dei numeri, non dei pericolosi invasori, ma volti e storie di persone concrete, sguardi, attese, sofferenze di uomini e donne da ascoltare.

L'"infodemia" generata dalla sfiducia

Con la stessa apprensione, il Papa incoraggia a sfrondare quel muro di disillusione e cinismo sorto tra la gente comune, alimentato sicuramente dalla pandemia.

Tanta sfiducia accumulata in precedenza verso l’“informazione ufficiale” ha causato anche una “infodemia”, dentro la quale si fatica sempre più a rendere credibile e trasparente il mondo dell’informazione.

Con i social cresce la tendenza a origliare e spiare

“Bisogna porgere l’orecchio e ascoltare in profondità, soprattutto il disagio sociale accresciuto dal rallentamento o dalla cessazione di molte attività economiche”, incoraggia il Papa. Attenzione, però, perché “c’è un uso dell’udito che non è un vero ascolto, ma il suo opposto: l’origliare”.

Una tentazione sempre presente e che oggi, nel tempo del social web, sembra essersi acuita è quella di origliare e spiare, strumentalizzando gli altri per un nostro interesse. Al contrario, ciò che rende la comunicazione buona e pienamente umana è proprio l’ascolto di chi abbiamo di fronte, faccia a faccia, l’ascolto dell’altro a cui ci accostiamo con apertura leale, fiduciosa e onesta.

Parlarsi addosso

Un’altra deriva dell’ascolto è quella che “appare purtroppo evidente anche nella vita pubblica, dove, invece di ascoltarsi, spesso ci si parla addosso”, aggiunge il Papa. È “sintomo del fatto che, più che la verità e il bene, si cerca il consenso; più che all’ascolto, si è attenti all’audience”. La buona comunicazione, invece, “non cerca di fare colpo sul pubblico con la battuta ad effetto, con lo scopo di ridicolizzare l’interlocutore, ma presta attenzione alle ragioni dell’altro e cerca di far cogliere la complessità della realtà”, sottolinea il Papa. E questo vale pure per i dibattiti nella Chiesa.

È triste quando, anche nella Chiesa, si formano schieramenti ideologici, l’ascolto scompare e lascia il posto a sterili contrapposizioni.

Sì al dialogo, no al "duologo"

Ancora un rischio evidenzia il Pontefice e cioè che “in molti dialoghi noi non comunichiamo affatto”, ma “stiamo semplicemente aspettando che l’altro finisca di parlare per imporre il nostro punto di vista”. Il dialogo diventa così “un duologo, un monologo a due voci”, scrive Francesco mutuando un’espressione del filosofo Abraham Kaplan.

Non si comunica se non si è prima ascoltato e non si fa buon giornalismo senza la capacità di ascoltare. Per offrire un’informazione solida, equilibrata e completa è necessario aver ascoltato a lungo. Per raccontare un evento o descrivere una realtà in un reportage è essenziale aver saputo ascoltare, disposti anche a cambiare idea, a modificare le proprie ipotesi di partenza.

“Solo se si esce dal monologo, si può giungere a quella concordanza di voci che è garanzia di una vera comunicazione”, rimarca il Papa. Che ricorda una delle regole base del giornalismo, quella di “ascoltare più fonti” e “non fermarsi alla prima osteria”, perché ciò “assicura affidabilità e serietà alle informazioni che trasmettiamo”.

La fatica dell'ascolto e il "martirio della pazienza"

Certo, l’ascolto è una “fatica”, ammette il Papa. Come affrontarla? Francesco richiama quel “martirio della pazienza”, cifra dell’opera diplomatica del cardinale Agostino Casaroli: questa virtù si rendeva necessaria “per ascoltare e farsi ascoltare nelle trattative con gli interlocutori più difficili, al fine di ottenere il maggior bene possibile in condizioni di limitazione della libertà”. Ma anche in situazioni meno difficili l’ascolto richiede pazienza, insieme alla capacità di “lasciarsi sorprendere dalla verità”, fosse pure solo “un frammento”.  

Un apostolato dell'orecchio

In sostanza è un “apostolato dell’orecchio” quello che domanda il Vescovo di Roma. Quello che, si spera, possa caratterizzare il processo sinodale.

Preghiamo perché sia una grande occasione di ascolto reciproco. La comunione, infatti, non è il risultato di strategie e programmi, ma si edifica nell’ascolto reciproco tra fratelli e sorelle. Come in un coro, l’unità non richiede l’uniformità, la monotonia, ma la pluralità e varietà delle voci, la polifonia.  

Vatican News

MESSAGGIO PONTIFICIO



 

UNICEF. PANDEMIA e INFANZIA A RISCHIO

 Istruzione nel mondo. 

Unicef:

 incalcolabile il danno della pandemia sull'infanzia

L'agenzia Onu ha reso noti i nuovi dati in occasione della Giornata internazionale dell'Istruzione: la chiusura totale o parziale delle scuole ha drammaticamente penalizzato centinaia di milioni di bambini nell'accesso allo studio. Importante anche l'impatto sulla salute mentale dei minori

 

-         Paola Simonetti  - Città del Vaticano

-          

Le conseguenze della pandemia da Coronavirus passano in modo pesante fra i banchi di scuola di mezzo mondo, compromettendo l'accesso a uno dei più cruciali diritti dei bambini: l'apprendimento. Sono infatti più di 635 milioni, secondo gli ultimi dati dell'Unicef, gli studenti colpiti dal totale o parziale stop delle lezioni a cui molti istituti sono stati costretti per contenere il contagio. Il mancato accesso alla scuola, nei contesti più poveri ha significato anche la privazione degli unici e sicuri pasti disponibili nella giornata di un minore.

Perdita di competenze basilari

"A marzo, segneremo due anni di interruzioni dell'istruzione globale legate al Covid-19. Semplicemente, stiamo assistendo - ha dichiarato Robert Jenkins, responsabile Unicef per l'istruzione - a una perdita di scala quasi insormontabile per la scolarizzazione dei bambini". A subire un colpo, l'apprendimento di nozioni di base come quelle di calcolo e alfabetizzazione. "A livello globale - sottolinea Unicef - l'interruzione dell'istruzione ha fatto sì che milioni di bambini abbiano perso in modo significativo l'apprendimento accademico che avrebbero acquisito se fossero stati in aula, con i bambini più piccoli ed emarginati che affrontano la perdita maggiore".

Penalizzate zone a disagio economico

Le zone del mondo più penalizzate sono state quelle a basso e medio reddito, dove il blocco di apprendimento dovuto alla chiusura delle scuole ha lasciato fino al 70% dei bambini di 10 anni incapaci di leggere o capire un testo semplice, rispetto al 53% di prima della pandemia. Solo in Etiopia, stando al report Unicef, si stima che i bambini della scuola primaria abbiano imparato dal 30 al 40% in meno della matematica che avrebbero appreso durante un normale anno scolastico. Negli Stati UNiti la situazione non è stata più rosea: "Sono state osservate perdite di apprendimento in molti stati tra cui Texas, California, Colorado, Tennessee, North Carolina, Ohio, Virginia e Maryland. In Texas, per esempio, due terzi dei bambini di terza elementare - sottolinea il documento - sono risultati al di sotto del loro livello di matematica nel 2021, rispetto alla metà dei bambini nel 2019".

In aumento dispersione scolastica

La presenza di Paesi occidentali nella lista di quelli che evidenziano problemi sul fronte dell'istruzione, rivelano come la pandemia sia stata di fatto scatenante di penalizzazioni anche in luoghi insospettabili, come il "ricco" Occidente, mettendo in luce forti disparità. Lo sottolinea Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, facendo notare come le difficoltà di apprendimento legate al dilagare del virus, abbiamo portato anche ad un aggravamento della dispersione scolastica. Le difficoltà di accesso ai luoghi dell'apprendimento e le scarse possibilità di studiare a distanza per molte famiglie, hanno inciso sull'abbandono scolastico, in contesti spesso già drammaticamente in difficoltà: "In nuclei impoveriti dalla pandemia - ha aggiunto Iacomini- si è preferito coinvolgere i minori nel supporto economico alla famiglia". Circa 3 bambini su 4 della scuola elementare, in diversi stati brasiliani - rivela il report Unicef - non riescono a leggere, rispetto a 1 bambino su 2 pre-pandemia, mentre il tutto il Brasile, 1 studente su 10 di età compresa tra i 10 e i 15 anni ha riferito di non avere intenzione di tornare a scuola una volta riaperte. Cupa anche la situazione in Sudafrica, dove gli scolari sono dal 75% a un intero anno scolastico indietro rispetto a dove dovrebbero essere. Circa 400-500 mila studenti avrebbero abbandonato del tutto la scuola tra marzo 2020 e luglio 2021.

A rischio salute mentale e nutrizione

Ma il mancato apprendimento accademico per i bambini del mondo non è stato l'unico pesante danno provocato dalla pandemia. La chiusura delle scuole, infatti, secondo Unicef, ha avuto un impatto sulla salute mentale dei bambini, oltre ad esporli a un maggior rischio di abusi. "Un numero crescente di dati dimostra che il Covid-19 - sottolinea il rapporto - ha causato alti tassi di ansia e depressione tra i bambini e i giovani, e alcuni studi hanno scoperto che le ragazze, gli adolescenti e coloro che vivono in zone rurali hanno maggiori probabilità di sperimentare questi problemi". Compromessa anche l'opportunità di un'alimentazione regolare: "Più di 370 milioni di bambini nel mondo - ha concluso Unicef - hanno perso i pasti scolastici durante la chiusura delle scuole, perdendo quella che per alcuni bambini è l'unica fonte affidabile di cibo e nutrizione quotidiana".

Il Patto Educativo Globale promosso da Papa Francesco

Un tema, quello dell'istruzione, sul quale il Pontefice si era soffermato già lo scorso anno in occasione della Giornata mondiale degli insegnanti, promuovendo l’iniziativa di un Patto Educativo Globale "per ravvivare l’impegno per e con le nuove generazioni, rinnovando - sottolineò Francesco - la passione per un’educazione più aperta e inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione", e invitando tutti a "unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un'umanità più fraterna". "Un'alleanza cruciale e urgente - ha concluso Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia- che dovrebbe contemplare politiche efficaci di investimento nella scuola, di supporti adeguati agli insegnanti. Uno sforzo intensivo per colmare i vuoti". 

 Vatican News

 UNICEF

 

 

 

domenica 23 gennaio 2022

LA BALLATA DEI PROFETI



                                                     Se i profeti irrompessero

dalle porte della notte

con lo zodiaco dei démoni sulla fronte

come orrido diadema

e sulle spalle

il mistero circolare

di cieli cadenti e risorgenti …….

 Se i profeti irrompessero

dalle porte della notte

regalando le scintille di mille fiaccole d’oro

per indicare con le vene delle mani

le vie stellari

a quelli che affondano nel sonno …….

 Se i profeti irrompessero

dalle porte della notte

per cercare un orecchio come patria

lasciando cicatrici di parole

nei campi arsi dalla consuetudine

riportando qualcosa di perduto

a chi ha smesso di sperare …….

Orecchio degli uomini

ostruito dalle ortiche

Sapresti tu ascoltare ?

 Se la voce dei profeti

soffiasse nei flauti – ossa dei bambini uccisi

e spirasse l’aria bruciata dalle grida del martirio ……

Se costruisse un ponte

col respiro affannoso dei vecchi …….

Orecchio degli uomini

così attento alle banalità

Sapresti tu ascoltare?

 Se i profeti

volando con le ali turbinose dell’eternità

ci lacerassero l’udito con le parole

chi potrebbe difendersi ?

 Se i profeti risorgessero

nella notte degli uomini

e come amanti

andassero alla ricerca del cuore amato

Notte degli uomini

avresti tu un cuor?


Nelly Sachs, da ” Le stelle si oscurano ” 

Nel 1966 venne insignita del premio Nobel, con questa motivazione:  Per la sua lirica notevole e la scrittura drammatica, che interpreta il destino di Israele con forza toccante. 

sabato 22 gennaio 2022

OGGI SI E' COMPIUTO !

-  III Domenica - Tempo ordinario - Anno C


(...) In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me(...) Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».


Commento di  p. Ermes Ronchi

Tutti gli occhi erano fissi su di lui. Erano appena risuonata la voce di Isaia: parole così antiche e così amate, così pregate e così desiderate, così vicine e così lontane.

Gesù ha cercato con cura quel brano nel rotolo: conosce bene le Scritture, ci sono mille passi che parlano di Dio, ma lui sceglie questo, dove l'umanità è definita con quattro aggettivi: povera, prigioniera, cieca, oppressa. Allora chiude il libro e apre la vita. Ecco il suo programma: portare gioia, libertà, occhi guariti, liberazione. Un messia che non impone pesi, ma li toglie; che non porta precetti, ma orizzonti.

E sono parole di speranza per chi è stanco, è vittima, non ce la fa più. Dio riparte dagli ultimi della fila, raggiunge la verità dell'umano attraverso le sue radici ammalorate. Adamo è povero più che peccatore; è fragile prima che colpevole; siamo deboli ma non siamo cattivi, è che abbiamo le ali tarpate e ci sbagliamo facilmente. Nel Vangelo mi sorprende e mi emoziona sempre scoprire che in quelle pagine accese si parla più di poveri che di peccatori; più di sofferenze che di colpe. Non è moralista il Vangelo, è liberatore.

Dio ha sofferto vedendo Adamo diventare povero, cieco, oppresso, prigioniero, e un giorno non ha più potuto sopportarlo, ed è sceso, ha impugnato il seme di Adamo, ha intrecciato il suo respiro con il nostro respiro, i suoi sogni con i nostri. È venuto ed ha fatto risplendere la vita, ha messo canzoni nuove nel cuore, frantumi di stelle corrono nelle nostre vene. Perché Dio non ha come obiettivo se stesso, siamo noi lo scopo di Dio. Il catechismo sovversivo, stravolgente, rivoluzionario di Gesù: non è l'uomo che esiste per Dio ma è Dio che esiste per l'uomo. E considera ogni povero più importante di se stesso. Io sono quel povero. Fiero per fierezza d'amore: nessuno ha un Dio come il nostro.

E poi Gesù spalanca ancora di più il cielo, delinea uno dei tratti più belli del volto del Padre: «Sono venuto a predicare un anno di grazia del Signore», un anno di grazia, di cui Gesù soffia le note negli inferi dell'umanità (R. Virgili); un anno, un secolo, mille anni, una storia intera fatta solo di benevolenza, a mostrare che Dio non solo è buono, ma è soltanto buono.

«Sei un Dio che vivi di noi» (Turoldo). E per noi: «Non ci interessa un divino che non faccia fiorire l'umano. Un divino cui non corrisponda la fioritura dell'umano non merita che ad esso ci dedichiamo»" (D. Bonhoffer).

Forse Dio è stanco di devoti solenni e austeri, di eroi dell'etica, di eremiti pii e pensosi, forse vuole dei giullari felici, alla san Francesco, felici di vivere. Occhi come stelle. E prigionieri usciti dalle segrete che danzano nel sole. (M. Delbrêl).


(Letture: Neemìa 8,2-4a.5-6.8-10; Salmo 18; Prima Lettera ai Corinzi 12,12-30; Luca 1,1-4; 4,14-21)


www.avvenire.it


RAPPORTI A DISTANZA

RELAZIONI VIRTUALI


 - di Giuseppe Savagnone *

- Un paradosso

In questi due anni di pandemia stiamo assistendo a un curioso paradosso. Da un lato il Covid ci ha insegnato che «nessun uomo è un’isola», perché nessuno può dirsi esclusivo proprietario del proprio corpo e padrone di farne quello che vuole, senza risponderne agli altri, come l’enfasi sui diritti individuali ci aveva per lungo tempo portati a credere e come si ostinano oggi a sostenere i no-vax.

Dall’altro, però, ci fa percepire questa evidente interdipendenza più nei suoi aspetti negativi – come una minaccia reciproca di contagio – che in quelli gioiosi e costruttivi. Dalla coscienza che la libertà è sempre anche responsabilità sono emerse soprattutto la percezione della nostra reciproca vulnerabilità e la paura del male che possiamo farci involontariamente a vicenda trasmettendo il virus. Da qui la tendenza a rinunziare ai nostri rapporti umani, o almeno a rarefarli e diluirli drasticamente, secondo la formula del “distanziamento sociale”.

Il nuovo ruolo del virtuale nei rapporti umani

Così, l’effetto più immediatamente percepibile della pandemia sulla nostra vita è l’indebolimento delle relazioni, temporaneamente sospese o trasferite su Internet. Persone legate da comuni interessi di affari preferiscono vedersi e negoziare on line. Convegni culturali, originariamente programmati “in presenza”, vengono trasformati in webinar. Perfino gruppi e comunità spirituali trasferiscono i loro incontri su Zoom o altre piattaforme dove vedersi senza pericolo. Emblematico il caso della trasmissione online dell’eucaristia su Tv2000 o a cura delle singole parrocchie. Non si è trattato solo delle assemblee liturgiche. Smartworking, DaD, sono diventati termini di uso comune.

E sicuramente, nella misura in cui il virtuale, sotto l’impulso della pandemia, tende a sostituire le relazioni umane “in presenza”, si hanno dei guadagni. Ma vale la pena di interrogarsi anche sui rischi. Nella consapevolezza che le modalità tecniche della comunicazione tra gli esseri umani – come del resto tutti mezzi della tecnologia – non sono mai puramente strumentali e non lasciano immutati i soggetti che se ne servono.

Noi siamo animali culturali e, a differenza di tutti gli altri, siamo in grado, in una certa misura, di trasformare la nostra natura con i prodotti della nostra creatività. In un tempo che ha visto una impressionante accelerazione di questa produzione, la trasformazione degli esseri umani diventa sempre più evidente.

«La domanda», perciò, come osserva acutamente Umberto Galimberti, «non è più: “Che cosa possiamo fare noi con la tecnica?”, ma: “Che cosa la tecnica può fare di noi?”». Riferita al virtuale e ai suoi effetti sulle relazioni umane, questa domanda è particolarmente inquietante. Sappiamo quali effetti decisivi per la nostra identità abbia avuto, nel remoto passato, il passaggio dalla comunicazione orale a quella scritta.

L’avvento della scrittura come rivoluzione antropologica

Per millenni l’oralità aveva determinato un approccio alla realtà che è profondamente cambiato quando è subentrata la nuova tecnica della scrittura. «Apprendimento e conoscenza in una cultura orale significano identificazione stretta, empatica, con il conosciuto. La scrittura separa chi conosce da ciò che viene conosciuto, stabilendo così le condizioni per l’oggettività, il distacco personale» (W. Ong).

Chi vuol raccontare una storia, oppure semplicemente una barzelletta, tende a identificarsi nei personaggi della narrazione, imitarne i toni di voce, i gesti. Soggetto e oggetto non sono nettamente distinguibili. La scrittura, invece, pone una chiara distanza tra chi comunica e ciò che sta comunicando. Nascono così, allo stesso tempo, l’oggettività e la soggettività. Nel momento in cui si distingue da ciò di cui scrive, il soggetto lo coglie come diverso da sé e dotato di una propria specifica struttura.

Reciprocamente, nel fare questo, egli percepisce la propria soggettività, sviluppando così un atteggiamento di introspezione che nelle culture orali era assente. Secondo molti studiosi senza la scrittura non sarebbe mai nata la scienza moderna, e neppure quel tipo di interiorità, complessa e problematica, che ha caratterizzato tutto lo sviluppo della civiltà occidentale.

Ma l’avvento della scrittura ha avuto un profondo influsso anche sulle relazioni umane. Chi vuole raccontare qualcosa raduna intorno a sé un piccolo crocchio di ascoltatori. Così era nel clan quando, la sera, gli anziani, seduti vicino ai fuochi, ripetevano le antiche narrazioni che avevano a loro volta ricevuto dai loro padri. Chi invece vuole scrivere – una lettera, una relazione – o desidera leggerle, chiede che per favore lo si lasci solo.

Qualcuno si è spinto fino ad affermare che l’individuo è nato con la scrittura. Certo è che il diffondersi del mezzo scritto, con l’invenzione della stampa, nel XV secolo, fornì uno strumento decisivo all’affermarsi della dottrina luterana del libero esame e dell’individualismo protestante, impensabile se non vi fosse stato una Bibbia disponibile per ogni credente.

La problematicità del virtuale

Per fortuna, la scrittura non ha mai soppiantato la comunicazione orale. Ma, ai nostri giorni, l’avvento del virtuale si presenta più problematico. Lo è già per il fatto che, mentre sia la comunicazione orale che quella scritta non nascondono il loro essere degli intermediari, e dunque dei semplici mezzi, per accostarsi al mondo e agli altri, quella virtuale si presenta come autoreferenziale, pretendendo di sostituire, e non di rappresentare, ciò che comunica. Non per nulla si parla di “realtà” virtuale.

Ad essere minacciata direttamente non è tanto la corporeità, che viene comunque rappresentata sugli schermi, ma la sua fisicità. Su Skype o su Zoom vediamo il volto dell’altro, anche se è lontanissimo fisicamente, così come in televisione possiamo seguire eventi che si svolgono in altri continenti. Il guadagno innegabile è l’abbattimento di tutte le barriere spazio-temporali che, nel mondo fisico, impediscono o almeno ostacolano la comunicazione tra gli esseri umani.

Al tempo stesso, però, questa apertura potenzialmente illimitata a persone e a situazioni, che un tempo la lontananza spaziale rendeva irraggiungibili, determina un eccesso insostenibile di stimoli. Partecipare in diretta alle vicende di tutto il pianeta ci potrebbe fare impazzire. Per questo il virtuale si avvale della mediazione dello schermo. Con questo termine si può intendere sia la superficie su cui si delineano delle immagini, consentendo la comunicazione, sia un filtro, un riparo che si frappone fra i nostri organi sensoriali e qualcosa che potrebbe ferirli (come quando si dice: “farsi schermo con la mani”).

Lo schermo della tv, del tablet, del computer o dello smartphone ci fanno cogliere in modo immensamente più ampio la realtà. Ma, proprio per questo, essi devono difenderci da essa, consentendoci di convivere con la sua complessità e la sua violenza grazie al fatto che, dietro lo schermo, ne siamo soltanto spettatori.

Il pericolo, però, è una specie di anestesia che alla lunga può condizionare le persone nel loro atteggiamento di fondo verso la realtà, spingendole ad affrontare tutta la vita come uno spettacolo o un gioco. Questo è particolarmente vero quando sono in gioco i rapporti umani. Non bisogna certo dimenticare i vantaggi che, specialmente in questo tempo di pandemia, sono derivati ad essi dall’uso di Internet. Ma, così come sui social si è “amici”, senza conoscersi se non per il volto che si è deciso di assumere agli occhi degli altri, su Zoom si può evitare di essere visti nascondendosi dietro una icona.

La “persona” ritorna ad avere il significato latino originario di “maschera”. Il risultato può essere la banalizzazione del mistero delle persone. Esposte in vetrina, esse diventano, paradossalmente, invisibili. Come ha scritto Philippe Breton, oggi «si mostra tutto ciò che è visibile, ma al tempo stesso non si vede mai nulla, o perlomeno nulla di ciò che è essenziale»

 * Scrittore ed editorialista. Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.

www.tuttavia.eu.


Immagine: Photo by Chris Montgomery on Unsplash


SCUOLA, OLTRE LA DAD

Un rapporto vivo

 tra maestro e allievi

Lo sforzo per tenere aperte le aule è apprezzato dai genitori. Che credono nella passione educativa degli insegnanti

 (AGESC) Per alcuni giorni è sembrata la diffusione di un bollettino di guerra. Non ci riferiamo ai dati che quotidianamente i mezzi di informazione riportano in riferimento ai nuovi casi di contagio da Covid-19, ma piuttosto alla situazione nelle scuole del nostro paese. Basta parlare con un genitore, piuttosto che con un preside o ancora un addetto alla segreteria o amministrazione, per rendersi conto di tutta la difficoltà che sta vivendo il mondo della scuola. A tale riguardo l’accostamento alla situazione degli ospedali italiani viene spontaneo perché buona parte delle energie e delle risorse in capo ad una scuola è oggi assorbito e condizionato dalla pandemia da Sar-Cov-2. Da genitori la nostra riflessione, il nostro sguardo va anzitutto alle tante famiglie costrette a fare i salti mortali tra appuntamenti per tamponi molecolari, didattica a distanza, password di piattaforme varie, connessioni... solo per citare alcune delle situazioni che viviamo quotidianamente. È in questa situazione che, già l’avevamo scritto, emergono però le risorse che il mondo della scuola e i genitori hanno nel loro Dna.

Nell’audizione di mercoledì mattina alla Camera dei Deputati il ministro Bianchi ha, giustamente, rivendicato da parte del governo e del premier Draghi l’impegno assuntosi di fare di tutto per dare continuità in presenza all’azione educativa della scuola, sottolineandone quel valore fondamentale per la nostra società, per noi tutti che talvolta

viene dimenticato. Niente contrapposizione con la scuola digitale, con il futuro che è già presente, niente sbarramenti ideologici aggiungiamo noi perché accanto ai limiti abbiamo sperimentato quanto, in situazioni di emergenza, anche la Dad è assolutamente una risorsa che ha costituito e costituisce tuttora l’unico filo che tiene annodato l’alunno all’insegnante quando non c’è proprio la possibilità di vedersi fisicamente. Come sempre la discriminante sono le persone e la differenza la fanno sempre queste ultime mettendosi in gioco in un atto d’amore, in questo caso verso la scuola. La Dad è uno strumento e, come tale, la sua efficacia dipende dall’uso che se ne fa. È per questo che da genitori continuiamo ad interrogarci: è possibile fare scuola di qualità anche in Dad? La scuola in presenza è sempre e comunque di qualità? Come Agesc crediamo nella passione educativa di insegnanti e genitori capace di dare anima anche a uno strumento apparentemente asettico come la Dad. Questo perché si può dare buona testimonianza di vicinanza e di solidarietà anche “a distanza”.

A tutti importa della scuola, agli insegnanti, ai ragazzi e ai genitori. Se crediamo nel rapporto vivo tra maestri ed allievi, se crediamo che trasmettere sapere significhi anche avere entusiasmo e partecipazione e che la scuola sia comunità, incominciamo con l’insegnare ai nostri ragazzi che siamo noi a dover dare

anima e cuore alla tecnologia e che tutto questo può essere fatto lontano da polemiche ma accettando con maturità e consapevolezza una realtà che siamo chiamati a vivere preservando la dignità della nostra scuola. La grande sfida, il bisogno che tocchiamo con mano in questi giorni, è quanto ribadito come volontà dal ministro Bianchi. Vale a dire «rafforzare, come stabilito nel Pnrr, la scuola digitale che non si contrappone alla scuola in presenza dotando tutte le nostre scuole di quegli strumenti che permettano ai nostri ragazzi di utilizzare appieno le tecnologie che aiutano a sviluppare una didattica partecipativa».

La scuola è un elemento imprescindibile di stabilità sociale e va sostenuta “tutta”, intesa come sistema scolastico, quindi senza distinzioni, statale e paritaria, in modo particolare in questo frangente storico.

 

www.avvenire.it


venerdì 21 gennaio 2022

NON DAREMO LA MORTE !


 Manifesto dei medici cattolici contro l’eutanasia

L’Amci pubblica un documento che spiega la necessità di contrastare le derive legislative eutanasiche e che chiede di applicare la legge del 2010 sulle cure palliative. Il testo arriva mentre il Parlamento italiano prosegue l’esame del Ddl Bazzoli sul fine vita. Il presidente Boscia: cultura mortifera alimentata dai problemi del sistema sanitario

-Marco Guerra – Città del Vaticano

L’Associazione dei Medici cattolici italiani (Amci) torna a ribadire la sua contrarietà rispetto ogni eventuale deriva mortifera della legislazione e del sistema sanitario, con un manifesto che spiega le ragioni dal titolo: “Il medico è per la vita, no al disumano ragionevole per pietà”. I camici bianchi cattolici diffondono questo testo nell’attuale cornice politica, che vede ben due iniziative in favore dell’eutanasia e del suicidio assistito: una è il referendum che mira a depenalizzare l’art. 579 del Codice penale che punisce l’omicidio del consenziente (quesito la cui legittimità sarà valutata nelle prossime settimane dalla Consulta); l'altra è rappresentata dal disegno di legge Bazzoli sul fine vita in discussione al Parlamento.

Non scambiare il disumano per pietà

Il manifesto dei medici cattolici ribadisce l’assoluta incompatibilità tra l’agire medico e l’uccidere, la necessità di garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore su tutto il territorio nazionale e denuncia il pericolo di abbandono terapeutico per tutti i soggetti fragili ai quali vorrebbero offrire la “dolce morte” piuttosto che cure mediche e prossimità umana. Si esorta quindi a “non scambiare il disumano per pietà”. Il testo a firma del presidente dell’Amci, Filippo Maria Boscia, mette in evidenza che “alcuni iniziano a distinguere tra 'vita' e 'non vita', tra 'degna' e 'non degna', tra il 'morire con dignità' e il 'morire senza dignità', etichettando così, con soggettivi giudizi, molte condizioni di vita fragile".

“Riconosciamo che la richiesta di suicidio assistito o di eutanasia nasce sovente dal rifiuto di continuare a vivere in condizioni di precarietà e grave sofferenza - si legge ancora - ma dovremmo essere molto attenti a non accettare con facilità il disumano per pietà, il disumano ragionevole per compassione”. L’Amci riconosce poi che una morte degna è da assicurarsi a tutti: questo è un principio essenziale del curare e questa azione non può trovare scorciatoie rispetto a pratiche di sostegno e di accompagnamento dell’ammalato nelle fasi ultime della sua vita. Chiara anche la difesa dei principi deontologici e dell’obiezione di coscienza, il suicidio assistito e l’eutanasia - ribadiscono - "non sono opzioni terapeutiche possibili o praticabili nell’alleanza medico-paziente e nella relazione di cura e di fiducia". 

Attuare subito legge su cure palliative 

Per tutti questi motivi l’Amci chiede che lo Stato non giunga a negare forme di assistenza e tutela a malati cronici, anziani, disabili e malati di mente, avvalorando forme di eutanasia sociale o selezione dei fragili e dei deboli, ed esorta le amministrazioni pubbliche ad attuare le grandi potenzialità della legge 38/2010 per garantire l’accesso alle cure palliative e alla “terapia del dolore” accompagnando questo alla “necessità di mantenere i malati terminali in un percorso esistenziale, sostanziato al massimo da rapporti umani ed affettivi”. Questo forzo, secondo l’Amci, rappresenta “un’opportunità di dialogo e perfezionamento assistenziale verso l’eubiosia (contrario di eutanasia), cioè buona vita, vera sfida per un rinnovato umanesimo della cura”. 

Boscia (Amci): temiamo la cultura eutanasica

“In questo ultimo periodo la rilevanza del ‘bene vita’ va sfilacciandosi sotto il peso dell’esaltazione delle libertà individuali, in un momento particolare della pandemia in cui negli ospedali si registra il rifiuto delle cure”. Così il presidente dell’Amci, Filippo Maria Boscia ai nostri microfoni approfondisce i punti più importanti del Manifesto. “Come medici impegnati per la cura - prosegue - dobbiamo mettere in luce la differenza tra il lasciar morire e il far morire”. Secondo il presidente dei medici cattolici, stiamo vivendo in cultura eutanasica alimentata da alcuni problemi del sistema sanitario come gli ospedali pieni, il rinvio dell’assistenza e degli interventi e l’abbandono delle famiglie e dei pazienti. “Quando si percepisce di non essere accettati nella malattia – spiega ancora – vien voglia di dire facciamola finita ma è proprio qui che dobbiamo centrare la questione”.

Prossimità e cura per combattere la cultura della morte

Il dottor Boscia evidenza il bisogno di malati e disabili di vivere relazioni di prossimità: “È questo che manca e che spinge la gente a chiedere la morte. Non abbiamo alternative come medici, possiamo solo esercitare per la vita, la depenalizzazione dell’eutanasia non ci può entusiasmare, se ci chiedono di aiutare a morire compromettono le basi del bene comune e principi di solidarietà e giustizia verso i più fragili, è una questione di civiltà".

Ragioni economiche dietro l’eutanasia

Il presidente dell’Amci si sofferma, infine, sull’importanza della terapia del dolore: “Le malattie non curabile non esistono, ci sono malattie inguaribili croniche ma queste vanno maggiormente curate perché abbiamo difronte un malato più fragile degli altri". Per Boscia la deriva mortifera ha anche ragioni legate alle scelte di allocazione delle risorse, “perché curare i più fragili costa”. Boscia esclude quindi qualsiasi tipo di “avvicinamento” dei medici cattolici a un testo di legge eutanasico: “Faremo un cammino di ascolto ma che deve essere partecipato da tutti i battezzati nella Chiesa”. “Il grido per l’eutanasia è un grido di allarme di chi soffre – conclude – ma quando noi medici ci avviciniamo a questo dolore si crea un dialogo educativo, che dovrebbero conoscere anche i giovani, perché parliamo del passaggio più umano della nostra vita”.

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