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giovedì 29 gennaio 2026

ALLA RICERCA DI LIKE

 


"Per essere felici 
non dovete piacere 
agli altri. 

Non siamo prodotti da pubblicizzare e vendere

  •  

La Redazione

 Il bisogno di piacere, le maschere che indossiamo e le ferite emotive che ci portiamo dietro: la riflessione della psicologa Gabriella Tupini sulla ricerca di approvazione e sul coraggio di guardarsi dentro...

 Siamo spesso concentrati sull’immagine di noi stessi che riflette all’esterno, sui giudizi degli altri, sul cercare in tutti i modi di piacere. Come se l’approvazione dell’altro fosse l’ unico passaporto sulla finestra del mondo, ma quando cerchiamo a tutti i costi di ottenere consensi inevitabilmente ci troviamo ad indossare maschere che non ci rappresentano.

A tal proposito interviene la psicologa Gabriella Tupini che ci pone una domanda semplice, queste le sue parole: “La domanda non è perché vi sentite giudicati, ma perché dovete piacere agli altri? Questo lo posso capire di una società che vende un prodotto che deve piacere, oppure di un attore che deve piacere al pubblico? Perché c'è una ragione, perché lo pagano per quello”. La società nella quale viviamo non ci risparmia di certo commenti e giudizi, anzi, i social hanno sempre più amplificato questo nostro pensare, questa nostra ricerca di consensi.

Ma se ci fermiamo un attimo e poniamo a noi stessi la domanda dell'esperta, possiamo accorgerci di come il voler a tutti i costi un'approvazione esterna non è altro che un cerotto usato che mettiamo su una o più su ferite emotive antiche. 

 Una carezza mancata, esser stati messi da parte più e più volte, essere protagonisti di un continuo confronto in famiglia, queste situazioni rappresentano ciò che più comunemente abbiamo vissuto, in tempi e circostanza diverse, ma in qualche modo siamo stati tutti protagonisti di un tempo che non ci è piaciuto vivere e che inevitabilmente ci ha portato ad essere ciò che siamo oggi con aspetti negativi e positivi, pregi e difetti. Continuando il suo intervento la psicologa ci pone sempre la medesima domanda: “Ma perché dovete piacere agli altri? Perché, se piaccio agli altri tutti mi applaudono? Perché ho bisogno dell'applauso? Di cosa mi devo convincere? Devo smontare qualcosa di negativo…”.

 È nelle parole dell’esperta che troviamo il senso della nostra sete di consensi. È sempre il passato che guida le nostre scelte, le nostre idee soprattutto quando siamo ancora alla ricerca di una risposta. Quando il nostro sé bambino non si è sentito amato, protetto e difeso e cerca in tutti i modi un posto sicuro nel quale abitare. Ed erroneamente questo posto sicuro è spesso rappresentato per noi dal consenso, dall’approvazione altrui.

Un altro aspetto importante sta proprio nella parola “smontare”, in quanto non è cercando di rimuovere pezzi del passato che ci hanno fatto soffrire che troveremo le risposte, anzi, è proprio il contrario. Le risposte arrivano quando troviamo il coraggio di guardare in faccia quel passato, quando capiamo che l'unica persona da fare felice nella vita siamo noi stessi. Perché una vita passata alla ricerca del consenso inevitabilmente non può renderci felici.

Per te, lettore che ci segui, ti sei mai chiesto quante volte hai cercato l’approvazione degli altri mettendo da parte ciò che sentivi davvero?

Quante maschere hai indossato per essere accettato, applaudito, riconosciuto?

 Ascuolaoggi

giovedì 27 novembre 2025

LA LEGGE E L'ETICA

 


SE IN NON VOGLIO 

TU NON PUOI


- -di Salvino Leone 

 Negli scorsi mesi, nelle televisioni e in altri organi di stampa, noti personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo sono stati testimonial di una campagna contro la violenza sessuale dal suggestivo titolo «Se io non voglio, tu non puoi». Tale campagna è stata promossa dalla Fondazione «Una nessuna centomila» per il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.


Il riscontro legislativo 

Tale iniziativa trova un recente riscontro in una nuova proposta di legge, già approvata alla Camera con ampia maggioranza bipartisan, che modifica l’art. 609-bis del Codice penale in tema di violenza sessuale. Con tale nuovo dispositivo di legge, ai fini del reato, viene identificata la fattispecie dell’assenza di «consenso libero e attuale». 

Si tratta di un’importante sottolineatura che, al di là di quello che potrebbe apparire assolutamente ovvio (senza consenso non può esservi partecipazione consapevole e l’atto è certamente subìto), presenta però interessanti sfumature. Ad esempio quella della possibile «interruzione» di un approccio all’inizio consenziente ma che poi, per motivazioni che la vittima di abuso non è tenuta a manifestare, potrebbe non essere più tale; o quella di una persona che – pur se genericamente e precedentemente consenziente – si trovi in uno stato di momentanea incapacità mentale (ubriachezza, uso di sostanze dopanti ecc.) che le tolgono l’attualità di un possibile consenso. 

Indubbiamente, pur nella linearità del dettato legislativo (che peraltro applica quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul, entrata in vigore in Italia nel 2014), rimane la criticità della «dimostrazione», sia da parte dell’accusato che della vittima. La fattispecie stessa del reato, infatti, è di per sé avvolta in una sfera di riservatezza e intimità difficilmente valicabile, che in ogni caso gli attori dell’evento tendono a confinare il più possibile nella sfera del privato. Non sarà facile dimostrare il mancato consenso solo sulla base della parola di uno dei due convenuti e sulla presunzione d’innocenza di ogni potenziale colpevole. 

La questione giuridica e la questione etica 

Al di là di queste criticità, ben presenti al legislatore e che toccherà alla prassi giurisprudenziale dipanare, il problema si pone in termini diversi sul piano morale. 

Sappiamo bene, infatti, che ordine giuridico e ordine etico non sempre coincidono, e questo può essere uno dei casi più emblematici. Un violentatore potrà essere «dichiarato» innocente secondo un ordine prettamente forense, ma non esserlo sul piano etico che deve sempre prevalere. L’assoluzione penale non sempre coinciderà con quella morale. 

 In etica la nozione relativa a un atto «volontario» (a parte il cosiddetto «volontario in causa») prevede sempre che la volontarietà sia sempre attuale, e solo di quella la persona è moralmente responsabile. Un atto subìto, anche se non dimostrabile come tale, rimane pur sempre un atto di violenza. 

In un antico passato alcuni testi patristici e di storia ecclesiastica ricordavano il caso di donne violentate che, per amore dei figli o per non creare ulteriori danni, tacevano e assecondavano passivamente il violentatore, addirittura venendo incoraggiate a farlo. 

Ma anche nel nostro recente passato, a parte casi eclatanti di violenza di gruppo o di altri delitti efferati, la violenza entro le mura domestiche è rimasta assolutamente nell’ombra, consentendo al maschio di continuare a vittimizzare imperterrito le sue prede. 

La moderna sensibilità umana ed etica, pur nel valutare alcune possibili «eccezioni», spinge invece a denunciare sempre chi ha commesso violenza, anche se si preoccupa di salvaguardare e tutelare la vita o altri interessi di terze persone, ma senza il colpevole silenzio nei confronti del violentatore. 

In ogni caso l’orizzonte di un’effettiva libertà relazionale anche nell’affettività sessualmente espressa è ancora lontano dall’essere raggiunto, ma eventi sociali come le manifestazioni di piazza o alcune opportune modifiche legislative possono contribuire a realizzarlo e a dare il coraggio di farlo. 

 Il Regno 

Immagine

 Salvino Leone è medico e docente di Teologia morale e Bioetica alla Pontificia facoltà teologica di Sicilia. È presidente dell’Istituto di studi bioetici Salvatore Privitera e vicepresidente dell’ATISM. 

lunedì 20 ottobre 2025

CHIAMATI ALLA GIOIA




 La vocazione è l'espressione individuale dell'amore per la vita, la via maestra per la gioia

 



Alessandro D’Avenia

 

«Sono contenta, perché gli insegnanti hanno tutti la vocazione». Così ha risposto una studentessa a cui avevo chiesto come stesse vivendo l'inizio delle superiori. Ha poi dettagliato: «Appassionati, capaci di spiegare e interessati a noi». 

Senza saperlo aveva descritto i tre fondamenti della didattica, senza uno solo dei quali non si dà scuola: conoscere e amare ciò che si insegna (preparazione), a chi lo si insegna (relazione) e il modo in cui insegnarlo proprio a chi lo si insegna (comunicazione). Non vale solo per l'insegnamento, lo si può dire per tutte le vocazioni: «salvano il mondo», se a «salvare» diamo il significato originario, rendere qualcosa unito e compiuto (vivo), e per «mondo» intendiamo le cose e le persone che cadono nel raggio d'azione della nostra specifica chiamata (mondo, dal greco kosmos, ordine e bellezza, in italiano è anche un aggettivo che significa infatti pulito, bello, ordinato, il contrario di immondo, immondizia). Ogni vocazione fa più mondo il mondo, «monda» il reale, cioè trasforma la paura e il caos in opera d'arte. La vocazione è l'espressione individuale dell'amore per la vita, la via maestra, personale e sociale, per la gioia: chi non vive la propria vocazione si sente insoddisfatto e presto o tardi va in crisi, e una comunità si regge sulla circolazione dei beni generati dalle singole vocazioni. Ma siamo sicuri di averla tutti? 

 Vocare

L'origine della parola vocazione la dobbiamo alla matrice giudaico-cristiana, infatti nella Genesi c'è un Dio che crea chiamando («Dio disse: “Sia la luce” e la luce fu») alla vita. Non plasma le cose, come nelle cosmogonie di altre religioni che privilegiano il modellare il mondo, ma le dice, e il fare è inglobato nel dire: le cose non sono solo cose ma sono parole. Ogni stella, pianta, animale, uomo è una parola della vita per chi sa ascoltare. 

«Vocare» significa infatti chiamare, «vocazione» è quindi scoprire la parola che ogni cosa e persona ha da dire al mondo e senza la quale la vita diventa muta. In più l'uomo, essendo «a immagine e somiglianza» del Dio che crea chiamando, ne ha la stessa essenza: è, se vuole, un con-creatore o pro-creatore, cioè non solo è chiamato a essere se stesso come le cose, ma può chiamare lui stesso alla vita altre cose e persone. 

E non finisce qui: come il Dio che alla fine della creazione «gioisce» della bellezza fatta, anche noi siamo chiamati a «goderci» la vita fatta da noi. Più c'è creazione più c'è vita più c'è gioia, come dice il filosofo Bergson, introducendo al posto di Dio un più generico e immanente concetto di «natura»: «I pensatori che hanno speculato sul significato della vita e sul destino dell'uomo non hanno notato a sufficienza che la stessa natura si è curata d'informarci al riguardo. Essa ci avverte con un segno preciso che la nostra meta è raggiunta. Questo segno è la gioia... ovunque c’è gioia, c’è creazione; più ricca è la creazione, più profonda è la gioia» (L'energia spirituale).

 Una chiamata per tutti

Questa «chiamata» è per tutti e ciascuno: non c'è uomo che non abbia vocazione a fare altra vita con la propria, c'è solo chi pensa di non poterlo o volerlo fare, rinunciando, biblicamente, al divino in sé, o, alla Bergson, all'umano compiuto. Quindi la vocazione è l'ambito creativo grazie al quale la vita aumenta in e attorno a noi. Chi non cerca e vive la propria vocazione tende ad appropriarsi di quella altrui, o invidiandola, o simulandola, o distruggendola: de-crea, provoca diminuzioni di vita e di gioia, meno mondo e più immondizia. 

La gioia

Educare è in fondo educare alla gioia, perché è aiutare altri a trovare la vocazione, come narra la scrittrice Natalia Ginzburg in Le piccole virtù: «Se abbiamo una vocazione noi stessi, se non l’abbiamo tradita, se abbiamo continuato attraverso gli anni ad amarla, a servirla con passione, possiamo tener lontano dal nostro cuore, nell’amore ai nostri figli, il senso della proprietà. Se invece una vocazione non l’abbiamo, o se l’abbiamo abbandonata e tradita, per cinismo o per paura di vivere, allora ci aggrappiamo ai figli come un naufrago al tronco dell’albero, pretendiamo da loro che ci restituiscano tutto quanto gli abbiamo dato, che siano quali noi li vogliamo, che ottengano dalla vita tutto quanto a noi è mancato; finiamo col chiedere a loro tutto quanto può darci soltanto la nostra vocazione stessa: vogliamo che siano in tutto opera nostra, come se, per averli una volta procreati, potessimo continuare a procrearli lungo la vita intera. 

Ma se abbiamo noi stessi una vocazione, se non l’abbiamo rinnegata e tradita, allora possiamo lasciarli germogliare quietamente fuori di noi, circondati dell’ombra e dello spazio che richiede il germoglio d’una vocazione, il germoglio d’un essere. Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita». 

La vocazione non coincide con la professione, il mestiere o il ruolo, che ne sono un'auspicabile manifestazione se il fare esprime il creare (dare vita) secondo la propria irripetibile voce. Per questo possiamo, anzi dobbiamo, coltivarla anche in altro modo: Gaugin faceva l'agente di cambio, Dickinson la casalinga, Einstein il tecnico all'ufficio brevetti, Kafka l'assicuratore, Čechov il medico, Vivian Maier la tata. Dal «fare» noi giustamente ci aspettiamo una conferma del nostro «essere», ma la vocazione, se non abbiamo la sorte di svolgere un lavoro coerente con la chiamata, sa prescindere anche dall'approvazione. 

Avere senso

Il senso viene prima del consenso che non è sicuro né necessario, ma se facciamo dipendere il senso dal consenso, faremo cose «senza senso», senza vita e senza gioia. Far coincidere vocazione e successo è infantile: è il bambino che vuole essere costantemente guardato e approvato in ciò che fa perché la sua identità dipende ancora in tutto e per tutto dallo sguardo dei genitori (e oggi più sono guardato più esisto: follower, share, like...). 

Quando mi chiedono, nel piccolo della mia esperienza, come vivo quello che oggi definiamo «successo», rispondo: «Non sono felice perché ho successo, ho successo perché sono felice, e il successo è un di più, infatti la parola stessa indica qualcosa di cui non ho il controllo: “è successo!”, invece la gioia è uno stato, ha a che fare con l'essere, avviene anche se nessuno vede». Van Gogh non smise di dipingere anche se i suoi quadri non si vendevano, perché dipingere era la sua salvezza. Leopardi delle sue poesie diceva: «Uno dei maggiori frutti che io mi propongo e spero dai miei versi è... contemplare da sé, compiacendosene, di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui» (Zibaldone). Gioire di fare una cosa bella al mondo, riconosciuta o meno dagli altri, questa è la vocazione, come il Dio che, dopo la creazione, riposa non nell'applauso ma nella bellezza del creato, come noi dopo una faticosa giornata di vita (non solo di lavoro) ben fatta. 

 Generare

La vocazione è quindi lo spazio-tempo di un fare in cui troviamo senso, gioia e generiamo altra vita, a prescindere dal consenso immediato. Non esistono persone senza vocazione, esistono persone che nell'infanzia e nell'adolescenza sono state represse e convinte di non averla o usate per realizzare quella di altri, persone che ne hanno inseguita una che non era la loro perché così facevano tutti, o persone che hanno rinunciato a cercarla per mancanza di mezzi (materiali o culturali), paura o pigrizia. Ma quelle che la vivono le riconosci subito, come è capitato alla studentessa, perché amano la vita e ne creano altra con la propria. Quelle persone sono come parole di carne: «Sia la vita, e la vita fu». 

 La vita è sì scomponibile in «data» (i dati), ma è prima di tutto «data» a chi si fa trovare.

 Anche solo in una passeggiata...

 Corriere della Sera