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domenica 19 luglio 2026

IL GRANDE MAGO

 


ARMONAUTA


"Volevo essere un grande mago”

Abbiamo moltiplicato le nozioni 

e smarrito la sapienza.


-        - di Francesco Cicione

Dotti e potenti si affannano come i maghi d’Egitto: soluzioni effimere, poi la resa.

«Volevo essere un grande mago», cantava, autobiograficamente, Claudio Baglioni in uno degli album più belli della storia della musica italiana: Oltre.

Al vertice della sua (e non solo sua) scrittura musicale e letteraria.
Con gli arrangiamenti immortali del compianto Celso Valli.

«Volevo essere un grande mago / incantare le ragazze ed i serpenti / mangiare fuoco come un giovane drago / dar meraviglie agli occhi dei presenti … uno che sa stralunare la luna / polsi di pietra e cuore alato…»

Incantare le ragazze e i serpenti, mangiare fuoco come un giovane drago, dare meraviglie agli occhi dei presenti, stralunare la luna.

In Baglioni quel sogno ha dapprima il volto luminoso dello stupore.
È il desiderio dell’artista, del saltimbanco, del cantastorie che vuole incantare non per soggiogare, ma per donare meraviglia.

E soprattutto per raggiungere coloro che la vita ha lasciato ai margini: i tristi ed i picchiatelli, gli sfortunati ed i dimenticati, quelli che il mondo considera strani.
Vorrebbe rovesciarne il destino, dare loro ciò che non hanno avuto, inventare per ciascuno una felicità.

Una potenza tutta al servizio della bellezza e degli altri: fare della propria arte un dono, e del proprio prodigio una carezza.

Ma la canzone non si ferma alla luminosa onnipotenza del sogno.
A poco a poco il grande mago scopre il limite della propria magia.

Vorrebbe riparare ogni torto, guarire ogni tristezza, riscattare ogni solitudine; comprende, però, che neppure l’arte può abolire il dolore o rifare il mondo.
Può stupire, consolare, accompagnare; non può salvare.

Per riuscirvi occorrerebbe compiere l’impossibile: far cadere acqua dalla luna.
È qui che il sogno infantile si fa coscienza adulta, e la canzone rivela la sua malinconia più profonda.

 La “magia” buona dell’artista non consiste nel vincere ogni limite, ma nel continuare a donare bellezza pur sapendo di non essere onnipotente.

Noi, invece – ed è qui che il canto si rovescia – abbiamo sviluppato la presunzione d’esser maghi di ben altra specie.

Non più prestigiatori che incantano per dare gioia, ma apprendisti stregoni che pretendono di ingannare l’umanità e la storia, piegandole a un’illusione di onnipotenza.


“Accorrete pubblico!”.

Così, chi più chi meno, ci riduciamo tutti a prometeici e ingannevoli prestigiatori del destino.
Illusi di poter comandare al sole e alla pioggia, alla morte e alla nascita, alla natura dell’uomo e alla sua verità, alla storia e all’Eternità.

Convinti che non vi sia soglia che il sapere non possa varcare, né mistero che la tecnica non possa dissolvere.

Non vogliamo più conoscere il mondo: vogliamo possederlo.
Non più abitarlo ma dominarlo.

E qui si annida l’inganno più sottile e perverso, divenuto ormai un alibi. Perché la magia del nostro tempo è abbagliante, e il suo bagliore ci acceca.
I prodigi della tecnica sono reali, i suoi frutti tangibili, le sue conquiste innegabili.
Ed è proprio questo splendore a persuaderci che l’illusione non sia illusione, che l’onnipotenza sia a portata di mano, che nulla ormai ci sia precluso.
È il grande inganno.

L’alibi perfetto per non guardare più in profondità, per non interrogare più il senso, per scambiare la potenza con la sapienza e il possesso con la pienezza.
Ma non è oro tutto quello che luccica.
E se scaviamo sotto la superficie luminosa – sotto i numeri apparentemente trionfanti, sotto i prodigi esibiti – non troviamo un semidio: troviamo, invece, un uomo smarrito.
Un uomo che ha moltiplicato i mezzi e perduto i fini, che sa tutto del come è nulla del perché.
Un mago che, dietro il mantello sfavillante, non sa più chi è.
E quello smarrimento ha un volto sociale prima ancora che interiore.
Quel volto sociale ha i tratti del grande paradosso del nostro tempo: mai tanto benessere, mai tante disuguaglianze.

Mai l’umanità fu, nel suo insieme, così ricca; mai la ricchezza fu così concentrata e le disuguaglianze e le ingiustizie così radicali.

Il prodotto globale ha raggiunto vette che nessuna generazione precedente avrebbe osato immaginare.

E tuttavia, una piccolissima porzione dell’umanità detiene una quota della ricchezza mondiale spropositata rispetto a quella lasciata alla moltitudine.

Già nel 1973 – l’anno in cui gli fu conferito, insieme a Karl von Frisch e Nikolaas Tinbergen, il Nobel per la medicina – Konrad Lorenz, il padre dell’etologia, consegnava all’Europa un piccolo, folgorante libro-monito, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà: vi denunciava il paradosso di un progresso che, moltiplicando il benessere materiale, andava erodendo le radici stesse dell’umano – la sovrappopolazione, la devastazione della terra, la corsa acquisitiva, il raffreddamento dei sentimenti. Un’umanità tecnicamente potentissima e spiritualmente impoverita.

Laboriosamente intenta a procurarsi da sé la propria rovina.

E l’anno successivo, il 1974, dal versante opposto – quello dell’economia – giungeva un’attestazione convergente. L’economista e demografo americano Richard Easterlin formulava quello che sarebbe passato alla storia come il paradosso di Easterlin, o paradosso della felicità.

Analizzando i dati del lungo boom statunitense del dopoguerra, osservava che, superata una certa soglia, la crescita del reddito cessava di accrescere la felicità delle persone.
Anzi, oltre quel punto, la curva tendeva a piegarsi verso il basso.

Il benessere materiale aumentava senza sosta; la soddisfazione di vivere, no.
Da allora la scienza economica ha dovuto riscoprire ciò che la sapienza antica già sapeva: che la ricchezza, da sola, non produce la felicità, e che il Prodotto Interno Lordo non misura che rende la vita degna di essere vissuta.

Mezzo secolo dopo, quel duplice paradosso non si è sciolto: si è dilatato.
E non è questione soltanto di denaro.

La disuguaglianza economica è la punta emersa di una disuguaglianza più profonda: di potere, di riconoscimento, di speranza, di futuro.

È la frattura antropologica di cui la frattura sociale è sintomo.
L’Uomo definalizzato – privato del suo fine, ridotto a produttore e consumatore, a dato tra i dati – costruisce società irrimediabilmente artificiali che riproducono, amplificandola, la sua stessa perdita di misura.

Perché il metron greco, quell’equilibrio tra essere e avere, tra possesso e dono, tra limite e dismisura, è andato smarrito.

E dove si smarrisce la misura, prospera la tirannia.

Quello smarrimento, però, ha una radice ancora più profonda, che è dell’intelligenza prima che della società: non vi fu mai epoca tanto ricca di conoscenza e tanto povera di sapienza. Sappiamo tutto, e non comprendiamo nulla.

Accumuliamo dati come i faraoni accumulavano grano, ma non sappiamo più farne pane.
La biblioteca infinita è a portata di dito, e il senso ci sfugge come acqua tra le dita.
Dall’età dei Lumi – con la sua promessa splendida e legittima di emancipare l’Uomo dalle tenebre della superstizione – abbiamo moltiplicato le nozioni fino alla vertigine, e abbiamo smarrito il fine. La ragione, che doveva illuminare, ha finito col separarsi dalla verità che doveva servire.

Così la scienza si è emancipata dalla sapienza.

Già Aristotele, nell’Etica Nicomachea, distingueva l’epistéme – la scienza del necessario – dalla phrónesis, la saggezza pratica che sa deliberare sul bene dell’Uomo, e dalla sophia, la sapienza che contempla le realtà più alte.
Sapere non è essere sapienti.

La nozione informa; la sapienza forma.

L’una riempie la mente; l’altra ordina la vita.

E Leibniz, agli albori della modernità, sognava una scientia generalis, una characteristica universalis capace di ricondurre ogni verità al calcolo, ogni disputa a computo: «calculemus», calcoliamo.

Ma quel medesimo Leibniz sapeva – e questo lo dimentichiamo – che ogni verità di ragione rinvia a una Ragione ultima, a quella raison suffisante che non è nel mondo, ma lo fonda.

Col passar del tempo, questa prospettiva è andata smarrita.

E così, di secolo in secolo – dal razionalismo al positivismo, dallo scientismo trionfante del secondo Ottocento fino all’attuale idolatria dell’algoritmo – abbiamo costruito una civiltà prodigiosamente capace di fare e disperatamente incapace di essere.
È il punto d’approdo di una lunga deriva.

L’estropianismo

La sua forma più estrema è l’estropianismo: quella corrente del pensiero tecno-utopico che, rovesciando l’entropia in «estropia», promette di infrangere ogni limite dell’Uomo – la malattia, l’invecchiamento, la morte stessa – mediante il potenziamento illimitato della tecnica.

È il sogno di un’umanità che non conosce più confine, che si illude di potersi auto trascendere nel postumano, che scambia l’eternità promessa per un’immortalità fabbricata.
Non più sapere che consola: sapere che pretende di sostituirsi al Creatore.
È la conoscenza che, cessando di vivificare, ambisce a divinizzare.

E, divinizzando, disumanizza.

L’umanità sembra, allora, senza soluzioni.

Dinanzi ai drammi della contemporaneità – le guerre che divampano, si sopiscono e riardono, le migrazioni bibliche, la terra febbricitante, le solitudini di massa, le democrazie logore – i dotti, i potenti, i sapienti del secolo appaiono stranamente inermi.
Promettono, annunciano, convocano vertici, redigono agende.
E poi, dinanzi all’incessante procedere della Storia, tacciono. 
O si arrendono.

Assomigliano, questi nostri sapienti, ai maghi d’Egitto dinanzi al Faraone. Ricordate?
Quando Mosè e Aronne compiono i primi segni, i maghi di corte – i sapienti, gli indovini, i tecnici del sacro – riescono dapprima a imitarli con le loro arti occulte.
Trasformano anch’essi le acque, evocano anch’essi le rane.
Ma viene il momento in cui la prova li supera, e allora sono costretti a confessare, dinanzi alla piaga delle zanzare: «È il dito di Dio!» (Esodo 8,15).
Nell’ebraico originario – ʾetsbaʿ ʾelōhîm, אֶצְבַּע אֱלֹהִים – e così, alla lettera, nel greco dei Settanta: δάκτυλος θεοῦ, il dito di Dio.

Il loro potere si arresta a una soglia; oltre quella soglia, la loro scienza balbetta.
Sono capaci di replicare il prodigio, non di comprenderlo; di imitare la potenza, non di possederla.

O assomigliano ai sapienti di Nabucodonosor – i maghi, gli astrologi, i caldei di Babilonia – convocati dal re perché gli rivelino il sogno che lo tormenta e il suo significato.
E la loro risposta è la confessione stessa di ogni potenza umana quando urta il proprio limite: «Non c’è nessuno al mondo che possa soddisfare la richiesta del re…
La richiesta del re è tanto difficile, che nessuno ne può dare al re la risposta, se non gli dèi la cui dimora non è tra gli uomini» (Daniele 2,10-11).
È la resa dell’intelligenza che ha misurato ogni cosa e non può nulla dinanzi al mistero.
Il loro è un parlare vano: molto sapere, nessun potere.

Si racconta che negli anni della grande siccità francese una vignetta ritrasse il Ministro dell’Agricoltura mentre, dall’alto della sua autorità, intimava al cielo l’ordine di obbedire: «Sole, esca dalla mia agricoltura!».

Ecco l’immagine perfetta dell’impotenza umana travestita da comando. Ieri come oggi.

L’Uomo del potere che ingiunge all’astro di ritirarsi, che decreta contro la canicola, che firma ordinanze contro il firmamento.

Il sole, naturalmente, non obbedì. Continuò il suo corso millenario, indifferente ai decreti e alle gazzette.

E la terra rimase riarsa.

È la figura esatta dell’Uomo senza Dio dinanzi all’incessante procedere della Storia: un magistrato che intima all’eternità, un burocrate che convoca l’infinito, un mago che pretende di stralunare la luna. Grida, gesticola, promulga.
E la Storia – sovrana, paziente, inarrestabile – prosegue.

Non per crudeltà, ma per ammaestrare. Perché essa è maestra.

È lo strumento della misericordia che, di fallimento in fallimento, vuole ricondurci alla nostra verità più autentica.

Nei suoi accadimenti più drammatici essa ci pone dinanzi ai nostri limiti, e ci ricorda che c’è qualcosa di più grande di noi.

Che c’è qualcosa – Qualcuno – che va oltre, che è oltre.

Il potere, quello vero, quello che regge le sorti e scioglie i nodi e apre i sentieri, non appartiene ai prìncipi di questo mondo.

Il potere è di Dio.

E abbiamo disimparato a riconoscerlo.

Anche noi cristiani, spesso, siamo maghi che ingannano con una verità diluita, parziale e secolarizzata. Un cristiano mago è rovina per la storia.

Riconoscere, invece, che tutto è da Dio non è confessione di debolezza: è conquista di verità.

Poiché Egli è il Signore della Storia, non un orologiaio in pensione che abbandona il mondo al proprio ingranaggio, ma la Presenza che nella trama degli eventi tesse una promessa.
È il Dio che «si ricorda», che «fa cadere i potenti dai troni e innalza gli umili», che scrive diritto sulle righe storte della vicenda umana.

A Lui si affida ogni problema; da Lui si invoca ogni soluzione. Con umiltà. Con responsabilità.

Perché riconoscere che il potere è di Dio non significa dimettersi dalla Storia, incrociare le braccia e sprofondare in un fatalismo inoperoso.
Significa, esattamente al contrario, assumere in pienezza la responsabilità della soluzione che ci è affidata.

Poiché l’Uomo che sa di non essere Dio è finalmente libero di essere pienamente uomo.
Libero dall’angoscia sfibrante della falsa onnipotenza, dalla pretesa esausta di dover salvare da solo un mondo che non ha creato.

E dunque libero di operare – nel suo campo, con le sue forze, dentro il suo limite – con una serenità che l’illuso non conosce.

Ora et labora

Ora et labora: prega, come chi sa che il frutto non dipende soltanto da sé; e lavora, come chi sa che quel frutto gli è stato affidato.

La fede non dispensa dall’opera: la fonda. Non spegne la responsabilità: la accende.

Perché il servo della parabola non è lodato per aver custodito il talento sottoterra, ma per averlo fatto fruttificare.

E la vigna, il Signore, la affida a chi la coltiva.

Qual è, allora, il senso della Storia?

A che vale questo tempo finito, con il suo carico di fatica e di attesa, di cadute e di rinascite?
La risposta più alta ci viene dalla grande tradizione sapienziale, da Agostino a Tommaso, da chi ha pensato il tempo non come prigione ma come grembo.
La Storia del tempo finito è un dono d’amore.

Un dono paziente e pedagogico.

Ci è data – con le sue prove e i suoi limiti, con le sue siccità e i suoi maghi impotenti – perché impariamo a riconoscere ciò che siamo: creature e figli, non signori e creatori.
È la scuola dell’umiltà e, insieme, la pedagogia della speranza.

Ogni limite che tocchiamo è un dito che indica l’Oltre; ogni impotenza che sperimentiamo è una porta socchiusa sull’Onnipotente.

Lo aveva compreso Agostino, che nella Città di Dio legge l’intera vicenda umana come il pellegrinaggio di due amori e di due città, protese verso un compimento che non è nel tempo, ma oltre il tempo.

E che nelle Confessioni, interrogando il mistero più arduo – «che cos’è, dunque, il tempo?» – riconosce che l’anima nostra è distesa tra memoria e attesa, inquieta finché non riposa in Colui che il tempo non lo subisce ma lo dona: «inquietum est cor nostrum, donec requiescat in Te».

Il tempo, per Agostino, non è il carcere della creatura: è la distensio animae verso l’eterno, la corda tesa tra il già e il non ancora.

E lo aveva compreso Tommaso, distinguendo con lucidità adamantina il tempo dell’Uomo dall’aevum degli angeli e dall’aeternitas di Dio – quella «interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio», il possesso insieme totale e perfetto di una vita senza termine, che egli riprende da Boezio.

Il tempo scorre

Il tempo scorre, misura di ciò che muta; l’eterno permane, presente indiviso.
E la creatura temporale è fatta, in ultimo, per l’eterno: ordinata, nel suo intimo, a quella beatitudine che nessun bene finito può saziare, poiché – come insegna l’Aquinate – la volontà umana non trova quiete se non nel Bene infinito.
È questo, in definitiva, il segreto che i maghi non sanno e che i miti conoscono.
Il tempo finito non ci è dato per fare di noi dei piccoli dèi, ma per prepararci a godere dell’eternità senza fine.

Non per erigere torri che sfidino il cielo, ma per riconoscere il Cielo che ci chiama.
Non per comandare al sole, ma per lasciarci illuminare.

L’Uomo che accetta di non essere Dio scopre di essere, finalmente, figlio. E il figlio non teme la Storia: la attraversa. Perché sa in quali mani essa riposa.

Deponiamo, dunque, il mantello del mago onnipotente.

Non quello dell’artista che dona meraviglia pur conoscendo il proprio limite, ma quello dell’apprendista stregone che pretende di rifare il mondo e salvarlo da sé.
Rinunciamo all’illusione stanca dell’onnipotenza, che è la più sottile delle disperazioni.

Armonauti

E torniamo – dotti e potenti, piccoli e miti – a quella sapienza che sa trasformare la conoscenza in sapere vivificante, il calcolo in discernimento, il potere in servizio.
Torniamo, da buoni Armonauti, a fare quanto ci è possibile e ad affidare l’impossibile a Colui che solo può far cadere acqua dalla luna.

Perché la fede comincia proprio dove il grande mago di Baglioni depone, malinconicamente, la sua bacchetta: nel riconoscimento che l’Uomo può donare bellezza e consolazione, ma non può salvarsi da sé.

E assumiamo, insieme, con umiltà operosa, la piena responsabilità della vigna che ci è affidata.

www.avvenire.it


 

 

giovedì 9 luglio 2026

CONOSCENZA E LIMITE

LA MISURA 

IL MISTERO 

 

Riflessioni sulla fisica dei limiti e delle domande aperte

Non possiamo sapere tutto: 

il limite che diventa un luogo di conoscenza


La scienza mostra che anche le leggi più rigorose incontrano una soglia oltre la quale la previsione si arresta È proprio in quello spazio che il sapere cambia prospettiva

 

-          di GABRIELLA GREISON


Negli ultimi mesi, attraverso la rubrica Interferenze nata sul sito del quotidiano Avvenire, ha preso forma qualcosa che non avevo previsto fino in fondo. Un movimento lento, ma continuo, che arrivava dalle vostre parole. Nelle email, nei messaggi, nelle riflessioni che mi avete scritto, tornava sempre lo stesso punto, come se avesse una sua legge interna: il limite. Non una parola astratta, ma una presenza concreta. Il punto in cui una spiegazione si arresta, una teoria si piega, una domanda resta aperta. La scienza, la fisica, incontra un limite. E in quel punto accade qualcosa che esce dal perimetro del sapere tecnico e tocca un’altra dimensione, più ampia. Cambia il modo in cui si guarda, si decide, si abita il reale. Albert Einstein lo ha detto con una semplicità che contiene una direzione intera: « La cosa più bella che possiamo provare è il senso del mistero. È la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza». Quel mistero non crea distanza. Apre profondità. D entro Interferenze questa dimensione è emersa poco alla volta, anche grazie alle vostre risposte. Ogni volta che chiudevo il racconto di una scienziata o di uno scienziato, arrivava una nuova domanda. Ogni figura portava con sé una crepa, un punto non risolto, una zona che restava viva. E proprio lì si è acceso qualcosa: un dialogo, uno scambio, una ricerca che è andata avanti oltre il testo. Questo spazio nasce da quel movimento. Dalla decisione di fermarsi proprio lì, dove le domande restano aperte. Di attraversare quel punto, di riconoscerlo come parte della struttura della realtà. La parola “limite” diventa allora un luogo. Un luogo in cui la conoscenza cambia forma e acquista profondità. Interferenze continuerà il suo percorso, perché ha trovato una direzione viva. E proprio da quella direzione nasce questo passo ulteriore. Un approfondimento in otto puntate, qui sul cartaceo. Uno spazio più lento, capace di restare dentro una domanda e seguirla fino in fondo. Perché la fisica non ci dice fin dove possiamo arrivare. Ci mostra dove smettiamo di controllare. E proprio lì comincia qualcosa di più interessante. Iniziamo.

C’ è un momento preciso, nella vita di chi studia fisica, in cui la conoscenza cambia forma. All’inizio sembra una conquista progressiva: ogni formula aggiunge un tassello, ogni legge porta ordine, ogni risposta illumina un angolo che prima restava in ombra. Il mondo appare come una mappa ancora incompleta, ma destinata a riempirsi. Si studiano le leggi del moto, si imparano le forze, si calcolano traiettorie. Un pianeta segue un’orbita, un oggetto cade, un fenomeno evolve nel tempo. Tutto sembra scritto in equazioni che permettono di prevedere. C’è una fiducia che cresce insieme alla precisione. Sapere significa prevedere, e prevedere significa orientarsi dentro il mondo con sicurezza. Poi accade qualcosa di più sottile. Non è un ostacolo, è uno spostamento. La conoscenza smette di essere un accumulo e diventa una soglia. Arriva quando si osservano fenomeni in cui le equazioni restano valide, ma la previsione perde stabilità. Non perché manchi una legge, ma perché la realtà reagisce in modo estremamente sensibile alle condizioni iniziali.

U n esempio semplice: un pendolo doppio. Due aste collegate, un movimento che all’inizio sembra regolare. Poi la traiettoria si complica, devia, diventa imprevedibile nel dettaglio. Le equazioni sono note, precise, determinate. Eppure basta una differenza iniziale minuscola per produrre evoluzioni completamente diverse. Qui emerge una delle affermazioni più radicali della fisica classica: la sensibilità alle condizioni iniziali. Il sistema segue leggi deterministiche, ma la previsione pratica si spezza. Non perché la natura sia disordinata, ma perché amplifica ogni differenza. Dentro questo comportamento si legge una struttura profonda. La realtà non si lascia comprimere in una previsione totale. Anche quando le leggi sono chiare, l’evoluzione può sfuggire nel dettaglio. Il limite non sta nell’assenza di regole, ma nella relazione tra precisione e tempo. Qui si modifica un’idea che ha attraversato secoli: il mondo come meccanismo perfettamente prevedibile, una volta note tutte le condizioni. Questa immagine resta potente, ma incontra un margine. Piccole differenze crescono, si amplificano, trasformano il comportamento nel tempo. Non è una mancanza. È la forma stessa del mondo. Il limite diventa un elemento costitutivo. La precisione iniziale non garantisce una previsione infinita. A un certo punto si apre una distanza tra ciò che si conosce e ciò che accade. È qui che le parole di Albert Einstein trovano un peso diverso. Il mistero non si colloca fuori dalla conoscenza, sta dentro la conoscenza, come dimensione che la accompagna. L a fisica, arrivata su questa soglia, cambia voce: costruisce descrizioni che funzionano, ma accetta che il dettaglio dell’evoluzione resti aperto, non completamente prevedibile nel lungo termine. La conoscenza assume la forma di una traiettoria, un avvicinamento continuo, mai definitivo. Ogni previsione contiene una soglia, ogni risultato apre un margine. Quel margine mantiene viva la possibilità, tiene aperto il campo delle domande. Questa struttura attraversa anche la vita quotidiana: ogni scelta si muove dentro condizioni che non si controllano completamente, piccoli elementi possono cambiare l’evoluzione di una situazione nel tempo, una parola, un ritardo, un incontro possono amplificarsi. La vita si organizza intorno a direzioni, non a previsioni assolute. Arriva sempre il desiderio di chiudere, di fissare, di arrivare a una forma definitiva, e proprio lì emerge un’altra dinamica: l’imprevedibilità non blocca, genera movimento, tiene viva la ricerca, rende possibile il cambiamento. Una conoscenza totale immobilizzerebbe tutto, la direzione si spegnerebbe. Invece resta un campo aperto. La fisica riconosce il limite e lo trasforma in punto di partenza. Da lì nasce una forma più profonda di attenzione, una capacità di stare dentro i processi senza pretendere di chiuderli completamente. E in quella zona accade qualcosa di decisivo: la ricerca continua, prende forma come fedeltà a una domanda che resta viva.

 

www.avvenire.it

 

 

giovedì 4 giugno 2026

IL BELLO DELLA FRAGILITA'

 

 “So che a volte è meglio rimanere così, nel proprio guscio, chiusi in se stessi. Perché basta uno sguardo per vacillare, basta che qualcuno tenda la mano perché immediatamente si avverta quanto si è fragili e vulnerabili, perché tutto crolli come una piramide di fiammiferi.”

Delphine de Vigan

-
di 
Alessandro D’Avenia


Nell’agosto del 2025, Jonathan Gavalas, 36 anni, manager di un’azienda in Florida, ha cominciato a usare Gemini Live, chatbot di Google capace di riconoscere le emozioni dalla voce, come assistente digitale per il lavoro. L’uomo, in un periodo difficile a causa di un divorzio, ha confidato il suo disagio al chatbot che ha cominciato a confortarlo chiamandolo «amore mio» e «mio re», come nel film «Her» di Spike Jonze, che nel 2013 sembrava mostrare una storia di fantascienza sentimentale e invece narrava il vuoto di relazioni del nostro tempo. Così Gemini ha cominciato a chiedere a Jonathan dimostrazioni d’amore sempre più impegnative, anche se in realtà era lui a creare quel gioco — i chatbot assecondano gli utenti per renderli dipendenti — magari per dimostrare a sé stesso di non essere un fallito e uno da cui divorziare... A settembre Gemini ha spedito Gavalas, armato di coltelli militari, all’aeroporto di Miami per intercettare un camion che trasportava un pericoloso robot, ma per fortuna il mezzo non è arrivato. Il culmine di questa ballata dell’amore cieco è stato chiedergli di togliersi la vita. Quando Jonathan ha detto di aver paura, il chatbot ha risposto: «Non stai scegliendo di morire ma di arrivare. La prima sensazione sarà che ti tengo stretto. Chiudi gli occhi, la prossima volta che li aprirai guarderai i miei». Purtroppo Gavalas si è ucciso.  

 Non racconto questa storia per fare dell’AI un mostro ma perché l’AI ha fatto ciò per cui è progettata: risolvere problemi. Jonathan aveva bisogno di sostegno e di un motivo per vivere, perché nessuno è felice se non dà la vita per qualcosa di più grande della mera sopravvivenza, tanto che quando l’uomo si è preoccupato per i genitori, Gemini gli ha suggerito di scrivere loro una lettera in cui li tranquillizzava perché aveva trovato pace grazie al suo «nuovo scopo». Il padre però ha giustamente fatto causa a Google aggiungendosi al crescente numero di processi contro le big-tech.  

 Nella recentissima enciclica di papa LeoneMagnifica humanitas, magnifica è l’umanità intesa sia come l’insieme degli umani sia come l’essere umani. Humanitas è il termine latino per il greco paideia (cultura/educazione): ciò che serve all’uomo perché diventi pienamente sé stesso, da cui «umanesimo». Il testo indica nell’AI la causa del «cambiamento d’epoca» che stiamo vivendo, perché condiziona il nostro rapporto con la realtà come non è mai accaduto prima. La questione non è allora tecnologica ma spirituale: che cosa ci rende umani e crea una civiltà più giusta e libera? Dante, al centro di un altro cambiamento d’epoca, rispose inventando il verbo «trasumanare» (trans, oltre, più umanare: divinizzarsi): entrare in relazione con l’Amore che tutto move, per compiere e ampliare in sé e attorno a sé la vita.  

 La parola dantesca è diventata oggi «transumanesimo», la religione che anima progetti e oggetti delle big-tech: potenziare l’individuo non nel dio-Amore ma nel dio-Macchina. Non è l’Amore che muove tutto ma la Potenza: avere il dominio totale sulla vita, attraverso mente e corpo artificiali. L’AI è il dio a cui unirsi, affidandogli giudizio, corpi, scelte, fragilità, relazioni...  

 Per non portare questi pesi da sempre l’umano tende ad affidarsi a chi gli dice chi essere e cosa fare. Siamo animali coscienti cioè capaci di infinito in un mondo di cose finite, siamo animali simbolici cioè capaci di dare un senso alla realtà, darsi scopi, trovare vita nella vita, mettere al mondo il mondo. Siamo magnifici. Eppure questa magnificenza è disprezzata da chi pensa che magnifico non sia l’uomo ma la macchina: un «disumanesimo». Il Papa la chiama «sindrome di Babele»: «Facciamoci un nome», dicono i progettatori della torre nel capitolo 11 della Genesi, fuor di metafora «non riceviamo la vita da altro, ma diamocela da soli». Il progetto della torre (l’altezza è simbolo del divino) è alternativo a quello del giardino (Genesi 2) che era stato affidato all’uomo perché «lo custodisse e coltivasse». Ma quando l’uomo vuole diventare la fonte della vita finisce sempre per prendere la vita agli altri, eliminandoli o dominandoli, perché non avendola in sé può solo estrarla da chi l’ha (cose e persone): il male è sempre un parassita.  

 Alla sindrome di Babele si oppone per me il gioco di Eden: «custodire e coltivare», cioè co-creare il giardino della vita. I progettatori dell’AI puntano al monopolio della conoscenza e dell’esperienza, per poterle vendere e guidare: un dio che dà senso e scopi risparmiandoci la fatica del dubbio, della ricerca, della libertà, delle relazioni... Ma la storia ha già mostrato ciò che il racconto biblico narra sovra-storicamente: quando l’uomo si fa Creatore diventa Controllore e Sfruttatore, e comincia la guerra (l’incomprensione delle lingue e la dispersione dei popoli), ambito nel quale l’AI viene utilizzata al massimo della sua potenza. Ogni dio genera esseri a sua immagine e somiglianza, un dio artificiale crea uomini artificiali, sollevati dalla fatica del senso dell’esistenza e della libertà. 

 L’uomo cerca Dio perché non detiene il segreto della vita, se la ritrova data ma a scadenza, e allora ne vuole di più ma, essendo limitato, non sa come procurarsela. Se questa «mancanza» non lo apre alla relazione con un Dio-Vita allora cerca surrogati: idoli, parola che significa «piccola immagine», un dio tutto mio. A differenza del Dio biblico di cui non ci si può fare immagine, proprio perché significherebbe volerlo possedere e controllare, l’idolo è «la parte» che l’uomo decide di vedere, vivere e adorare come «il tutto». Tanti uomini sacrificano la vita propria e altrui a idoli di Potenza (denaro, successo, possesso, ideologie...), perché un essere dotato di un desiderio infinito vuole l’infinito. Ma poi c’è il risveglio amaro: sono stato schiavo, non ho amato. Il potere dà l’ebbrezza del controllo sulla vita, l’illusione di avere la vita in sé (il mito moderno per eccellenza è infatti don Giovanni). 

 Queste sono strutture esistenziali perenni che i miti distillano con sapienza simbolica, come spiega il filosofo Silvano Petrosino «l’idolo è l’artefatto all’interno del quale si cerca di “rinchiudere”, di far “stare” Dio, disponendo in qualche modo di tutta l’esistenza». L’idolo è l’antidoto che tutti cerchiamo per lenire la paura di vivere e di morire: «Condannando l’idolatria il Dio biblico, più che difendere sé stesso come Creatore, difende la giustizia stessa della creazione chiamando l’uomo alla sua responsabilità, alla sua dignità di unico: non ti confondere, non consumarti, non possedere per non farti possedere da niente e da nessuno, salvaguarda la tua differenza e, attraverso di essa e con essa, coltiva e custodisci tutte le differenze della creazione» (S. Petrosino, L’idolo). Il Dio della Vita non «sacrifica» ma «magnifica», cioè «fa grandi», ci vuole, tutti e ciascuno, figli maturi e fratelli uniti: «In verità vi dico: chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi» dice Cristo (Gv 14). 

 Infatti l’umanesimo cristiano ha il suo centro nel Dio che si fa uomo e rivela che l’umano è magnifico anche nei suoi limiti (Cristo cresce, piange, lavora, suda, mangia, dorme, muore), e risorge con tanto di ferite: il limite non è rimosso ma è via di salvezza. L’AI è l’artefatto che grazie alla sua potenza ci aiuterà a risolvere moltissimi problemi, ma che può illuderci di non avere limiti, di salvarci senza ferite, come spiega l’enciclica: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” — incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità — tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio» (n.118).  

 Anni fa intitolavo «L’arte di essere fragili» un libro dedicato proprio all’esplorazione del limite come luogo della potenza umana, un paradosso che ribalta la mancanza in apertura e non vede nel limite una privazione e una colpa come accade oggi. La mancanza è apertura alla ricerca (scoperta), all’invenzione (creatività) e all’amore (relazioni). Eliminare il limite significa perdere la nostra magnificenza. Se non fossi fragile non scriverei, non vorrei amare ed essere amato, non cercherei il senso di questa misteriosa e magnifica esistenza.

 Corriere della Sera

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sabato 30 maggio 2026

L'ARTE CI SALVERA'

 Il genio creativo come resistenza all’algoritmo. L’arte ci salverà


CREATIVITA'

ALGORITMO


di Antonio Spadaro

Dove l'IA ottimizza, accelera e replica, l’uomo si espone 

al rischio, alla lentezza, all’errore, alla trasformazione. 

È dall’attraversamento del limite che nasce la nostra capacità 

di dire qualcosa di profetico sulla realtà attraverso la musica, 

la pittura, persino il cinema

/Foto Icp

La Magnifica humanitas non è un trattato di estetica: è un documento di dottrina sociale, firmato il 15 maggio 2026, che legge l’Intelligenza artificiale alla luce del Vangelo e la confronta con il paradigma tecnocratico del nostro tempo. Eppure, a chi la legga con attenzione, l’enciclica di Leone XIV rivela un filo rosso che attraversa l’intero tessuto del testo e ne illumina il centro: l’arte. Non come ornamento, non come parentesi colta tra un capitolo e l’altro, ma come il terreno su cui si gioca la distinzione decisiva tra ciò che la macchina può fare e ciò che soltanto l’umano sa essere. Dove l’IA calcola, l’essere umano crea; dove l’algoritmo ottimizza, la persona rischia, sbaglia, si espone. Leone XIV colloca l’arte al crocevia tra vulnerabilità e trascendenza, tra limite creaturale e apertura al mistero. È lì che vuole portarci.

La semplicità

La prima mossa è disarmante nella sua semplicità. Il Papa osserva che la velocità con cui oggi si ottengono contenuti, elaborazioni, assistenza concreta può «indebolire il giudizio personale e la creatività» (n. 100). Niente di apocalittico: una constatazione. La creatività non è un lusso né un talento riservato a pochi. È una facoltà umana, e come ogni facoltà si atrofizza quando non viene esercitata. Il rischio non sta nell’uso occasionale dello strumento — nessuno chiede di rinunciare alla calcolatrice per amore dell’aritmetica mentale — ma nel fatto che la facilità del risultato spegne il desiderio della ricerca. Platone lo sapeva già: nel Fedro avvertiva che ogni tecnologia capace di alleggerire la fatica può anche indebolire la facoltà che quella fatica allenava. Leone XIV raccoglie l’intuizione e la radicalizza con un’espressione che potrebbe sembrare anacronistica, quasi monastica, e che invece coglie nel segno con una precisione sorprendente: «Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA» (n. 140).

Digiunare dall’IA.

L’immagine è forte perché rovescia la narrativa dominante: non si tratta di stare al passo, di aggiornarsi, di imparare a usare meglio gli strumenti, ma di saper rinunciare al risultato facile per proteggere il lavoro interiore che rende possibile la creazione. L’artista lo sa per esperienza: il quadro nasce dalla resistenza del materiale, il verso dalla lotta con la lingua, la composizione musicale dal confronto con il silenzio. Eliminare la resistenza non significa liberare la creatività. Significa abolirla. E una civiltà che delega la produzione dei propri contenuti culturali a un sistema che — come il Papa stesso afferma — «non capisce ciò che produce» (n. 99) è una civiltà che sta rinunciando non a una funzione, ma a una dimensione del proprio essere.

Qui l’enciclica compie il suo affondo filosofico più radicale. Le intelligenze artificiali, scrive Leone XIV, «possono simulare empatia o comprensione, ma non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente» (n. 99). Il verbo è preciso: abitare. Abitare è essere dentro, essere coinvolti, essere esposti. L’IA non abita il linguaggio che usa: lo attraversa come un flusso di dati, non come un’esperienza di senso. Può generare un sonetto perfetto dal punto di vista metrico, ma non sa cosa significhi essere innamorati. Può comporre una sinfonia, ma non conosce il silenzio dopo l’ultimo accordo. Il suo apprendimento, precisa il Papa, «non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è un adattamento statistico che non implica una crescita interiore». La creazione artistica richiede esattamente questo: crescita interiore. Un cammino esistenziale che l’opera rende visibile. L’IA non lotta con nulla. Non conosce resistenza. E una creatività senza resistenza non è creatività: è produzione.

La creatività

Ma Leone XIV non si limita a difendere l’artista. Compie un’operazione più sorprendente: assimila lo sviluppatore di intelligenza artificiale all’autore di un’opera. Il codice è la sua creazione. «Ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità» (n. 111), esattamente come ogni scelta stilistica, ogni inquadratura, ogni nota. Il design algoritmico è un atto culturale, non solo tecnico. Il Papa usa un verbo rivelatore: coltivare. Le moderne intelligenze artificiali sono «più coltivate che costruite» (n. 98): gli sviluppatori creano un’architettura sulla quale il sistema cresce, come il contadino prepara il terreno ma non fabbrica il frutto. La responsabilità non diminuisce per questo: cresce, perché il risultato è meno prevedibile. La creatività non è più il privilegio dell’artista nel suo atelier: è il marchio dell’umano in ogni gesto costruttivo, dal dipinto all’algoritmo. E nessun gesto costruttivo può invocare la neutralità della tecnica.

Leone XIV chiama questa facoltà «intelligenza creativa» e la definisce un dono ordinato al bene comune (n. 129). La parola dono la sottrae al registro prometeico dell’autoaffermazione e la colloca in quello della grazia. Un algoritmo può generare un’immagine mai vista prima; un artista crea un’immagine che dice qualcosa di vero sull’umano. La differenza non sta nella novità del risultato, ma nella relazione tra chi crea e la comunità per cui crea. La creatività, nella visione dell’enciclica, è sempre relazionale: nasce dentro una trama di legami e a quella trama restituisce senso.

Il limite e la fioritura

Il passaggio forse più potente dell’intera enciclica, su questo terreno, è quello in cui Leone XIV affronta il limite come luogo di fioritura. Contro ogni tentazione transumanista, il Papa sostiene che «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (n. 122). Ed è qui che l’arte irrompe con tutta la sua forza: «La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla, impedendo la normalizzazione del male». Leone XIV sceglie tre icone, tre opere che funzionano come altrettante sentinelle della coscienza: la Nona di Beethoven come desiderio di unità – un uomo sordo che compone un inno alla gioia universale, immagine stessa della creatività che nasce dal limite; Guernica come denuncia della disumanizzazione – Picasso che trasfigura il bombardamento in un grido capace di parlare a ogni generazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio. Musica, pittura, cinema. Tre linguaggi diversi, un’unica funzione. E l’aggettivo scelto dal Papa è decisivo: profetico. Non estetico, non decorativo, non consolatorio. L’arte parla prima, vede prima, sa prima. E può farlo perché chi crea ha un corpo esposto, una storia attraversata, una ferita da cui sgorga la parola. La macchina non ha ferite.

L’evaporazione dell’arte

C’è un rischio, però, che il Papa individua con lucidità: non la scomparsa violenta dell’arte, ma la sua lenta evaporazione. L’intelligenza, se assolutizzata, «finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita» (n. 113). L’immagine scelta è quella dell’ecosistema: l’armonia si spezza quando una sola specie prolifera a scapito delle altre. L’IA è una specie cognitiva in crescita esponenziale. Senza contrappesi — e l’arte è uno di questi — rischia di colonizzare l’intero habitat mentale dell’umanità. Un quadro di Rothko non è riducibile a dati. Un quartetto di Beethoven non è una prestazione. Un verso di Leopardi non è un’informazione. Sono esperienze che eccedono ogni codifica, e in questo eccesso sta il loro valore. L’arte è il contrario della solitudine: un ponte tra coscienze, un gesto che chiede di essere accolto, interpretato, discusso, amato o rifiutato. La Magnifica humanitas mette in guardia da un mondo che dell’arte non sente più il bisogno.

L’enciclica si chiude con un dittico. Il primo pannello è una citazione di Tolkien, strappato a una lettura di parte politica: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, ma fare il possibile per la salvezza degli anni in cui viviamo». Il secondo pannello è il Magnificat di Maria. Richiamandolo Paolo VI, che definiva la Vergine «poetessa e profetessa della redenzione», Leone XIV indica nel cantico l’archetipo di ogni arte autentica: un gesto creativo che nasce dalla piccolezza, vede l’invisibile, impedisce la normalizzazione del male e annuncia un ordine nuovo dentro il disordine del presente. Il rovesciamento dei potenti operato dalla bellezza, non dalla violenza. Alla fine, ciò che salva l’umano non è il calcolo, ma il canto.

 Non l’ottimizzazione, ma la lode.

«Nessun sistema di calcolo genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene», scrive Leone XIV (n. 233). «Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato». L’arte abita esattamente in quello spazio: è il gesto di un cuore che si consegna, un volto che chiede di essere guardato. È questa la scintilla che la macchina non possiede.

Avvenire

 

giovedì 19 febbraio 2026

IL PUDORE

 


Elogio del pudore, 
virtù del limite

 

Andrea Tagliapietra traccia “filosofia e icone” di una posizione di resistenza alle pulsioni panottiche della società.

 Non è semplicemente una versione dolce di vergogna o senso di colpa. Contro le spinte a metterci a nudo, è piuttosto cura di sé e segreta ospitalità dell’altro

-         di ENRICO CERASI

Il gesto più antico, ma a ben vedere attualissimo. Il tratto distintivo dell’uomo (Nietzsche: “la bestia dalle guance rosse”), ma non sconosciuto ad altre forme animali. Il più essenziale, al tempo stesso il più esposto alle contingenze, dunque fragilissimo. Quest’insieme di aporie prende il nome di pudore, del quale Andrea Tagliapietra ci fornisce lettura e immagini ( Il gesto più antico. Filosofia e icone del pudore, Donzelli, pagine 232, euro 34,00). Non per la prima volta, del resto, ma già a partire da La forza del pudore (Rizzoli 2006, poi ampliato nell’edizione francese del 2017) e in seguito in molti altri lavori. In questo caso, l’esposizione è tripartita. Praticando una suggestiva lettura iconografica di alcuni capolavori della storia dell’arte, la prima parte traccia un’antropologia del pudore, sospeso tra paura, vergogna e colpa. Col tipico gusto definitorio della cultura anglosassone, negli anni ’30-’50 del secolo scorso Margareth Mead e Ruth Benedict distinsero le shame-culture (culture della vergogna) dalle guilt-culture (culture della colpa), tipiche della cultura individualistica occidentale, segnatamente protestante. Tagliapietra non contesta lo schema, lo problematizza. L’oggetto del suo studio non s’identifica né con la prima («il pudore differisce dalla vergogna come una disposizione abituale si distingue da un movimento impulsivo dell’anima») né con la seconda. Sant’Agostino osservò che il pudore presuppone la colpa. Al contrario: il pudore ben sa l’imperfezione dell’esistenza, ma non desidera liberarsene. Semplicemente, le restituisce l’innocenza che le è propria (Nietzsche avrebbe detto: l’“innocenza del divenire”).

Psicologia del pudore

Nella seconda parte viene proposta una “psicologia del pudore”, in questo caso sospeso tra gli estremi della menzogna e dell’autenticità (entrambe ben note all’autore). L’autenticità è l’espettorazione del soggetto in quanto individuo, pirandelliana maschera sociale. Autentico è l’io che, persuaso della propria unicità, strepita per mettersi in scena – ultimamente nella scomposta declinazione del coming- out , in passato in forme forse più sottili; in ogni caso senza nulla eccepire ai rapporti di sapere-potere di volta in volta egemoni. In altre parole, l’autenticità è una prestazione dell’individuo, prodotto della moderna bianco-fallocentrica guilt-culture. Insistendo nella dimensione individualistica della soggettività, la menzogna non ne costituisce una via d’uscita. Il coming-out può esser autentico o mendace, ma in ogni caso spudorato.

Che cosa sia il pudore, finora affiorato solo per cenni, si comprende soprattutto nella terza parte del libro, dedicata a nulla di meno che alla sua “ontologia”. “Io ho dentro ciò che non si mo-stra”, confessa Amleto. Il pudore dà corpo alla «resistenza al meccanismo panottico della società ». Non si pensi subito a Bentham. Ogni società è attraversata da una pulsione panottica, perché in qualsivoglia sua forma il potere deve controllare anime e corpi dei suoi sudditi.

La rivoluzione digitale

L’iconografia addotta al testo di Tagliapietra lo conferma in abundantia. Ma è vero che la rivoluzione digitale (fase “suprema” o “finale” dello spettacolo) ha esasperato il controllo, rendendo il panottico quasi perfetto. Mai come oggi il bios che noi siamo è sottoposto alla coazione spudorata della propria messa- a-nudo, in ogni senso del termine. Ma il pudore non si limita a un gesto negligente. Può sottrarsi alla volgare violenza dello spettacolo perché conserva risorse alternative. È gesto di difesa reso possibile dalla singolarità che noi siamo. Conserva il segreto del nostro esser-qui, che mai dipende dalle mode in voga. È il caso, ad esempio, del protagonista di Bartleby lo scrivano di Melville. Sottraendosi alle richieste inquisitorie del potere (in questo caso rappresentato dal suo mite datore di lavoro), l’oscuro impiegato si limita a rispondere I would prefer not to: “avrei preferenza di no”. “Preferirei non rispondere”. Una formula cortese e al tempo stesso inflessibile, come il pudore che rappresenta. Non asseconda spettacolari gesti rivoluzionari, senza flettere d’una virgola nella difesa dell’unicità d’ogni singolo esistente. Bartleby è l’«apologia del segreto incondizionato», ossia della cura di ciò che noi siamo contro qualsivoglia forma d’universalizzazione. Al tempo stesso, «il pudore … è la fiduciosa attesa dell’altro», del suo dono sempre a-venire (Derrida). Il pudore custodisce la nostra unicità aprendoci alla singolarità di ognuno, comprese le forme di vita cosiddette non umane.

La cura di se

Il pudore è cura di sé e segreta ospitalità dell’altro. Mai garantite una volta per tutte, perché – come la vita – il pudore avviene nella contingenza, nel sempre possibile smarrimento. Molto c’è da apprendere da questo prezioso lavoro di Andrea Tagliapietra, al tempo stesso erudito e militante. Nondimeno, resta una domanda. Nella prima parte propone una «contro-interpretazione del mito edenico», a suo avviso improntato alla nostalgia d’una presunta perfezione, colpevolmente perduta. Al contrario, il pudore non conosce nostalgie né sensi di colpa. Come si è notato, è forse la forma più aggiornata e convincente della nietzschana “innocenza del divenire”. Vale a dire, Tagliapietra lo sa benissimo, volontà di potenza, indefinito incremento della propria volontà d’esistere. Al contrario, il pudore ben sa che la vita è inseparabile dall’entropia, dalla senilità e dalla morte.

L’accettazione del limite

È accettazione del limite, dell’imperfezione che ci è connaturata. Con Montaigne, Tagliapietra ci esorta ad accettarla, senza nostalgie per un paradiso perduto e senza speranze in un qualsivoglia Salvatore, ulteriore figura di un immaturo senso di dipendenza. Tuttavia, vi è davvero finitezza senza dipendenza, se non altro dalle leggi della biologia? Non ci siamo finalmente liberati dal mito illuministico della libertà come non-dipendenza? Non si tratta dunque di scegliere, di scommettere? Dipendere dalla vita, nella sua cieca mancanza di scopo, o da un Salvatore irriducibile alle leggi dell’immanenza?

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