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martedì 28 aprile 2026

MAI PIU'

 


Dopo il grande successo di Il suicidio di Israele (Premio Strega Saggistica 2025), Anna Foa ha sentito l’urgenza di rispondere a queste domande, con la consapevolezza che quello che abbiamo vissuto in questi ultimi due anni mette a rischio il patrimonio di valori che abbiamo costruito attorno alla memoria della Shoah e per rivendicare, oggi più che mai, un ‘Mai più’ che valga per tutte le donne e gli uomini. 

A prescindere da ogni credo e identità.




Mai più. Mai più la Shoah, mai più i campi di sterminio, mai più antisemitismo.

Così si è detto. Ma a chi è riferito quel ‘mai più’? Mai più per gli ebrei o mai più a ogni altro genocidio, dopo quello estremo che ci deve fare da monito, chiunque ne possa essere vittima? E perché allora Gaza? E perché è una scelta controversa definire genocidio lo sterminio di Gaza? Usare questa definizione vuol dire sminuire l’unicità di quello ebraico o fare un paragone empio tra Stato di Israele e Germania nazista?

Chiunque usi il termine genocidio per la Palestina è, anche inconsapevolmente, un antisemita? Proprio la parola antisemitismo è oggi sulla bocca di tutti: da una parte, la presenza nel dibattito pubblico di stereotipi antisemiti; dall’altra, il governo di Israele e i suoi sostenitori che definiscono antisemita chiunque critichi la sua politica, dall’ONU a quei paesi dell’Unione Europea che hanno riconosciuto lo Stato palestinese.

Ma allora cos’è l’antisemitismo, chi sono gli antisemiti?

Quali sono le differenze con l’antisionismo?

E ancora, se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo, come opporvisi?

Autore: Anna Foa

Editore: Laterza

Collana: I Robinson. Letture

Anno edizione: 2026

In commercio dal: 20 marzo 2026

Pagine: 80 p., Brossura

EAN:

9788858160350

 

venerdì 3 ottobre 2025

IL PIANO PER GAZA

 


Dal genocidio 

al 

neocolonialismo

 



 -         di Giuseppe Savagnone 

Un giorno storico

«Tutto si sta risolvendo. Oggi è un giorno storico per la pace. Con Netanyahu abbiamo parlato di come porre fine alla guerra a Gaza nel quadro più grande di una pace eterna nel Medio Oriente». Con queste le parole il presidente americano Trump ha iniziato la conferenza stampa congiunta con il premier israeliano Netanyahu, in cui ha enunciato i venti punti del suo piano per la pace a Gaza.

E le reazioni internazionali hanno confermato il suo ottimismo. Il piano ha riscosso l’unanime approvazione dei governi di tutto il mondo.  In particolare, i leader europei, da Ursula von der Leyen a Emmanuel Macron, che ultimamente erano apparsi piuttosto critici verso politica di Israele nella Striscia, hanno reagito positivamente a quella che hanno considerato, per usare le parole della presidente, un passo importante verso «la soluzione dei due Stati», che rimane, a loro avviso, «l’unica strada percorribile per una pace giusta e duratura».

Entusiasta la reazione del governo italiano. La premier Giorgia Meloni ha ringraziato Trump «per il lavoro di mediazione e i suoi sforzi per portare la pace in Medio Oriente. L’Italia esorta quindi tutte le parti a cogliere questa opportunità e ad accettare il Piano». Da parte sua, il vice-premier Matteo Salvini ha definito la notizia «splendida», avvertendo che «nessuno deve sabotare questo accordo prezioso».

Meloni non ha fatto altro che esprimere l’opinione comune in questo momento: grazie a Trump – ancora più convinto, adesso, di meritare il premio Nobel per la pace – si è arrivati finalmente a un accordo giusto e ragionevole che può porre fine a tante sofferenze di innocenti e  la responsabilità di ratificarlo o respingerlo ricade ora solo su Hamas.

Accordo o ultimatum unilaterale?

Qualche dubbio, però, non può non emergere se si guarda con un po’ di attenzione quello che sta accadendo. A cominciare da ciò che Meloni ha definito, in un primo commento, «mediazione» e, in una successiva dichiarazione, «accordo per la pace», dandone il merito al presidente americano. “Mediazione” e “accordo” tra chi? Manca la controparte.

Non è stato Hamas, che pure lo è nella realtà e il cui assenso, infatti, è riconosciuto dallo stesso Trump decisivo. Non è stato neppure l’Autorità Nazionale Palestinese, che pure, a differenza di Hamas, riconosce Israele.

Ma anche questa legittima rappresentanza del popolo palestinese non è riconosciuta, a sua volta, dal governo di Tel Aviv ed è guardata con diffidenza da quello di Washington, che pochi giorni fa ha addirittura negato ai suoi rappresentanti il visto per entrare negli Stati Uniti e partecipare, come avrebbe pieno diritto di fare, all’Assemblea dell’ONU.

Nessuna meraviglia che non sia stata invitata, non dico per discutere il piano, ma almeno per esprimere le esigenze del popolo di cui esso definisce il futuro.

Le parole della nostra premier e di quanti, nel mondo occidentale, le ripetono, sono dunque  una finzione linguistica per coprire il fatto che siamo davanti a un progetto scritto sulla testa degli interessati, senza neppure ascoltarli, e costruito in base ai loro progetti.

Che già, peraltro, essi avevano espresso senza mezzi termini fin dalla precedente conferenza-stampa congiunta, tenuta all’indomani dell’insediamento del Tychoon alla Casa Bianca, in cui avevano annunciato il proposito di trasformare la Striscia di Gaza in un resort di lusso.

Un progetto che ora, pur con qualche importante modifica (non si parla più di deportazione in massa degli abitanti della Striscia), è in fondo ripreso nel piano  presentato ora, dopo qualche mese.

Adesso questo proposito si è trasformato in un vero e proprio ultimatum, rivolto certamente ad Hamas, ma in definitiva al popolo palestinese: se non ci si piegherà al diktat unilaterale di Stati Uniti e Israele, sarà l’inferno, e non solo per i terroristi, ma prima di tutto per la popolazione civile, anche se è difficile immaginare qualcosa di peggio di quello che  ha  già dovuto subire.

Il fantomatico “Stato palestinese”

Una seconda perplessità (per usare un eufemismo) nasce dal fatto che i soli garanti della corretta realizzazione dei venti punti elencati nel piano saranno i suoi stesi autori, Trump e Netanyahu.

Quest’ultimo, proprio per la sua politica verso Gaza, è stato giudicato colpevole, dalla Corte Penale Internazionale, di «crimini contro l’umanità» e di recente è stato accusato, da una Commissione indipendente dell’ONU e da autorevoli intellettuali – anche ebrei e israeliani, come David Grossmann –  di essere responsabile di genocidio.

Quanto a Trump, si è sempre senza riserve schierato dalla sua parte, fino al punto di perseguitare con pesantissime sanzioni chiunque avallasse quelle accuse, dai giudici della stessa Corte alla relatrice dell’ONU per Gaza Francesca Albanese.

A questi due personaggi, ufficialmente nemici del popolo palestinese, non solo si deve l’ideazione del piano sull’assetto da dare a questo popolo, ma è affidata anche  la sua applicazione. Ruolo tanto più delicato in quanto molti punti del piano stesso non contengono precisazioni cronologiche e lasciano indeterminato il futuro.

Primo fra tutti quello che ha spinto molti governi, fautori della soluzione dei “due Stati” ad accogliere con favore questo piano, la nascita, finalmente, di uno Stato palestinese.

La soluzione prevista è, in realtà,  che a governare Gaza sia  «un comitato tecnocratico e apolitico» composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione di un nuovo organismo internazionale di transizione, il “Board of Peace”, che sarà presieduto dal Presidente Donald J. Trump, con altri membri e capi di Stato da decidere, tra cui l’ex Primo Ministro Tony Blair». (n.9).

Questo «fino a quando l’Autorità Nazionale Palestinese non avrà completato il suo programma di riforme (…) e potrà riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace» (ivi). Solo allora «potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinese, che riconosciamo come l’aspirazione del popolo palestinese» (n.19).

Formule al condizionale, fortemente ipotetiche, e comunque aperte a qualunque possibile scadenza temporale. Chi deciderà quando le «condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinese‚» si saranno finalmente realizzate? Evidentemente non i palestinesi.

E poiché i promotori e i garanti del piano sono due nemici, acerrimi e dichiarati, dell’ipotesi stessa di uno Stato palestinese – «Non si farà mai!», ha gridato anche recentemente Netanyahu, approvato in pieno da Trump –  non è da maligni sospettare questo percorso, già ora rimandato a un lontano e ipotetico futuro,  non comincerà mai.

Come sembra confermare, del resto, il fatto che nel piano non si dice nemmeno una parola sul destino della Cisgiordania, la cui progressiva occupazione illegale da parte degli insediamenti israeliani, secondo l’ultima dichiarazione del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich,  «seppellirà l’idea di uno Stato palestinese». A questi insediamenti il paino non prevede alcun freno, avallando tacitamente la prospettiva del ministro.

Ancora una volta siamo davanti a una evidente smentita delle commosse dichiarazioni diplomatiche che lo hanno salutato come una porta aperta verso il giusto riconoscimento della patria palestinese.

I tanti governanti che hanno detto questo o non avevano letto bene il testo, oppure non hanno visto l’ora di scaricarsi del  problema posto nell’opinione pubblica, dalle stragi in corso a Gaza, sacrificando la verità e la giustizia alla loro cessazione.

La rinascita del colonialismo

Nel frattempo, a governare la Striscia sarà il “Board of Peace”, «presieduto dal Presidente Donald J. Trump, con altri membri e capi di Stato da decidere, tra cui l’ex Primo Ministro Tony Blair» (n.9).

Vero è che nel piano si dice che «Israele non occuperà né annetterà Gaza» (n.16) e che, a differenza del progetto originario enunciato all’inizio di quest’anno da Trump e Netanyahu, essi assicurano nel testo attuale che «nessuno sarà costretto a lasciare Gaza, coloro che lo desiderano saranno liberi di farlo e di tornare», aggiungendo anzi: «Incoraggeremo le persone a rimanere e offriremo loro l’opportunità di costruire una Gaza migliore».

Ma non certo come cittadini liberi e indipendenti. Gli unici nomi menzionati  nell’organismo  destinato  al controllo del territorio palestinese sono quello del presidente americano e di un ex primo ministro inglese. Siamo in una logica che ha caratterizzato tutala storia del colonialismo: per il bene degli indigeni è meglio che siano gli occidentali a decidere al posto loro – come è stato nell’“accordo” che ha dato vita al piano – e a  esercitare il potere sulle loro terre.

Con quali intenti e con quale stile lo dice tutta la storia del colonialismo. Quel che in questo caso è certo è che l’ex premier Tony Blair – già noto per aver collaborato alla falsificazione delle prove portate dal presidente americano Bush per aggredire gratuitamente, nel 2003, l’Iraq – si è da tempo dato a una fiorente attività economica e finanziaria. E poiché Gaza è considerata oggi, per usare le parole del ministro Smotrich, «una miniera d’oro immobiliare», si delinea già la prospettiva di uno sfruttamento sistematico della Striscia da parte dei paesi occidentali e di Israele, che ne è stato, ne è e ancor più ne sarà il fido partner democratico nella barbare terre mediorientali.

E, in questa logica, potrà essere anche realizzata quella idea del resort di lusso da costruire sulle macerie, annunciata da Trump e Netanyahu nella loro prima conferenza stampa congiunta.

Ai palestinesi – a quelli che non sono morti di fame o per i bombardamenti – , visto che non avranno diritti politici, potrebbe essere affidato il compito di personale di servizio nella futura Gaza Betch.

Quanto al controllo militare, gli Stati Uniti collaboreranno con i partner arabi e internazionali per sviluppare una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) temporanea da dispiegare immediatamente a Gaza», a cui le truppe israeliane «cederanno progressivamente il territorio di Gaza che occupano» (n.16).

Resta, anche qui, indeterminato il momento di questo passaggio di consegne. E uno dei proponenti/garanti del piano, Netanyahu, ha già chiarito che «l’esercito israeliano resterà su gran parte della Striscia di Gaza». Come aveva sempre detto. Non sembra esagerato quello che ha scritto il «New York Times», secondo il quale, con questo patto, il premier israeliano ha avuto tutto ciò che voleva. Giusto premio per il genocidio compiuto.

 

www.tuttavia.eu 

sabato 20 settembre 2025

UN'ANALISI DEL TRUMPISMO

 


IL PRIMO GENOCIDIO MERCANTILE DELLA STORIA

di Giuseppe Savagnone 

È ora di prendere atto che, in soli otto mesi – dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca – , Donald Trump ha configurato con le sue parole e le sue scelte un modello culturale e politico radicalmente diverso da quello a cui il mondo occidentale, e gli stessi Stati Uniti, erano abituati, e che potremmo, per comodità, chiamare “trumpismo”.

Si può apprezzarlo e condividerlo, o criticarlo e perfino detestarlo, ma non negare che siamo davanti a qualcosa di nuovo.

Ne troviamo conferma, in questi giorni, da due notizie apparse sulle prime pagine dei giornali e che apparentemente non hanno nulla in comune. 

Una riguarda le parole del ministro israeliano ultra-ortodosso Bezalel Smotrich, secondo cui Gaza sarà «una miniera d’oro immobiliare» e sono stati «avviati negoziati con gli americani» per la spartizione della Striscia, in modo che la ricostruzione «si paghi da sola».

È il pieno coronamento del progetto annunciato dal presidente americano il 4 febbraio scorso, in cui aveva annunciato a un mondo incredulo la sua intenzione di far sorgere a Gaza, sulle macerie della guerra di sterminio condotta da Israele, un resort turistico di lusso. «Penso che lo trasformeremo in un posto internazionale, bellissimo», aveva detto soddisfatto. «Sarà la rivière del Medio Oriente».

Quanto ai gazawi, avrebbero dovuto essere «trasferiti» in altri paesi – si parlava di  Giordania ed Egitto, ipotesi poi tramontata e sostituita da altre -, dove si sarebbero trovati, secondo il presidente, molto meglio che a casa loro. 

Una prospettiva che il premier israeliano Netanyahu aveva salutato come una «visione rivoluzionaria e creativa» che apriva «molte possibilità» per Israele.  Conosciamo tutti gli esiti di questa visione.

Scriveva poco più di un mese dopo, in aprile, il quotidiano di Gerusalemme «Haaretz»: «Non è più una guerra, ma un assalto sfrenato ai civili. In assenza di veri obiettivi militari, Israele sta conducendo un’offensiva sconsiderata contro coloro che non sono in alcun modo coinvolti nella lotta». Perfino mentre facevano la fila per avere un po’ di cibo. Puro terrorismo in vista di una pulizia etnica, autorizzata dagli Stati Uniti.

Perfino agli opinionisti e ai governi occidentali, che per quasi due anni hanno cercato di giustificare o di minimizzare ciò che avveniva a Gaza, è ormai impossibile chiudere gli occhi su quello che la Commissione indipendente dell’ONU ha definito, recentemente, un genocidio.

Il primo, nella storia umana, dichiaratamente ispirato alla logica mercantile del neocapitalismo. I nazisti volevano spazzare via gli ebrei perché li odiavano. Trump non ha nulla contro i palestinesi, ma sostiene Israele nel suo progetto di eliminarli o cacciarli perché ha bisogno della loro terra per farci un resort di lusso, che frutterà miliardi di dollari agli investitori.

Il narcisismo esibizionista

C’è un’altra differenza: i nazisti non esibivano ai quattro venti il loro piano; il presidente americano sì. Ha fatto il giro del mondo il video, da lui creato e postato, in cui lui e il premier israeliano Netanyahu, in vacanza a Gaza, stanno comodamente sdraiati in costume da bagno, al bordo di una lussuosa piscina, sullo sfondo di modernissimi grattacieli e di una enorme statua d’oro raffigurante Trump. Il narcisismo è un elemento essenziale del trumpismo ed implica l’ostentazione mediatica.

Lo stesso è accaduto per «la più grande operazione di deportazione nella storia americana», per cui ora è in corso negli Stati Uniti un vera e propria caccia all’uomo, affidata a squadre di volontari di estrema destra, che hanno il mandato di fermare per strada e di bloccare chiunque possa apparire loro sospetto.

Anche qui la Casa Bianca ha con orgoglio mostrato su internet le foto di persone incatenate, in divise carcerarie, in fila per salire su un aereo o inginocchiate. Una compiaciuta umiliazione della dignità umana che è ben altro dal voler far rispettare le leggi sull’immigrazione.

La commistione tra politica ed economia

La vicenda di Gaza è, però, solo un esempio della mescolanza di politica ed economia tipica del trumpismo. I sotterranei retroscena economici di imprese militari e scelte politiche non sono certo una novità. Ma Trump è il primo che non li nasconde, con una chiarezza che i suoi sostenitori chiamano sincerità e i suoi avversari spudoratezza.

Lo avevano erroneamente definito un isolazionista. Ma il presidente americano, per «rendere di nuovo grande l’America», non vuole limitarsi a valorizzare le sue risorse. Vuole anche quelle degli altri.

Lo si è visto chiaramente nella sua gestione della crisi ucraina, caratterizzata da oscillazioni e contraddizioni che hanno disorientato tutti, ma fermamente protesa a un preciso obiettivo: la concessione dello sfruttamento delle terre rare ucraine – l’unico conseguito finora in questi mesi di trattative.

La stessa logica ha caratterizzato il recente viaggio di Trump nel Medio Oriente, dove del massacro in corso dei palestinesi non si è neppure accennato, ma in compenso sono stati stipulati accordi miliardari con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. E non a caso l’attacco alla capitale del Qatar ha dato luogo all’unico “alt” del presidente americano all’arrogante aggressività di Israele, perché lì sono in gioco dei soldi, e parecchi.

E in questo contesto si capisce il ricorso, da parte di Trump, all’arma dei dazi come ritorsione nei confronti di paesi insofferenti alle sue intromissioni, come nel caso del Brasile, penalizzato per non avere ceduto alle sue pressioni nel processo contro l’ex presidente golpista Bolsonaro.

Ma, più in generale, la commistione della politica con l’economia ha caratterizzato  tutta la battaglia doganale scatenata dal Tychoon con accuse e minacce, costringendo paesi che un tempo erano amici e alleati degli Stati Uniti a un umiliante condizione di vassallaggio.

Il diritto della forza

E questo ci porta a un altro aspetto essenziale del trumpismo, che è l’identificazione del diritto con la forza. La sua minaccia di conquistare, anche con le armi, la Groenlandia, strappandola a un paese amico, la Danimarca – che, secondo il trattato della NATO, gli Stati Uniti dovrebbero difendere in caso di aggressione! – , senza altro motivo che i propri interessi, è in evidente contraddizione con tutte le regole che la comunità internazionale si è data, in questi ultimi decenni, per sottrarre la competizione tra gli Stati alla legge della giungla.

Gli Stati Uniti per tutto questo arco di tempo sono stati visti come il principale garante dei valori che rendono la democrazia preferibile a tutti gli altri sistemi di governo. Nella versione trumpista sono solo un pericoloso vicino, di cui avere paura.

Un’ondata di odio

La seconda notizia a cui molti media hanno dato risalto è la sospensione di un programma televisivo satirico famoso negli Stati Uniti, quello curato da Jimmy Kimmel, in seguito alle minacce di Trump di togliere la licenza alla rete televisiva ABC che da anni lo trasmetteva.

Episodio che fa seguito a una campagna di epurazioni scatenata nei confronti di tutti gli organi informazione democratici dopo l’assassinio di Charlie Kirk.

In questo momento, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Italia, si è scatenata una battaglia mediatica e politica che mira a criminalizzare chiunque avesse idee diverse da quelle dell’attivista di destra, attribuendogli la responsabilità della sua morte.

Bersaglio di queste accuse negli Stati Uniti sono i democratici, ma l’episodio è diventato un pretesto, anche in un contesto politico diverso, com’è quello italiano, per attaccare chiunque non condivida le posizioni della destra. «Il suo sacrificio ci ricorda ancora una volta da che lato sta la violenza e l’intolleranza», ha detto Giorgia Meloni in un videomessaggio a «Vox».  

Un’accusa palesemente priva di fondamento, visto che l’assassino di Kirk,  cresciuto in una famiglia di destra e assolutamente estraneo a qualunque movimento della sinistra, non ha mai avuto nulla a che fare con la “sinistra” e, incidendo il titolo della canzone “Bella ciao” sui proiettili, ha evidentemente seguito una moda genericamente anticonformista e libertaria.

La beatificazione di un martire

Kirk, però, non è solo un’occasione che il trumpismo sta usando per demonizzare gli avversari. Puntando anche sulla sua fede religiosa evangelica, lo si sta trasformando in un’icona, di cui il trumpismo aveva bisogno per contrapporla a quelle della “sinistra”, come Martin Luther King.

Da qui non solo la richiesta, in diverse assemblee istituzionali, di osservare un minuto di silenzio in sua memoria, ma un vero e proprio parallelismo col processo di beatificazione dei santi nella Chiesa cattolica.

Leggiamo in un articolo intitolato «“Santo subito” il martire Kirk (non cattolico)», firmato Andrea Morigi, sul quotidiano «Libero» del 17 settembre, che dopo l’assassinio del giovane attivista di destra, «pare stiano avvenendo conversioni religiose di agnostici e che cattolici assenti dalla pratica religiosa da vent’anni tornino a messa (…). L’amministratore del social network conservatore Gab ormai aggiunge alla propria firma un «Cristo è Re», circolano santini con Charlie che reca la palma del martire o accolto a braccia aperte da Gesù (…). Quelli di natura spirituale consuetamente sono i primi miracoli, quelli che costruiscono e provano la cosiddetta “fama di santità”, necessaria a introdurre una causa di beatificazione secondo i canoni della Chiesa cattolica. Per le guarigioni straordinarie e i fatti prodigiosi di natura soprannaturale, ci sarà tempo».

Viene spontaneo osservare che, se si vuole celebrare come martire chi viene ucciso per le sue idee, non si capisce perché il minuto di silenzio, i santini, le veglie di preghiera, non debbano essere dedicati anche a Melissa Hortman, figura di spicco del partito democratico in Minnesota, ritrovata uccisa con suo marito in quello che dagli inquirenti è stato senz’altro classificato come un delitto politico.

A quanto pare, però, non basta la dedizione a un ideale a meritare la palma del martirio, bisogna che questo ideale sia quello giusto. Ora, con tutto il rispetto, è così sicuro che sia questo il caso di Kirk? Non era certo un mostro, come qualcuno  ha sostenuto. Ma tutte le sue affermazioni – oggi disponibili perché riprese puntualmente da The Charlie Kirk Show – sono nella stessa logica di intolleranza verso i “diversi” che caratterizza tutta la posizione trumpista, di cui Kirk è stato non solo un seguace, ma un protagonista e in qualche modo un artefice.

Leggendole si coglie la sua profonda incapacità di guardare come a un interlocutore degno di rispetto chi non condivideva la sua fede politica –  «Il Partito Democratico americano odia questo Paese. Vogliono vederlo crollare» (20 marzo 2024) – , la sua fede religiosa – «Abbiamo detto che l’Islam non è compatibile con la civiltà occidentale» (24 giugno 2025). «L’Islam è la spada che la sinistra sta usando per tagliare la gola all’America» (8 settembre 2025) – , la sua idea di identità sessuale – «Dobbiamo organizzare un processo in stile Norimberga per ogni medico di una clinica che si occupa di gender» (1 aprile 2024).

Il suo era, insomma, un perfetto esempio di ciò di cui Trump, dopo l’omicidio, ha accusato la sinistra: la «demonizzazione di coloro con cui non si è d’accordo». Certo, lo faceva solo a parole. Ma i discorsi, come le idee che essi esprimono, non sono innocenti.

Meno che mai quando arrivano a sostenere un genocidio, come nel caso di Kirk, che Netanyahu ha definito «un amico coraggioso di Israele», attribuendogli il merito di essersi «eretto a difesa della civiltà giudeo-cristiana». 

Una difesa che il  trumpismo – negli stati Uniti  al pari che in Italia – pretende  di rappresentare, contro il nichilismo della cultura “woke”, senza rendersi conto di esserne solo l’altra faccia, non meno drammaticamente disumana.

 www.tuttavia.eu  

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venerdì 12 settembre 2025

UN GENOCIDIO ?!

 

Finalmente qualcuno dice la verità, ma il qualcuno non è uno qualunque: «Riconosco un genocidio quando lo vedo». Con queste parole, Omer Bartov – professore di Studi sull’Olocausto e sul genocidio alla Brown University – ha rotto un silenzio che per mesi ha tenuto in ostaggio gran parte della comunità accademica, culturale e istituzionale dell’Occidente.

- di FEDERICO LIBERTI (Da “Compagno è il mondo”)

Lo ha fatto con un lungo saggio sul New York Times, pubblicato il 14 luglio 2025, che segna un punto di svolta nella ricezione pubblica del massacro in corso a Gaza. Perché Bartov, israeliano di nascita, già ufficiale dell’IDF, sionista nella formazione familiare, non è solo un esperto autorevole: è il testimone di una frattura epistemologica e morale. Scrive: «Essendo cresciuto in una casa sionista, ho vissuto la prima metà della mia vita in Israele, ho servito nell’IDF come soldato e ufficiale, e ho trascorso gran parte della mia carriera a fare ricerche e scrivere sui crimini di guerra e sull’Olocausto, questa è stata una conclusione dolorosa da raggiungere… Ma io insegno lezioni sul genocidio da un quarto di secolo. Ne riconosco uno quando ne vedo uno».

A differenza di chi brandisce con leggerezza l’accusa di genocidio come arma retorica, Bartov aderisce alla definizione rigorosa fornita dalla Convenzione ONU del 1948: il genocidio si configura laddove vi sia «l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale». Due, dunque, sono i criteri: l’intenzione e la messa in atto. Entrambi, nel caso israeliano, risultano documentati.

«Tale intento», scrive Bartov, «è stato espresso pubblicamente da numerosi funzionari e leader. Ma l’intento può anche derivare da uno schema di operazioni sul campo, e questo schema è diventato chiaro a maggio 2024 e da allora è diventato sempre più chiaro poiché l’IDF ha sistematicamente distrutto la Striscia di Gaza».

La strategia della distruzione totale

Secondo i dati raccolti, oltre il 70 per cento delle strutture di Gaza è stato distrutto o danneggiato. La stima dei morti supera i 58.000, di cui almeno 17.000 bambini. Oltre 2.000 famiglie sono state completamente cancellate. Gaza detiene oggi un primato grottesco:  stato distrutto o danneggiato. Gaza detiene oggi un primato grottesco: quello del più alto numero di bambini amputati per abitante del mondo».

Ma non è solo la distruzione materiale a essere sotto accusa. È il piano che guida la demolizione. Dopo la rottura del cessate il fuoco il 18 marzo, l’IDF ha concentrato la popolazione in tre aree del sud: Gaza City, i campi profughi centrali e la zona costiera di Mawasi. L’obiettivo, sostiene Bartov, è «rendere inabitabile la Striscia di Gaza per la popolazione palestinese, costringerla a fuggire o, non avendo dove andare, annientarne la capacità di esistenza collettiva».

È una definizione che non lascia ambiguità: «L’IDF è impegnata principalmente in un’operazione di demolizione e pulizia etnica». Un tentativo deliberato di spostamento forzato di popolazione, bombardamenti ripetuti di zone dichiarate “sicure”, fame come strumento di controllo, e infine la costruzione, parole del ministro della Difesa Israel Katz, di una “città umanitaria” sulle macerie di Rafah per 600.000 persone, a cui non sarà permesso di andarsene.

Bartov lo dice con chiarezza: «Quando un gruppo etnico non ha nessun posto dove andare e viene costantemente spostato da una cosiddetta zona sicura all’altra, bombardato e affamato senza sosta, la pulizia etnica può trasformarsi in genocidio. Questo è avvenuto in diversi genocidi del XX secolo, dagli Herero in Namibia agli armeni nella Prima Guerra Mondiale, fino all’Olocausto».

Il collasso della memoria dell’Olocausto

Ma il cuore del saggio di Bartov, e la sua gravità filosofica, stanno in una riflessione devastante sul fallimento della cultura della memoria. Le istituzioni nate per commemorare la Shoah, scrive, «sono rimaste in silenzio. Nessuna ha lanciato un avvertimento che Israele potrebbe essere accusato di crimini contro l’umanità, pulizia etnica o genocidio. Questo silenzio ha fatto beffe dello slogan ‘Mai più’».

Così, il riferimento all’Olocausto si è trasformato da monito universale a giustificazione etnica. Il genocidio diventa irrilevante se perpetrato in nome della propria sopravvivenza. La memoria si piega a ideologia: «Il rischio, conclude Bartov, è che dopo Gaza non sarà più possibile insegnare e studiare l’Olocausto come si faceva prima».

Bartov è impietoso: «Quando coloro che hanno dedicato la loro vita a insegnare l’Olocausto rifiutano di denunciare la disumanità ovunque essa si manifesti, essi minano tutto ciò per cui la ricerca e la commemorazione dell’Olocausto hanno lottato: la dignità di ogni essere umano, il rispetto del diritto, la necessità di opporsi all’odio».

La faglia tra studiosi dell’Olocausto e studiosi di genocidio

Questa catastrofe ha generato una frattura irreparabile anche all’interno del mondo accademico. Da un lato, una schiera crescente di studiosi di genocidio, tra cui Francesca Albanese, Raz Segal, William Schabas, Melanie O’Brien, che descrivono l’operazione israeliana a Gaza come «genocidio assoluto». Dall’altro, storici della Shoah come Norman Goda e Jeffrey Herf, che denunciano queste affermazioni come «calunnie antisemite».

Scrive Bartov: «Discreditare gli studiosi di genocidio che denunciano Gaza come genocidio mina le basi stesse di questi studi: la necessità permanente di definire, prevenire, punire e ricostruire la storia del genocidio».

Il futuro d’Israele e il tramonto della sua autorità morale

La conclusione è amara. Israele, nato come risposta alla Shoah, sta cancellando con le proprie mani il credito morale faticosamente accumulato nel secolo scorso. «La leadership politica e la cittadinanza israeliana», scrive Bartov, «dovranno decidere se continuare su questa strada disastrosa. Temo che Israele stia trasformandosi in uno stato d’apartheid autoritario pienamente realizzato. E questi stati, la storia lo insegna, non durano».

L’unica possibilità, remota ma salvifica, è che una nuova generazione di israeliani impari a vivere «non più all’ombra dell’Olocausto come giustificazione dell’umanità perduta», ma guardando in faccia la realtà: sette milioni di ebrei e sette milioni di palestinesi condividono la stessa terra. Pace, uguaglianza e dignità sono l’unico esito possibile per un futuro che non sia costruito sul sangue.

In questa prospettiva, conclude Bartov, «Israele dovrà imparare a vivere senza ricorrere all’Olocausto per giustificare l’inhumanitas.

Questo non riparerà il dolore inflitto a Gaza. Ma potrebbe, forse, restituire all’umanità intera un barlume di giustizia».

 www.tuttavia.eu


sabato 22 aprile 2023

MEMORIA E FUTURO A SCUOLA


IL 25 APRILE CI INTERROGA

 Cosa fare davanti
 
a fatti del passato, 

celebrati come eventi 

di una memoria 

collettiva e fondante, 

che negli studenti 

non suscitano più alcun interesse?

- di Monica Bottai

Basterebbe rileggere alcune pagine di Pavese de La casa in collina, oppure con alcune frasi di Vittorini sulla felicità, o immedesimarci nel dramma della questione privata di Milton o nel desiderio di fuga del piccolo Pin fra i suoi ragni. Basterebbe accantonare la pompa patinata di qualsiasi colore per andare a leggere alcune pagine de I guardiani della memoria della Pisanty, oppure lo scomodo Decontaminare le memorie di Alberto Cavaglion, oppure ancora conoscere le riflessioni di Frankl in Uno psicologo nel lager, così come lo sguardo illuminato della Hillesum nel suo Diario. Basterebbe anche vedere certi film, come Swing kids o Miracolo a Sant’Anna, dove la rigida separazione fra buoni e cattivi, fra Bene e Male, si fanno sottili nel grande guazzabuglio del cuore umano.

Insomma, basterebbe questo per scardinare la retorica di tanti nostri riti e di tante parole, di cui abbiamo perso quella verità, storica ed esistenziale, a cui però i nostri ragazzi hanno diritto. Ecco, almeno noi educatori glielo dobbiamo, mentre siamo in aula a seminare futuro ed altri invece si azzuffano per bieca ideologia.

Basterebbe ascoltare le parole di Anna Foa sulla Shoah o di Antonia Arslan sul genocidio armeno o, più recentemente, della senatrice Liliana Segre, per comprendere che, rispetto alle nuove generazioni, abbiamo un serio problema sulla questione della memoria: schemi, parole, riti, vetusti e ossidati dal tempo, si perpetuano, anche nelle scuole, ma raramente toccano il cuore dei giovani che, infatti, spesso chiedono ragione di certe massime imparate dagli adulti (“fare memoria perché non si ripeta il passato”, “mai più”, “not in my name”), ma da quegli stessi adulti evidentemente disattese, giacché superate dall’orrore di altri misfatti contemporanei, individuali o collettivi.

Più spesso, non chiedono nemmeno le ragioni e stanno lì, annoiati e rassegnati, a sorbirsi l’ennesima morale. Cosa rispondiamo? Da dove ripartiamo? Non possiamo certo continuare soltanto a lamentarci dei ragazzi di oggi, rievocando come eravamo bravi noi delle passate generazioni. Forse vale la pena tentare di guardare fino in fondo a questo loro disinteresse per capirne l’origine, magari ritrovando in quell’origine qualcosa delle nostre formule vuote, delle nostre forme prive di sostanza, da loro (giustamente) rifiutate.

Io ho iniziato a farmi questa domanda quando un ragazzo mi chiese perché fosse importante studiare lo sterminio degli ebrei di tanti anni fa, mentre vedeva intorno a sé fatti, a suo avviso, ben peggiori, tipo madri che abbandonano figli nel cassonetto, oppure migranti lasciati morire in mare. In quel momento, ho capito che la realtà era più grande – ancora oggi, caro Orazio… –  della mia filosofia e delle mie conoscenze; così, per passione verso quella faccia un po’ cinica, un po’ smarrita, ma esigente e vera, ho ripreso in mano quel che già pensavo di sapere.

Possiamo ripartire, innanzitutto, dalle parole tanto abusate, quanto misconosciute perché spesso formali: genocidio (o massacro?), liberazione (o libertà?), totalitarismo (mediatico?), razzismo (io non lo sono, però…), antisemitismo (fra stereotipi e complotti), eutanasia (e oggi?), ghetto (periferie?), tanto per dirne alcune, rintracciando fatti ed esperienze dell’oggi, per intuire che questo vocabolario non è tanto antiquato come pensavamo e per iniziare a capire che la memoria non incensa il passato né evita i  ricorsi storici, ma legge il presente ed il compito che io posso avere dentro al presente.

E poi spaziare nel tempo, dall’Holodomor agli Armeni al Rwanda al Darfur ai Balcani, fino al popolo degli Yazidi, per conoscere eventi genocidari susseguitisi prima e dopo la Shoah, universalmente iconica ed insostituibile, ma anche tragicamente ripetibile. E poi spaziare sul planisfero, dalla Corea all’Arabia, dal Congo alla Turchia, dalla Russia all’Iran, scoprendo che non ancora per tutti la democrazia è compiuta (cfr. Democracy Index 2023) e che non tutti sono liberi davvero con più di 70 muri nel mondo, per oltre 40mila km di recinzioni, dal Messico a Macao. Sì, cari ragazzi, anche dopo Berlino, altri muri sono stati costruiti per nuovi minacciosi nemici.

Adesso però sorge una domanda: cosa desidero mostrare veramente ai miei studenti? Soltanto che il Male continua a manifestare il suo volto feroce? Che non c’è un Male assoluto già alle nostre spalle, ma tutto si può sempre ripetere? Come vincere lo sconforto davanti alla banalità del male, che capiamo essere sempre in agguato dentro ognuno di noi, mentre in aula guardiamo smarriti la faccia di Eichmann, durante il processo a Gerusalemme, così troppo simile alla foto sbiadita del nonno sul comò di casa? Non vorremo anche insegnare loro a riconoscere il Bene e preservarne la memoria?

Dentro la grande storia della Resistenza, oltre le storie eroiche, nelle quali spesso i ragazzi non si riconoscono, potremmo insegnare anche altri volti, altre resistenze, altre azioni, che nel silenzio hanno operato per il bene e la giustizia. Facciamo loro conoscere le vite dei Giusti (Giornata dei Giusti, 6 marzo, www.gariwo.net), il sacrificio dei fratelli Scholl, il coraggio dei ragazzi di Piazza Majakovskij, Gino Bartali o Salvo D’Acquisto o Antonio Perlasca, o tanti altri uomini e donne comuni come ognuno di noi, segni della banalità del bene che ognuno di noi sempre può compiere (“Cos’altro avrei dovuto fare?”, dicevano tanti Giusti) e che continua a salvare misteriosamente il mondo intero.

 Il Sussidiario