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sabato 6 giugno 2026

L'ILLUSIONE DEL PRESENTE

 


 Cultura come resistenza

 contro l’illusione del presente

Dalle riviste militanti ai libri sulla crisi degli intellettuali, la sua figura ha attraversato la storia culturale italiana scegliendo sempre impegno, persuasione e minoranze attive

 

-di STEFANO DE MATTEIS

 È stato critico cinematografico e letterario, inventore di riviste che hanno anticipato in Italia scrittori, tendenze di tutto il mondo (« Linea d’ombra »), sposando la distinzione di Sciascia tra scrittori di parole e di cose e scegliendo apertamente questi ultimi che permettono di leggere, capire e interpretare la realtà. Ha selezionato saggisti che offrissero strumenti per intervenire nel mondo e cambiarlo (« Lo straniero), si è fatto egli stesso attento lettore delle trasformazioni sociali, sempre in dialogo con il suo tempo e, con un piglio dichiaratamente “politico”, si schierava, sempre e comunque, dalla parte degli ultimi e degli oppressi, pronto a far reagire il sentimento cristiano della fraternità di un Silone, definendosi «cristiano senza chiesa e socialista senza partito», con la pragmaticità di un Chiaromonte che esalta la dignità dell’uomo per quanto è stato capace di fare nei suoi momenti migliori.

 A leggere o rileggere i libri di Goffredo Fofi si ricavano spaccati e diagnosi di periodi storici di cui si ricostruiscono tanto i limiti quanto le spinte nei motivi culturali, e si viene messi a confronto con i sentimenti sociali positivi o negativi, evidenti o sotterranei; si abbattono miti solo apparenti e si procede a scoperte inattese. Ma, se si segue il suo racconto secondo la loro cronologia, sono anche libri che attraversano la storia d’Italia, mostrandone le oscillazioni, per verificare il tracciato e ricostruirne i cambiamenti: ne viene fuori così una mappa delle trasformazioni con risultati non sempre esaltanti.

E a un certo punto della sua biografia culturale, cinema, letteratura, teatro, intervento sociale, ma anche fumetto e fotografia si mescolano in una stratificazione che crea un percorso unico, grazie alla sua inaudita voracità che fondava un sapere quasi enciclopedico e che gli permetteva di evidenziare le trame nel mescolare generi, ambienti, pratiche artistiche, e mettere in luce genealogie e derivazioni, contatti e scambi spesso sconosciuti.

Forse, una delle prime “prove” di questo non-metodo, in cui i tracciati cominciano a mescolarsi, è Dieci anni difficili, del 1985, in cui Fofi fa un bilancio preventivo degli anni Ottanta (definito il decennio più stupido) e prende la rincorsa per gli anni Novanta grazie anche a un altro libro, Pasqua di maggio. Un diario pessimista, di appena qualche anno successivo. E proprio in quest’ultimo Fofi lamenta le difficoltà dell’azione sociale in quanto «“fare” è oggi più difficile che mai, perché dal fare è assente l’entusiasmo e impoverita la persuasione. Eppure bisogna, non fosse che “per vendere cara la pelle” e “salvarsi l’anima” sempre con la coscienza che l’anima ce la salva o tutti o nessuno».

Se gli anni Ottanta si chiudono con un diario pessimista, i Novanta si aprono con Prima il pane (pubblicato nel 1990 e oggi ristampato da Martin Eden), in cui la domanda posta in una delle pagine di apertura è: «Con chi dialoga oggi chi fa qualcosa?». E non solo, perché si interroga sui cambiamenti che stanno segnando la cultura italiana di fine secolo, a partire dal crollo non tanto dei partiti, quanto delle identità (ideologiche) forti e delle loro varianti: « I cattolici, i marxisti, i liberali, il pensiero autoritario, il pensiero libertario, la destra, la sinistra. Erano linee spesso contrapposte, a volte con sottili scambi e reciproche influenze; ma si “pensava” (e si creava) in rapporto a opzioni concrete, a parti della società, a classi di appartenenza, a scuole e tradizioni cui aderire o mettere in discussione». Ma tutto questo aveva di buono che produceva anche i suoi anticorpi in quanto ogni filone generava i suoi eretici, «spesso uniti da una comune spinta morale».

 Con l’arrivo anche in Italia della ricchezza, «della società affluente e con lo sviluppo mastodontico dei media» si è persa quell’identità, sostituita da un «ammasso di non identità» in cui «il singolo si sente protetto… perché – suprema astuzia del sistema – si è fatto ideologia di ciò che viene chiamato esplicitamente look: l’illusione che apparire equivalga ad essere». Tutto questo, nel libro funziona da premessa per comprendere «sia la diversità – ripeto: apparente – delle proposte, che l’assenza di proposte forti, in grado di collegare, dare identità tenere insieme, “fare scuola”». Ma il passaggio di secolo porta a un cambio radicale. 

Le riviste usate come sistema di pedagogia diffusa, il tentativo di persuadere all’azione sociale per aprirsi a prospettive di cambiamento, conduce Fofi a riflessioni sempre più radicali che, oltre che nelle riviste, prenderanno forma in due libri importanti, quasi coevi: Da pochi a pochi, del 2006 e ristampato ora da Elèuthera, e La vocazione minoritaria del 2007. Entrambi incarnano una reazione verso «gli intellettuali che hanno finito per essere sempre più servi», cui contrappone l’azione positiva di minoranze attive che hanno la forza di opporsi o di creare percorsi sotterranei per un’azione condivisa. Assieme a riflessioni sulla storia recente, vissuta sempre in modo « partecipe», in cui se ne ricostruiscono i passaggi fondamentali, i limiti (tanti) e i (pochi) pregi, si affrontano personaggi grandi, medi e piccoli, tra stupidità diffuse e mediocrità vincenti, e si arriva alla parte conclusiva del «che fare».

Questi sono gli anni in cui vengono rimessi in gioco i maestri, come Aldo Capitini che ha un ruolo fondamentale nel suo pensiero, e si ritorna in particolare a Chiaromonte. Il primo per la capacità critica, per la lezione sulla non accettazione del mondo così com’è; poi sulla religione come coscienza appassionata della finitezza e il suo superamento; poi per le indicazioni (anche pratiche) della non violenza.

 Da tutto questo prende forma la forza della persuasione che deve coinvolgere, motivare, partecipare. A cosa?

 C’è un punto in cui forse Capitini e Chiaromonte si incontrano grazie a Fofi: nella non accettazione, ma soprattutto nella non-collaborazione, nel rifiuto delle seduzioni per la costruzione di un percorso indipendente, fatto con quella parte delle minoranze che si definiscono etiche. 

Se in passato la politica è stata una forte delusione, un tale percorso di indipendenza rilancia però anche la necessità di una politica, sicuramente nuova e diversa, che nasce sulle basi di un pensiero attivo e concreto, “contrario” e sempre schierato con gli ultimi.

www.avvenire.it

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giovedì 24 aprile 2025

SETE DI LIBERTA'

 La Resistenza 

non finisce mai e non ha confini,

 i ladri di libertà ci sono sempre

 

-         di Salvatore Parlagreco 

-           

Il 25 aprile non è solo la conquista della libertà e della democrazia in Italia, la Resistenza dei partigiani italiani non è solo anniversario e memoria civile di un popolo di uomini e donne che diedero la vita per c riprendersi il Paese usurpato dai nazifascisti; il 25 aprile è anche, o dovrebbe essere anche, la Festa della Liberazione da ogni usurpatore di diritti umani. C’è un obbligo morale per chi festeggia il 25 aprile, l’obbligo di testimoniare a coloro che sono morti per la democrazia e la libertà, il sostegno, la fratellanza, la solidarietà attiva.

Tacere sulla Resistenza del popolo ucraino segnala una imperdonabile omissione, una visione riduttiva e angusta, un intollerabile vulnus ai valori di quella lotta per la libertà.

Come si può testimoniare la Festa della Liberazione senza sentirsi, con il  cuore e con la mente, vicini a quanti, non solo in Ucraina, ma ovunque nel mondo, danno tutto, anche la vita, per la difesa di valori e diritti, che danno dignità alla esistenza degli uomini e delle donne? 

Chi celebra la Liberazione e su chi oggi combatte per la propria indipendenza, democrazia, dignità umana, tradisce quello stesso spirito che afferma di onorare. Non basta sventolare la bandiera il 25 aprile se poi si resta silenti. Il 25 aprile non è una commemorazione da cartolina, né un semplice appuntamento del calendario civile. È un giuramento rinnovato, un patto vivo tra generazioni che si sono consegnate la fiaccola della libertà, del coraggio, della resistenza alle ingiustizie. I partigiani di libertà devono sostenere la Resistenza ovunque si manifesti oggi. Ignorarla, sminuirla è tradire la nostra.

L’Ucraina, come altre nazioni aggredite, è diventata terreno di una nuova resistenza: non retorica, ma fatta di fango, sangue, madri che piangono figli caduti, città distrutte, e milioni di persone costrette a scegliere se arrendersi o morire liberi. Mezzo milione di vite spezzate non possono essere ignorate nel nome di un malinteso “equilibrio” o di un pacifismo astratto e inerte, che nella pratica si trasforma in complicità con l’usurpatore. Chi oggi si rifugia nel silenzio o in una neutralità sterile, non è un pacificatore. Diviene un complice, magari inconsapevole, ma pur sempre complice dell’aggressione.

Il 25 aprile è anche oggi. È adesso. È in ogni trincea, in ogni strada bombardata, in ogni grido che chiede aiuto e libertà. 

Chi tace, chi relativizza, chi equidista, ha abbandonato la Resistenza. Ha abbandonato se stesso.

 La Storia ci osserva, e non accetta i silenzi come risposta. Chi ama la libertà, la difende ovunque. Chi ama la giustizia, non chiude gli occhi. E chi celebra la Liberazione, deve prima di tutto scegliere da che parte stare. Perché oggi, come allora, il silenzio è già una scelta. Ed è la scelta sbagliata.

 

in Articoli 

 

 

 

 

mercoledì 24 aprile 2024

DEMOCRAZIA e LIBERTA'


 “Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Gli uomini vengono resi stupidi, si lasciano rendere tali. Sì, qualsiasi ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di gran parte degli uomini. La potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri”. 


-di ENZO BIANCHI

 Inequivocabili segnali d’allarme non sono mancati in questi decenni: abbiamo denunciato la barbarie incalzante, vera minaccia alla convivenza democratica, l’involgarimento dei modi e del gusto e il dilagare della mediocrità e della rozzezza che secondo Robert Musil inducono a una prassi della stupidità.

 Queste situazioni non sono malesseri delle persone, sono patologie della vita sociale che rappresentano un attentato alla democrazia e all’esercizio della libertà. Domina una cultura della forza, dell’autoritarismo, l’ostentazione della prepotenza, l’autorizzazione all’odio. Di fatto “il popolo” viene usato e degradato a “massa di manovra” e la volontà popolare può propendere per un regime che fa sognare architetture politiche di forza in cui le prime ad essere offese sono le libertà.

Appartengo all’ultima generazione vivente nata durante la Resistenza e della Resistenza abbiamo solo sbiaditi ricordi, ma è viva in noi la memoria che durante la nostra crescita ci veniva ripetuto: «Prima della caduta del Fascismo non potevamo parlare, avevamo paura. Eravamo testimoni di una violenza legalizzata. C’era la censura e ora invece abbiamo la libertà».

 Non erano i racconti delle battaglie che venivano tramandati, ma la coscienza della decisiva importanza della libertà. E come un lascito ho ricevuto l’affermazione: «La libertà non devi mai mendicarla, ma esercitarla e basta». Ma ora ci domandiamo perché è avvenuta la perdita di questa memoria morale, perché non c’è stata la trasmissione del messaggio della libertà, perché nella società compaiono forze che contrastano la libertà? La libertà richiede responsabilità da parte degli uomini e delle donne che la sentono come il primo riconoscimento della propria dignità: responsabilità del soggetto che sa affermare l’“io” per poter affermare il “noi”, contro ogni appiattimento e tentativo di manovrare le masse; responsabilità della propria unicità che rifugge il conformismo e non si lascia abbagliare dal fascismo che sotto diverse forme pretende che il potere sia imposto e non riceva critiche. Fuori di questa responsabilità, che non è altro che assunzione dell’umanità e della storia come “nostro compito”, c’è la demissione di fatto che o apre al regime autoritario o lascia spazio alla stupidità del populismo.

 Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano impiccato dai nazisti nel 1945, aveva scritto: “Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Gli uomini vengono resi stupidi, si lasciano rendere tali. Sì, qualsiasi ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di gran parte degli uomini. La potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri”.

 All’orizzonte della nostra polis il cielo è oscuro soprattutto in Europa e non solo per le guerre in territorio europeo e attorno al Mediterraneo, ma per gli orientamenti delle masse, talmente accecate da promesse di potenza e di forza da non saper più discernere la democrazia che si nutre di libertà.


Alzogliocchiversoilcielo




sabato 22 aprile 2023

MEMORIA E FUTURO A SCUOLA


IL 25 APRILE CI INTERROGA

 Cosa fare davanti
 
a fatti del passato, 

celebrati come eventi 

di una memoria 

collettiva e fondante, 

che negli studenti 

non suscitano più alcun interesse?

- di Monica Bottai

Basterebbe rileggere alcune pagine di Pavese de La casa in collina, oppure con alcune frasi di Vittorini sulla felicità, o immedesimarci nel dramma della questione privata di Milton o nel desiderio di fuga del piccolo Pin fra i suoi ragni. Basterebbe accantonare la pompa patinata di qualsiasi colore per andare a leggere alcune pagine de I guardiani della memoria della Pisanty, oppure lo scomodo Decontaminare le memorie di Alberto Cavaglion, oppure ancora conoscere le riflessioni di Frankl in Uno psicologo nel lager, così come lo sguardo illuminato della Hillesum nel suo Diario. Basterebbe anche vedere certi film, come Swing kids o Miracolo a Sant’Anna, dove la rigida separazione fra buoni e cattivi, fra Bene e Male, si fanno sottili nel grande guazzabuglio del cuore umano.

Insomma, basterebbe questo per scardinare la retorica di tanti nostri riti e di tante parole, di cui abbiamo perso quella verità, storica ed esistenziale, a cui però i nostri ragazzi hanno diritto. Ecco, almeno noi educatori glielo dobbiamo, mentre siamo in aula a seminare futuro ed altri invece si azzuffano per bieca ideologia.

Basterebbe ascoltare le parole di Anna Foa sulla Shoah o di Antonia Arslan sul genocidio armeno o, più recentemente, della senatrice Liliana Segre, per comprendere che, rispetto alle nuove generazioni, abbiamo un serio problema sulla questione della memoria: schemi, parole, riti, vetusti e ossidati dal tempo, si perpetuano, anche nelle scuole, ma raramente toccano il cuore dei giovani che, infatti, spesso chiedono ragione di certe massime imparate dagli adulti (“fare memoria perché non si ripeta il passato”, “mai più”, “not in my name”), ma da quegli stessi adulti evidentemente disattese, giacché superate dall’orrore di altri misfatti contemporanei, individuali o collettivi.

Più spesso, non chiedono nemmeno le ragioni e stanno lì, annoiati e rassegnati, a sorbirsi l’ennesima morale. Cosa rispondiamo? Da dove ripartiamo? Non possiamo certo continuare soltanto a lamentarci dei ragazzi di oggi, rievocando come eravamo bravi noi delle passate generazioni. Forse vale la pena tentare di guardare fino in fondo a questo loro disinteresse per capirne l’origine, magari ritrovando in quell’origine qualcosa delle nostre formule vuote, delle nostre forme prive di sostanza, da loro (giustamente) rifiutate.

Io ho iniziato a farmi questa domanda quando un ragazzo mi chiese perché fosse importante studiare lo sterminio degli ebrei di tanti anni fa, mentre vedeva intorno a sé fatti, a suo avviso, ben peggiori, tipo madri che abbandonano figli nel cassonetto, oppure migranti lasciati morire in mare. In quel momento, ho capito che la realtà era più grande – ancora oggi, caro Orazio… –  della mia filosofia e delle mie conoscenze; così, per passione verso quella faccia un po’ cinica, un po’ smarrita, ma esigente e vera, ho ripreso in mano quel che già pensavo di sapere.

Possiamo ripartire, innanzitutto, dalle parole tanto abusate, quanto misconosciute perché spesso formali: genocidio (o massacro?), liberazione (o libertà?), totalitarismo (mediatico?), razzismo (io non lo sono, però…), antisemitismo (fra stereotipi e complotti), eutanasia (e oggi?), ghetto (periferie?), tanto per dirne alcune, rintracciando fatti ed esperienze dell’oggi, per intuire che questo vocabolario non è tanto antiquato come pensavamo e per iniziare a capire che la memoria non incensa il passato né evita i  ricorsi storici, ma legge il presente ed il compito che io posso avere dentro al presente.

E poi spaziare nel tempo, dall’Holodomor agli Armeni al Rwanda al Darfur ai Balcani, fino al popolo degli Yazidi, per conoscere eventi genocidari susseguitisi prima e dopo la Shoah, universalmente iconica ed insostituibile, ma anche tragicamente ripetibile. E poi spaziare sul planisfero, dalla Corea all’Arabia, dal Congo alla Turchia, dalla Russia all’Iran, scoprendo che non ancora per tutti la democrazia è compiuta (cfr. Democracy Index 2023) e che non tutti sono liberi davvero con più di 70 muri nel mondo, per oltre 40mila km di recinzioni, dal Messico a Macao. Sì, cari ragazzi, anche dopo Berlino, altri muri sono stati costruiti per nuovi minacciosi nemici.

Adesso però sorge una domanda: cosa desidero mostrare veramente ai miei studenti? Soltanto che il Male continua a manifestare il suo volto feroce? Che non c’è un Male assoluto già alle nostre spalle, ma tutto si può sempre ripetere? Come vincere lo sconforto davanti alla banalità del male, che capiamo essere sempre in agguato dentro ognuno di noi, mentre in aula guardiamo smarriti la faccia di Eichmann, durante il processo a Gerusalemme, così troppo simile alla foto sbiadita del nonno sul comò di casa? Non vorremo anche insegnare loro a riconoscere il Bene e preservarne la memoria?

Dentro la grande storia della Resistenza, oltre le storie eroiche, nelle quali spesso i ragazzi non si riconoscono, potremmo insegnare anche altri volti, altre resistenze, altre azioni, che nel silenzio hanno operato per il bene e la giustizia. Facciamo loro conoscere le vite dei Giusti (Giornata dei Giusti, 6 marzo, www.gariwo.net), il sacrificio dei fratelli Scholl, il coraggio dei ragazzi di Piazza Majakovskij, Gino Bartali o Salvo D’Acquisto o Antonio Perlasca, o tanti altri uomini e donne comuni come ognuno di noi, segni della banalità del bene che ognuno di noi sempre può compiere (“Cos’altro avrei dovuto fare?”, dicevano tanti Giusti) e che continua a salvare misteriosamente il mondo intero.

 Il Sussidiario

lunedì 25 aprile 2022

VIVA LA LIBERTA'

Festeggiamo la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Ma il mondo si ritrova ancora carico di violenza.

Continuo a sognare il giorno della liberazione più bella, continuo a sperare che gli esseri umani sappiano finalmente liberarsi dalla guerra in tutte le sue forme e costruire un mondo di pace, di rispetto e solidarietà.

Una utopia? Certo. Ma l’utopia non è un sogno impossibile, è semplicemente un sogno non ancora realizzato, un progetto da costruire con l’impegno di tutti.

Gino Strada

DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA



mercoledì 24 aprile 2019

25 APRILE - VIVA LA DEMOCRAZIA E LA COSTITUZIONE - NON DIMENTICARE CHI HA DATO LA VITA PER LA NOSTRA LIBERTÀ' ....

"La festa del 25 aprile ci stimola a riflettere come il nostro Paese seppe risorgere dopo la tragedia della seconda guerra mondiale. Un vero secondo risorgimento in un Paese materialmente distrutto e gettato nello scompiglio dal regime fascista nemico e da quello monarchico.... 
I giovani facciano propri i valori costituzionali ....
Conoscere la tragedia il cui ricordo è ancora vivo ci aiuta a comprendere le tante sofferenze che si consumano alle porte dell'Europa che coinvolgono popoli a noi vicini. 
E' bene ricordare con gratitudine le donne e gli uomini, i civili e i militari, i sacerdoti che contribuirono al riscatto del nostro Paese.... 
La vostra testimonianza è un monito permanente, un argine di verità contro le interessate riscritture della storia....."


24 aprile 2019

Mattarella, Presidente della Repubblica

www.quirinale.it