DELLA
SCUOLA
Il ruolo dei compagni
e degli educatori
di fronte a chi esprime
bisogni diversi
La via
dell’inclusione in classe? Senza pietismo né scorciatoie
La storia di Dario e dei
suoi compagni ci racconta come amicizia, responsabilità e fiducia nell’altro
possono trasformare i limiti e le fragilità in occasioni di crescita per tutti.
Il rischio è che, per
tutelare una persona in condizione di fragilità, la si metta sotto una campana
di vetro, facendo sconti e rinunciando alle sfide Così, però, crescere diventa impossibile.
Se giustizia non significa trattare tutti allo stesso modo ma dare a ciascuno
il suo, non è però nemmeno giusto fare differenze dove non serve, trattando da
diverso chi non lo è Perché nessuno è diverso Anzi, lo siamo tutti.
Dario è simpaticissimo:
ha un sorriso contagioso, lo sguardo luminoso. A volte sembra chiudersi in sé,
perso nei suoi pensieri: quando però entra in relazione mette allegria, semina
buonumore. Dario non può camminare: vive seduto sulla sua carrozzina elettrica,
che conduce ovunque con grande agilità. Dario è ben inserito nella sua classe:
ha amici veri, con cui si trova in sintonia. Certo, a volte ci sono le
inevitabili tensioni che tra adolescenti si creano, ma nel complesso quando
entro in quella classe respiro un clima bello, accogliente. Dario e i suoi
amici sono un dono per la mia vita: mi hanno aiutato ad aprire nuove
prospettive. Ad esempio durante un concerto a scuola. A quel concerto
l’accompagnatore ero io, con me c’era l’educatore di Dario. Siamo entrati
nell’auditorium della scuola tra i primi, ci siamo messi davanti. Q uando però
il concerto stava per iniziare, Dario mi ha chiesto di uscire: il suono così
ravvicinato degli strumenti, delle voci, delle casse, avrebbe potuto dargli
molto fastidio. Mi è dispiaciuto, ma non me la sono sentita di chiedergli uno
sforzo: gli ho detto di sì, rassegnato. L’educatore si stava già alzando per
accompagnarlo, quando è intervenuto un compagno. «Ma no, aspetta» ha detto a
Dario. «Non uscire: stiamo insieme in fondo all’auditorium dove la musica
arriva meno potente e vediamo come va. Che ne dici?» gli ha chiesto. Dario ha
annuito: ci stava, valeva la pena provare. Io ho assistito alla scena, ma non
sono intervenuto. Quel compagno mi ha chiesto: «Prof, possiamo?». M i è bastato
uno sguardo d’intesa con l’educatore per capire che anche lui era d’accordo.
«Sì, certo» ho detto. Dario è partito con la sua carrozzina, alcuni compagni lo
hanno seguito e si sono messi in ultima fila, tranquilli, ad attendere l’inizio
del concerto. Mi sono voltato indietro più volte durante lo spettacolo: Dario
cantava, rideva, gli brillavano gli occhi, si muoveva al ritmo della musica. I
suoi compagni cantavano a loro volta, si divertivano. Non erano lì con lui per
compassione, erano lì con lui per condividere un’esperienza. Erano un gruppo di
amici, e che uno di loro fosse seduto su una carrozzina e gli altri sulle sedie
dell’auditorium non cambiava nulla. Io li osservavo, poi mi voltavo verso il
palco e non riuscivo a decidere quale fosse il vero spettacolo. U na settimana
dopo stavo andando verso la scuola in auto per una riunione fissata subito dopo
la fine delle lezioni. Non avevo le ultime ore quel giorno, quindi ero tornato
a casa per poi rientrare. La mia scuola è collegata alla città da una
comodissima pista ciclabile che corre in un prato non lontano dalla strada
asfaltata. Guidavo proprio lungo quella ciclabile, quando ho notato qualcuno
che la percorreva.
Dario: andava sulla pista
ciclabile dritta e completamente libera a tutta velocità con la sua carrozzina
elettrica. Ma non era solo: in piedi dietro di lui, sulla carrozzina, c’era uno
dei compagni che con lui era stato in fondo all’auditorium durante il concerto
a scuola. Dovevano fare un lavoro scolastico insieme, avrei scoperto il giorno
dopo, e si stavano dirigendo a casa del compagno. Ma era Dario a portarlo: la
sua carrozzina elettrica era veloce e faceva risparmiare tempo a entrambi. P orto
nel cuore queste due immagini, affiancate come in un dittico. Dario che, di
fronte a una difficoltà, non viene lasciato solo dai compagni e riesce ad
assistere a un bel concerto, godendone dal fondo di quell’auditorium. Dario che
restituisce il favore, dando a suo modo un passaggio a uno dei compagni che gli
è rimasto al fianco nel momento del bisogno. Un bisogno che si fa dono, un
limite che diventa condivisione. Quel compagno ha accolto il limite di Dario,
che ha avuto la forza di condividerlo, e ora, su quella carrozzina, il limite
di Dario diventava uno strumento utile a entrambi. Penso che questi due
episodi, che questi due gesti di attenzione, valgano quanto tutte le ore di
educazione civica che ogni anno, a volte un po’ stancamente, proponiamo ai
nostri studenti.
Parlare di inclusione a
scuola non è facile: si rischia lo slogan, il proclama privo di concretezza. A
volte si rischia di usare questo termine per autoincensarsi o per affermare dei
sacrosanti principi, senza però tenere conto della fatica delle circostanze
concrete. Di certo, inclusione non significa protezione eccessiva. Il rischio è
che, per tutelare una persona in condizione di fragilità, la si metta sotto una
campana di vetro, facendo sconti e rinunciando alle sfide. Così però crescere è
impossibile.
Inclusione è anche impatto con la realtà, impatto che non può essere privo di conflitto. L’inclusione è inoltre totalmente estranea al pietismo. Se la compassione è un nobilissimo sentimento, il pietismo distrugge: la retorica del «poverino», del giustificare ogni azione alla luce delle difficoltà, non aiuta affatto; anzi, è ancora più escludente. Penso a Dario, ai suoi compagni, alla sua famiglia, che anche su questo mi hanno insegnato tanto. Dario fa sport, sostenuto dai genitori, che si sobbarcano a volte lunghe trasferte. Genitori che lo sfidano a buttarsi nella sfida, e così lo aiutano a tirare fuori il meglio di sé, a vivere la sua vita appieno. Parlando delle sue gare, una volta l’ho sfidato anche io a una competizione nel cortile della scuola: io con la mia bicicletta elettrica, lui con la sua carrozzina elettrica. Ci è stato: abbiamo riso e scherzato, lo ricordo come un momento molto bello. Vedere Dario sorridere mi ha confermato il potere terapeutico dell’ironia e dell’autoironia: non c’è peso che non possa essere alleggerito da una risata spontanea, non c’è fatica che non possa essere affrontata con più energia. A lla giornata dell’atletica, nella staffetta quattro per cento, insieme ai suoi compagni ha gareggiato anche Dario. Non è stato facile emotivamente, è ovvio, ma per lui e per tutti è stato un successo incredibile, un episodio da manuale.
Il senso di una scuola
inclusiva non è rendere tutto più facile, cancellare il disagio, ma allenare ad
abitarlo, proprio come quel giorno è accaduto. Per questo quella staffetta è
stata un trionfo umano ed educativo. C’è un ultimo episodio che mi ha colpito e
che ha Dario per protagonista. Un giorno, in classe, c’è stata tensione e lui
ha manifestato una richiesta con una modalità scomposta. Io, per quieto vivere,
l’ho assecondato. All’intervallo è venuto da me uno degli amici di Dario e me
lo ha fatto notare: «Prof, secondo me non è giusto cedere per evitare lo
scontro quando la richiesta non è motivata e non è portata avanti nei dovuti
modi.» Ho pensato tutto il giorno a quelle parole. La mattina dopo sono entrato
in classe, ho ripreso davanti a tutti l’episodio e la critica mossami da quel
compagno e ho detto che quel compagno aveva ragione. Poi mi sono scusato. Il
compagno che mi aveva criticato era uno di quelli che era stato al fianco di
Dario in fondo all’auditorium.
È un suo amico vero, fa parte del gruppo con cui Dario esce nel fine settimana. Il suo essere diretto e il suo non fare sconti, mi rendo conto, è stato più inclusivo del mio cedimento per rendere la situazione più tranquilla. Mi ha insegnato che, se giustizia non significa trattare tutti allo stesso modo ma dare a ciascuno il suo, non è però nemmeno giusto fare differenze dove non serve, trattando da diverso chi non lo è. Perché nessuno è diverso; anzi, lo siamo tutti: ciascuno di noi è unico e irripetibile nella storia dell’umanità ed è chiamato a vivere le proprie relazioni e la propria esistenza al massimo delle sue potenzialità, senza sconti né scorciatoie.
*Insegnante e scrittore
/ ICP

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