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sabato 4 ottobre 2025

LE INTELLIGENZE PER VIVERE BENE


Ecco le intelligenze 


che sono necessarie


per la nostra felicità


La nostra felicità non è riconducibile alla sola nostra soddisfazione individuale: hanno infatti un ruolo centrale la felicità attiva, capace di procurare felicità agli altri, e la partecipazione politica, cioè la dimensione sociale e pubblica della nostra felicità Le sette leve dell’economia civile possono ricomporre le diverse felicità frammentate in un’unica integrale orientata al Bene Comune

 

-di LEONARDO BECCHETTI e LORENZO SEMPLICI

 

Lo studio presentato nel terzo capitolo della settima edizione del Rapporto sul BenVivere e la Generatività dei Territori (Aree Vaste) – nato da un’idea di Federcasse BCC-CR, realizzato con il coordinamento scientifico di NeXt Nuova Economia per Tutti per il Festival Nazionale dell’Economia Civile ed edito ECRA, – individua le 7 leve dell’economia civile dimostrando come le stesse contribuiscano alle felicità (soddisfazione di vita, senso di vita, felicità attiva) e alla partecipazione politica. Le 7 leve dell’economia civile individuate sono: la generatività in atto, le intelligenze multiple (relazionale, emotiva, esistenziale, contempl-attiva sociale e contempl- attiva individuale) e una concezione di rapporti tra libertà individuale ed interesse generale lontana da pulsioni libertarie e legata al personalismo comunitario. Quattro sono i risultati che emergono dall’analisi.

Primo risultato.

La generatività, l’abitudine all’analisi e alla rilettura del contesto (intelligenza contempl-attiva sociale legata al discernimento), l’intelligenza emotiva (capacità di comprendere se stessi, le proprie emozioni, motivazioni e obiettivi, in una logica di empatia, resilienza e visione positiva della vita), l’intelligenza relazionale (capacità di comprendere gli altri, le loro emozioni e motivazioni, in una logica di reciprocità, attitudine al dono, gratuità e riconoscimento), così come il ritenere giusto per l’ordine sociale l’orientare intenzionalmente la propria libertà al perseguimento dell’interesse generale (personalismo comunitario) sono i cinque elementi che consentono di aumentare tutte e tre le forme di espressione e di sviluppo dell’essere cittadini dati dalla: 1) felicità attiva (cioè quella felicità che dipende dalla capacità di procurare la felicità degli altri), che rappresenta la forma di comunità della cittadinanza e la dimensione civile della felicità; 2) soddisfazione di vita, che rappresenta la forma personale/privata e la dimensione edonica della felicità; 3) partecipazione politica, che rappresenta la forma sociale e la dimensione Pubblica della Felicità, necessaria per la cura del Bene Comune: non c’è Bene Comune senza partecipazione.

Secondo risultato.

Sulla dimensione civile della felicità (la felicità attiva) impattano positivamente anche altri elementi che, invece, non incidono sulla dimensione edonica: l’intensità elevata di pensiero/ riflessione/meditazione (intelligenza esistenziale) e l’intensità elevata di riflessione sulle conseguenze delle proprie scelte sul Bene Comune (intelligenza contempl-attiva individuale). Vale a dire che la dimensione della comunità necessita di una capacità di contempl-azione e di discernimento che precede l’azione, di un momento di assunzione di consapevolezza. La dimensione della comunità presuppone lo sguardo introspettivo proiettato verso l’esterno. Cosa che non è necessaria nella dimensione personale/ privata (edonica), che ad oggi risulta essere quella prevalente.

Terzo risultato.

L’approccio del liberalismo impatta solo proprio sulla dimensione rilevante ad oggi (la soddisfazione di vita), mentre l’approccio collettivista solo sulla dimensione pubblica (la partecipazione politica). Al contrario, l’approccio del personalismo comunitario impatta su tutte le dimensioni (edonica, civile e pubblica), ed è l’unico approccio che contribuisce alla forma di espressione e di sviluppo dell’essere cittadini che oggi è maggiormente in crisi: la dimensione comunitaria, data dalla Felicità Attiva.

Quarto risultato.

Sul Senso di Vita – dimensione eudamonica della felicità – rimangono valide le evidenze legate al contributo positivo e significativo delle intelligenze relazionale, emotiva, contemplattiva individuale e della generatività. Per quanto concerne invece le intelligenze esistenziale e contempl-attiva sociale, i livelli che risultato significativi sono quelli moderati e non più quelli elevati. Questo perché, altrimenti, si corre rispettivamente il rischio di overthinking - riflessione sì, ruminazione no – e di avvitare le discussioni facendoci percepire il senso di impossibilità e, con esso, la riduzione del nostro senso di vita. Inoltre, per avere un personalismo comunitario capace di impatto positivo e significativo sul senso di vita è necessario che lo stesso sia associato (interagisca) con livelli sopra la media delle intelligenze emotiva e relazionale, questo perché altrimenti si corre il rischio di un disallineamento fra senso di giustizia e senso di vita. Vale a dire che per fare in modo che il senso di giustizia in cui la mia libertà viene intenzionalmente orientata all’interesse generale (personalismo comunitario) non incida negativamente con lo scopo della mia vita è necessario essere dotati di intelligenza relazionale ed emotiva, cioè di quelle intelligenze che consentono di non vivere il senso di giustizia in modo privativo, solo come dovere, ma come ricerca del senso della propria vita.

Lo studio ha quindi messo in evidenza come la nostra felicità sia molto più complessa della sola soddisfazione e di come le 7 leve dell’economia civile possano contribuire, in misura e forme diverse, a ricomporre la felicità frammentata e dicotomica del nostro tempo in una felicità integrale e funzionale al Bene Comune, che è bene di tutti e di ciascuno.

 www.avvenire.it

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venerdì 4 settembre 2020

FRANCESCO: RICOMPONIAMO IL PATTO EDUCATIVO CON IDEE NUOVE

Il Papa firma l'Invito alla lettura del volume "Intorno al fuoco vivo del Sinodo", un testo pastorale curato dal salesiano padre Rossano Sala. "Per il bene delle giovani generazioni", scrive, vanno immaginati percorsi innovativi e inclusivi che aiutino ragazze e ragazzi "a orientarsi in un mondo in rapido cambiamento"

Di seguito il testo integrale dell'"Invito alla lettura" di Papa Francesco che introduce il volume di padre Rossano Sala "Intorno al fuoco vivo del Sinodo - Educare ancora alla vita buona del Vangelo"

Sono contento di poter introdurre il testo Pastorale giovanile 2. Intorno al fuoco vivo del Sinodo. Educare ancora alla vita buona del Vangelo del caro padre Rossano Sala, Salesiano di don Bosco.

Lo faccio con piacere, come gesto di sincera riconoscenza per il lavoro che — insieme al padre Giacomo Costa sj — ha svolto al Sinodo sui giovani in qualità di Segretario Speciale. Ricordo molto bene il primo giorno dell’Assemblea sinodale, il 3 ottobre 2018, quando dicevo che nel lavoro di preparazione ci avevano lasciato la pelle!

E come alla fine di quella intensa esperienza, il  27  ottobre,  concludevo  affermando  che  ci  avevano  lasciato  anche  le  ossa,  dopo quel mese di duro lavoro! È vero, si sono impegnati tanto per preparare, accompagnare e portare a compimento questo importante processo ecclesiale dall’inizio alla fine. Grazie tante, grazie davvero!

Vorrei approfittare di questa bella occasione per confermare e ribadire alcune mie convinzioni in merito al lavoro della teologia, alla necessità di mettersi in discernimento, al Si-nodo sui giovani che abbiamo vissuto e al prossimo evento riguardante il “patto educativo globale”.

Il compito della teologia

Alla domanda di un Dottore della legge, che vuole metterlo alla prova, il Signore risponde con estrema precisione: «“Maestro, nella legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose Gesù: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti”» (Mt 22,36-40).

Nel primo comandamento è espressa una totalità di dedizione a Dio che parte dal cuore, passa per l’anima e arriva all’intelligenza.  Vorrei anzitutto ribadire che  la  laboriosità  teologica, in quanto ricerca di Dio attraverso l’intelligenza, è espressione dell’amore a lui. La ragione è un grande dono di Dio, e nemmeno il più modesto, e penso che oggi più che mai abbiamo bisogno di teologi appassionati di Dio e del suo popolo. Infatti, come si vede dalla risposta del Signore, i due comandamenti stanno o cadono insieme e da essi dipendono le sorti dell’umanità.

La pandemia rende più urgente un Patto educativo globale

Per questo la teologia non può parlare astrattamente di Dio, separandolo dal mondo e dalle persone concrete, ma ha il compito di riflettere sul legame tra lui e gli uomini, offrendo a tutti ragioni di vita e di speranza. Non è un teologo colui che non ama il popolo di Dio, colui che separa il suo lavoro dalla propria appartenenza ai fedeli, credendosi superiore a loro piuttosto che al loro servizio. Invece è assolutamente vero che «le domande del nostro popolo, le sue pene, le sue battaglie, i suoi sogni, le sue lotte, le sue preoccupazioni, possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare se vogliamo prendere sul serio il principio dell’incarnazione» (Messaggio del Santo Padre Francesco al Congresso internazionale di teologia presso la Pontificia Università Cattolica Argentina, 1-3 settembre 2015).

Ogni  buon  teologo,  come  ogni  buon  pastore,  dovrebbe  avere  addosso  l’odore  delle  pecore.  Perché «teologia  e  pastorale  vanno  insieme.  Una  dottrina  teologica  che  non  si  lascia orientare e plasmare dalla finalità evangelizzatrice e dalla cura pastorale della Chiesa   altrettanto  impensabile  di  una  pastorale  della  Chiesa  che  non  sappia  fare  tesoro  della  rivelazione e della sua tradizione in vista di una migliore intelligenza e trasmissione della fede» (Incontro con la comunità accademica del Pontificio Istituto “Giovanni Paolo ii” per Studi su Matrimonio e Famiglia, 27 ottobre 2016).

L’intenzionalità pastorale è un elemento trasversale di ogni riflessione teologica. D’altra parte il teologo non lavora per sé stesso in forma autoreferenziale, ma sempre si impegna per edificare la Chiesa, per dare a tutti i membri del popolo di Dio un pasto solido, tenendo insieme con saggezza l’avventura della ricerca e il compito di alimentare la fede del popolo: per questo «il teologo deve andare avanti, deve studiare su ciò che va oltre; deve anche affrontare le cose che non sono chiare e rischiare nella discussione. Questo però fra i teologi. Ma al popolo di Dio bisogna dare il “pasto” solido della fede, non alimentare il popolo di Dio con questioni disputate. La dimensione di relativismo, diciamo così, che sempre ci sarà nella discussione, rimanga tra i teologi, ma mai portare questo al popolo, perché allora il popolo perde l’orientamento e perde la fede. Al popolo, sempre il pasto solido che alimenta la fede» (cfr. Discorso ai membri della Commissione Teologica Internazionale, 29 novembre 2019).

Il testo che sto qui presentando, proprio perché è il frutto di un inestricabile intreccio tra riflessione teologica e esperienza pastorale, è più che raccomandabile. Certamente a partire dai contenuti dei singoli saggi, che il lettore potrà personalmente apprezzare, qui viene offerto soprattutto un modo di procedere adeguato per fare teologia nel nostro tempo.

La necessità del discernimento

Certo, passiamo ora al “nostro tempo”, quello che stiamo vivendo, l’unico che ci è dato da vivere. Sono convinto: stiamo vivendo dentro un “cambio d’epoca” del tutto speciale, che implica la maturazione di stili relazionali appropriati e di competenze specifiche. Direi che le due parole chiave sono “ascolto” e “dialogo”.

Sono sempre impressionato dalla capacità di ascolto di Gesù. Nell’episodio dei discepoli di Emmaus, che ha guidato tutto il percorso del Sinodo sui giovani, Gesù all’inizio fa una semplice domanda e poi sta in silenzio e ascolta. Ascolta il cuore dei due discepoli delusi, si fa attento ai loro ragionamenti, entra in empatia con i loro affetti. Se Gesù è davvero, come dice l’Evangelii nuntiandi, «il primo e più grande evangelizzatore» (n. 9), allora dobbiamo imparare da lui. Soprattutto oggi è più che mai necessario entrare in onesto ascolto delle gioie e delle fatiche di ogni membro del popolo di Dio e soprattutto di ogni giovane. Sull’ascolto la Chiesa nel suo insieme deve ancora lavorare tanto, perché troppe volte, anziché “esperti di umanità”, passiamo per essere considerati persone rigide e incapaci di ascolto.

All’ascolto segue il dialogo. Esso nasce dalla convinzione che nell’altro, in colui che ci sta di fronte, ci siano sempre delle risorse di natura e di grazia. Che la vita sia sempre una questione di scambio di doni, di dare e ricevere, di contraccambiare. È la legge della generosità e del dono: siamo amati per primi ma siamo chiamati a nostra volta ad amare, creando così un circolo di alleanze sempre più grandi e positive. E il dialogo è lo stile che esalta la generosità di Dio, perché riconosce che la sua presenza è in ogni cosa e che quindi bisogna trovarlo in ogni persona, avendo il coraggio di darle la parola. Era la grande convinzione di don Bosco, per il quale anche nel giovane più povero ed emarginato ci sarebbe stato sempre un punto accessibile al bene e una possibilità di realizzare qualcosa insieme. Perché? Perché l’amore di Dio non abbandona mai nessuno. Non dimentichiamolo mai!

Ascolto e dialogo devono fiorire in una rinnovata capacità di discernimento. Non si tratta di trasformare ogni membro del popolo di Dio in un Gesuita! Per qualcuno il pressante invito al discernimento sarebbe una moda di questo pontificato, destinata a passare presto. Non è così, perché se diamo uno sguardo alla storia della Chiesa, nei grandi momenti di cambiamento sono emerse persone o gruppi che hanno vissuto un vero discernimento nello Spirito. Hanno individuato vie d’uscita inedite, strade nuove mai battute.

Questa è anche la nostra epoca. Pensate solo — oltre alla rivoluzione digitale in atto, alla profonda crisi ambientale, al dramma delle migrazioni, alla piaga degli abusi, per citare solo alcuni dei più visibili fenomeni di questo inizio del terzo millennio — al tempo di pandemia che stiamo vivendo. Un tempo a cui nessuno avrebbe mai pensato solo qualche mese fa, che ha trasformato l’esistenza di tutti e che non sappiamo bene dove ci porterà. Tutto ciò ci invita a fare discernimento per garantire la prossimità con il popolo di Dio, per riformare l’economia e la finanza, per escogitare nuove forme di solidarietà e servizio. Come potrem-mo rispondere a tutto questo senza un adeguato discernimento? Certamente rischieremmo di soccombere all’ultima moda del momento, oppure ci rifugeremmo in pratiche del passato incapaci di intercettare la situazione singolare degli uomini e dei giovani d’oggi.

La forza della sinodalità

E arriviamo al Sinodo dei giovani. Mi è molto piaciuta l’immagine di questo processo come di un fuoco che pian piano è divampato. Richiama il grande desiderio del Signore: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). È il fuoco dell’amore di Dio certamente, quello che illumina e scalda ogni uomo. Ritrovarsi intorno al fuoco vivo del Sinodo significa riconoscere che questo evento è stato generativo ed è destinato a portare frutti abbondanti per il bene di tutti i giovani, nessuno escluso.

Anch’io ho desiderato ardentemente il Sinodo sui giovani.  Era un’aspirazione della Chiesa intera, che io ho fatto volentieri mia dopo l’esperienza dei due Sinodi sulla famiglia ed in continuità con essi. Abbiamo vissuto una straordinaria avventura insieme a tanti giovani. In vari contributi del testo di padre Sala è presente la convinzione che le due grandi colonne del Sinodo siano state il “discernimento” — di cui abbiamo già parlato sopra — e la “sinodalità”, che pian piano si è imposta alla nostra attenzione. Sono anche io convinto che i giovani abbiano aiutato la Chiesa a riscoprire la sua natura sinodale, perché ci hanno chiesto in mille modi di camminare al loro fianco: né dietro di loro né davanti a loro, ma al loro fianco! Né sopra di loro né sotto di loro, ma allo stesso loro livello!

In questi anni ho insistito molto sul tema della “sinodalità”, perché abbiamo un urgente bisogno  di  riscoprire  che  la  grazia  battesimale  è  la  piattaforma  fondamentale  della  vita  e  della missione cristiana. Ed è per mezzo di questa grazia che ciascuno è chiamato ad essere un “discepolo missionario”.  Non sono cose nuove, ma conseguenze chiare del Concilio Vaticano ii che purtroppo facciamo ancora fatica a fare nostre. Ne sono proprio convinto e lo voglio ripetere ancora una volta: «Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (cfr. Discorso per la Commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015)!

Per questo, dopo un adeguato discernimento, il 7 marzo scorso è stato annunciato il tema della xvi Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si terrà nel mese di ottobre del 2022: “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. Penso che sia la giusta e coerente continuazione del Sinodo sui giovani, in cui ci è stato chiesto di annunciare il vangelo attraverso la fraternità, perché i giovani ci hanno ricordato che uno solo è il nostro Maestro e noi siamo tutti fratelli (cfr. Mt 23,8).

Il patto educativo globale

La sinodalità ci porta direttamente verso l’educazione. Certo, perché l’educazione non è uno sport individuale, ma di squadra! Tutti sono consapevoli che ci vuole un villaggio per educare, che sono necessarie molte alleanze per far crescere una persona in forma sana e integrale. Lo sapeva molto bene don Bosco, che prima di tutto ha pensato alle case salesiane come ad ambienti di famiglia dove ognuno poteva sentirsi a casa propria dentro un  aambiente ricco di proposte coinvolgenti: un vero “ecosistema educativo” a misura di ragazzo, di adolescente e di giovane! Lo sappiamo dall’esperienza familiare e da quella sportiva, da quella scolastica e universitaria e da quella sociale, e così via: quando noi adulti non andiamo d’accordo l’educazione si blocca, le persone non maturano e tutto diventa difficile.

Purtroppo non possiamo negare che «oggi è in crisi, si è rotto il cosiddetto “patto educativo”; il patto educativo che si crea tra la famiglia, la scuola, la patria e il mondo, la cultura e le culture.  Si è rotto e rotto davvero; non si può rincollare o ricomporre.  Non si può rammendare, se non attraverso un rinnovato sforzo di generosità e di accordo universale» (Discorso ai partecipanti al Convegno sul tema “Education: the global compact” organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, 7 febbraio 2020). Che cosa significa questo? Che ci vuole qualcosa di nuovo, che le diverse istituzioni con umiltà devono cercare vie di riconciliazione per il bene delle giovani generazioni, che tutti gli uomini di buona volontà sono chiamati a ritornare a fare squadra in vista di una rinnovata responsabilità verso i più piccoli e i più poveri.

A partire dalla duplice constatazione della rottura del “patto educativo” e della necessaria “sinodalità” ho sentito il bisogno di promuovere la Giornata per il Patto educativo globale: si tratta di «un appello rivolto a tutti coloro che hanno responsabilità politiche, amministrati-ve, religiose ed educative per ricomporre il “villaggio dell’educazione”. Il trovarsi insieme non ha l’obiettivo di elaborare programmi, ma di ritrovare il passo comune “per ravvivare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta e inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione”» (dal Discorso ai partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per l’Educazione Cattolica, 20 febbraio 2020). Questa giornata era prevista per il 14 maggio 2020, ma a causa della pandemia in atto è stata spostata al prossimo 15 ottobre 2020.

Penso che il testo di padre Sala sarà di grande utilità per l’evento del “patto educativo globale”, perché è una miniera di riflessioni, esperienze e proposte a cui poter attingere a piene mani. A partire dalle “cinque costellazioni”, c’è solo l’imbarazzo della scelta!

Concludo, dopo aver espresso alcune mie convinzioni, rinnovando il mio ringraziamento. Il testo che avete tra le mani è davvero interessante e opportuno per questo tempo. Dicevo scherzando a padre Sala che è un “mattone”, nel senso che è un testo denso, ricco e corposo. Ma noi tutti sappiamo che le case salde e sicure si costruiscono sulla roccia e con i mattoni, e non sulla sabbia e con i cartoni!

Per accendere un fuoco che duri nel tempo non basta la paglia, ma ci vuole legna ben stagionata.  Per crescere non bastano merendine stracolme di conservanti, ma serve cibo sano e nutriente. Così anche il pensiero ha bisogno di solidità, soprattutto in questo tempo assai liquido, dove tutto passa con estrema facilità e superficialità. Penso che don Bosco sarà contento di quest’opera, che certamente potrà aiutare tanti ad entrare nello spirito del Sinodo sui giovani e a orientarsi in un mondo in rapido cambiamento.

Colgo anche l’occasione per ringraziare tutti i Salesiani di don Bosco e tutti i membri della Famiglia Salesiana per il loro impegno educativo e pastorale, soprattutto a beneficio dei giovani più poveri e abbandonati. Vorrei dirvi di andare avanti con coraggio, perché la missione salesiana è più attuale che mai. Il Papa è con voi!

Avrei voluto tanto venire a Torino-Valdocco per incontrare i membri del Capitolo Generale 28, lo scorso mese di marzo.  Non ho potuto farlo per via della pandemia in atto.  Certamente troveremo qualche altra occasione per incontrarci.

Vi chiedo infine di non dimenticarvi di pregare per me; lo farò volentieri per voi.

 

martedì 5 aprile 2011

UNA SCUOLA PROTAGONISTA E PROMOTRICE DI VITA BUONA


Intervento di Sergio Paronetto, vice presidente nazionale di Pax Christi al Convegno dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici della provincia di Ragusa il 27 marzo 2011
Leggi: Una scuola protagonista e promotrice di vita buona

giovedì 27 gennaio 2011

IL BENE E' LA PRIMA PAROLA DELL'ETICA

Il tema delle virtù richiama all'importanza della cura di sè e della formazione del proprio essere....  Oggi molti sono disorientati. Ciò dipende dalla crisi della morale nell'epoca postmoderna. Urge un nuovo ethos per evitare il collasso sociale.
Intervista al filosofo Antonio De Re, componente il Comitato nazionale  per la bioetica.

Leggi: Le parole dell'etica

venerdì 31 dicembre 2010

BUON ANNO! Auguri per una vita buona


Che cosa augurare per l’anno nuovo se non il viver bene? Ne siamo tutti convinti, ma non sempre concordiamo sul significato di vita buona.
Se dovessimo fare un’indagine, avremmo molteplici, e talora contrastanti, idee a proposito: dalla montagna di soldi, al benessere fisico, all’amante di giornata, al successo televisivo, a una splendida carriera, alla serenità, al posto di lavoro, al generoso servizio verso il prossimo, alla sopraffazione dell’avversario di turno e a tant’altro ancora. Di certo, ci sono molta insicurezza e tanto disagio in giro, causati dall’incertezza del futuro e da altri problemi che la vita quotidiana ci pone, e talora l’idea di una buona vita è confusa e mutevole. Talora può sembrare una chimera. ....

Leggi:  AUGURI PER UNA VITA BUONA

lunedì 1 novembre 2010

EDUCARE ALLA VITA BUONA DEL VANGELO * Orientamenti pastorali per il prossimo decennio

Dopo che Benedetto XVI nel gennaio 2008 aveva indirizzato una Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, il cammino della Chiesa italiana per il decennio 2010- 2020 avrà come tema: «Educare alla vita buona del Vangelo». Ecco il testo dei tanti attesi Orientamenti pastorali, in cui i Vescovi tracciano concretamente il cammino per il prossimo decennio. Tutte le componenti della Chiesa italiana (famiglie, parrocchie, scuole, scerdoti, religiosi, laici…) sono invitate a una sorta di alleanza educativa per trasmettere alle nuove generazioni la vita buona, vera e giusta del Vangelo.

«Educare alla vita buona del Vangelo significa, infatti, in primo luogo farci discepoli del Signore Gesù, il Maestro che non cessa di educare a una umanità nuova e piena. Egli parla sempre all’intelligenza e scalda il cuore di coloro che si aprono a lui e accolgono la compagnia dei fratelli per fare esperienza della bellezza del Vangelo»

CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, € 1,50

martedì 26 ottobre 2010

EDUCARE ALLA VITA BUONA: famiglia e scuola ci provano insieme

Cari amici,
vi segnalo che che il prossimo appuntamento online del laboratorio Copercom “Animatori Cultura e Comunicazione” è in programma mercoledì 27 ottobre alle ore 21. In studio avremo ospite Davide Guarneri, presidente nazionale dell’AGE (Associazione Italiana Genitori), che interverrà sul tema: “Educare alla vita buona. Famiglia e scuola ci provano insieme”. L’incontro si terrà alla vigilia della presentazione degli orientamenti pastorali della CEI per il decennio 2010-2020. Il tema proposto può essere letto da diversi punti di vista: l’obiettivo della serata è quello di affrontare l’argomento dal versante della comunicazione, con particolare attenzione alla sfida che i media lanciano ogni giorno all’educazione.
All’inizio del collegamento, prima del dibattito con l’ospite della serata aperto agli interventi dei partecipanti, verranno proposte immagini e parole riprese dalla catechesi che il Papa tiene ogni mercoledì. Il materiale audiovisivo è trasmesso in collaborazione con Tv2000. Seguirà una rassegna stampa e un breve commento.
Alla consueta modalità di accesso in “area riservata” che consente di interagire via chat con il relatore, vi ricordo la possibilità di seguire la diretta aperta a tutti e senza previa registrazione dal sito del Copercom.
Vi preghiamo dare la massima rilevanza all’iniziativa. In allegato il comunicato stampa che, se vorrete, potete caricare sui vostri siti. È inoltre possibile inserire il link alla diretta (www.copercom.it).

Ringraziando per l’attenzione, vi saluto cordialmente.

Riccardo Benotti
(coordinatore)