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mercoledì 17 aprile 2024

PINOCCHIO e IL CONIND


IL SEGRETO 

PER

 RIUSCIRE


-       -   di Alessandro D’Avenia

 

Sulle fatiche degli attuali adolescenti descritte in un recente Ultimo Banco un lettore mi scrive: “Ho 73 anni, la mia generazione non ha avuto questi problemi. Io studiavo, una parte di tempo libero l'impiegavo per i divertimenti, l'altra parte ad aiutare mio padre nei nostri vigneti e cantina annessa. Potevo anche esimermi ma lo facevo volentieri, come facevano i miei coetanei con i genitori agricoltori, artigiani o commercianti. E io e i miei amici siamo cresciuti senza problemi esistenziali. Ora mi chiedo e Le chiedo: è possibile che questi problemi dei giovani siano dovuti all'aver trascorso l'adolescenza nella bambagia, troppo coccolati e sempre esauditi dai genitori? Quando qualche padre mi racconta di problemi esistenziali del figlio rispondo: “Fai lavorare tuo figlio”. Come fece un mio amico, titolare di una vetreria con una quarantina di dipendenti, con il figlio che immaginava di dirigere subito l’azienda; invece, il padre lo mise alla catena di lavorazione vetri dicendogli: “Se vuoi comandare devi conoscere il mestiere di vetraio”. È moralismo generazionale, boomer contro generazione Z, con autoassoluzione ottenuta dando la colpa ai genitori (gen X o Y che però sono figlie dei boomer) o c'è altro? Avere 18 anni nel 1969 è lo stesso di averli nel 2024? “

 I problemi esistenziali di cui si parla nella lettera, in misura e modi diversi, sono toccati a tutti nella storia umana. Perché? Esistenziale è l'aggettivo derivante da esistenza (latino ex-sisto: porsi fuori), quindi esistere è: uscire, venire al mondo. Infatti, le storie, dall'Odissea a Pinocchio narrano di qualcuno che affronta il faticoso viaggio verso il compimento: vivere è (ri-)uscire. Se esistere, che è nascere del tutto, diventa un regredire, allora qualcosa manca alla (ri-)uscita, cioè al rapporto tra evoluzione (natura) e iniziazione (cultura). Che vuol dire?

La natura in millenni ha fatto sì che la maturazione abbia un ritmo preciso: la plasticità del cervello, che è in tutto il corpo, è esplosiva nei primi anni di vita e poi nella pre- e adolescenza, con un rallentamento in mezzo (le elementari) utile a consolidare, di quanto acquisito nei primi sei anni, solo ciò che è necessario a sopravvivere. Ma che differenza c'è tra l'esplorazione infantile (la mano nella presa) e quella adolescenziale (la mano sulle chiavi di casa)?

Lo scopo. Il bambino deve scoprire il necessario a stare al mondo (essere amato, camminare, lavarsi, parlare, giocare...), i limiti entro cui la vita fiorisce e oltre i quali si distrugge. Il pre- e adolescente invece può generare vita in proprio, il corpo-cervello, impregnato in ogni cellula dall'eros, ha la spinta per uscire di casa e farne una propria. Questa nuova curiosità esplorativa serve a far esperienza di sé senza il copione dettato dai genitori, per scoprire a che cosa si è chiamati, lasciare il nido per costruirne uno nuovo. Se l'infanzia è fatta per imparare a uscire dal grembo, l'adolescenza per imparare a uscire da casa. Nella prima lo scopo è «stare al mondo che c'è», nella seconda è «fare un mondo nuovo». Attorno ai 20 anni il cervello-corpo rallenta di nuovo (fino alla fine dei giorni) e si concentra per portare a compimento la propria originalità (dare origine a).

L'educazione del bambino-adolescente incanala l'energia evolutiva attraverso una iniziazione. Tutte le culture, antiche e moderne, con le loro agenzie educative strutturano infatti pratiche formative in base al modello di uomo/donna a cui mirano e che culminano in un rito di passaggio: l'ingresso nell'età adulta attraverso una «morte» rituale. Porto due esempi illustri della nostra tradizione, anche se ce ne sono per ogni parte del mondo. Ulisse per entrare nel mondo adulto deve affrontare la caccia al cinghiale in cui, rischiando la vita, si procura l'indelebile cicatrice grazie alla quale la sua nutrice, 20 anni dopo, lo riconoscerà. Cristo a 12 anni, in visita a Gerusalemme con i genitori, si allontana da loro ai quali, quando lo ritrovano, angosciati, dopo tre giorni, risponde: «Perché mi cercavate? Non sapevate che devo compiere le cose del Padre mio?». Un'altra appartenenza, un'altra casa da fare. L'iniziazione oggi è caotica e inefficace: il bambino viene adultizzato e l'adolescente infantilizzato.

Inoltre, i riti di passaggio sono esangui: esame di maturità e forse la patente... quel che resta di un passaggio «esistenziale» ridotto al fare lavorativo (nessuna pratica di cura di sé, degli altri, della comunità) e trasformato in faraoniche feste di 18 anni. Ma fare una casa nuova e che stia in piedi è molto di più, casa è infatti una vita fondata su: a) conoscenza di se stessi (capacità e limiti), b) ruolo creativo per la comunità attraverso un lavoro il più possibile rispondente alle proprie attitudini (vocazione), c) relazioni buone (coppia, amicizia e cittadinanza).

L'iniziazione deve quindi essere: a) personale b) vocazionale c) relazionale. Non basta lamentarsi se i genitori oggi sono più o meno permissivi, perché è un'intera cultura a non fornire un'educazione capace di trasformare l'energia vitale in promessa di futuro, forse perché quel futuro, con i suoi comportamenti, se lo è mangiato, in Italia proprio a partire dall'ultimo quarto del XX secolo, come dimostra Luca Ricolfi in La società signorile di massa. Non riusciamo a (r-)innovare i processi educativi perché continuiamo a improvvisarli o a ispirarli a modelli inadeguati. Un esempio: la nostra scuola è la stessa di cento anni fa, con banchi fissi e studenti seduti 5-6 ore al giorno. Poteva andar bene per chi doveva essere alfabetizzato e messo dietro una scrivania, oggi non più.

Al tempo dell'autore della lettera le pratiche descritte (studio, passioni, relazioni, lavoro) offrivano un'esperienza di mondo sufficiente a (ri-)uscire, tutte le possibilità erano aperte. Oggi? Le tappe dell'età evolutiva non sono cambiate, il cervello-corpo continua a dare la spinta «esistenziale», ma l'iniziazione è inefficace e/o desincronizzata. Gli adolescenti sono smarriti: il corpo-cervello li spinge a uscire, ma loro non sanno verso dove.

Il CONIND e Pinocchio. C'è un virus culturale che corrode l'iniziazione e che chiamo CONIND: il COnsumismo che scambia la vita felice con la vita piena, il NIchilismo che azzera qualsiasi scopo o risposta ai perché, l'INDividualismo che appiattisce la socialità all'usarsi. Questo virus ai ragazzi lo abbiamo regalato noi. Nel finale del Pinocchio di Collodi non è il legno a diventare carne come nella semplificazione disneyana, infatti il Pinocchio di carne chiede: «“E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?”. “Eccolo là”, rispose Geppetto; e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato su una parte». Per (ri-)uscire nella vita bisogna far morire l'io legnoso e asservito ad aspettative e a modelli fallimentari, per far nascere il sé libero e autentico. L'educazione serve a trovare il coraggio per liberarsi dai fili: diventare sempre più liberi è il compito di una buona iniziazione, cioè capaci di ricevere il mondo, custodirlo e moltiplicarlo, liberi in latino erano i figli capaci di ereditare.

Ma quale mondo diamo in eredità? «“Levatemi una curiosità, babbino: ma come si spiega tutto questo cambiamento improvviso?” gli domandò Pinocchio saltandogli al collo e coprendolo di baci. “Questo improvviso cambiamento è tutto merito tuo”». E il lettore sa quanto è costato il cambiamento, che ogni nuova generazione, come Pinocchio, deve fare. Educare è mettere in condizione, negli anni fatti per questo, di scegliere se essere figli o burattini. Lo facciamo? Se l'iniziazione non conduce sulla soglia di questa scelta, che poi si ripresenterà periodicamente nel corso della vita e si potrà affrontare sempre alla luce della prima (ri-)uscita, è perché vogliamo «servi» non «liberi». L'energia evolutiva va sprecata e i ragazzi consegnati al sentimento del nostro tempo: la paura. Chiuso in casa, quando era fatto per uscire. Ma forse proprio il «problema esistenziale» che gli abbiamo creato, lo costringerà a (ri-)uscire.

 

Alzogliocchiversoilcielo


 

domenica 9 luglio 2023

LA MAGIA DI PINOCCHIO

7 luglio 1881: viene pubblicato il romanzo per bambini "Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino". Diventerà il libro italiano più tradotto del mondo (superando persino la Divina Commedia) e avrà persino un rifacimento (per non dire un vero e proprio plagio) russo: "Le avventure di Burattino" di Aleksej Tolstoj.

Probabilmente assieme ai Promessi sposi è il capolavoro dell'Ottocento: c'è parecchia satira politica (il carabiniere idiota. Il giudice che libera i colpevoli. Il Campo dei Miracoli, satira della finanza), ma anche un aspetto che alcuni vedono come "esoterico" altri come cristiano.
Pinocchio è una marionetta (tecnicamente non è un burattino) che diventa un bambino: è jl cammino dell'anima dalla meccanicità alla liberazione spitituale.
I richiami sono molti: la trasformazione in asino richiama "l'Asino d'oro" del mago isiaco latino Apuleio. Ma anche la permanenza nella pancia del "terribile Pesce-cane" richiama la storia di Giona nella balena. La Fata Turchina richiama la Vergine Maria (i capelli sono del colore del manto della Madonna) e il padre di Pinocchio è un falegname di nome Geppetto (diminutivo di Giuseppe). La trasformazione in bambino è la liberazione dell'anima dal corpo:la morte con rinascita alla vera vita.
Il cardinal Biffi scrisse un libro sul significato cristiano di Pinocchio. Altri vi vedono un'iniziazione massonica: però il nome di Collodi, pur vicino ad ambienti mazziniani, non è stato ritrovato negli elenchi dei massoni del tempo.
Pinocchio è una Divina Commedia per bambini, un viaggio dall'inferno al paradiso sotto forma di fiaba.



martedì 29 novembre 2022

PINOCCHIO IN CLASSE

L'ARTE DI LEGGERE

 E DI ASCOLTARE 

Leggendo il terzo volume dei “Quaderni del libro fondativo” (Bonomo editore) dedicato a Pinocchio, si rimane sorpresi dal riscontrare l’impatto che la lettura in classe di Pinocchio, da parte dell’insegnante, produce negli alunni, anche in quelli della secondaria di primo grado. Un impatto costituito da interesse, prima di tutto, e dalla provocazione di domande, di quelle domande che innescano il cammino conoscitivo.

 La storia risulta incantare i ragazzi e catturare la loro attenzione. Dalla lettura delle esperienze raccontate dalle insegnanti emerge un tratto comune: un lavoro di riflessione sulla figura del padre, sulla libertà, sull’amicizia, sull’imprevisto, sul perdono. Come pure viene descritto il tipo di lavoro legato alle discipline, soprattutto lingua italiana e arte.

Gli alunni della scuola secondaria statale di primo grado “Don Milani” di Lavagno (Verona) – dove da sei anni agli studenti di prima media viene letto il libro di Collodi – guidati dalla loro insegnante Eleonora Alga, si sono appassionati e immedesimati talmente tanto da esplodere in un grandissimo applauso al termine dell’ultima parola dell’ultimo capitolo. L’applauso era per loro stessi e per Pinocchio, hanno detto, per il cammino che avevano fatto insieme.

L’insegnante Laura Vitale in una classe seconda della scuola primaria “Sant’Angela Merici” di Desenzano (Brescia), parla di un silenzio assoluto e profondo, parla di una presenza reale del burattino. “È impossibile non lasciarsi toccare fino all’anima, impossibile non commuoversi, arrabbiarsi, ridere, spaventarsi, divertirsi, soffrire con lui”.

Claudia Conti e Maria Cristina Bruno della scuola primaria “Gianna Beretta” di Padova raccontano che per loro scegliere ogni anno un libro da leggere in classe è una questione di stima che hanno nei confronti della persona, perciò del bambino a cui propongono di incontrare, con loro, un autore e la sua opera. Nel caso di Pinocchio il lavoro ha svelato che a qualsiasi età si può suscitare un pensiero critico e ha confermato che “quando una cosa è bella, viene riconosciuta, non importa se non si capisce tutto e subito”.

Nicoletta Bonomi, insegnante nella scuola statale primaria Aleardi di Quinto (Verona), rileva che in genere, a scuola, sia molto curata la parte relativa alla comprensione del testo a livello letterario “…ma viene poco stimolata la ricerca di significato oltre le righe”. E lei con i suoi alunni ha voluto andare oltre le righe.

Sorprendente, poi, è la lunga sfilza di aspetti critici in fase di verifica, situati al termine della descrizione del suo lavoro su Pinocchio.

E che dire della singolare esperienza raccontata nella prima parte del Quaderno? Quando sono degli insegnanti che leggono insieme Pinocchio con il commento di Franco Nembrini, cosa succede?

Racconta Maria De Nigris, insegnante nella scuola primaria dell’Educandato statale “Agli Angeli” di Verona, che in un corso di formazione per l’educazione civica era stato richiesto di lavorare con i propri colleghi all’elaborazione di unità didattiche di apprendimento riferite all’educazione civica. “In un gruppo di lavoro, con maestre ed educatrici, abbiamo riletto Pinocchio e, grazie alle riflessioni e agli approfondimenti di Nembrini, abbiamo visto che ben si prestava a un lavoro in classe, come ‘sfondo integratore’ per l’educazione civica. In ogni capitolo emergevano ai nostri occhi attenti i bisogni dei bambini, i loro desideri più profondi, le loro debolezze (…) che sono di ognuno di noi. Ritrovavamo, nella nostra esperienza personale, ma anche di mamme e di maestre, situazioni descritte nel libro e da lì nascevano riflessioni e condivisione di esperienze”.

Così in ogni capitolo sono state indicate le “virtù civiche”, il lessico emotivo e le domande-guida. Una proposta per gli alunni generata dal lavoro su se stessi dei loro insegnanti e offerto a tutti.

Come dice Dario Nicoli nella prefazione, la lettura ad alta voce del libro di Collodi “smentisce la tesi, oggi molto sostenuta dagli esperti, secondo cui i ragazzi sarebbero insofferenti nei confronti della lettura di libri, in quanto maggiormente portati ad una comunicazione tramite i social: veloce, superficiale, emotiva, immaginifica, multitasking (che poi vuol dire caotica)”. E poi ancora: “questo modo di procedere è un approccio convincente perché il metodo del confronto tra i bambini (o ragazzi) esalta la loro libertà e rifugge dal pericolo di indottrinamento tipico del nostro tempo, che consiste nel caricare sulle spalle dei ragazzi una visione negativa della realtà e dei rapporti tra gli individui e con la natura, tutta centrata sui ‘problemi’ piuttosto che sulla bellezza dei doni ricevuti e sull’amore per la vita”.

Per info: librofondativo.blog

Il Sussidiario