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venerdì 27 marzo 2026

SIGNORI O FIGLI ?

 


 Nessuno di noi ha creato la vita che ha, e questo comporta due modi di starci dentro: la paura di essere fondati sul nulla e quindi la volontà di impadronirsene (e tre sono le “P” che danno l'illusione di questo infinito: piacere, possesso, potere), oppure la gratitudine di averla ricevuta e quindi la volontà di restituire il dono (i talenti )

- di Alessandro D’Avenia

In un tema dato ai miei studenti, ispirato al racconto di Platone secondo cui le anime scelgono il proprio destino prima di dimenticare tutto e incarnarsi, ho chiesto loro di immaginare di entrare in un negozio misterioso, dall'insegna “Vite possibili”, ingombro di oggetti di tutti i tipi, a ciascuno dei quali corrisponde una vita: pazza, imprevedibile, tranquilla, appassionata, rischiosa...

 Avrebbero potuto scegliere un oggetto e provare per qualche minuto quella vita. Mi sono divertito a leggere i loro sogni di futuro incastonati in un simbolo. Uno di loro racconta di aver scelto una riproduzione di Guernica di Picasso ed essersi prima ritrovato a vedere e sentire il dolore che la guerra provoca agli innocenti, e poi di aver incontrato una donna con un bambino in braccio, ignara di che cosa significhi la parola guerra, perché in quella “vita possibile” la guerra non esiste. È solo l'utopia di un quattordicenne bombardato dalla cronaca di un mondo in fiamme a causa dei suoi leader, e di fronte al quale si sente impotente come molti di noi? Mi è allora venuto in mente il libro che darò loro a breve nel percorso di letture alla scoperta dell'adolescenza: “Il Signore delle Mosche” (1954) del premio Nobel inglese William Golding (trasposto di recente in una bella quanto angosciante serie dallo stesso autore della miniserie Adolescence), che narra l'origine di ogni guerra, micro e macro. 

 «Prima della Seconda guerra mondiale credevo nella perfettibilità dell’uomo in società; che una corretta struttura sociale avrebbe prodotto buone intenzioni; e che quindi una sua riorganizzazione avrebbe potuto eliminare tutti i mali della società. Forse oggi credo di nuovo in qualcosa di simile, ma dopo la guerra non ci riuscivo più. Avevo scoperto ciò che un uomo può fare a un altro uomo... azioni compiute, con grande abilità e freddezza, non da cacciatori di teste o da una tribù primitiva, ma da uomini istruiti, dottori, avvocati, da persone con una tradizione di civiltà alle spalle, a esseri umani come loro... Chiunque sia vissuto in quegli anni senza capire che l’uomo produce il male come l’ape produce il miele è cieco o pazzo... Allora credevo che l’uomo fosse malato, non parlo dell’anomalia, dell’eccezione, bensì dell’uomo comune. Ritenevo che l’umanità fosse affetta da una malattia morale, e che il meglio che potessi fare fosse identificare il collegamento tra la sua natura malata e il caos internazionale in cui si era cacciata», parole adatte alla situazione attuale e che Golding scriveva negli anni '60 in un saggio divenuto la postfazione al romanzo, riferendosi agli orrori della guerra vissuta in prima persona, per spiegare le circostanze del capolavoro il cui titolo gli fu suggerito dal poeta T.S.Eliot, perché “Signore delle Mosche” (Baal Zebub, da cui Belzebù) è il nome biblico di Satana.  

Il libro narra la storia di un gruppo di preadolescenti di una scuola maschile inglese che, precipitati su un'isola paradisiaca del Pacifico dopo un incidente aereo al quale non scampa nessun adulto, devono organizzarsi per sopravvivere. Gli esiti sono sconvolgenti. Golding, maestro elementare, si era ispirato a un episodio scolastico: aveva diviso la classe in due gruppi per farli dibattere su un argomento ed era uscito dall'aula. In sua assenza i ragazzini invece di dibattere avevano cominciato a combattere... “Il Signore delle Mosche” uscì nel 1954, lo stesso anno in cui in Inghilterra fu dato alle stampe un titolo simile: “Il Signore degli Anelli” di J.R.R.Tolkien. Elaboravano entrambi il dramma della guerra e la stessa domanda: da dove viene la guerra? Dal potere. E il potere? Per i due scrittori, con accenti molto diversi, il male viene dalla condizione umana: gli animali non fanno la guerra. Perché noi sì? Non ci siamo dati la vita da soli ma l'abbiamo ricevuta, e quindi radicale in noi non è la malvagità né la bontà, ma la precarietà. Il sapere di non essere all'origine della vita ci rende affamati di pienezza: non lottiamo per la sopravvivenza della specie (logica vorrebbe infatti non fare guerre potenzialmente fatali per la specie), ma per sentirci potenti: Signori. Una condizione che, credenti o no, la Genesi narra nel racconto di Adamo ed Eva, che rappresentano l'Umanità e l'Umano di fronte alla vita. Mangiare dell'Albero della conoscenza del bene e del male (il desiderio di pienezza totale, autonoma e definitiva) è diventare Dio, essere l'origine della propria vita: il divieto di mangiarne non è una puerile negazione della marmellata nascosta in alto ma segna, in un'immagine, la distinzione creatore-creatura, valicabile solo a gran prezzo: ritrovarsi “nudi” di fronte alla verità. La teologia cristiana definisce questo tentativo “peccato originale” (il serpente dice “Se mangerete dell'albero diventerete come Dio”), che è in realtà una “impotenza originaria”, cioè la condizione di ogni uomo, che deve scegliere se accettarsi creatura o farsi creatore.  

 Nessuno di noi ha creato la vita che ha, e questo comporta due modi di starci dentro: la paura di essere fondati sul nulla e quindi la volontà di impadronirsene (e tre sono le “P” che danno l'illusione di questo infinito: piacere, possesso, potere), oppure la gratitudine di averla ricevuta e quindi la volontà di restituire il dono (i talenti di cui narravo la scorsa settimana). “In Adamo ed Eva c'eravamo anche noi” mi sentivo dire al catechismo, ma non mi convinceva perché io non c'ero, poi capii che significava “sei come loro”, partecipi al dramma umano: impadronirsi della vita o trasmetterla? Qui è il discrimine, a ogni livello, tra male e bene: il primo è l'esito della paura, “non hai la vita, prenditela” (il frutto dell'albero); il secondo viene dalla riconoscenza, “ringrazia di averla ricevuta, passala” (gli alberi del racconto sono due, l'altro è l'Albero della Vita, a cui l'uomo ha invece libero accesso: la vita è gratuita).  

 In questi giorni pre-pasquali viene ripetuto che Cristo “libera l'uomo dal peccato”. Che vuol dire? Non che lo rende impeccabile, ma che gli rende visibile (egli si dice “il Figlio”) e amabile (“Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza”) la condizione umana: sei figlio, creatura che ha ricevuto la vita, allora vivi e lotta perché gli altri vivano. “Togliere il peccato” significa quindi prima spezzare l'illusione di poter uscire dalla condizione creaturale eliminando la precarietà radicale che ci terrorizza (a questo erano già arrivati i Greci con la hybris, l'eccesso di chi nega la propria condizione mortale), e poi restituire le energie creative sprecate a impadronirsi della vita (il transumanesimo tecnologico, gli abusi sui bambini, le spropositate ricchezze economiche di pochi e a scapito del creato sono la versione attuale delle tre “P” e di questa pretesa), e impegnarle per crescere, creare, fiorire, a beneficio di tutti.  

Nei libri di Golding e Tolkien fa il male chi dimentica o nega la sua mancanza radicale, non si riconosce dato alla vita, “figlio”, e vuole darsi la vita da solo, essere “signore”, ma, non avendo l'energia di un creatore, per sentirsi tale sottrae la vita agli altri e al mondo. Per questo abbiamo inventato il diritto, limite agli eccessi di potere e custodia della libertà personale. Quelli che sembrano libri di avventura per ragazzi sono scomode descrizioni dell'uomo bellico: non verrà il mondo in cui il male e quindi la guerra saranno eliminati del tutto, perché non ci affrancheremo mai dalla nostra condizione di creature, condizione che comporta il dramma della scelta tra la via della paura e quella della riconoscenza, tra male e bene, tra il potere (sostantivo) sulla vita e il potere (verbo) dare la vita.  

Signori o figli? Quello che possiamo fare è educare a riconoscere e amare la nostra condizione fragile, cosa che porta alla cura del mondo e degli altri, e conviene alla specie e al singolo. 

E poi unirsi per non permettere ai Signori delle mosche o degli anelli di intimorirci e sottometterci.

Alzogliocchiversoilcielo

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sabato 7 febbraio 2026

SPORT E UMANITA'

 

Leone XIV: durante le Olimpiadi invernali si fermino i conflitti in tutto il mondoLeone XIV: lo sport é importante per il bene dell’umanità.

 Occorre rispettare la Tregua olimpica

Il Papa, in una lettera in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici e paraolimpici invernali di Milano Cortina, mette in guardia dalla dittatura della performance che può indurre al doping, dalla strumentalizzazione politica dello sport e dal considerarlo un videogame. Rilancia il valore dell’incontro, della relazione e dell’accoglienza, “espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata”

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Pagine dettate da una riflessione profonda sullo sport come mezzo per costruire la pace, per educare, per essere scuola di vita nella quale si sperimenta il limite, “la sconfitta senza disperazione” e “la vittoria senza arroganza”, in cui si tocca “la vita in abbondanza” che nasce “dalla condivisione, dal rispetto e dalla gioia di camminare insieme”. La vita in abbondanza è la lettera di Papa Leone XIV, pubblicata oggi 6 febbraio, sul valore dello sport e in occasione dell’apertura dei XXV Giochi Olimpici Invernali, al via oggi fino al 22 febbraio tra Milano e Cortina d’Ampezzo, e dei XIV Giochi Paralimpici che si svolgeranno dal 6 al 15 marzo nelle stesse località. Evento in vista del quale il Pontefice chiede di rispettare, in questo mondo in guerra, la Tregua olimpica.

Incoraggio vivamente tutte le Nazioni, in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire e a rispettare questo strumento di speranza che è la Tregua olimpica, simbolo e profezia di un mondo riconciliato

La Tregua olimpica, strumento di speranza

Il Papa richiama su questa scia i suoi predecessori che allo sport hanno sempre affidato “un ruolo importante per il bene dell’umanità, in particolare per la promozione della pace”. Ricorda poi che la Tregua olimpica nasce dall’accordo di sospendere ogni ostilità ed è uno strumento da riproporre soprattutto in questo tempo di conflitti, di dominio della “cultura della morte” perché utile a porre fine “alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto”. 

La gamification dello sport

I valori ma anche i pericoli che nascono da una visione distorta dello sport sono poi richiamati dal Papa nel suo documento in particolare il doping, il culto del profitto, la corruzione quando lo sport diventa business, il tifo che diventa fanatismo, la strumentalizzazione politica delle competizioni sportive, il ricorso alla tecnica facendo dello sport “un laboratorio di sperimentazione disincantata” o un videogame.

La gamification estrema della pratica sportiva, la riduzione dell’esperienza a punteggi, livelli e performance replicabili, rischia di disancorare lo sport dal corpo reale e dalla relazione concreta. Il gioco, che è sempre rischio, imprevisto e presenza, viene sostituito da una simulazione che promette controllo totale e gratificazione immediata.

Spazio di dialogo

Ripercorrendo l’uso di termini sportivi negli scritti di autori cristiani, il Pontefice intende evidenziare la profonda unità tra le diverse dimensioni dell’essere umano: corpo e spirito. Cita anche le esperienze fruttuose, come quelle di san Filippo Neri e san Giovanni Bosco, nelle quali lo sport rappresentava un ambito di evangelizzazione. Passando per il Concilio Vaticano II e per i Giubilei dello sport, Papa Leone sottolinea come l’esperienza sportiva sia “uno spazio privilegiato di relazione e di dialogo con i nostri fratelli e sorelle appartenenti ad altre tradizioni religiose, così come con coloro che non si riconoscono in alcuna di esse”.

Imparare a perdonare

Immancabile il riferimento al tennis, lo sport che il Papa pratica, quando sottolinea l’esperienza esaltante dei due giocatori che si spingono al limite, che tendono a migliorarsi, sperimentando poi la gioia e la capacità di donarsi: una esperienza che “interrompe la tendenza all’egocentrismo”, favorisce il gioco di squadra che, se non è inquinato “dal culto del profitto”, fa crescere nella fraternità.

Lavorare insieme ai coetanei comporta talvolta la necessità di affrontare conflitti, gestire frustrazioni e fallimenti. Occorre persino imparare a perdonare. Prendono forma così fondamentali virtù personali, cristiane e civili.

Inclusione e solidarietà

In questo percorso sono fondamentali le figure educative come gli allenatori che se animati da valori spirituali possono trasmettere “la cultura della squadra – scrive il Papa - fondata sull’amore, che rispetta e sostiene ogni persona, incoraggiandola ad esprimere il meglio di sé per il bene del gruppo”.

L’accessibilità allo sport è per il Pontefice un criterio da perseguire con decisione perché molti bambini non avendo risorse sono esclusi, come anche ragazze e donne in diverse società mentre “a volte, nella formazione alla vita religiosa, specialmente femminile, permangono diffidenze e timori verso l’attività fisica e sportiva”. “I valori autentici dello sport – sottolinea - si aprono naturalmente alla solidarietà e all’inclusione”.

La dittatura della performance

Uno dei rischi che nella Lettera il Vescovo di Roma evidenzia è quello di guardare allo sport come un business dove “conta solo ciò che può essere contato”, il che genera un’ossessione per i risultati e per il denaro che viene generato. La persona scompare, emerge la corruzione, il gioco d’azzardo, disilludendo così il grande pubblico.

La dittatura della performance può indurre all’uso di sostanze dopanti e ad altre forme di frode, e può portare i giocatori di sport di squadra a concentrarsi sul proprio benessere economico piuttosto che sulla lealtà verso la propria disciplina.

Il rifiuto del doping

La competizione sportiva, quando è autentica, - scrive Leone XIV - presuppone un patto etico condiviso: l’accettazione leale delle regole e il rispetto della verità del confronto!

Il rifiuto del doping e di ogni forma di corruzione è una questione non solo disciplinare, ma che tocca il cuore stesso dello sport. Alterare artificialmente la prestazione o comprare il risultato significa spezzare la dimensione del cum-petere, trasformando la ricerca comune dell’eccellenza in una sopraffazione individuale o di parte.

Il rischio di un tifo violento

Particolare spazio nella riflessione del Papa è quello riservato agli spettatori e ai tifosi, attenzione al rischio di trasformare lo stadio in luogo di scontro, il tifo in fanatismo. È preoccupante quando “lo sport non unisce ma estremizza, non educa ma diseduca, perché riduce l’identità personale a un’appartenenza cieca e oppositiva”.

Ciò è particolarmente preoccupante quando il tifo è legato ad altre forme di discriminazione politica, sociale e religiosa e viene utilizzato indirettamente per esprimere forme più profonde di risentimento e odio.

La cura integrale della persona

C’è anche un altro rischio che Leone XIV mette in luce: trasformare gli stadi in “cattedrali laiche”, le partite cin “liturgie collettive”, gli atleti “figure salvifiche”. Una sacralizzazione che rileva il bisogno di senso e di comunione, “ma rischia di svuotare sia lo sport sia la dimensione spirituale dell’esistenza”. Un rischio che chiama il pericolo del narcisismo quando l’atleta rimane “fissato allo specchio del proprio corpo performante, del proprio successo misurato in visibilità e consenso”.

È urgente riaffermare una cura integrale della persona umana, nella quale il benessere fisico non sia disgiunto dall’equilibrio interiore, dalla responsabilità etica e dall’apertura agli altri. Occorre riscoprire le figure che hanno unito passione sportiva, sensibilità sociale e santità. Tra i tanti esempi che potrei fare, voglio ricordare San Pier Giorgio Frassati, giovane torinese che univa perfettamente fede, preghiera, impegno sociale e sport.

Transumanesimo e Intelligenza artificiale

Guardando alla bellezza delle manifestazioni sportive, il Papa ricorda che un’ulteriore distorsione riguarda la strumentalizzazione politica delle competizioni che da luoghi di incontro diventano “palcoscenici per l’affermazione di interessi politici o ideologici”.

Attenzione poi all’impatto del transumanesimo e dell’intelligenza artificiale sul mondo dello sport che “rischiano di introdurre una separazione artificiale tra corpo e mente, trasformando l’atleta in un prodotto ottimizzato, controllato, potenziato oltre i limiti naturali”.

Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma pretende di ridefinirla, lo sport smarrisce la sua dimensione umana e simbolica, diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata.

Vincere e perdere

Necessario dunque rilanciare la dimensione educativa e inclusiva dello sport perché – sottolinea Papa Leone – vincere non è primeggiare ma “riconoscere il valore del percorso compiuto” e perdere non è fallire “ma può diventare una scuola di verità e di umiltà”.

Accettare la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza significa imparare a stare nella realtà con maturità, riconoscendo i propri limiti e le proprie possibilità.

Nella lettera si fa riferimento anche all’esperienza di Athletica Vaticana, nata nel 2018 come squadra ufficiale della Santa Sede e sotto la guida del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. “Essa – si legge - testimonia come lo sport possa essere vissuto anche come servizio ecclesiale, soprattutto verso i più poveri e i più fragili”.

Qui lo sport non è spettacolo, ma prossimità; non è selezione, ma accompagnamento; non è competizione esasperata, ma cammino condiviso.

L’attenzione della Chiesa

In conclusione, il Papa si sofferma sulla necessità per le Chiese particolari di riconoscere lo sport “come spazio di discernimento e accompagnamento, che merita un impegno di orientamento umano e spirituale”. Raccomanda pertanto la presenza all’interno delle Conferenze episcopali, di uffici o commissioni dedicati allo sport, in cui coordinare la proposta pastorale, mettendo in dialogo le realtà sportive, educative e sociali presenti. Un modo per unire insieme lo sviluppo fisico e spirituale come “dimensione costitutiva di una visione integrale della persona umana”, perché lo sport impara “a prendersi cura del proprio essere senza idolatrarlo, a superarsi senza annullarsi, a competere senza perdere la fraternità”.

La Chiesa è chiamata a farsi vicina là dove lo sport è vissuto come professione, come competizione ad alto livello, come occasione di successo o di esposizione mediatica, avendo però particolarmente a cuore lo sport di base, spesso segnato da scarsità di risorse ma ricchissimo di relazioni.

Scuola di vita

“Lo sport può e deve essere spazio di accoglienza, - conclude il Pontefice - capace di coinvolgere persone di diversa provenienza sociale, culturale e fisica”, “una delle espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata” nella quale corpo e spirito si armonizzano.

Non si tratta di un accumulo di successi o di prestazioni, ma di una pienezza di vita che integra corpo, relazione e interiorità. Lo sport può diventare davvero una scuola di vita, in cui si impara che l’abbondanza non nasce dalla vittoria ad ogni costo, ma dalla condivisione, dal rispetto e dalla gioia di camminare insieme.

Vatican News

LEGGI QUI LA LETTERA DI PAPA LEONE XIV LA VITA IN ABBONDANZA SUL VALORE DELLO SPORT



 

martedì 1 agosto 2023

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E TECNICA

 L'Intelligenza artificiale 

ci obbliga

 a "pensare" la tecnica

 

Senza un’idea adeguata della persona e della sua dignità, la volontà di potenza della tecnica e di chi la possiede genera violenti squilibri

    -    di Vittorio Possenti

Pensare in profondità la tecnica, in modo da stabilire ciò che essa può fare e ciò che invece non può fare, anche quando volesse esercitare la più alta volontà di potenza: questo è il punto più indispensabile di ogni discorso sull’universo delle tecnologie. Pochi però lo affrontano, e da questa carenza teoretica primaria seguono innumerevoli equivoci.

In diverse occasioni ho mostrato (non è possibile ripeterlo qui) che l’innegabile potenza delle tecnologie non può trasformare la natura o essenza umana, mutandola in qualcosa di altro e diverso. Prese nel loro significato più autentico le nozioni di natura umana o di essenza umana appartengono all’ambito del necessario e dello stabile, di ciò che è strutturato in un certo modo e che non può essere diversamente. Sinché esisterà un essere umano, questi sarà un soggetto personale vivente, formato dal sinolo tra anima e corpo, e dotato di intelletto, volontà e libertà; niente di più e niente di meno. La grandeggiante retorica sul postumano e il transumano, penetrata dovunque da oltre trent’anni e denotata dal detto “Mutare o perire”, ha accuratamente evitato di fare i conti filosofici con le nozioni di natura/essenza e di divenire, che non sono così malleabili come si vorrebbe. In altri termini lo scientismo tecnologico sogna molto e pensa poco: soprattutto non guarda verso l’ontologia. Il rifiuto, spesso apriorico, del discorso ontologico, sposta l’attenzione sull’etica, confidando che essa da sola possa darci una risposta adeguata; purtroppo raramente è così.

 La premessa secondo cui la potenza della tecnica non può cambiare l’essenza umana in qualcosa di altro e diverso, non si accorda però con alcuna forma di quietismo, che volesse lasciare campo libero alle tecnologie sulla scorta dell’idea appena enunciata. Anzi i maggiori rischi, insieme alle opportunità, si aprono proprio a questo livello “intermedio” in cui si cerca in genere di restaurare e di potenziare l’essere umano, sia curando malattie sia dotandolo di maggiori capacità. In questo campo possono accadere eventi buoni o cattivi. Consideriamo la sfida dell’Intelligenza artificiale (IA), pressante in rapporto a due fattori: il suo impatto ambivalente e plurimo sull’essere umano nella vita individuale e sociale; il cambiamento iperveloce del tessuto esistenziale e le difficoltà di molti di reggere il ritmo, con le conseguenti fratture sociali in molti campi. Senza un’idea adeguata della persona, dei suoi diritti e doveri, della sua dignità, la volontà di potenza della tecnica - che in realtà è volontà di potenza dei singoli e dei grandi gruppi e holding che operano poderosamente su scala mondiale, spesso in un grave vuoto normativo - è capace di generare violenti squilibri. Finora scarsa è stata la capacità dell’autorità pubblica di regolamentare efficacemente i grandi produttori di IA che, costituiti da gruppi privati egemoni a livello mondiale, mostrano un’alta riluttanza a sottoporsi a controlli e normative.

Nell’epoca dell’infocrazia la questione principale per coloro che si guardano intorno e riflettono, è se vi sarà il tempo necessario per trovare risposte adeguate, prima che il dominio tecnocratico metta a tacere le opinioni dissenzienti. Molti si interrogano sull’influsso che il complesso scientifico-tecnologico esercita sulla democrazia con le relative derive quali l’ascesa del populismo, l’accendersi di acute emotività, l’instabilità dei governi, la diffusione intenzionale di notizie false, la sottrazione ai cittadini della possibilità di scegliere a ragion veduta. Con l’allettamento della libera connessione permanente l’infocrazia fomenta la solitudine della persona. E si sa che la solitudine è la condizione primaria della sottomissione. Questa è in atto in quanto i soggetti connessi si sentono autonomi, mentre sono perpetuamente schedati nelle sterminate memorie dei big data. I controlli sono in fin dei conti nelle mani di coloro che dovrebbero essere controllati.

 L’IA è oggi il settore in più rapido cambiamento. Chi abbia una qualche competenza sul modo con cui la persona esercita la conoscenza sensibile e intellettuale, non può non vedere che il termine stesso di IA è un ossimoro, portatore di falsità e mistificazione. L’IA computa e compone ad alta velocità, ma non pensa: l’ intelligenza è vita e non macchina; e se è macchina non è intelligenza. La pervasività del mondo digitale opera contro questa fondamentale acquisizione: il contatto quotidiano con il mondo digitale offusca la diversità tra virtuale e reale, operando una trasformazione ambigua dell’esperienza umana e del senso comune. Si finisce per credere che in numerosi casi decida meglio la IA invece che l’uomo. Qui si può fare riferimento al ricorso all’IA nel campo della giustizia gestita da Stati e corti. Possiamo abdicare al diritto primario che ogni persona debba necessariamente essere giudicata da un’altra persona e non da macchine?

 L’ideologia del transumanesimo ha preparato il terreno verso una mente aumentata e un corpo inessenziale per il funzionamento della prima. L’IA si innesta su questa trama favorendo il mentale-algoritmico-virtuale sull’esperienza corporea del mondo. A questo livello si incontra il tema della libertà, più essenziale che mai perché lo scientismo combatte tenacemente per mostrare che l’essere umano è predeterminato nelle sue scelte dal macchinico e dall’algoritmo, e che la coscienza è un epifenomeno di altro. Possiamo perciò essere eterodiretti. E già lo siamo quando, dopo essere stati profilati in mille modi, gli allettamenti della pubblicità ci orientano allo scopo di massimizzare i profitti delle multinazionali che dominano. Un compito urgente sta nel ridestare in tanti l’amore per la libertà e il desiderio di servirsene per vivere la propria vita e per formarsi una capacità di giudizio.

 Occorre che singoli e popoli reagiscano alla serpeggiante passività morale, alla sottomissione rassegnata alla tecnologia e tecnocrazia. Senza sottovalutare le prese di posizione critiche e il grande lavoro sulla neuroetica e sull’etica dell’IA, l’atteggiamento dei più sembra quello di stare a vedere in modo passivo. Il poderoso legame tra ricerca tecno-scientifica ed eccezionali livelli di capitale di rischio, che puntano al più alto profitto possibile, scoraggiano e indeboliscono le capacità di reazione. Non ci sono che fragili contrappesi, e nelle democrazie la cattiva moneta delle reti social, dell’IA, degli algoritmi sovrasta tutto il resto. La moneta cattiva caccia la buona, e le grandi imprese tecnologiche non mostrano interesse a correggere queste gravi distorsioni, da cui traggono potere e profitti. L’odio che circola sulla rete rende più di altri business, e non si calcolano i danni inflitti ai minorenni e ai bambini che crescono in tale clima. Una volta di più si mostra vero che i rischi per l’umanità non vengono da errori delle tecnologie, ma dal loro uso malsano. Ogni tecnica è aperta sui contrari, sul suo uso buono o cattivo, e ciò non dipende dalle tecnologie ma dall’uomo che le progetta e le impiega. L’energia atomica illumina le città ma può essere impiegata per distruggerle. Il chip che viene installato nel cervello non solo consente di interpretare i segnali elettrici di coloro che non possono comunicare con l’esterno, fornendo un aiuto; ma consente parimenti di inviare segnali esterni al cervello, con il rischio di manipolazione e di espropriazione del soggetto. Non si dovrebbe mai dimenticare l’intrinseca ambivalenza della tecnica.

 Per valutare se siamo preparati per il cambio di mondo che già opera, dovremmo chiederci: qual è il contesto spirituale prevalente in Occidente, in specie negli strati più elevati, a cui toccano speciali responsabilità nelle decisioni pubbliche che riguardano tutti? Nelle nostre società liberaldemocratiche l’umanesimo della persona deve affrontare sfide che provengono dall’involuzione dei concetti di liberalismo e di individuo, quest’ultimo ridotto a esclusiva libertà di autodeterminazione, in cui l’altro è sentito come un limite o un avversario. Il liberalismo, che si è trasformato in neoliberalismo e libertismo sul piano etico, e liberismo in campo economico, continua ad occupare la scena. Il loro richiamo alla persona e alla sua dignità è spesso di comodo per coprire altri cammini: le società liberali sono in crisi a motivo della loro concezione aggressiva dell’individuo autocentrato e ostile all’alterità, e del distacco dall’idea cristiana di persona. Prevale una scepsi diffusa e talvolta apertamente materialistica. Essa, che legge l’io personale come risolto nel circolo della vita biologica, deve oggi registrare una crescente paura del futuro – nonostante i mezzi tecnici potentissimi di cui disponiamo – e timore dell’altro, verso cui si dice: noli me tangere. L’altro è sentito come concorrente, non come potenziale termine di una relazione e della cooperazione.

 L’Europa dello spirito non potrà portare un sufficiente rimedio a tale clima se abbandonerà il suo retaggio cristiano, e si volgerà alle potenze dell’epoca, inchinandosi a loro idolatricamente. Vanno meditate le parole di Karl Löwith, stese 70 anni fa: «Soltanto con l’affievolirsi del cristianesimo è divenuta problematica anche l’umanità». Obliato Dio, rischia di essere messo da parte l’uomo, non più pensabile a sua immagine e somiglianza, secondo il messaggio biblico. Allora l’uomo vede solo i propri prodotti, e si pensa a immagine e somiglianza di sé stesso, della sua corporeità più che del suo spirito.

 

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