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martedì 8 luglio 2025

POVERO PENSIERO CRITICO !

 


Lo psichiatra Crepet riflette 

sulla buia situazione attuale 

dominata dalle nuove tecnologie

 che annullano 

ogni senso critico.

 

-           di Alessandra Galetto

 Carenza di pensiero critico. Nessuna voce che si alza dal coro della narrazione dominante per esprimere almeno quella prima forma di riflessione indipendente che è un dubbio. Lo dice del resto chiaramente Paolo Crepet, che per questo suo nuovo spettacolo con il quale sarà in tournè in estate (l’11 luglio al Castello di Villafranca) ha scelto il titolo quantomai esplicito «Il reato di pensare». 

Se dunque il lavoro precedente dello psichiatra, sociologo, saggista e opinionista esortava a «Mordere il cielo» in risposta alla preoccupante constatazione dell’eclissi della nostra sfera emotiva, qui pare che la questione sia ancora più grave. 

 Professor Crepet, davvero pensare è diventato reato? 

Da che mondo è mondo despoti, potenti, dittatori, ma anche semplici cittadini (basterebbe pensare alle relazioni sentimentali e familiari) hanno temuto il pensiero libero. La storia insegna che i conflitti sono nati per sradicare, impedire, punire chiunque abbia cercato di esprimere le proprie opinioni. Il fatto è che non ci siamo accorti di quello che stava succedendo, siamo partiti con il cellulare e poi ondata dopo ondata - ondate da una parte silenziose, dall’altra ammalianti - eccoci qui: stiamo lambendo un imprevisto quasi paradossale, un limite che silenziosamente sta facendo regredire la civiltà invece di garantirne un progresso. Una muraglia invisibile per secoli ha sfidato l’umanità più coraggiosa, ora sembra illuderla. 

 Complice l’intelligenza artificiale, lei dice? 

L’intelligenza artificiale fa il suo lavoro in modo coerente con il suo business, ma sono gli stessi promotori di questa tecnologia che ci hanno messo in guardia sui rischi. Questi meccanismi di dipendenza ormai sono globali, nel senso che sono diffusi ovunque nel nostro pianeta. Qualcosa è andato storto, ormai questo è evidente anche a chi non vuole ammetterlo e preoccuparsene: viviamo una contraddizione lacerante. Vedo attorno a me gente confusa che in parte cerca nuove parole, mentre altri percepiscono una visione assottigliata dalle proprie, smisurate necessità individuali. Come se, abbattendo nuovi muri e pronunciando parole che solo qualche decennio fa sarebbero sembrate blasfeme, improvvisamente fossimo dominati dall’eco silenzioso di nuove paure generate dall’angoscia che quelle stesse nuove forme di libertà siano improvvisamente diventate abbagli, azzardi, pericoli, insuete forme di ansia e di inquietudine. Addomesticare le parole, quindi il pensiero che le genera, porta alla normalizzazione che fa parte di una regola del nuovo marketing ideologico. Temo che possa accadere qualcosa di più: che si faccia avanti l’esigenza un nuovo “codice” che disciplina il pensiero. 

 Cosa dobbiamo aspettarci? 

Non saranno più la morale, l’etica o i sensi di colpa, ma un ritorno indietro all’idea che le parole, ma soprattutto l’ispirazione che le genera, debbano essere auto-inibite. Una forma di censura autoindotta che permetta un asservimento di massa. Il reato di pensare inciderà sulla reciprocità, così svanisce la contaminazione culturale, emotiva, relazionale. Si arriva a essere atterriti delle proprie idee, dall’idea e dalla necessità di esporle. Alla radice di ogni forma di libertà c’è il pensiero, l’esercizio del libero arbitrio. Se per la prima volta nella storia dell’umanità si decidesse che per seguire le regole del mercato e della politica si deve proibirlo, che ne sarà della nostra immaginazione, del nostro genio che nasce dalla disubbidienza all’omologazione? 

 Chi ne verrà maggiormente penalizzato? 

I più penalizzati sono i geniali, che sono da sempre fuori dal coro. Quante forme di “politicamente corretto” stanno distorcendo la formazione dell’ideazione, quanti veti ideologici e contro- ideologici stanno costruendo nuove gabbie invisibili ma paralizzanti, quante censure e autocensure ci stiamo imponendo pensando che siano nuove forme di libertà?

 L'Arena 

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venerdì 28 febbraio 2025

ETICA E NUOVE TECNOLOGIE

 


La Santa Sede:

 l'IA risorsa di “pace”,

 ma anche potenziale

 minaccia “esistenziale”


Al Forum per la sicurezza e la cooperazione dell’Osce, monsignor Richard Gyhra, osservatore permanente vaticano, mette in guardia sui rischi legati all’uso di strumenti innovativi in ambito militare, a cominciare dall'Intelligenza Artificiale, sottolineando l’impossibilità di governare tali contesti esclusivamente attraverso algoritmi

 -         di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

-          Guidare lo sviluppo delle "tecnologie emergenti" affinché servano il bene comune e la dignità umana, rifiutando un mondo in cui conflitti e decisioni siano dominati dagli algoritmi. È questa la visione della Santa Sede, espressa ieri, 26 febbraio, al Forum per la sicurezza e la cooperazione dell'Osce da monsignor Richard Gyhra, osservatore permanente vaticano.

Le responsabilità dell'uomo

“Non si può sfuggire alle gravi questioni etiche legate al settore degli armamenti”: con queste parole di Papa Francesco, monsignor Gyhra ha aperto il suo intervento sul tema “Uso militare responsabile delle tecnologie nuove ed emergenti”. Al centro della riflessione, la necessità di salvaguardare i “principi etici” che “sostengono il valore intrinseco di ogni persona” e la sua capacità di discernimento e “assunzione di responsabilità”.

 Minore percezione dei danni della guerra

In tema di tecnologie emergenti, Gyhra ha posto l’attenzione sull’Intelligenza Artificiale, una risorsa che può essere strumento di “pace” e “sicurezza”, ma anche una potenziale minaccia “esistenziale” per l’umanità. L’impiego di sistemi di controllo a distanza per operazioni militari, ha sottolineato, può ridurre la “percezione della devastazione” causata dalla guerra, come già evidenziato dalla recente nota Antiqua et Nova sul rapporto tra IA e intelligenza umana.

Opacità giuridica e interrogativi etici

Un ulteriore pericolo è rappresentato dall’uso crescente delle “tecnologie autonome”, che rischiano di delegare le decisioni militari alle macchine, sottraendole alla supervisione umana. Ciò genera “opacità giuridica” e gravi interrogativi etici. In questo contesto, monsignor Gyhra ha menzionato i sistemi d’arma letali autonomi (Lethal Autonomous Weapon Systems – LAWS), capaci di identificare e colpire obiettivi senza intervento umano diretto. “Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita a un essere umano”, ha ribadito citando ancora Papa Francesco.

Lo sviluppo umano integrale al centro

Le preoccupazioni espresse dalla Santa Sede, ha chiarito il presule, non mirano a frenare il progresso, ma a incoraggiare una ricerca e uno sviluppo etico delle nuove tecnologie. L’obiettivo è integrarle in un “quadro più ampio”, che non si limiti alla loro utilità ed efficienza, ma che ponga al centro la promozione dello sviluppo umano integrale.

 

Vatican News

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martedì 11 febbraio 2025

PROTEZIONE DIRITTI dei MINORI

 


Telefono Azzurro 

e la tutela dei minori 

su internet, 

una priorità 

per il futuro. 


La protezione dei diritti dei bambini 

nell’ambiente digitale

Il Safer Internet Day 2025 è stato l’occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’utilizzo consapevole e responsabile di Internet. Questo evento europeo rappresenta un’opportunità per promuovere politiche e strategie mirate alla protezione dei minori nell’ambiente digitale.

Nel mondo sempre più digitalizzato in cui viviamo, l’accesso a Internet e alle nuove tecnologie rappresenta un’opportunità senza precedenti per i bambini. Tuttavia, la navigazione online presenta anche sfide significative, come il cyberbullismo, la violazione della privacy e l’esposizione a contenuti inappropriati. Per affrontare queste problematiche, Telefono Azzurro ha redatto il Manifesto per i Diritti dei Bambini nell’Ambiente Digitale, un documento fondamentale che mira a garantire un ambiente digitale sicuro e rispettoso dei diritti dei minori.

Accesso equo e sicuro alla tecnologia

Ogni bambino ha diritto a un accesso equo alle tecnologie digitali senza discriminazioni. Questo accesso deve essere accompagnato da adeguate misure di protezione. L’impegno nella creazione di normative efficaci può prevenire l’esposizione a rischi come il cyberbullismo, l’abuso e la diffusione di contenuti dannosi. Il potenziamento dei sistemi di verifica dell’età può impedire l’accesso a contenuti inappropriati, garantendo al contempo la tutela della privacy dei minori.

Bilanciare sicurezza e libertà di espressione

Se da un lato la sicurezza online è fondamentale, dall’altro è importante garantire ai bambini la possibilità di esprimere liberamente le proprie opinioni e accedere a informazioni adeguate. Le piattaforme digitali possono impegnarsi nel raggiungimento di un equilibrio tra protezione e libertà di espressione, adottando politiche che prevengano la censura ingiustificata e tutelino i minori da contenuti dannosi.

Contrastare lo sharenting e la sovraesposizione

Negli ultimi anni, il fenomeno dello sharenting (la tendenza dei genitori a condividere online informazioni e immagini dei propri figli) è diventato sempre più diffuso. Sebbene possa sembrare un gesto innocuo, questa pratica espone i bambini a potenziali rischi di privacy e sicurezza. Sensibilizzare i genitori sull’importanza di proteggere l’identità digitale dei propri figli e promuovere un uso responsabile dei social media è una priorità.

Responsabilizzare le aziende tecnologiche

Le aziende che operano nel settore digitale giocano un ruolo chiave nella creazione di un ambiente online sicuro per i minori. L’adozione di principi di safety-by-design e privacy-by-design è essenziale per garantire piattaforme più sicure. Inoltre, il settore tecnologico può collaborare con organizzazioni per la sicurezza online, al fine di sviluppare strumenti innovativi per la protezione dei bambini.

Prevenzione e protezione dall’abuso online

Uno degli aspetti più preoccupanti del mondo digitale è il rischio di abusi online, come il grooming e l’adescamento di minori. Strategie di prevenzione efficaci e strumenti di segnalazione accessibili possono ridurre significativamente questi rischi. Formare educatori e genitori per riconoscere i segnali di pericolo e intervenire tempestivamente è fondamentale. La cooperazione tra governi, forze dell’ordine e organizzazioni della società civile può rafforzare la lotta contro questi crimini.

Educazione digitale per minori e adulti

Un’altra strategia chiave per garantire un ambiente digitale sicuro è l’alfabetizzazione digitale. Le scuole e le comunità possono impegnarsi nel promuovere la consapevolezza sui diritti e sui rischi online. Anche i genitori e gli insegnanti svolgono un ruolo fondamentale nell’accompagnare i minori nell’uso responsabile della tecnologia. Inoltre, educare i bambini sui meccanismi economici digitali, come gli acquisti in-app e la pubblicità online, aiuta a sviluppare una consapevolezza finanziaria.

Normative e regolamentazioni efficaci

Strumenti legislativi come il Digital Services Act (DSA) e l’AI Act offrono un quadro di protezione per i minori online. L’introduzione di standard minimi per la protezione dell’infanzia all’interno delle normative nazionali e internazionali è un passo necessario per migliorare la sicurezza digitale.

Monitoraggio e valutazione delle politiche digitali

Per garantire che le politiche digitali siano realmente efficaci, è essenziale istituire meccanismi di monitoraggio e valutazione. La collaborazione tra governi, enti di ricerca e organizzazioni può favorire lo sviluppo di soluzioni innovative e migliorare la protezione online e la tutela dei minori su internet. Inoltre, il coinvolgimento diretto dei bambini nelle decisioni che li riguardano può rappresentare un ulteriore passo avanti per creare un ambiente digitale più sicuro e su misura per le loro esigenze.

Innovazione e sicurezza online

L’innovazione tecnologica deve andare di pari passo con la sicurezza. La regolamentazione dell’intelligenza artificiale può prevenire l’uso improprio degli algoritmi che espongono i bambini a contenuti dannosi. Inoltre, limitare la pubblicità mirata ai minori e rendere più accessibili i sistemi di segnalazione può garantire una protezione più efficace.

Il Manifesto per i diritti dei bambini nell’ambiente digitale, redatto da Telefono Azzurro, rappresenta un passo significativo verso la creazione di un internet più sicuro e inclusivo per i minori. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario un impegno collettivo da parte di istituzioni, aziende, educatori e famiglie. Solo attraverso una maggiore consapevolezza e azioni concrete sarà possibile garantire un ambiente digitale che rispetti e protegga i diritti dei bambini, permettendo loro di esplorare il mondo online con maggiore sicurezza.

Di seguito puoi leggere la versione integrale del Manifesto

 e cliccando qui puoi firmare anche tu il manifesto di Telefono azzurro



martedì 9 luglio 2024

LA RIVINCITA DI PLATONE


NUOVE TECNOLOGIE 

La tragedia dell’istruzione digitale 

ovvero la rivincita di Platone

L'intervento del professore Enrico Nardelli dell’università di Roma Tor Vergata, direttore del Laboratorio Nazionale “Informatica e Scuola” del CINI e già presidente di Informatics Europe

 No, non si tratta della situazione di cui si lamentano quelli (troppi, purtroppo) che sostengono che gli insegnanti italiani sono indietro perché «ignorano le potenzialità delle tecnologie digitali».

 È invece la rivincita di quelli che, sottolineando la centralità dell’elemento umano nei processi educativi, hanno sempre ribadito che nell’istruzione non è un elemento davvero essenziale avere, ad esempio, un tablet per ogni studente o reti superveloci nell’intero edificio scolastico, mentre lo è avere insegnanti ben preparati e ben pagati, con un ruolo sociale riconosciuto e difeso. In un mio recente intervento ho ricordato come gli aspetti relazionali del rapporto tra docente e studente siano fondamentali per il successo del processo educativo. Si tratta di una riflessione elaborata da Platone nei suoi Dialoghi, dove si ritrova l’osservazione che la componente affettiva della relazione educativa tra didàskalos e mathetés, maestro e allievo, è un aspetto fondamentale della paideia, la crescita etica e spirituale del discepolo. La tecnologia, se opportunamente utilizzata, può essere eventualmente usata per potenziarla, ma non deve mai sostituirla, pena l’impoverimento e la distruzione della nostra umanità.

 A questo punto abbiamo una certificazione autorevole che chi ha ragione tra queste due posizioni sono gli scettici dell’uso della tecnologia digitale nelle scuole e non gli entusiasti. Si tratta del recente rapporto UNESCO An Ed-Tech Tragedy? (= Una tragedia per l’istruzione digitale?), di cui, chissà perché, non mi pare si sia parlato molto sui grandi giornali d’opinione che avevano invece sottolineato come effetto positivo il fatto che la pandemia avesse costretto gli insegnanti italiani a “diventare digitali” (che mi sembra un po’ come tessere le lodi del Titanic perché è importante saper nuotare – ma lasciamo stare queste divagazioni).

 Per farla breve, il rapporto sottolinea come all’inizio della pandemia la grande speranza fosse effettivamente quella di sfruttare questa situazione per diffondere nel mondo della scuola la tecnologia digitale. Come sempre accade, le motivazioni erano nobili e condivisibili: rendere il processo educativo più efficiente e metterlo a disposizione di tutti.

 Invece, man mano che le soluzioni digitali venivano dispiegate come mezzo primario per erogare l’istruzione obbligatoria, ci si è accorti delle conseguenze dannose e non volute risultanti dalla transizione da un’educazione in presenza basata sulla scuola come luogo fisico ad un insegnamento a distanza supportato dalla tecnologia.

 Il sommario del rapporto riporta che alcuni sostengono che la tecnologia ha salvato una situazione di emergenza e preservato la continuità dell’apprendimento per un numero significativo di studenti, anche se non tutti gli studenti ne hanno tratto beneficio. Ma l’evidenza globale – prosegue il documento – rivela un quadro più cupo. Una dipendenza senza precedenti del sistema educativo dalla tecnologia si è tradotta in esclusione, disuguaglianza sconcertante, danni involontari e modelli di apprendimento che antepongono le macchine e il profitto alle persone.

 Il semplice elenco dei capitoli della sezione del rapporto che analizza tali guasti (“Act II: From Promises to Reality”) (= Atto 2°: dalle promesse alla realtà) è sufficiente a far capire la portata del disastro compiuto:

-la maggior parte degli allievi è rimasta indietro;

le disuguaglianze sono aumentate;

-gli allievi si sono impegnati di meno, hanno raggiunto risultati inferiori, e hanno abbandonato l’istruzione obbligatoria;

-l’istruzione è stata affossata e impoverita;

-l’immersione nella tecnologia è stata dannosa per la salute;

-i costi ambientali sono aumentati;

-il settore privato ha rafforzato il controllo sull’istruzione pubblica;

-una sorveglianza senza precedenti si è diffusa nel settore dell’istruzione.

Questi sono, lo ripeto, i titoli dei capitoli del rapporto dell’UNESCO sopra citato, non mie opinioni. Mi sembrano valutazioni assai rilevanti.

 Il documento prosegue discutendo quali alternative avrebbero dovuto essere considerate, dal tenere le scuole aperte all’uso di soluzioni non tecnologiche.

 La parte finale del rapporto fornisce alcune raccomandazioni per l’uso futuro della tecnologia digitale nel mondo dell’istruzione, che si auspica più rispettoso della componente umana, tra cui vale la pena sottolineare l’indicazione che sostiene che l’apprendimento in presenza ha la priorità su altre modalità e quella che sottolinea la necessità di difendere l’istruzione dalla diminuzione delle opportunità di usufruirne in modo libero, accessibile e disponibile, diminuzione che è conseguenza della tecnologia digitale.

 Appunto, “la rivincita di Platone”.

La perdita di memoria: Platone e la maledizione degli smartphone



 

 

venerdì 10 marzo 2023

PARLANO CON NOI, MA NON SONO INTELLIGENTI

Possediamo le nuove tecnologie 

e ne siamo posseduti. 


Ci fidiamo di esse quasi fossero umane, ma la loro intelligenza è sintattica e non sarà mai semantica

 

- di ADRIANO PESSINA

 Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le cosiddette Itc, hanno cambiato i nostri stili di vita. La nozione di onlife, resa popolare dagli studi di Luciano Floridi, mette in evidenza come ci troviamo in una condizione umana in cui i confini della realtà sono dilatati dagli spazi informazionali della rete. La rivoluzione digitale ha creato un nuovo ambiente culturale, forse dovremmo dire, mentale, che interagisce con il mondo empirico nel quale ci troviamo. In effetti, nella nostra vita quotidiana, il confine, il limes, tra l’on-line e l’off-line, diventa sempre più sfumato: basta possedere un cellulare per uscire dal contesto in cui siamo e immergerci in quello spazio digitale che ci porta mentalmente e sensorialmente altrove. Di fatto, il possesso delle nuove tecnologie, la possibilità di accedere alla rete informatica, fa, oggi, la differenza della stessa condizione umana. Possedere, però, a volte, si trasforma nell’essere posseduti. E ognuno sa, anche quando finge di ignorarlo, che i proprietari delle tecnologie informatiche posseggono un numero stratosferico di dati che ci riguardano, profilano i nostri gusti, le nostre relazioni, i nostri convincimenti. Così, la nostra autonomia tecnologica è l’altra faccia della nostra dipendenza. Se agli inizi del Novecento la questione della tecnica era ampiamente dibattuta sotto la categoria della sfida, noi oggi dovremmo, piuttosto, ripensarla sotto il profilo dell’addomesticamento tecnologico. Del resto, non semplicemente “usiamo” gli strumenti tecnologici, ma li “addomestichiamo”, gli attribuiamo un senso inserendoli nel nostro spazio vitale. L’aspetto amicale della tecnologia si rivela nell’allargamento delle nostre possibilità di interazione, di comprensione del mondo, di soluzione di problemi e nelle stesse parole con cui le nominiamo, definendole intelligenti.

 L’addomesticamento tecnologico è, allora, ambivalente: da una parte le macchine entrano nella domus e diventano parte della vita, dall’altra, come avviene con ogni forma di addomesticamento, noi ci dobbiamo adattare a esse, a un mondo disegnato dai nuovi software. In questo contesto, la svolta fonetica dei nuovi software ha aumentato la nostra dimensione fiduciaria nei confronti di ciò che ormai chiamiamo, indistintamente, intelligenza artificiale. Noi parliamo con le nostre macchine e le macchine ci parlano. Quando, nel 2011, la Apple ha immesso sul mercato Siri, lo ha presentato come un «assistente intelligente che ti aiuta a fare le cose semplicemente chiedendo»: ci abbiamo creduto, senza sapere come funziona, semplicemente perché funziona e risponde al nostro comando «Ehi Siri».

 La creazione delle chat-bot, che oltre a eseguire molteplici funzioni, sono in grado di stabilire una sorta di conversazione personalizzata, con il singolo utente, ha accelerato il convincimento che si sia di fronte realmente a una qualche forma di intelligenza. Le nuo-ve tecnologie, infatti, sviluppano in modo esponenziale le dimensioni simulative delle attività umane, dandoci l’idea di ottenere un servizio personalizzato, sebbene siano macchine collettive che “apprendono” ed elaborano miliardi di dati attraverso un’analisi statistica in grado di generare, sotto la supervisione dei tecnici, mappe linguistiche sempre più sofisticate.

 Il linguaggio antropomorfo con cui siamo abituati a descrivere questi processi logico-formali, a struttura statistica, rischia di farci dimenticare che, in realtà, domandare, ascoltare, capire, rispondere, obbedire, sono esperienze molto complesse che poco hanno a che fare con le operazioni attuate dalle nuove tecnologie. In realtà, le macchine non ci parlano, non ci ascoltano, non ci rispondono, semplicemente perché non sanno nemmeno che esistiamo e non capiscono che cosa ci stanno dicendo. A nessuno di noi verrebbe in mente di affermare che il semaforo rosso ci dice di fermarci o che il suono della sveglia ci dice che è ora di alzarci. Ma la simulazione della voce umana, la rimodulazione di segnali sonori che noi comprendiamo alla stregua di un dialogo, ha trasformato in modo radicale il nostro rapporto con i nuovi artefatti tecnologici e ha dilatato l’aspetto fiduciario nei confronti dei dati e dei risultati che ci forniscono. Le macchine, per semplificare al massimo, mettono insieme una sequenza di segni alfabetici che per noi sono però “parole” dense di significato e infatti siamo in grado di valutare se le risposte sono vere o false: per i sistemi tecnologici, questi termini sono però insensati, perché il loro risultato è semplicemente esatto rispetto alla coerenza formale con cui sono stati elaborati i dati acquisiti. Per questo le macchine non mentono e non sbagliano, perché non sanno e non scelgono: eseguono i diversi percorsi resi possibili dai loro programmatori. Ma per esse vale sempre l’antico adagio: se ai software si forniscono dati spazzatura, si ottengono risultati spazzatura.

 Pensare di accedere alla verità attraverso processi logico-formali è, non dimentichiamolo, il grande sogno di una parte della filosofia, che affonda le radici nella costruzione dei modelli sillogistici. Ma tradurre il linguaggio in segni univoci, formule, numeri da assemblare, per quanto utilissimo in molti contesti del sapere, ci priva della comprensione delle sfumature della realtà e della nostra esperienza, che sono il fondamento delle domande di senso dell’esistere. Un’intelligenza sintattica, come quella delle macchine, non può sostituire un’intelligenza semantica e non dovremmo mai dimenticare che i programmatori di software sono in grado di fare una traduzione della semantica in sintassi perché, in quanto uomini, possiedono entrambe le dimensioni dell’intelligere. Noi ci fidiamo dei risultati dei nostri “calcolatori” e, per usare un gioco di parole, contiamo su di essi. E abbiamo vari motivi per farlo.

 www.avvenire.it 

sabato 10 ottobre 2020

I GIOVANI E LA SFIDA DELLE DIPENDENZE DIGITALI


 Serve alleanza scuola famiglia

 L’aumento di manipolazioni e dipendenze legate al web riapre il dibattito sulla necessità di educare ad un uso consapevole dei nuovi media. Di rischi di isolamento e perdita di contatto con la realtà concreta ha parlato il Papa nell’Enciclica Fratelli tutti. De Luca (Università Europea): gli adulti spendano più tempo per dialogare con i ragazzi

                                                                                    Marco Guerra – Città del Vaticano

 I fatti di cronaca raccontano sempre più spesso storie preoccupanti di bambini e adolescenti che incorrono in grandi pericoli durante una fruizione del web e dei social incontrollata e spasmodica. I ragazzi sono sottoposti a manipolazioni del loro comportamento, approcci interessati, “extreme challenge” e sessualizzazione precoce.

I giovani sono più vulnerabili

Personalità in fase di strutturazione sono rese ancora più fragili da vere e proprie forme di dipendenza nei confronti dei dispositivi digitali che vengono utilizzati senza la capacità di elaborare i contenuti che vengono loro proposti.

Il dramma a Napoli

Questa emergenza generazionale è tornata al centro del dibattito pubblico dopo il suicidio, la scorsa settimana a Napoli, di un bambino di 11 anni che in un ultimo messaggio ai genitori ha parlato di un “uomo col cappuccio”. Un particolare che ha spinto la Procura partenopea a ipotizzare che l’adolescente sia stato istigato da qualcuno su internet. La Polizia Postale sta seguendo le tracce lasciate sul web.

Ordine Psicologi: minori sfruttati da nuove tecnologie

Su questa drammatica vicenda è intervenuto anche il Consiglio nazionale dell’ordine psicologi (Cnop) con una nota in cui spiega che “il suicidio del bambino di Napoli, al di là delle circostanze specifiche da appurare, accende un faro sulle nuove forme di violenza ed abuso sui bambini e gli adolescenti, che vengono sfruttati in modo perverso dalle nuove tecnologie”. “Nessuno vuole criminalizzare la rete o i social, che offrono anche grandi opportunità – prosegue il comunicato –, ma è evidente che si prestino ad essere terreno fertile per grandi violazioni, dalle quali i minori sono spesso indifesi”, soli “di fronte al mare magnum di tutto ciò che in rete si può trovare”.

Accompagnare i ragazzi

Il più alto organismo degli psicologi italiani esorta quindi ad “accompagnare i più e meno piccoli nel cammino nella rete”. “Viviamo in un mondo che mette l’infanzia davanti ad un numero enorme di sollecitazioni – conclude la nota -, che spesso non possono essere gestite sul piano emotivo creando scompensi e vulnerabilità. È necessario che, al di là della performance, si punti alla costruzione di uno sviluppo armonico, che ha nell’affettività una componente essenziale”.

Il Papa: media digitali espongono a dipendenza e isolamento

Su queste sfide epocali ha puntato l’attenzione anche Papa Francesco nell’Enciclica Fratelli tutti. Il Santo Padre nel paragrafo 42 riconosce che “nella comunicazione digitale si vuole mostrare tutto ed ogni individuo diventa oggetto di sguardi che frugano, denudano e divulgano, spesso in maniera anonima. Il rispetto verso l’altro si sgretola e in tal modo, nello stesso tempo in cui lo sposto, lo ignoro e lo tengo a distanza, senza alcun pudore posso invadere la sua vita fino all’estremo”. Nel paragrafo 43 riprede poi un passaggio dell’Esortazione Christus vivit in cui spiega che “i media digitali possono esporre al rischio di dipendenza, di isolamento e di progressiva perdita di contatto con la realtà concreta, ostacolando lo sviluppo di relazioni interpersonali autentiche”.

Gli studi sul fenomeno

Queste problematiche sono state oggetto di approfonditi studi scientifici che, attraverso l’utilizzato di tecnologie di neuroimaging, hanno scoperto che il circuito cerebrale del desiderio stimolato da internet è simile a quello su cui influiscono alcol e droghe. L’ipotesi è che il desiderio di stare connessi attivi aree cerebrali comuni a quelle coinvolte dalle sostanze stupefacenti e psicotrope. Particolarmente preoccupanti e diffuse sono poi le dipendenze da videogiochi e pornografia. Secondo un’indagine Moige (Movimento italiano genitori), condotta, nel 2019, su un campione di studenti italiani delle scuole medie e superiori, il 52,4 % dei ragazzi dice di aver visto almeno una volta materiale pornografico e fra questi il 41% guarda video o foto pornografiche “spesso” o “molto spesso”. Circa la metà dei ragazzi dice poi di aver giocato a videogames con contenuti volgari o violenti. 

De Luca: caduto il limite tra virtuale e reale

“Viviamo in una società iper-connessa dove non si parla più di reale e virtuale, ma di on line e off line, perché quello che succede nel virtuale ha ripercussioni anche nel reale. Per questo è difficile capire quando un ragazzo cade nella dipendenza da internet che è una dipendenza comportamentale”, così Michela De Luca, psicologa e psicoterapeuta, docente di cyberpsicologia all’Università Europea di Roma, analizza per Vatican News il fenomeno delle nuove dipendenze digitali.

I deficit di attenzione

De Luca sottolinea questa dipendenza presenza sintomi simili a quella per le sostanze stupefacenti: “avviene la perdita di controllo, l’astinenza e la tolleranza ovvero devo aumentare il consumo di quello che mi soddisfa”. Tra le conseguenze più nefaste si osserva un deficit di attenzione tra i ragazzi che abusano del web dovuto “ad una lettura non lineare che passa da un contenuto all’altro”, e il passaggio veloce tra diversi contenuti abbassa il livello di attenzione, “i ragazzi non sono più abituati a fermarsi su un testo, manca la concentrazione che porta a riflettere e ad elaborare pensieri creativi”.

L’impegno di scuola e genitori

Non meno preoccupanti sono i tentativi di manipolazione del comportamento dei ragazzi. Secondo la prof.ssa De Luca, i minori sono più inclini ai condizionamenti perché hanno una personalità ancora in formazione e i ragazzi tendono a fidarsi di persone che si presentano come confidenti capaci di capirli. “Dobbiamo anche noi adulti ad essere più consapevoli, dobbiamo informarci, creare una rete con la scuola ma soprattutto dialogare con i nostri figli per capire insieme come affrontare queste situazioni”, spiega in conclusione l’esperta di cyberpsicologia, che invita infine le mamme e i papà a ritagliarsi del tempo per offrire alternative valide al cellulare, educando alla bellezza e proponendo attività creative da svolgere insieme.

 

Vatican News




sabato 20 ottobre 2018

Romania: GIOVANI E NUOVE TECNOLOGIE

Milioni di possibilità, poca libertà
Estratto della conferenza su giovani e nuove tecnologie nei licei rumeni

Pubblichiamo l’intervento che Marco Brusati, collaboratore del  Dicastero Vaticano per i Laici, la famiglia e la Vita e direttore di Hope, sta tenendo nei licei di Cluj, Blaj, Oradea e Bucarest in questo mese nell’ambito del progetto World Youth Hope realizzato con l’Ufficio di Pastorale Giovanile della diocesi greco-cattolica di Oradea

Oggi abbiamo un’idea ridotta di cosa sia comunicare; spesso finiamo per credere che comunicare sia mandare un bel selfie per il gruppo Whatsapp o Snapchat, oppure pubblicare un video divertente su Musically o Youtube, oppure aprire un profilo accattivante su Instagram, Facebook, Twitter e via dicendo. Comunicare è certamente questo, ma è, allo stesso tempo, molto più di questo.
Partendo da qui, facciamo il primo di cinque passi: l’atto del comunicare non è fine a se stesso; noi non comunichiamo per comunicare, ma perché comunicare permette a noi di aprire e vivere le relazioni con gli altri e permette agli altri di aprire e vivere le relazioni con noi. “Non possiamo non comunicare” (Paul Watzlawick) perché abbiamo la necessità vitale di vivere in relazione, iscritta nel nostro DNA. Chi comunica con noi, pertanto, entra in relazione con noi ed influenza la nostra vita, arrivando a orientare ciò che pensiamo, capiamo, crediamo.
Facciamo adesso il secondo passo, chiedendoci: oggi, chi comunica -e quindi entra in relazione- con noi? La risposta è almeno duplice: sia chi incontriamo personalmente, nel rapporto io-tu (Martin Buber): amici e coetanei, genitori e adulti, insegnanti, educatori e sacerdoti; sia chi incontriamo medialmente: artisti, cantanti e attori, bloggers e youtubers, giornalisti e altri protagonisti dei prodotti mediali, reali o virtualmente creati. Tuttavia, le relazioni io-tu sono numericamente molto limitate; alcuni studi (Robin Dunbar), dicono che relazioni personali che contano veramente sono circa dodici; invece, le relazioni mediali sono milioni e sono tutte mediate da uno smartphone, potenzialmente attive 24 ore al giorno, 7 giorni su 7.
Facciamo ora il terzo passo: gli smartphone non sono scatole vuote, ma barattoli pieni di contenuti preparati da persone che comunicano con noi, entrano in relazione con noi ed influenzano il nostro modo di vivere; abbiamo detto che sono milioni. Tuttavia, spostando lo sguardo più a monte possiamo vedere che dietro queste milioni di relazioni mediali, c’è un ristretto numero di soggetti. Un solo esempio ci fa intuire la portata del discorso: circa il 75% della musica globale è prodotto da 3 multinazionali (Universal, Sony, Warner): questo ha prodotto un rovesciamento strutturale in quanto, per esempio, un cantante non fa successo perché piace, ma piace perché fa successo e fa successo perché lo vediamo dappertutto e lo vediamo dappertutto perché un manipolo di persone ha così deciso per ragioni insindacabili. Questo vale per la musica, ma vale anche per l’informazione, i videogiochi, le fiction, i prodotti mediali hardware e software. Abbiamo quindi pochissimi soggetti nel mondo che hanno l’immenso potere di decidere cosa noi dobbiamo sentire e vedere, andando ad influenzare globalmente cosa bisogna pensare, credere e, persino, quali emozioni provare.
Facciamo il quarto passo andando a vedere le conseguenze di questa situazione: mentre pochissime persone, i vostri genitori, educatori e insegnanti per esempio, vi ribadiscono ogni giorno principi come “la vita è sacra”, “ama il tuo prossimo”, “la Verità vi farà liberi”, “la persona non vale per quello che ha”, milioni di persone con cui siamo in relazione mediale e autorizzate, per così dire, da pochissimi, sostengono che “la vita non ha senso”, “io vengo prima di tutto”, “la verità non esiste", “la persona umana è quello che produce e consuma, è il successo che ha”. Siamo, come possiamo vedere, in pieno scontro tra due visioni antropologiche, antitetiche tra loro ed i più giovani sono, per così dire, tirati di qua e di là.
Facciamo il quinto ed ultimo passo andando a vedere con quali criteri affrontare questa situazione che si è generata soltanto una decina di anni fa, con l’avvento dei primi smartphone e che ci sta trovando piuttosto impreparati. Anzitutto occorre vivere le relazioni mediali come fossero relazioni frontali; ad esempio: a scuola, un giovane non può invitare impunemente altri a fare uso di droga, mentre concediamo la stessa cosa ad un cantante sul web senza alcun tipo di critica, piegati al suo successo; in secondo luogo, occorre imparare a non avere paura di essere soli a dire “no” e a non dare il nostro consenso solo perché pensiamo che lo facciano tutti o per timore di rimanere fuori dal gruppo (FOMO, Fear of missing out); infine, non escludere gli adulti dalla vita mediale, dai genitori agli insegnanti, dagli educatori ai sacerdoti, sapendo riconosce chi vuole davvero il vostro bene e non il vostro consenso che, in fin dei conti, è finalizzato a generare soldi per chi ne beneficia.
In questo lavoro difficile, quotidiano ed eroico, dobbiamo avere la consapevolezza che la libertà non è acquisita una volta per tutte, ma va conquistata ogni giorno, in ogni scelta, anche la più piccola ed apparentemente insignificante come un like.


venerdì 19 gennaio 2018

SMARTPHONE A SCUOLA. UN DECALOGO PER L'USO DEI DISPOSITIVI MOBILI A SCUOLA

Scuola, Fedeli a ‘Futura’: “La sfida dell’innovazione si vince 
sviluppando spirito critico e responsabilità
Alla tre giorni per il Piano Nazionale Scuola Digitale 
presentati primi risultati dei gruppi di lavoro sull’uso dei device
personali a scuola e sulle metodologie didattiche innovative
La Ministra Fedeli:".......Grazie al Piano Nazionale Scuola Digitale l’innovazione è diventata possibile in ogni scuola e tantissime istituzioni scolastiche sono già in grado di mostrare esperienze di innovazione - ha sottolineato la Ministra -. Oggi quelle digitali sono competenze indispensabili per stare con consapevolezza e positività nel mondo globale, per non subire i cambiamenti, per governarli e orientarli su prospettive utili al Paese. La natura dell’innovazione, della scuola e per la scuola, è quindi prima di tutto culturale”.
L’utilizzo di dispositivi personali mobili a scuola viene anticipato da un decalogo di sintesi (in allegato) che sarà inviato alle istituzioni scolastiche, insieme al documento completo realizzato dagli esperti, “dopo una fase di ulteriore confronto, allargando la discussione con chi poi deve realizzare il cambiamento”, ha chiarito Fedeli. 
“Non è compito del Ministero o della scuola decidere se i device sono bene o male, ma lo è insegnare ad usarli nel modo più utile e corretto. Per permettere a ogni ragazza e ogni ragazzo di avere esperienze sicure, libere e consapevoli, contrastando in modo positivo e attivo, non con divieti ma proprio con l’educazione, ogni tipo di dipendenza, anche dagli strumenti tecnologici. Voglio ribadire in ogni caso, che resta proibito, come stabilito dalla circolare del 2007 dell’allora Ministro Fioroni, l’uso personale di ogni tipo di dispositivo in classe, durante le lezioni, se non condiviso con i docenti a fini didattici”.......
La sfida che abbiamo davanti è affascinante. Quando il futuro, rappresentato dal progresso delle tecnologie, incontra il mondo della scuola, la combinazione è potente. Una combinazione che influenza giornalmente la vita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi e che proprio per questo deve essere sapientemente governata e condotta.  È un compito gravoso, ma al tempo stesso stimolante, per tutte e tutti”.




venerdì 15 dicembre 2017

GENITORI, FIGLI, NUOVE TECNOLOGIE. La sfida di educare.

 Lassiste o permissive, luddiste o mediattive: tutti i modi in cui le famiglie si rapportano alla tecnologia in casa. 
Il digitale richiede un nuovo approccio.
Gli «errori» dei genitori con i figli iperconnessi.  Attenti ai falsi miti, i ragazzi comunicano e leggono di più. 
A mancare è il silenzio.
La comunicazione vera non è solo quella «faccia a faccia», la relazione digitale si affianca e si integra con quella in presenza, non la sostituisce mai.

                                                                                                                     di GIGIO RANCILIO

Lassista, restrittiva, permissiva, luddista, affettiva e mediattiva. Sono sei i modelli di famiglia (rispetto ai consumi mediali dei figli) evidenziati nel capitolo del Rapporto Cisf 2017 «Media digitali e social, educazione e famiglia», curato da Pier Cesare Rivoltella – direttore del Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Informazione e alla Tecnologia dell’Università Cattolica.
Ben quattro tipi di famiglia, pur con comportamenti opposti sono considerati a basso impatto educativo. «Le Famiglie lassiste e quelle permissive rinunciano a mediare il rapporto dei figli con le tecnologie digitali, mentre la famiglia luddista risolve la mediazione nella scelta estrema di espellere i media dall’universo familiare (in questo modo pensando di non dover più esercitare alcuna mediazione). La famiglia restrittiva ha un livello alto di controllo (i genitori leggono le email ricevute dal figlio, lo costringono a navigare in casa, verificano i siti che ha visitato) ma un basso livello di educazione. La Famiglia affettiva invece incoraggia i figli ad usare i media digitali e condivide con gli stessi il consumo, ma non fornisce loro strumenti per diventare fruitori critici».

L’unica che sembra centrare gli obiettivi educativi in maniera efficace è la «famiglia mediattiva». Come? «È fortemente presente nel lavoro di mediazione delle pratiche mediali dei figli. I genitori discutono con i figli, indicano cosa è bene e cosa è male, ne spiegano le ragioni, aiutano i figli a smontare i contenuti e a leggere sullo sfondo di essi. E così facendo li aiutano a elaborare un pensiero critico». Stando a una ricerca dell’Universidad de Navarra, condotta su un campione di circa 25.000 adolescenti e citata nel capitolo, il 36% dei genitori non applica alcun controllo sull’uso dei media digitali da parte dei figli, mentre il 27% si limita «a dare un’occhiata a ciò che fanno i minori su Internet». Se siete genitori e la rivoluzione digitale sta mettendo a dura prova le vostre vite (già impegnate e impegnative), sappiate che la colpa non è solo vostra........

                                   


GENITORI E NUOVE TECNOLOGIE - Che genitore sei?

CHE GENITORE SEI?

1 - FAMIGLIA RESTRITTIVA
Alto livello di controllo dei genitori (che leggono mail e messaggi dei figli, controllano la navigazione sul web) ma basso livello di educazione
2 - FAMIGLIA PERMISSIVA
È caratterizzata da un basso livello di educazione e da un basso livello di controllo (i genitori lasciano fare, non si pongono il problema.
3 - FAMIGLIA AFFETTIVA
I genitori controllano poco quello che fanno i figli nel digitale ma hanno un alto livello di presenza educativa, che si manifesta attraverso l’aiuto costante nei confronti del figlio, la condivisione del consumo, la forte convivialità.
4 - FAMIGLIA LUDDISTA
Poco frequente, è la famiglia che elimina i media dall’universo familiare, procrastinando sine die il momento dell’acquisto del primo smartphone ai figli. L’atteggiamento di controllo in questo caso è spinto alle estreme conseguenze, fino a configurare forme di vera e propria iconoclastia.
5 - FAMIGLIA LASSISTA
Anch’essa non molto rappresentata, non vede come i media digitali e sociali rappresentino un problema educativo, lascia fare, confida che comunque i propri figli siano sufficientemente attrezzati per cavarsela.
6 - FAMIGLIA MEDIATTIVA
Rispetto alla famiglia affettiva, questo modello di famiglia è molto più attento alle pratiche dei figli, soprattutto alla loro elaborazione nella direzione dello sviluppo del pensiero critico.