Cultura come resistenza
contro l’illusione del presente
Dalle
riviste militanti ai libri sulla crisi degli intellettuali, la sua figura ha
attraversato la storia culturale italiana scegliendo sempre impegno,
persuasione e minoranze attive
-di STEFANO
DE MATTEIS
È
stato critico cinematografico e letterario, inventore di riviste che hanno
anticipato in Italia scrittori, tendenze di tutto il mondo (« Linea d’ombra
»), sposando la distinzione di Sciascia tra scrittori di parole e di cose e
scegliendo apertamente questi ultimi che permettono di leggere, capire e
interpretare la realtà. Ha selezionato saggisti che offrissero strumenti per
intervenire nel mondo e cambiarlo (« Lo straniero), si è fatto egli stesso
attento lettore delle trasformazioni sociali, sempre in dialogo con il suo
tempo e, con un piglio dichiaratamente “politico”, si schierava, sempre e
comunque, dalla parte degli ultimi e degli oppressi, pronto a far reagire il
sentimento cristiano della fraternità di un Silone, definendosi «cristiano
senza chiesa e socialista senza partito», con la pragmaticità di un Chiaromonte
che esalta la dignità dell’uomo per quanto è stato capace di fare nei suoi
momenti migliori.
A
leggere o rileggere i libri di Goffredo Fofi si ricavano spaccati e diagnosi di
periodi storici di cui si ricostruiscono tanto i limiti quanto le spinte nei
motivi culturali, e si viene messi a confronto con i sentimenti sociali
positivi o negativi, evidenti o sotterranei; si abbattono miti solo apparenti e
si procede a scoperte inattese. Ma, se si segue il suo racconto secondo la loro
cronologia, sono anche libri che attraversano la storia d’Italia, mostrandone
le oscillazioni, per verificare il tracciato e ricostruirne i cambiamenti: ne
viene fuori così una mappa delle trasformazioni con risultati non sempre
esaltanti.
E a
un certo punto della sua biografia culturale, cinema, letteratura, teatro,
intervento sociale, ma anche fumetto e fotografia si mescolano in una
stratificazione che crea un percorso unico, grazie alla sua inaudita voracità
che fondava un sapere quasi enciclopedico e che gli permetteva di evidenziare
le trame nel mescolare generi, ambienti, pratiche artistiche, e mettere in luce
genealogie e derivazioni, contatti e scambi spesso sconosciuti.
Forse,
una delle prime “prove” di questo non-metodo, in cui i tracciati cominciano a
mescolarsi, è Dieci anni difficili, del 1985, in cui Fofi fa
un bilancio preventivo degli anni Ottanta (definito il decennio più stupido) e
prende la rincorsa per gli anni Novanta grazie anche a un altro libro, Pasqua
di maggio. Un diario pessimista, di appena qualche anno successivo. E
proprio in quest’ultimo Fofi lamenta le difficoltà dell’azione sociale in
quanto «“fare” è oggi più difficile che mai, perché dal fare è assente
l’entusiasmo e impoverita la persuasione. Eppure bisogna, non fosse che “per
vendere cara la pelle” e “salvarsi l’anima” sempre con la coscienza che l’anima
ce la salva o tutti o nessuno».
Se
gli anni Ottanta si chiudono con un diario pessimista, i Novanta si aprono con Prima
il pane (pubblicato nel 1990 e oggi ristampato da
Martin Eden), in cui la domanda posta in una delle pagine di
apertura è: «Con chi dialoga oggi chi fa qualcosa?». E non solo,
perché si interroga sui cambiamenti che stanno segnando
la cultura italiana di fine secolo, a partire dal crollo non
tanto dei partiti, quanto delle identità (ideologiche) forti
e delle loro varianti: « I cattolici, i marxisti, i liberali, il
pensiero autoritario, il pensiero libertario, la destra, la
sinistra. Erano linee spesso contrapposte, a volte con sottili
scambi e reciproche influenze; ma si “pensava” (e si creava) in
rapporto a opzioni concrete, a parti della società, a classi di
appartenenza, a scuole e tradizioni cui aderire o mettere in
discussione». Ma tutto questo aveva di buono che produceva anche
i suoi anticorpi in quanto ogni filone generava i suoi eretici, «spesso uniti
da una comune spinta morale».
Con
l’arrivo anche in Italia della ricchezza, «della società affluente e con lo
sviluppo mastodontico dei media» si è persa quell’identità, sostituita da un
«ammasso di non identità» in cui «il singolo si sente protetto… perché –
suprema astuzia del sistema – si è fatto ideologia di ciò che viene chiamato
esplicitamente look: l’illusione che apparire equivalga ad essere». Tutto
questo, nel libro funziona da premessa per comprendere «sia la diversità –
ripeto: apparente – delle proposte, che l’assenza di proposte forti, in grado
di collegare, dare identità tenere insieme, “fare scuola”». Ma il
passaggio di secolo porta a un cambio radicale.
Le riviste usate come
sistema di pedagogia diffusa, il tentativo di persuadere all’azione sociale
per aprirsi a prospettive di cambiamento, conduce Fofi a riflessioni sempre più
radicali che, oltre che nelle riviste, prenderanno forma in due libri
importanti, quasi coevi: Da pochi a pochi, del 2006 e
ristampato ora da Elèuthera, e La vocazione minoritaria del
2007. Entrambi incarnano una reazione verso «gli intellettuali che hanno finito
per essere sempre più servi», cui contrappone l’azione positiva di minoranze
attive che hanno la forza di opporsi o di creare percorsi sotterranei per
un’azione condivisa. Assieme a riflessioni sulla storia recente, vissuta sempre
in modo « partecipe», in cui se ne ricostruiscono i passaggi fondamentali, i
limiti (tanti) e i (pochi) pregi, si affrontano personaggi grandi, medi e
piccoli, tra stupidità diffuse e mediocrità vincenti, e si arriva alla parte
conclusiva del «che fare».
Questi
sono gli anni in cui vengono rimessi in gioco i maestri, come Aldo Capitini che
ha un ruolo fondamentale nel suo pensiero, e si ritorna in particolare a
Chiaromonte. Il primo per la capacità critica, per la lezione sulla non
accettazione del mondo così com’è; poi sulla religione come coscienza
appassionata della finitezza e il suo superamento; poi per le indicazioni
(anche pratiche) della non violenza.
Da
tutto questo prende forma la forza della persuasione che deve coinvolgere,
motivare, partecipare. A cosa?
C’è
un punto in cui forse Capitini e Chiaromonte si incontrano grazie a Fofi:
nella non accettazione, ma soprattutto nella non-collaborazione, nel
rifiuto delle seduzioni per la costruzione di un percorso indipendente, fatto
con quella parte delle minoranze che si definiscono etiche.
Se
in passato la politica è stata una forte delusione, un tale percorso di
indipendenza rilancia però anche la necessità di una politica, sicuramente
nuova e diversa, che nasce sulle basi di un pensiero attivo e concreto,
“contrario” e sempre schierato con gli ultimi.
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